Lui & Lei
Gatta o topolina?
15.10.2025 |
2.040 |
6
"Fatto sta che non vedo l’ora di mettere le mani sul trofeo che ora è lì che mi guarda sull’attenti..."
È il 3 di gennaio, il pomeriggio è stupendo e io sono appena scappata dalla folla di sciatori che occupava la Baita Masarè. Mi prendo giustamente qualche insulto per aver attraversato la pista di discesa di allenamento di qualche ragazzetto, ma la mia mente è ancora là, a 2350m di altitudine dove si erge maestosamente la mia amica aquila che spesso passo a salutare.La stradina che scende verso valle è innevata, ma è molto ben battuta anche se in giro non si vede anima viva. D’inverno la pendenza si sente decisamente meno, dettaglio che non sfugge alle mie gambe che decidono di prendere da sole l’iniziativa di iniziare a correre, mannaggia a loro!
Dopo qualche centinaio di metri mi fermo, in lontananza c’è un qualcosa di rosso vicino a una roccia.
Aguzzo la vista, si tratta di una persona che sta facendo pipì insieme a un’altra che sta aspettando poco più avanti.
Mi sembra un’ottima idea, è il momento giusto prima di tornare alla civiltà.
Mi volto indietro a guardare qualche tornante più su, giusto per abitudine, anche se è praticamente impossibile trovare un’altra persona, pazza come me, che in quel momento è scesa correndo come la sottoscritta. La visuale a valle è libera, anche i due hanno ripreso a scendere.
Mi defilo un attimo in una spaccatura tra due rocce, non allontanandomi troppo dalla strada visto che la neve intorno è ancora bella soffice e rischierei di finire per lasciare il segno direttamente delle mie terga.
Il freddo si sente, ma riesco comunque a portare a termine la missione senza troppi problemi.
Riprendo a correre.
Non passano due minuti che i due che avevo davanti quasi si spaventano, non sentendomi arrivare; il saggio diceva che “in discesa vanno anche i sassi” e io sono solo la chiara rappresentazione del detto.
Qualche decina di metri più avanti c’è un bivio, anzi un quadrivio. La neve cambia tutto, mi sembra di non essere mai stata lì e non so dove andare.
Sono costretta a dare una sbirciatina all’app sul telefono, ma non faccio in tempo ad estrarre il cellulare dalla tasca che la mia attenzione viene catturata dal rumore di alcuni passi che arrivano dalla stradina appena percorsa, a circa una cinquantina di metri.
Non può essere la coppia appena incrociata, a meno che non si siano messi a correre anche loro, cosa improbabile. Deduzione corretta, compare un ragazzo che sicuramente ha corso e forse anche più di me. Proprio nell’istante in cui alzo gli occhi, incrocio il suo sguardo e “sento” che mi cerca. È una sensazione strana, difficile da descrivere a parole, ma non ci voglio dare troppo peso e imbocco il mio sentiero con il mio abituale passo, mentre nella testa mi sto già gustando la merenda della baita poco più avanti.
In realtà c’è qualcosa che mi turba, come se l’incontro casuale di poco fa non fosse del tutto casuale: la curiosità è forte, la sensazione appena provata ancora di più. Con la coda dell’occhio cerco di capire dove possa essere andato il ragazzo. Alla fine c’è circa un 33% di possibilità che possa essere venuto dalla mia stessa parte invece che scendere a valle, percentuale che si abbassa ulteriormente visto che sono già passate le 15 e presto il sole farà capolino dietro le montagne.
Il rumore dei ramponcini sulla lastra di ghiaccio appena passata mi rende consapevole che il calcolo delle probabilità è servito a poco e quel qualcuno che mi stava braccando poco prima, ora è alle mie calcagna.
“Oh caxxo!”
Un po’ per competizione, un po’ per spirito di sopravvivenza, metto il turbo: io ho i bastoncini, lui no; lui ha i ramponcini, io no. Praticamente abbiamo fatto circa un chilometro dove nelle discese si avvicinava e nelle salite si allontanava, passando vari bivi con sentieri che portavano a valle.
Il percorso diventando più tortuoso, mi permette di fare delle corsette appena mi tolgo dalla sua visuale, ma allo stesso tempo non voglio che mi veda correre. Ho solo bisogno di un po’ di margine in più, così penso meglio.
La mente si riempie di domande:
“Mi sta forse seguendo?”
“Oppure anche lui è diretto dove sono diretta io?
“Sì ma poi come torna indietro?”
“Scende anche lui a valle a piedi sparandosi 700m di dislivello nella neve?”
All’improvviso incrocio un gruppetto di persone che viene verso di me, stanno rientrando. Potrei sempre unirmi a loro, ma dovrei dire addio alla merenda che stavo sognando. Li incrocio, li saluto e colgo l’occasione per voltarmi e vedere se il ragazzo misterioso dal giubbotto blu mi stia ancora seguendo.
Non vedo nessuno, rallento il passo e vorrei togliermi la giacca ma non lo faccio, perderei troppo tempo e non sono sicura di non essere più seguita.
Incontro un’altra coppia, sempre nella direzione opposta alla mia. Soliti saluti convenzionali e solito controllino alle spalle: nulla di nuovo all’orizzonte.
“Ok, è impossibile che lo abbia seminato, mi son fatta un film io”
Giungo a un rifugio dove di fianco passa una pista di discesa che arriva a valle, è il momento meno indicato per attraversarla.
Passa forse un minuto prima che riesca a trovare il momento giusto per passare dall’altra parte, ormai solo un’ultima salitella mi divide dallo strudel.
Una volta in cima, prima di svoltare l’ultima curva e a cuor leggero mi volto per l’ultima volta come se oramai la vicenda fosse archiviata.
Le ultime parole famose.
Lui c’è: è là che sta cercando di attraversare, a sua volta, la pista.
“Oh shit!”
“Ok, calma e sangue freddo, adesso da Jolanda ci sarà un sacco di gente, ma poi dovrò pur rientrare in hotel. Come? Con questo che mi segue?”
Ho qualche minuto di distacco, devo decidere in fretta cosa fare.
Arrivo da Jolanda ed effettivamente c’è un po’ di gente, tutta fuori sulla terrazza a prendere l’ultimo raggio di sole. Io mi dirigo direttamente all’interno con la scusa di prendere un caffè, anche se non è mia abitudine, ma lo strudel mi avrebbe fatto perdere troppo tempo.
Tengo d’occhio la finestra che dà sul sentiero, passa un signore sulla cinquantina, ma no non è lui.
Nel frattempo, arriva il caffè, non ho tempo per zuccherarlo, lo bevo così: uno schifo!
Ecco che arriva anche il giubbotto blu a passo spedito, cappellino nero in testa, ciuffo biondo che spunta sul davanti, nessuno zaino. Avrà la mia età. Tira dritto senza neanche voltarsi.
Lo guardo allontanarsi.
I miei occhi lo seguono mentre in miei battiti iniziano a rallentare fin quando sparisce completamente dalla visuale.
Una persona normale si sarebbe sentita sollevata di aver scampato il “pericolo”, ma adesso che sembra tutto finito, una sensazione di vuoto mi riempie sempre più; l’adrenalina inizia a calare anch’essa facendomi rendere conto che sono eccitata: mi ero eccitata all’idea di essere rincorsa come una sorta di preda.
Pago il caffè e, senza accorgermene, sono di nuovo fuori, ma questa volta sono io che rincorro lui.
Lo trovo poco più avanti, alla fine della discesa ghiacciata, che sta scrutando il bivio che si trova davanti. Sicuramente si starà chiedendo dove possa essere andata.
È il momento giusto per prenderlo alla sprovvista.
-Io andrei a sinistra- gli dico avvicinandomi, non sapendo nemmeno se fosse italiano.
Lui si volta di scatto, la sorpresa sul volto è palpabile. I ruoli si sono invertiti: ora sono io a condurre il gioco.
Si riprende più in fretta di quanto mi aspettassi -Ma la malga Heinzen è chiusa- mi dice con un accento locale.
-Lo so- gli rispondo io con un sorriso.
Lui si china e mi fa il gesto di passare -Prego, dopo di lei-
Gli passo vicino, mantenendo il mio sorriso di sfida e correndo verso la malga.
600m tra neve, ghiaccio, adrenalina, fiatone, eccitazione passano in un batter d’occhio.
Arriviamo alla malga, giriamo verso ovest dove c’è un bellissimo portichetto illuminato dagli ultimi raggi di sole. Ci siamo io, lui, un tavolo e una sedia con tutta la neve fresca intorno.
Mi tolgo lo zaino, appoggiandomi al bordo del tavolo mentre lui si lascia scappare un -Tu sei pazza-
“Sì ragazzo mio, sei ancora in tempo a scappare” penso senza mai aprire bocca.
Mi limito a sorridere nuovamente.
-Tu sei più pazzo di me. Perché mi stavi seguendo?-
-Perché io ero tranquillo nel bosco a far pipì e all’improvviso tu sei arrivata correndo, non mi hai visto, sei andata un poco più avanti e ti sei messa a far pipì a tua volta a pochi metri da me…-
Mi cala il gelo addosso, seguito subito da un grosso imbarazzo.
-…poi hai ripreso a correre, lasciandomi lì come un ebete. E io, io mi son detto: questa la voglio conoscere!-
Mi porto entrambi le mani al volto per nascondere l’imbarazzo che ha fatto capolino sulle guance, anche se mi scappa da ridere.
Lui mi prende un polso e mi dice: -Guarda che io ero più imbarazzato di te-
Non ci credo, ignoro la sua affermazione, apro la tasca alta dello zaino dalla quale estraggo una confezione di Oro Ciock per stemperare un attimo la situazione. Glieli porgo cercando di cambiare argomento, ma vedo che lui rimane in fissa sul mio zaino.
Guardo anche io lo zaino e un quadratino argentato di 5x5cm con la scritta “Durex” fa capolino da dentro la tasca riflettendo il sole. Guardo lui che a sua volta mi sta guardando sorridendo, anche se io vorrei sotterrarmi.
-Anche quello fa parte del kit ARTVA?- mi chiede.
“Ebbravo ragazzo, sei sulla strada giusta, se vuoi giocare, allora giochiamo” penso senza aprir bocca, ma poi rispondo d’impulso come se non avesse dovuto sfidarmi: -Nessuno ti ha insegnato che quello serve per le inondazioni?-
Lui abbassa gli occhi e fa una sorta di sbuffo facendo volare in aria il suo ciuffo.
A quel punto mi avvicino, mi struscio, gli accarezzo la nuca e all’orecchio gli sussurro: -Non alle inondazioni che pensi tu.-
Da giù sento un fremito, come se qualcosa avesse gradito quelle parole e, non potendo parlare, ha voluto mandarmi un segnale muovendosi. La tensione sessuale è palpabile.
Metto la mia mano destra sopra il punto del fremito ed eccolo lì quello che volevo sentire. Lo posso percepire chiaramente da sopra i pantaloni: bello gonfio e duro.
Lui reagisce trattenendomi a sé e baciandomi appassionatamente. Mi vuole.
In un batter d’occhio non capisco bene come abbiano fatto i miei pantaloni a sparire completamente e i suoi a scendere sotto i glutei insieme agli slip. Fatto sta che non vedo l’ora di mettere le mani sul trofeo che ora è lì che mi guarda sull’attenti.
Io, invece, ho ancora addosso delle brasiliana che sembrano normali, ma sul retro hanno una fantasia di pizzo che mi incornicia divinamente i glutei.
Lui mi prende la mano portandomela in alto e mi fa fare una piroetta, come se avesse capito che c’era altro da guardare. Poi mi tira a sé, contro il mio trofeo, inserendomelo negli slip dalla parte della gamba sx e facendolo uscire da sopra l’elastico verso l’ombelico, come se volesse farmi vedere dove potrebbe arrivare.
Queste cose mi mandano fuori di testa, un po’ perché adoro le sfide e un po’ perché essere l’oggetto del piacere di qualcun altro mi dà parecchia soddisfazione.
In un nanosecondo mi ritrovo inginocchiata con il suo gioiello che è finito nella mia bocca, pronto per finire presto da un’altra parte.
La mia adorazione per quella parte del corpo non ha limiti: è come se fossi legata a lei da un filo invisibile che ogni tanto si fa troppo corto e mi porta a incontri ravvicinati, con tutte le conseguenze del caso. Con la lingua mi piace disegnare dei cerchi attorno alla sommità fino a far sparire quest’ultima all’interno della bocca, al caldo e all’umido. Anche a lui sta apprezzando la situazione iniziando a fare dei sospironi, mentre le sue mani hanno abbandonato i glutei per dedicarsi al mio capo e dare il giusto ritmo al “riscaldamento”.
Io son fradicia, senza essere stata minimamente sfiorata.
Lo scruto dal basso verso l’alto: ha gli occhi socchiusi, si sta godendo il momento.
Se dovessi pensare che circa un’ora prima questo sconosciuto ha assistito a un mio momento intimo senza che io me ne potessi accorgere, poi mi ha rincorsa, mi ha perso, mi ha cercato e ora siamo qui, mi vien da ridere, ma allo stesso tempo mi carica di adrenalina a tal punto che potrei non rispondere delle mie azioni.
È giunta l’ora di far godere un po’ anche me.
Mi alzo, mi giro e mi piego sul tavolo, mandandogli un chiaro segnale.
Lui non tarda a reagire, mi raggiunge contornandomi con un dito la linea dei glutei, ma quando arriva agli slip con delicatezza li sposta da parte. Con un altro dito penetra il mio fiore che oramai è totalmente imperlato e muore dalla voglia di essere esplorato. Come un pittore con il suo pennello mi accarezza, strofinandomelo avanti e indietro lungo le grandi labbra fino a quando, oramai bagnato di me, arriva nel punto esatto e si ferma.
Percepisce che il momento è delicato, entra piano piano, centimetro dopo centimetro, dandomi il tempo di abituarmi alla nuova realtà.
Il cervello è staccato, tutti i sensi sono eccitati al massimo con il mio corpo che si muove senza controllo andandogli incontro, quasi a volermi far sfondare.
Per fortuna che lui ha ancora un minimo di ratio e controlla i movimenti.
-Piano, non c’è alcuna fretta- mi sussurra.
Ha ragione ma io sono ingorda, l’eccitazione di tutta la vicenda e l’adrenalina non contribuiscono di certo a farmi star tranquilla.
Con scarsi risultati allungo le mani dietro e faccio per tirarlo a me.
Lui continua il suo tranquillo tran tran dentro e fuori, guadagnando ogni volta terreno dentro di me e inzuppandosi dei miei umori. Una dolce tortura fin quando non raggiunge il fine corsa. Lì si ferma più del solito, tirandomi a sé con le mani che oramai hanno formato dei grossi pizzicotti sui miei glutei.
Poi all’improvviso esce, chinandosi per dare un bacio al mio fiore e un morso sul gluteo sinistro.
Ci sono delle cose che mi fanno chiudere la vena e questa, oltre alle sculacciate, è una di quelle.
Imbufalita mi giro, gli faccio cenno di alzarsi prendendogli il volto e lo fisso negli occhi.
Lui mantiene lo sguardo mentre tenta di baciarmi.
“Eh no ragazzo mio, adesso il gioco lo conduco io” penso, ma in realtà schivandolo, gli dico: -Visto che tu non mi scopi, lo faccio io-
Lui è in confusione, non crede alle sue orecchie. Approfitto del momento per spingerlo sulla sedia e salirgli in braccio. Lui ondeggia un attimo prima di sedersi perché i pantaloni a metà coscia non gli lasciano poi tutta questa libertà di movimento. È ancora disconnesso, non reagisce. Nel frattempo, io mi ritrovo sopra, con la mano destra piena di lui e la mano sinistra che prepara il mio fiore ad accoglierlo.
Al primo contatto si riprende posandomi le mani sui fianchi e accompagnando il movimento piano piano.
La sensazione è quella di andare a cavallo, con in più l’aiuto dei piedi che riescono a toccare per terra e mi danno un punto fisso da dove spingere.
Gli porto le braccia attorno alle spalle stropicciandogli un po’ i capelli sulla nuca e lui, a sua volta, mi spinge la schiena portandomi ad inarcarla e ad avvicinare il seno alla sua bocca.
Ogni mia retroversione del bacino è seguita da un suo mugugno che si fa via via sempre più forte.
Il suo crescere dentro di me viene accompagnato da un’ondata di piacere sia fisico che mentale.
Quello che succede dopo è inevitabile e io inizio a rivolgere il volto verso il cielo con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta.
Il momento prima dell’apocalisse viene sancito dalle sue mani che sono finite ad avvolgere i miei glutei e dai suoi denti che si sono chiusi attorno al mio capezzolo destro.
Al suo -Vengo- lo stringo ancora di più, come se stessi chiedendogli silenziosamente di inondarmi l’anima.
Lui non disattende le aspettative, lasciando sfogare tutto quello che aveva dentro.
Nessuno dei due ha intenzione di muoversi, di parlare. I polmoni non sono più in affanno mentre il ritmo del cuore sta tornando piano piano alla normalità.
Ci guardiamo dritti negli occhi.
Mi bacia. È un bacio diverso da quelli di prima, meno vorace e più delicato.
Nel mentre il tempo attorno a noi ha continuato a scorrere, il sole oramai non c’è più e un’aria gelida ci costringe a coprirci e a scendere di corsa a valle, proprio come tutto è cominciato.
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