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Gay & Bisex

Alberto e il predatore


di leatherbootsfetish
15.06.2026    |    2.113    |    9 9.8
"Gli metto una mano sulla guancia, preparandomi a parlargli con franchezza, ma quando vedo i suoi occhi riaccendersi di desiderio decido che invece è meglio tagliare corto..."
Mi sveglio prima di lui. Resto immobile un attimo, sento il suo respiro, poi mi giro per guardarmelo bene.
È a pancia in giù, con le lenzuola che gli coprono a malapena le gambe, lasciando la schiena e il sedere completamente scoperti. Ha i capelli tutti spettinati sul cuscino e le braccia infilate sotto alla testa.
Messo così sembra un ragazzino: la pelle liscissima, le spalle ancora da farsi, ha la posizione di chi dorme senza pensieri. Mentre lo fisso, mi prende una strana morsa allo stomaco, un tardivo senso di colpa che forse ieri sera non ho calcolato fino in fondo.
Ha ventidue anni, cazzo. Tredici meno di me. Vederlo adesso, così indifeso nel mio letto, mi fa sentire quasi un predatore. Ha l'aria di uno che potrebbe essere mio figlio, o quasi. Per un attimo penso che scoparsi uno così giovane sia roba da galera, una follia che un uomo della mia età dovrebbe evitare.

Non voglio svegliarlo, ma cado in tentazione: mi chino e gli stampo un bacio leggero sul fondoschiena, sodo da fare invidia.
Mi alzo senza fare rumore e raccolgo i vestiti da terra. Stringo i pantaloni di pelle in una mano e i texani nell’altra; l'odore di cuoio mi rimette in circolo l’eccitazione di ieri sera.
Mi torna in mente Alberto in ginocchio tra le mie gambe, con il mio cazzo in bocca e quello sguardo libidinoso che mi ha lanciato quando mi ha visto vestito così.
Per un attimo mi viene la tentazione di svegliarlo e rifarlo subito, poi però sistemo tutto con cura e vado in cucina completamente nudo.
Non lo faccio per provocare, a casa mia sto quasi sempre così, la mattina. Mi sento bene con me stesso e mi piace un casino stare col cazzo al vento.

Accendo la macchina del caffè, preparo due tazze e prendo un po’ di frutta dal frigo.
Faccio tutto con calma, con movimenti lenti. Ho ancora addosso i segni della serata: un po' di graffi sul petto e sulla schiena che mi ha lasciato lui con le unghie.
Sto tagliando una mela quando lo vedo arrivare. Si strofina gli occhi pieni di sonno, ha i capelli dritti in testa. È nudo anche lui e cammina con una disinvoltura che mi fa sorridere.
Mi piace perché non si copre, non si imbarazza, non finge un pudore che non ha. Entra in cucina come se fosse la cosa più normale del mondo girare nudi in una casa non sua. Si muove e basta, la sua nudità è semplicemente un dato di fatto.
E mentre lo guardo, mi rendo conto che non è il solito fighetto che mi sono scopato e con cui ho passato la notte.

È giovane da morire, dritto, magro, atletico, con gli addominali appena accennati e i fianchi stretti da ventenne. Spalle dritte, pancia piatta, gambe scattanti. Ha delle movenze agili, quasi nervose. Quasi del tutto glabro, a parte un po' di peluria sulle gambe e un ciuffo alla base del cazzo. Le dimensioni non sono esagerate, ma è tutto ben proporzionato e armonioso.
È bello, anche se non ha ancora il corpo di un uomo fatto, e sprizza un'energia che deve ancora capire dove indirizzare.
Io sono tutto il contrario. Non sono un fissato con la palestra, non sto a contare le proteine o a farmi i selfie allo specchio, ma ho una struttura solida, definita da anni di allenamento abbastanza costante. Sono più alto, più largo, decisamente più massiccio di lui.
Vicino a me, Alberto sembra ancora più piccolo di quello che è, ma mi attira un casino. E nonostante la differenza fisica, mi viene da pensare che, alla fine, possa essere quasi una versione più giovane di me.

“Buongiorno”, dice a voce bassa, sbadigliando.
“Buongiorno”, rispondo, e lo seguo con gli occhi.
Mi fa impazzire come si avvicina al bancone e si prende una tazza senza chiedere niente, fottendosene dei convenevoli. Vede benissimo che lo sto fissando, e ricambia con un sorriso malizioso.
“Caffè?” gli chiedo.
“Sì. Forte.”
Glielo verso e, quando si avvicina, percepisco il suo profumo. Non è certo un aroma fresco: sa di pelle calda e ha ancora addosso l’odore del sesso della serata appena trascorsa.
Si appoggia al bancone di fianco a me, spalla a spalla. Mi ruba una fetta di mela dalle mani senza rovesciare il caffè e la mastica guardandomi dritto negli occhi. Ha un'aria provocante, si vede che ha già voglia di giocare. Non abbassa lo sguardo, non si copre, non recita la parte del ragazzo timido.
Siamo due corpi nudi in cucina di mattina, eppure sembra tutto normale. Nessuna posa. Solo il rumore del cucchiaino, il caffè caldo e una complicità pazzesca.
Alberto beve un sorso e fa una smorfia.
“È catrame. Ma lo bevi sempre così?”
“Hai chiesto un caffè forte. Non scassare il cazzo già di prima mattina.”
Ride piano. Poi mi fissa.
“Dormito?”
“Poco.”
“Colpa mia?”
Lo guardo da sopra la tazza.
“Anche.”
Gli piace un casino questa risposta. Gli vedo quel lampo negli occhi, quella voglia di spingersi al limite che conosco fin troppo bene. È proprio come me, penso.
Non fisicamente e nemmeno di carattere, non del tutto. Ma ha la stessa sicurezza, la stessa libertà totale nel sesso. Quella naturalezza nell'usare il corpo per attirare l'attenzione o cercare il contatto.
Solo che io alla sua età non ero così affamato. E di sicuro non così disinibito.

Si sposta verso il frigo e, passandomi di fianco, mi fa scivolare il palmo della mano sugli addominali. Una carezza intima, da coppia vera. Sensuale ma anche affettuosa.
Poi apre il frigo con una naturalezza assoluta, come se vivesse qui da mesi.
“Ma mangi qualcosa di serio o vai avanti solo a caffè e frutta?”
Mi piazzo dietro di lui, senza neanche rispondergli.
Mi appoggio con calma alla sua schiena, allungo un braccio sopra la sua spalla per prendere il cartone delle uova e gli faccio passare l’altro attorno ai fianchi, attirandolo contro il mio cazzo con finta indifferenza.
Siamo nudi e attaccati, una posizione pericolosa, ma se lui se la va a cercare, io non mi tiro indietro di sicuro.
Lo tengo stretto così solo per un attimo, giusto per rimarcare i ruoli e le gerarchie di casa mia, e gli stampo un bacio veloce sulla nuca prima di staccarmi per andare a preparargli le uova.
Lui resta immobile per un secondo, ma si riprende subito. Chiude il frigo con un colpo secco e si siede sullo sgabello. Piega una gamba, si incurva in avanti e mi fissa con quella sua faccia da schiaffi.

Lo guardo in silenzio. Da una parte mi viene da coccolarlo, dall'altra vorrei sbatterlo sul bancone e scoparmelo come un animale. Queste due sensazioni così diverse mi mandano un po' in confusione.
Questo ragazzino mi sta entrando in testa troppo in fretta, ma so come sono fatto: vivo di slanci improvvisi, spesso esagerati e a volte violenti.
Rompo due uova nella padella e cerco di scoprire un po’ le carte per decidere quale piega dare alla conversazione.
“Ieri sera mi hai proprio stupito. A vent’anni non avevo tutta ‘sta foga che hai tu.”
Scoppia a ridere.
“Dici che ho esagerato? Guarda che sei tu che mi fai questo effetto. E comunque ne ho ventidue, per la cronaca.”
“Siamo lì.”
“Quindi, a ventidue anni, eri uno tranquillo?”
“No. Ero solo più cauto. Più responsabile.”
Lui sbuffa.
"Che parola di merda."
“A volte serve.”
“A chi?”
“A quelli che pensano di non aver bisogno di nessuno. E che magari usano il sesso per nascondere tutto il resto.”
Il sorriso gli resta sulla faccia, ma perde calore, e capisco di aver fatto centro.

Muovo le uova con la spatola, facendo attenzione a non bruciarmi, e aspetto. Ho imparato che certe persone si lasciano andare solo se non le pressi. Alberto stringe la tazza tra le mani, gli occhi bassi e la mascella leggermente contratta.
“Non è che penso di non aver bisogno di nessuno”, dice alla fine. “È che a volte sono convinto che se mi succedesse qualcosa, alla fine non gliene fregherebbe niente a nessuno.”
Vedo la piccola crepa e decido di scavare.
“Parlami di te. Che fanno i tuoi?”
Lui fa una mezza risata, ma non c’è allegria.
“Vuoi andare veramente lì? Psicologia da TikTok, nudi in cucina la mattina dopo? Guarda che se apriamo l'argomento famiglia non finiamo più. Altro che chiacchierata. Ci vuole uno bravo.”
“Sì, voglio andare proprio lì. Ti ho raccontato un bel po’ di cose su di me, ma non conosco nulla di te.”
Mi fissa. Per un momento sembra sul punto di mandarmi a fanculo. Poi si passa una mano nei capelli per sistemarsi il ciuffo.
“Storia breve: figlio unico di divorziati. Mio padre pensa solo a fatturare; mia madre a spendere. Mi hanno liquidato comprandomi un appartamento per levarsi il problema, e mi passano il mensile per tenersi pulita la coscienza. Ci vediamo per i compleanni, ognuno fa la sua vita e va benissimo così, zero sbatti.”

Spengo il fuoco e annuisco. Il suo sguardo però si indurisce, segno che non ha finito.
“Mio padre è uno di quelli che sanno sempre tutto. Soprattutto su di me. Decide chi devo vedere, che lavoro devo fare, come devo vestirmi, come muovermi. Praticamente ha già deciso che tipo di uomo devo essere.”
Sputa la parola “uomo” con un disprezzo feroce.
Manda giù l'ultimo sorso di caffè, stavolta senza fare smorfie.
“E tu che tipo di uomo vuoi essere?” gli chiedo.
Alberto stringe le labbra.
“Che cazzo ne so? È proprio questo il punto. Non lo so ancora. Ho ventidue anni. Vorrei solo avere il diritto di non saperlo, senza sentirmi una merda ogni volta che ci parlo.”
La rabbia gli sale in fretta, come una fiammata. La vedo nel collo, nelle spalle, nelle mani che si chiudono a pugno.
Gli metto il piatto davanti, ma lui non lo guarda nemmeno. È lì con il corpo, ma con la testa è altrove.
“Mi guarda sempre come se fossi un investimento andato male. Che non rende. Avrei dato non so cosa per vedere la sua faccia ieri sera. Mentre ero in ginocchio tra le tue gambe a succhiarti il cazzo o mentre mi facevo fottere da te, godendo come una troia.”

Resto in piedi davanti a lui, appoggiato al bancone, senza interromperlo. Cerco disperatamente di non ripensare a quei momenti per evitare che il sangue mi affluisca di colpo tra le gambe.
“Sai qual è la cosa che mi fa incazzare di più?” continua. “Che io non pretendo nemmeno chissà cosa. Non voglio che mi si dica "bravo" ogni cinque minuti. Non mi serve la pietà. Vorrei solo che per una volta, una cazzo di volta, i miei genitori mi chiedessero come sto e restassero lì ad ascoltare la risposta.”
La voce gli trema un secondo, ma si riprende subito, incattivito.
“Vorrei che la smettessero di pensare che se faccio serata o se sparisco è per fare il coglione o il ribelle. Non sono un viziato. È che a volte mi sento soffocare. Se esco, bevo, scopo con chi mi pare o stacco il telefono per due giorni è solo perché ho bisogno di sentirmi vivo, capito? Di sentire che valgo qualcosa per qualcuno e che almeno sulla mia vita decido io, senza nessuno addosso."
Quelle parole mi colpiscono parecchio, anche se cerco di non darlo a vedere. Lo capisco. Non tutto allo stesso modo, ma conosco quella fame di libertà. Quella necessità di prendere la vita per le palle e iniziare a vivere davvero.
Soprattutto, capisco che in questo momento ha bisogno di un punto fermo. Di qualcuno che gli dia retta davvero e che rimanga al suo fianco.

Finalmente prende la forchetta, ma la lascia subito ricadere nel piatto.
“Dovresti vederli. Due estranei che fingono che vada tutto bene per salvarsi la coscienza.”
Resto appoggiato al bancone con gli occhi su di lui. Vorrei trovare la frase giusta, ma non ce l’ho. E forse, per una volta, è meglio così.
“Sanno di te? Di chi frequenti?” chiedo.
Lui capisce al volo dove voglio andare a parare e fa di no con la testa.
“No.”
“Niente?”
“Niente.”
“E sospettano?”
“Forse. Non lo so. Mio padre fa battute ogni tanto… quelle battute di merda, dette con il sorriso, giusto per vedere se sbrocco o faccio un passo falso. Mia madre se ne sbatte. Non sanno che mi piacciono gli uomini. Non sanno di quelli come te.”
“Quelli come me?”
Mi guarda. La rabbia si trasforma in una provocazione.
“Adulti. Sicuri. Forti. Uomini che sanno cosa vogliono e se lo vengono a prendere senza tante pare.”
“E tu li cerchi sempre più grandi di te?”
“Sì, quasi sempre.”
“Perché?”
“Perché mi piacciono gli uomini fatti. Quelli veri.”
Lo dice con un sorriso tirato, buttando l'occhio in mezzo alle mie gambe.
“Solo per quello?”
Alberto apre la bocca per rispondere subito, poi si ferma. La domanda resta lì.
Si passa una mano sulla faccia.
“Non lo so.”
Aspetto.
“Forse perché con quelli della mia età mi prende male. Devi dare spiegazioni, gestire i sensi di colpa, le paranoie di tutti. Con uno più grande no. O almeno ti illudi che non sia così. Mi piace sentirmi apprezzato per come sono, essere preso sul serio. Anche desiderato, ovvio, ma non solo quello. E comunque, guarda che non sono mica stati così tanti. Molto spesso scappo sul più bello e li faccio incazzare a morte. Oppure spariscono loro nel nulla da un giorno all’altro.”
Mi guarda dritto negli occhi.
“Ma quando uno come te mi guarda come mi hai guardato tu, io mi sento importante.”

La frase mi colpisce duro, più di quanto vorrei. Cala un improvviso silenzio mentre la mia mente elabora ciò che ha appena detto. Mi fa male vederlo così confuso e indifeso, molto più di quanto sia disposto ad ammettere.
Potrei fregarmene. Chiuderla lì e mandarlo a casa perché, in fondo, non sono affari miei. Ma quel ragazzo mi piace davvero un casino. Anche se non sono io la persona di cui ha bisogno, è evidente che sta chiedendo aiuto e non ce la faccio a ignorarlo.
“Albi”, dico piano, “lo sai, vero, che non c’è una soluzione a questa cosa?”
Lui alza gli occhi su di me. Sono chiari, lucidi di rabbia più che di tristezza.
“Lo so.”
“Vedo la tua forza, i tuoi casini e la tua rabbia, ma non c’è modo di cambiare le cose: devi solo imparare a gestire la tua situazione di merda. Io non posso mettermi in mezzo con tuo padre né obbligare tua madre a darti retta.”
“Non ti ho chiesto di farlo.”
La sua puntualizzazione mi blocca, e il silenzio si allunga tra noi. È un silenzio pesante, pieno di quello che ci siamo detti e di quello che sto per dirgli io, mentre peso le parole.
“Però, se ti serve, io posso esserci”, aggiungo. “Questo sì.”
Alberto mi fissa.
“Che vuol dire?”
“Vuol dire che non devi dare di matto ogni volta che tutto diventa insostenibile. Che se hai bisogno di staccare dal mondo, puoi farlo qui. Io ci sono. Se ti serve una spalla, ce l’hai.”

Lui abbassa lo sguardo sul mio corpo e poi torna a guardarmi in faccia. Una difesa istintiva, la sua: riportare tutto sul piano del sesso, lì dove si muove bene e sa di potersi nascondere.
“Una spalla sola? Con quelle che hai, potresti darmene due.”
Sorrido appena.
“Anche due. Questo ti basta?”
Accenna un mezzo sorriso, che però dura un attimo.
“Perché lo fai?” chiede.
La domanda è semplice. La risposta, no.

Guardo Alberto seduto nella mia cucina, nudo, giovane, bello, incazzato nero. Ne osservo l’orgoglio, la determinazione nel non voler chiedere apertamente l’aiuto che sta invocando con ogni parola. Ha quel suo modo di essere pronto a ridere, a sedurre o a scappare, a seconda del momento.
E vedo me stesso. Non identico, no, davvero. Ma molto simile.
“Perché mi stai simpatico”, dico.
Inarca un sopracciglio. La mia spiegazione non è abbastanza per convincerlo.
“Tutto qui?”
Sorrido, incrociando le braccia sul petto.
“E anche perché hai delle chiappe da favola. Ma questo già lo sapevamo. Senti, stronzetto, mica vorrai che ti firmi le carte per l’adozione qui, adesso, nudo in cucina?”
Ride. È una risata liberatoria, le spalle gli si rilassano e perde tutta quella tensione.
“Sei un idiota.”
“Può darsi. Ma sono un idiota disponibile, con un frigo pieno e nessuna intenzione di farti da esorcista. Mangia quelle cazzo di uova e finiscila di fare il ribelle a tutti i costi.”
Scuote la testa, ma l’aria si è alleggerita. Mangia finalmente un boccone. Mastica, poi annuisce, come a dire che le uova sono passabili senza però darmi troppa soddisfazione.
“Quindi cosa saresti? Un amico? Un amante? Uno che fa lo psicologo gratis?”
“Uno che c’è.”
“Sì, vabbè. Troppo vago. Spara un'altra opzione.”
“Un fratello maggiore, allora. Ma di quelli che non fanno prediche.”
La parola resta lì: “Fratello”.
La sua espressione cambia. Non in modo esagerato, ma abbastanza perché me ne accorga. Gli si addolciscono gli occhi, come se quella definizione avesse trovato un significato preciso dentro di lui.
“Top. Non ne ho mai avuto uno”, dice.
Lo guardo senza parlare, mentre il suo cervello elabora la possibilità.
“Mi sarebbe servito. Anzi, no. Mi sarebbe piaciuto e basta.”
“Puoi averlo da adesso.”
Mi guarda. Questa volta senza sfida.
“Forse.”

Poi si alza dallo sgabello e mi viene incontro. Deve inclinare un po’ la testa all'indietro per guardarmi negli occhi. Gli prendo il viso tra le mani e lo bacio leggero, sfiorandogli le labbra a lungo. A questa distanza la differenza fisica si nota ancora di più, eppure non sembra piccolo per niente. Ha una presenza forte, viva.
Mi abbraccia. Non è un abbraccio sexy, anche se lui la sensualità ce l'ha sempre addosso e quell'odore di sesso sulla sua pelle nuda mi fa impazzire. È un abbraccio vero, improvviso, un po’ goffo e imbarazzato.
Appoggia la fronte sul mio petto e resta lì a godersi il contatto. Gli metto una mano sulla schiena, lo sento respirare mentre lo accarezzo. Non piange, ma sento che qualcosa dentro di lui sta cedendo in silenzio.
“Un fratello maggiore molto sexy, però”, sussurra contro di me.
Eccolo di nuovo, il solito Alberto. La battuta, la sfrontatezza, il sesso usato come scudo e come arma. Ma adesso lo vedo meglio, vedo cosa c’è sotto. Non tutto, ovvio, nessuno capisce una persona la mattina dopo averla conosciuta e averci fatto sesso. Però è chiaro che non si tratta solo di un ragazzino affamato che va dietro ai maschi adulti. È uno che cerca un punto fermo e si incazza perché non vuole ammettere quanto gli serva.
Rido piano.
“Era proprio il caso di specificarlo?”
“Sì. Per precisione.”
“Ci sta.”
Alberto rialza la testa. Nei suoi occhi c’è ancora rabbia. Quella non sparisce mica con una colazione e due chiacchiere, e di certo non basto io a mandarla via. Però sembra aver capito che non è solo, che ha trovato qualcuno a cui appoggiarsi.
Sorride e torna il ragazzo della notte prima: libero, sfacciato, pieno di vita.
Ma adesso ho capito anche la sua solitudine. Quella di chi cerca disperatamente affetto e poi la butta in vacca appena lo ottiene, pur di non sembrare indifeso.
Mi viene naturale stringerlo un po’ di più. Non per possederlo. Per tenermelo vicino.

Rimaniamo così per pochi secondi, poi si stacca e cambia di nuovo tono.
“E adesso?” chiede.
Lo dice con quella sfacciataggine morbida che ormai riconosco. La cosa mi diverte, ma ogni ironia mi muore addosso quando mi sfiora il petto con due dita, scendendo giù lungo la pancia fino al ventre, come per vedere come mi comporto. Un gesto leggero, intimo, provocante da morire.
Mi stringe le dita intorno all’uccello. Gli afferro subito il collo, stringendogli la nuca per costringerlo a guardarmi negli occhi.
“Sei sicuro?”
Alberto alza gli occhi al cielo.
“Non mi stressare. Adesso che ho un fratellone così, voglio godermelo. Se la cosa ti turba, possiamo fare finta di essere cugini.”
Questa volta è lui a baciarmi. Porca puttana, se bacia bene. Un bacio rapido, deciso, da ventenne. Poi si ferma a un millimetro dalle mie labbra, respirando contro di me. Sento il suo corpo attaccato al mio e perdo il controllo. Non lo faccio apposta, ma è qualcosa che non si può nascondere.
Merda! Quanto mi eccita questo coglioncello.

La passione non torna come un’esplosione. Si riaccende come qualcosa rimasto latente sotto la cenere.
Si piega sulle ginocchia accucciandosi davanti a me. Me lo stringe tra le mani, lo lecca sulla punta senza smettere di fissarmi, facendo scivolare la lingua sotto il prepuzio per raccogliere le prime gocce di liquido seminale. In pochi secondi mi ritrovo duro come la pietra. La scintilla è tornata. Il suo sorriso pure.
“Sei un casino”, gli dico. “Ma mi piaci da morire.”
“Mi piaci anche tu. Tanto. Però non diventare palloso.”
Mentre lo dice, fa passare una mano dietro le mie gambe, infila le dita in mezzo alle chiappe per palparmi l'ano e intanto mi sega freneticamente con l’altra. Lo lascio fare, spingendo il bacino in avanti, puntellandomi con le mani sul bancone.
Ci sputa sopra un grumo denso di saliva per far scorrere meglio la presa, stringendo il pugno attorno all'asta tesa, prima di scendere con la bocca aperta direttamente sui miei coglioni.
Divarico le gambe per dargli spazio e lui ci si dedica con accanimento, succhiando la pelle dello scroto mentre la sua mano continua a pomparmi il cazzo, facendomi pulsare la cappella a un millimetro dal suo naso.
Mi sta facendo uscire pazzo, sono eccitato al massimo. E lui lo sa, se ne accorge benissimo.
“Cazzo, se impari in fretta. Mi fai quasi paura.”

Affonda la faccia tra i miei coglioni mentre continua imperterrito a far scorrere la mano lungo l’asta e, infine, lo accoglie in bocca e inizia a succhiarmelo, prendendolo sempre più in profondità. Si stacca ogni tanto per leccarmi le palle, baciarmi l’interno delle cosce e risalire fino all’ombelico, ma poi torna sempre lì.
Mi godo quel trattamento, lasciandolo divertire per un po’, ma sono a un passo dal venirgli in faccia e l’urgenza cambia. Probabilmente se ne accorge pure lui.
Lo tiro su da terra, lo giro, gli alzo una gamba e gli faccio poggiare il piede sullo sgabello.
Mi incollo da dietro al suo corpo. Lo accarezzo sul davanti, gli passo un braccio attorno al collo per tenerlo fermo e gli parlo piano all’orecchio.
“Ok, fratellino. Adesso mi dai questo culo.”
Mi accuccio dietro di lui, fermandomi un secondo a godermi con gli occhi quelle chiappe da urlo. Passo i polpastrelli sulla sua intimità, allargando le pieghe dell'ano prima di spingergli il dito medio dentro, dritto, fino alla nocca.
Alberto sussulta, la carne si stringe a morsa attorno al mio dito; inizio a pompare dentro di lui con un ritmo regolare, inzuppando l'entrata di umido finché non lo sento cedere e aprirsi.
“Oh… cazzo”, lo sento ansimare.

Lo lavoro per un po’, approfittandone per accarezzargli le palle o prendergli in mano e stringergli il cazzo durissimo. Quando è ormai pronto per ricevermi, devo fare uno sforzo enorme per non prenderlo subito.
“Non ti muovere da così. Non muovere un solo muscolo. Quando torno, voglio trovarti esattamente in questa posizione.”
Vado di corsa in camera a recuperare il preservativo e il lubrificante. In cucina lo ritrovo esattamente come l’ho lasciato: in attesa, con le gambe aperte e il culo a disposizione.
Mi preparo al volo, mi occupo ancora un po’ di lui, poi punto il mio obiettivo, mi appoggio all’entrata, faccio aderire il suo busto al mio petto bloccandolo con un braccio e do la spinta finale con il bacino, affondando tutto il cazzo dentro di lui in un colpo solo. L'anello di carne si tende al massimo per accogliermi, strizzandomi l'asta dal basso.
Gli scappa un unico lamento, poi lo sento rilassarsi e spingere il culo all'indietro per prendermi tutto.
“Cazzo… Sono stato fortunato a trovare un fratello così. Scopami, Fra, dammelo tutto. Tanto resta in famiglia.”

Lo stringo tra le braccia e lo bacio sulla nuca. Cerco la sua bocca da dietro e lo scopo con forza, facendo sbattere la mia pancia contro il suo culo viscido a ogni spinta. Provo uno strano senso di appartenenza, di possesso, qualcosa che di sicuro non ha niente a che fare con un sentimento di famiglia.
Gli mordo l'orecchio, lo bacio sul collo. Tenendolo stretto a me con un braccio, gli afferro il cazzo duro e inizio a segarlo mentre continuo a sfondarlo da dietro.
Alberto geme, ansima, mi chiede di non fermarmi. Quando sento la mia mano riempirsi improvvisamente del suo seme vischioso, mi rendo conto che è venuto.
Lo sposto, gli pianto le mani sul bancone costringendolo a piegarsi, gli allargo le gambe e affondo di nuovo nel calore del suo corpo. Sto ormai perdendo il controllo di me stesso.
Lo tengo fermo per i fianchi, aumentando il ritmo e spingendo più a fondo che posso, eccitato alla follia da quel culo sodo e dai versi del suo proprietario.
La carne dentro è bollente, mi stringe da matti. Aumento il ritmo, accelerando i colpi finché perdo completamente il controllo: mi irrigidisco dentro di lui, sentendo i getti del mio seme che gonfiano il preservativo mentre mi svuoto con un ultimo, violento sussulto di piacere, prima di accasciarmi su di lui. Lo tengo stretto, il mio petto contro la sua schiena, i nostri respiri che cercano di tornare normali.
Sono sudato, svuotato, ma incredibilmente appagato.
Alberto rompe il silenzio che segue; il tono della voce è ironico come sempre, ma privo della consueta energia.
“Fra, mi sa che ho sbloccato la modalità 'sempre in piedi' per i prossimi giorni.”
Scoppiamo a ridere insieme. Vicini. Amici. Complici.
“Te lo meriti. Tiri troppo la corda, poi non puoi lamentarti se perdo il controllo.”

Giochiamo e scherziamo sotto la doccia come due imbecilli, ironizzando sul nostro nuovo legame “di famiglia”. Si è fatto tardissimo, però, e Alberto deve correre all'università.
Ci asciughiamo a vicenda. Vorrei trovare le parole giuste per raccontargli lo strano casino di sensazioni contrastanti che provo fin da quando l’ho conosciuto.
Gli metto una mano sulla guancia, preparandomi a parlargli con franchezza, ma quando vedo i suoi occhi riaccendersi di desiderio decido che invece è meglio tagliare corto.
“Stai buono! Dobbiamo fare un po' d'ordine in questa tua testa, ma ci sarà tempo. Adesso porta il tuo magnifico culetto fuori di qui, altrimenti va a finire che non rispondo di me.”

Sdraiato sul letto, guardo questo ragazzo con il suo corpo giovane, leggermente acerbo, mentre si infila i boxer e poi si sistema platealmente l’uccello con la mano al loro interno. Si china a raccogliere i jeans, ma improvvisamente si blocca e mi fissa.
"Ma va'. Se devo rubare il mestiere al capo, tanto vale cominciare subito a rompere le regole.”
Si abbassa di nuovo i boxer, se li sfila dalle gambe, li appallottola e me li tira addosso.
“Tieniteli. Sto a posto così, non mi servono.”
Poi, come se niente fosse, si infila i jeans a pelle, sistemandosi là sotto con un colpo di bacino. Scoppio a ridere guardandolo mentre controlla che non ci sia nulla che rischi di impigliarsi nella cerniera.
“Ti ci abituerai”, gli dico, continuando a ridere mentre lui si aggiusta il cavallo con la mano.
“E se ho capito che tipo sei, scoprirai quanto è bello girare liberi. Certo, ti consiglio di passare direttamente ai pantaloni con i bottoni.”

Se n’è appena andato e mi manca già.
Sono ancora nudo, sdraiato sul letto sfatto in uno stato di assoluto benessere fisico e mentale, perso nei pensieri su Alberto e nei ricordi delle ore passate insieme.
Ripenso a quanto in fretta si è evoluta la cosa e a quanto mi piaccia quel ragazzo. Chiaro, mi piace il suo corpo e soprattutto il suo culo, ma anche la testa che ho appena cominciato a esplorare.
Molti degli uomini con cui sono andato a letto sono poi diventati miei amici. Qualcuno è ancora oggi un ottimo scopamico. Con lui, però, potrebbe diventare qualcosa di diverso. Non ho ancora capito bene cosa, ma so che sarà divertente fargli da coach. In fondo anch’io, quand’ero più giovane, ho avuto uno che mi ha istruito e guidato, impedendomi di deragliare quando stavo sbandando.

Non so cosa mi abbia fatto, ma mi basta pensare a lui per farlo tornare duro.
Mi metto comodo, chiudo gli occhi, allargo le gambe e comincio a menarmelo su e giù con calma mentre ripenso a quel corpo giovane e nervoso che ho appena avuto tra le mani. Uso la saliva per bagnare il palmo e farlo scorrere bene. Il cazzo è gonfio e pulsante. È una sensazione bellissima, intensa.
Me lo sto lavorando da un po’, mi tengo le palle con l'altra mano e mi pizzico i capezzoli quando, con un tempismo perfetto, il telefono inizia a vibrare: è il mio compagno.
Non posso ignorarlo come ieri sera, quindi mi ricompongo al volo e rispondo alla videochiamata.
“Ciao, bestione. Mi hai interrotto proprio mentre mi stavo tirando una sega pensando a te."
Mento senza vergogna, ma sono davvero contento di sentirlo. E poi, basta così poco per farlo felice.
Per dargli la prova, giro la telecamera per inquadrare le dita con cui raccolgo le prime gocce, viscide e filanti, affiorate sulla punta del mio uccello in tiro.
“Wow, frocetto. Ti rendi conto di quanto sei disperato quando non ci sono io? Ti ho cercato ieri sera, ma probabilmente ti stavi facendo delle gran pippe, come al solito.”
Riporto l'inquadratura su di me e, prima di rispondergli, guardo lo schermo, assumendo un’espressione che sono sicuro saprà interpretare correttamente e che accenderà la sua curiosità. So già che diventerà matto: mi tempesterà di domande e vorrà sapere ogni dettaglio.
Ho però intenzione di tenerlo sulla graticola, in modo che non veda l’ora di tornare a casa per vedere cosa ho combinato. E prima di allora non saprà nulla di Alberto.
“Altro che pippe,” gli rispondo con un sorriso complice.
“Ieri sera ho visto mio fratello. Siamo stati un po’ insieme e ci siamo divertiti un casino. Anzi, sai che c'è? Magari, appena torni, tu ed io rifacciamo tutto quello che ho fatto insieme a lui.”
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