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La moglie schiava - cap. 6 - finale


di MissSerena
12.04.2024    |    3.412    |    2 9.7
"Poi la stanchezza prese il sopravvento, i miei ricordi si annebbiarono sempre di più e crollai in un sonno profondo..."
Sesto capitolo

La fine della mia schiavitù arrivò all’improvviso, senza nessun segno premonitore.
Alfredo mi aveva avvisata che nel pomeriggio sarebbero arrivati due uomini per portare e montare alcuni mobili per il suo studio, così mi ero vestita in maniera ‘normale’, come se il nostro rapporto fosse uguale a tanti altri.
I due uomini arrivarono verso le cinque e, dopo aver portato gli scatoloni coi singoli pezzi nello studio, si misero a montarli.
Io li guardavo non avendo nient’altro da fare, ma non potevo non notare le occhiate che mi lanciavano.
Nonostante fosse più di un anno che vivevo come una schiava, ero pur sempre una bella donna, anzi forse in quel periodo ero diventata più femminile, per meglio dire più reale, togliendomi per sempre di dosso la maschera di signora fin troppo ricercata.
Con la mente cominciai a vaneggiare su quanto dovesse esser bello esser presa da quei due sconosciuti sul tavolo che avevano appena finito di montare, accogliendo i loro cazzi in ogni mio orifizio fino a farmi sborrare in bocca per bere il loro sperma.
Così non mi accorsi quasi dell’arrivo di mio marito che subito si scusò coi due operai e mi portò in camera.
Li senta tanti fronzoli mi mise una mano dentro le mutandine scoprendo che ero bagnata.
“Sei proprio una cagna da cazzi, appena ne vedi due non capisci più niente.”
Cercai di difendermi dicendogli che non potevo tenere a freno il cervello, ma lui non volle sentire ragioni.
“Dopo che se ne vanno facciamo i conti, ora fila in cucina.”
Non potei che eseguire il suo ordine, ma anche da lì non facevo che sentire i due uomini che ora parlavano con mio marito.
Ad un certo punto crebbi quasi che mi volesse far sbattere da loro due, ma alla fine li senti uscire di casa e vidi Alfredo entrare in cucina.
Mi tirò il collare che indossai senza dire nulla, poi mi prese per quello tirandomi fino al suo studio.
“Ora spogliati, nuda.”
Mi tolsi in fretta quello che mi ero messa per l’occasione, fino a rimanere con le sole scarpe. Lui mi prese per i capelli e mi portò fino al nuovo tavolo da lavoro, lì mi legò braccia e gambe a quelle del tavolo stesso, lasciandomi alla sua completa mercé.
Lo vidi prendere tutte le fruste che aveva per metterle su un tavolino basso lì vicino, poi afferrò un paio di paddle e alcune canne di bambù, ponendole poi vicino alle fruste.
“Siccome sei puttana dentro ti darò una lezione come non l’hai mai avuta, ti dovrà rimanere in mente tanto a lungo da farti ripensare bene a fare pensieri sconci la prossima volta che ti lascio sola.”
”Alfredo, amore mio, ti prego..”
”Taci cagna, ti lascerò solo decidere con cosa iniziare, però fai in fretta.”
Non che avessi tanta scelta, solo avendo un’insana paura verso le canne di bambù optai per il paddle, sperando che l’oggetto del mio terrore non venisse usato.
“Se il mio Padrone vuole iniziare col paddle, la sua schiava gliene sarà grata.” “Bene troia, cominciamo subito.”
Prese il più grande di quelli che aveva a disposizione, e davvero senza perder tempo me lo fece sentire subito nella peggior maniera sulle natiche.
Se all’inizio, quando cioè era passato dal semplice ruolo di marito a quello di padrone, Alfredo mi colpiva ‘alla meno peggio’, in seguito era diventato un vero maestro della fustigazione in tutte le sue forme e maniere. Col tempo aveva imparato a colpirmi con estrema precisione, e anche se il paddle non era il suo strumento preferito, quella sera non venne meno alla sua fama. La pala colpì sempre entrambe le chiappe facendole diventare subito rosse, che mi bruciavano nella stessa maniera.
Non dissi però niente, non volendogli dare la soddisfazione d’implorare il suo perdono fin da subito, preferii subire che cedere dopo i primi colpi.
Del resto di quello che dicevo se ne era sempre fregato, anzi spesso più lo pregavo di smettere, più mi picchiava con forza.
Solo che in quei momenti sembrava non volesse smettere mai, come se usare quella pala di legno, ma soprattutto con quella forza, non gli costasse nessuna fatica.
Mentre mi batteva non smetteva mai d’insultarmi, ma quel che era peggio è che quando si fermava per un attimo mi metteva una mano fra le gambe trovandomi bagnata.
“Certo che sei proprio una cagna in calore, neanche colpirti serve a farti smettere di bramare il cazzo, forse è meglio se cambio strumento.”
Lo vidi andare al tavolino e provare diverse canne di bambù, sembrava che nessuna lo soddisfacesse se e tirai quasi un sospiro di sollievo, Invece alla fine ne afferrò una per poi avvicinarsi a me.
I primi più che altro gli servono per prendere bene la mira, poi inizia l’inferno. Ne alternava uno molto forte ad uno più blando, cambiando in continuazione zona da colpire. Inutile dire che con quel trattamento gemetti subito di dolore, ma lui era impassibile ai miei lamenti, anzi ne godeva traendone ancora più forza. Mi colpì sul culo e sulla parte superiore delle cosce, lasciando segni ben visibili, strisce rosso-violaceo che s’intersecavano fra di loro, in un disegno senza fine.
Lo pregai di smettere, tanto ormai il mio orgoglio era andato a farsi benedire, ma lui continuava dicendomi le peggio parole siano mai uscite dalla sua bocca.
Pensai a quanto possa esser diventato crudele e sadico, mentre mi colpiva un ghigno gli si stampò sul volto facendolo sembrare un diavolo e non più un uomo.
Solo ogni tanto si fermava, ma non per pietà, ma per bere dell’acqua fresca, ed io ne approfittavo per riprendere un po’ di fiato.
Quando lasciò la canna prese un robusto flogger e continuò la sua opera.
Solo con quello, partendo dal basso verso l’altro, mi colpiva anche sul sesso lasciandomi senza fiato. Non che quando lo usava nella maniera più classica non mi facesse male, anzi sentire quelle strisce di pelle sulle ferite lasciate dalla canna mi faceva fremere di dolore, ma quando mi prendeva in pieno la fica vedevo le stelle. Più passava il tempo e più aumentava la sua forza, quasi se frustarmi non solo non gli costava nessuno sforzo, ma lo rigenerasse.
Ormai non riuscivo più a parlare, solo un movimento involontario, una specie di sobbalzo, seguiva ogni sua frustata, giusto per fargli capire che provo ancora qualcosa.
Passò quasi un’ora da quando mi aveva legata fino a che non decise di smettere.
“Pensi che ti basti la lezione troia ?”
“Se il mio Padrone crede sia sufficiente, lo credo anch’io.”
Cercai d’essere accondiscendente, sperando nella sua clemenza.
“E ora cosa dovrei fare alla mia schiava ?”
Non sapevo che dirgli, volevo solo essere liberata per spalmarmi un’abbondante dose di crema lenitiva, ma ero conscia che era chiedere troppo.
“Chiedo d’essere usata per dare piacere al mio Signore.”
“Brava la mia puttana, almeno la lezione l’hai imparata.”
Sentii che si spogliava, di certo m’avrebbe scopata facendomi ancora del male, ma almeno aveva finito di frustarmi.
Invece lo vedi mollare il flogger e prendere un frustino, poi si mise dietro di me e mi penetrò con violenza.
Dopo tutte le frustate prese avevo la pelle sensibilissima, e mi faceva male sentirlo entrare senza alcun riguardo nei miei confronti.
Mentre mi fotteva mi colpì il culo con le mani, incitandomi a muoverlo per fargli fare meno fatica.
“Dai zoccola, muovi sto cazzo di culo di merda, tanto lo so che ti piace farti fottere, non sai fare altro che prenderlo dentro.”
“Non ci riesco, mi fa troppo male.”
“Allora forse hai bisogno di un aiuto.”
Lo tirò fuori per farmi poi sentire la cappella contro il buchino, così m’irrigidii pensando al male che mi farà, ma Alfredo voleva che io soffrissi e non poco, voleva vedermi in ginocchio dal dolore. Così mi passò il frustino sul solco delle natiche, prima di cominciare a battermi proprio lì, concentrando i colpi sulla parte finale l’apertura posteriore.
Ormai non mi restava che piangere, le mie lacrime scendono sul viso mentre non avevo più la forza di dire nulla, solo inarcavo la schiena ogni volta che sento il frustino arrivare sulla mia pelle. Quel supplizio per fortuna non durò molto, ma subito dopo aver lasciato cadere a terra il frustino, mi sodomizzò con inaudita violenza.
“Prendilo fino in fondo puttana voglio aprire in due.”
“No basta, mi fai troppo male, mi brucia tutto.”
”Taci troia, pensa a tutto il cazzo che ti sfondato il culo quando facevi la puttana a mia insaputa.”
“Ti prego, non sono più quella donna.”
Alfredo continuò a scoparmi il culo fino a che non mi venne dentro. Il suo sperma se non altro mi diede un minimo di sollievo, ma dopo che si tolse da dietro di me non mi slegò.
“Stanotte rimani così a pensare ai tuoi sbagli, domani ne riparliamo.”
“Ma così mi spezzo la schiena in due.”
”Ho deciso così e non cambierò idea, poi avrai tutto il tempo per rimetterti in sesto.”
Lo vedi andarsene e chiudere la porta dietro di sé, avevo voglia di chiamarlo, anche d’insultarlo, ma sapevo che non sarebbe servito a nulla.
Cercai di sistemarmi al meglio, ma sentivo solo la pelle che mi bruciava, per di più iniziai ad avere un po’ di freddo e non potevo coprirmi in alcun modo.

Così iniziai a ricordare come sono finita così.
Mi tornò in mente la prima volta che tradì mio marito quasi per gioco, spinta da un’amica che mi diceva che ero una vergine insoddisfatta.
Ricordai quando uscendo dalla casa del mio primo amante giurai a me stessa che quella dovesse essere solo una sbandata a cui non dare alcun seguito e invece fu solo l’inizio di una vita fatta di sesso fine a sé stesso. Ricordai tutte le bugie che dissi ad Alfredo per giustificare le mie assenze, compresa la creazione di un presunto comitato di beneficenza che serviva solo a nascondere un’alcova nella quale un giro di signore per bene andava a sollazzarsi con ragazzi e ragazze disponibili.
Di fronte ad anni vissuti in quella maniera, l’ultimo mi sembrava il giusto castigo per la mia perdizione, anzi per certi aspetti era ancora insufficiente.
Dedicarmi unicamente ad Alfredo, soddisfare la sua sete di vendetta, la sua voglia d’umiliarmi ad ogni occasione, era il minimo che potessi fare per espiare le mie colpe.
E anche se aveva da poco finito di frustarmi in tutte le maniere e mi aveva presa sempre con un’insana violenza non mi sentivo di condannarlo.
Poi la stanchezza prese il sopravvento, i miei ricordi si annebbiarono sempre di più e crollai in un sonno profondo.

Non mi accorsi che era arrivata la mattina, che lui mi aveva slegata e stava cercando di svegliarmi. “Svegliati Nicoletta, ci sono novità.”
Mi aiutò a sistemarmi sul divano dopo avermi coperta con una vestaglia, anche se ancora assonnata ero curiosa di sapere cosa volessi dirmi.
“Vedi ieri ho capito che la mia è una battaglia persa, e quindi m’arrendo.”
Il silenzio che seguì mi mise ancora più in ansia e non potei non chiedergli cosa volesse fare.
“Alfredo parlami, dimmi cos’hai in mente, non lasciarmi nel dubbio.”
Lui era serio, impassibile, restando in piedi davanti a me alla ricerca delle parole giuste, quelle che non danno adito a malintesi.
“Da oggi sei libera, ti darò abbastanza denaro per non doverti preoccupare di come tirare avanti e un assegno mensile finché sarai in vita. Solo alla mia morte non avrai nulla in eredità, quella non la meriti, ma manterrai il tuo mantenimento. Ora ti lascio il tempo di prepararti, potrai andare nell’appartamento in Corso Mazzini, è vuoto ma arredato con tutto ciò che serve.”
Rimasi di sasso.

Libera, finalmente libera.
Libera d’uscire, di girare in città, di rifarmi una vita come meglio credessi.
Libera ancor più di un anno fa.
Ma qualcosa non mi dava modo di poter essere felice.
Avevo sognato quel giorno a lungo, ma ora che era arrivato mi mancava qualcosa, era come se una nube oscurasse ancora il sole che volevo vedere.
Poi all’improvviso tutto mi fu chiaro e la nuvola si dissolse nel nulla.
“No, non me ne andrò.”
Non lo dissi, ma lo quasi lo urlai in faccia ad Alfredo che non riuscì a muovere un muscolo tanto fu sorpreso.
Dopo un tempo assurdamente lungo lui riuscì ad aprire bocca.
“Come non te ne vai, sei libera lo vuoi capire sì o no ?”
”Non voglio la libertà, voglio te.”
Mio marito era sempre più sgomento, pensai quanto a lungo si fosse preparato a lungo quel momento ed ora non stava succedendo quello che aveva progettato.
“Nicoletta sei pazza o cosa.”
Mi buttai ai suoi piedi stringendoli a me.
“Quello che ho capita è che ti amo, ho sbagliato, ma ho pagato, ora voglio solo rimanere con te, anche come serva o schiava, ma non posso più vivere senza di te, ti amo Alfredo come non ti ho mai amato in vita mia, quindi non mi lasciare sola, non puoi non darmi una seconda possibilità, la merito e la desidero più della libertà che mi offri. Ieri ho visto due uomini e la mia mente ha ceduto, ma come poteva essere diversamente visto che è un anno che sono segregata in casa. Solo stanotte ho capito quanto male ti ho fatto e la tua sete di vendicarti, ma ho anche capito che anche tu mi ami, anche quando mi frusti, tu mi ami e non puoi negarlo.”
Avevo mille cose da dire, ma lui mi prese per la testa e delicatamente mi fece alzare. Vidi le lacrime scendere dai suoi occhi e per un attimo mi ricordai di non averlo mai visto piangere.
“Bentornata a casa mia Signora, ora lascia che ti curi e iniziamo la nostra nuova vita.”
Mi prese in braccio per portarmi in camera da letto dove mi riempì di cure prima di fare l’amore.
E fu bellissimo.

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(quelli volgari saranno subito cestinati)

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