Gay & Bisex
Il vecchio e il mare
25.05.2026 |
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"Non sono abituato a quel ritmo così lento e intenso, ma so che è quello che vuole Giuseppe e che è anche incredibilmente intrigante..."
Napoli mi piace perché non ci prova neanche a essere elegante. Non è lì il suo valore.Rumore infernale, motorini che suonano per qualunque cazzata, gente che urla da un balcone all’altro come se non esistessero i telefoni, musica che esce dai negozi, odore di rifiuti abbandonati e di mare sporco del porto, palazzi che sembrano sul punto di crollare.
Milano è controllo. Napoli, invece, è puro istinto.
Ha qualcosa di disarmante: nessuno si vergogna di essere eccessivo. La gente è sguaiata e rumorosa: gli uomini ti parlano standoti addosso e le donne, vestite e truccate in modo esagerato, ti fissano senza vergogna
Tutto sembra teatro, ma non c’è finzione. Forse è proprio per questo che continuo a tornarci.
Sono seduto a un tavolino all’aperto in un bar del centro storico, ma non in una di quelle vie ripulite per i turisti. Qui i muri sono sporchi, i tavolini sono sbilenchi e ogni tanto qualcuno passa per chiederti una sigaretta, dei soldi, o insiste fino alla morte pur di venderti qualcosa di cui non hai alcun bisogno.
Camicia aperta più del consentito, occhiali da sole, un espresso e una graffa a farmi compagnia. I miei stivali neri da cavallo si vedono appena sotto i jeans, ma stanno attirando più sguardi del previsto.
A Napoli è meglio farsi notare, piuttosto che provare a passare inosservati.
Sono rilassato e sto osservando da un po’ un uomo alto poco distante da me.
È seduto due tavoli più in là con altre due persone. Ride forte. Troppo forte.
Occhiali, capelli rasati quasi a zero, barba corta, pelle cotta dal sole e dal tempo. Avrà quasi sessant’anni, forse anche di più, ma il fisico è quello di un uomo che non si è mai lasciato andare. Spalle larghe, petto pieno sotto la polo blu, avambracci nervosi. Uno di quelli che sembrano sempre in movimento.
E soprattutto ha quello sguardo. Quello di chi si diverte ancora.
A un certo punto, alza gli occhi verso di me mentre parla. Mi guarda senza abbassare subito lo sguardo e io faccio lo stesso. Due secondi appena.
Poi continua a parlare come se niente fosse, ma sorride di lato.
Rido tra me e me. Perché certe cose si capiscono immediatamente e a Napoli sembra che sia sempre tutto permesso. Tutto normale.
Passano cinque minuti. Lui continua a parlare con gli amici, ma ogni tanto mi cerca con lo sguardo. Io faccio finta di osservare la strada, la gente che passa, i ragazzini sui motorini senza casco. Quando però incrociamo di nuovo lo sguardo, è lui che lo tiene più a lungo del necessario.
Ha una faccia tosta irresistibile e una parlata inconfondibile. Come se fosse musica.
Uno degli amici si alza per andare via; l’altro lo segue poco dopo. Lui resta seduto ancora un momento, finisce il caffè con calma teatrale, poi si gira direttamente verso di me.
“Milanese?” dice.
Sorrido appena.
“Si vede così tanto?”
“Si”
Mi squadra lentamente. “Però gli stivali sono belli. E io me ne intendo”
Abbasso gli occhi sui miei stivali neri sotto i jeans e torno a guardarlo. Non so nemmeno io perché, ma sono convinto che con uno così ci si potrebbe divertire molto.
A Napoli certi uomini ti parlano come se ti conoscessero da anni. Milano, invece, ti insegna a misurare tutto: distanza, tono, intenzioni.
Qui no. Qui uno ti si siede praticamente addosso senza chiederti il permesso e, dopo trenta secondi, sa già tutto di te.
Si appoggia allo schienale della sedia e continua a guardarmi con quell’aria divertita.
“Comunque si vede che non sei di qua”
“Ancora?” Sorrido appena. “Cos’è che mi tradisce?”
“Tutto”, dice lui. “Il modo in cui guardi la gente. Come stai seduto. Pure quando stai zitto sembri educato”
Scoppio a ridere.
“Detta così sembra quasi un’offesa”
“Eh, ma infatti lo è”
Viene al mio tavolo e sposta la sedia.
“Posso?”
Non fa neanche il gesto di aspettare una risposta e si è già seduto.
Chiama il cameriere schioccando platealmente due dita, in modo del tutto inaccettabile per qualunque milanese civilizzato. Il cameriere, però, si precipita da noi dopo aver urlato qualcosa a qualcuno all’interno del bar.
“Te ne prendi un altro?” mi chiede indicando la mia tazzina vuota.
“Scusa, ma tu sei sempre così invadente?”
“Sì”
Lo dice tranquillo, senza difendersi.
“Tu, invece, sei sempre così sospettoso?”
Mi piace subito questa cosa. Il fatto che non stia recitando. Molti uomini, quando flirtano, costruiscono un personaggio. Lui no. Lui è semplicemente uno che si gode la vita come viene. Con una sfacciataggine incredibile.
Ordina due caffè senza che gli abbia detto niente, poi si accomoda meglio sulla sedia, allungando le gambe sotto il tavolo. Gli infradito mostrano un piede lungo e dita affusolate molto arrapanti.
“Che fai a Napoli?”
“Ci vengo spesso”
“Per mangiare?”
“Anche”
“Per scopare?”
Lo dice piano, bevendo l’acqua. Io scoppio a ridere.
“Certo che vai bello diretto”
“Ho quasi settant’anni, mica tengo tempo da perdere”
Porco cane, non gli avrei mai dato quell’età. Mi ritengo un buon lettore delle persone, ma in questo caso proprio non ci ho beccato.
Arrivano i caffè. Lui prende la sua tazzina e la alza appena verso di me.
“Giuseppe”
“Paolo”
“Piacere mio, Paolo di Milano”
Sorride mentre lo dice. Quasi per prendermi per il culo.
Resto in silenzio un attimo, osservandolo meglio. Il fisico asciutto, le braccia grosse, la pelle segnata dal sole, gli occhi scuri, pieni di energia, raccontano di un uomo che si è divertito parecchio nella vita e sembra proprio che non abbia alcuna intenzione di smettere di farlo.
“Sei sposato?” gli chiedo senza girarci troppo intorno.
Lui ride subito. Forte.
“Madonna mia, diretto proprio”
“Hai iniziato tu”
“Sì, sono sposato”
Lo dice semplice. Nessuna scena. Nessuna esitazione.
“E tua moglie sa che attacchi bottone con uomini nei bar?”
“Mia moglie sa che attacco bottone con chiunque”
Sorrido scuotendo la testa.
“E gli uomini?”
Si beve l’ultimo sorso senza smettere di guardarmi.
“Gli uomini pure”
Parliamo senza fatica. Lui prende in giro Milano, io Napoli. Ha quell’energia rara che si trova negli uomini che non devono dimostrare nulla: ironico, solare, vivo.
A un certo punto mi sistemo lentamente il cavallo dei jeans, poi lascio la mano appoggiata sull’interno della coscia, accarezzandomi pigramente l’uccello con il pollice. Un gesto minimo ma studiato.
I suoi occhi si soffermano a lungo proprio in quel punto.
“Tu sei pericoloso”, dice ridendo.
“No. Sei tu che ti distrai troppo facilmente”
Ride ancora, ma adesso è più caldo, più presente.
Il gioco è partito. E io adoro giocare.
Usciamo dal bar che il sole sta iniziando a scendere. Napoli, a quell’ora, diventa morbida, quasi dorata. Le voci rimbalzano tra i motorini, i clacson, il rumore dei piatti.
Giuseppe cammina accanto a me con le mani nelle tasche dei jeans, rilassato come se ci conoscessimo da anni.
Mentre parla, ogni tanto lo guardo di lato. Ha quell’energia assurda dei napoletani che non invecchiano mai davvero. Gli occhi vivissimi. La battuta sempre pronta. Il corpo grosso e duro, nervoso. Cammina piano, con una postura giovanile.
Si continua a parlare di Napoli, di mare, di cuore, di gente, di cibo, mentre tra noi cresce un’intesa sempre meno innocente.
Arriviamo sul lungomare.
Il cielo è chiaro; il Vesuvio sembra dipinto nella foschia del tardo pomeriggio. Giuseppe allarga le braccia al mare con quell’orgoglio teatrale tipicamente partenopeo.
“Dimmi se esiste una città più bella di questa”
“Milano”
Lui si gira scandalizzato.
“Ma vattenne affanculo”
Scoppio a ridere mentre abbasso lo sguardo sul mare tenendo le mani infilate nelle tasche posteriori dei jeans.
“Hai ragione, questo posto è poesia. Forse è pure per questo che mi piace venire qua”
Lui mi osserva in silenzio per un attimo.
Poi sorride appena. Un sorriso meno chiassoso, più intenso dei precedenti, raccontato con lo sguardo come solo loro sanno fare.
“E allora continua a venire”
È quello il punto in cui entrambi smettiamo di fare finta che sia soltanto una passeggiata.
Giuseppe si ferma davanti a un portone enorme, scuro, consumato dal sale e dagli anni. Sopra, un balcone pieno di piante che sembra sul punto di crollare sul marciapiede.
“Abito qua”
Alzo lo sguardo verso il palazzo.
“Ah, però”
Lui ride soddisfatto, quasi orgoglioso.
“Eh. Noi napoletani teniamo il patrimonio artistico pure quando siamo poveri”
Spinge il portone decrepito con una mano e mi fa cenno di entrare. L’androne odora di pietra umida, di legno vecchio e di mare. Da una finestra aperta entra ancora il chiasso dei clacson dei motorini.
“Vieni sopra. Da casa mia il golfo si vede meglio. E poi ti faccio vedere pure un paio di stivali”
Lo dice con una naturalezza talmente sfacciata che mi viene da ridere. Lo guardo di lato mentre iniziamo a salire lentamente la scala di pietra.
“Certo. I famosi stivali culturali napoletani”
Giuseppe scoppia a ridere.
“Ma guarda che esistono davvero”
“Non ne sono proprio così sicuro. Sarebbe una strana coincidenza”
“E tu, allora, perché hai accettato?”
Bella domanda. Perché ormai il gioco mi diverte troppo. Perché quest’uomo ha quasi settant’anni e l’energia di uno che la vita se la mangia a morsi. E perché sotto quella parlantina continua, sento una sicurezza maschile molto diversa da quella di certi miei coetanei. Più navigata. Più spontanea. Più vera.
Continua a salire le scale senza fretta. Le gambe lunghe, il passo leggero.
Arrivati al primo pianerottolo, lo prendo per un braccio e lo faccio appoggiare al muro, dove lo bacio appoggiandomi sul suo corpo, accarezzandogli la pelata.
Non è un bacio lungo, ma lui risponde subito. Poi lo fisso negli occhi. Non sono bravo come lui negli sguardi, ma spero che capisca bene le mie parole.
“Ho accettato di vedere i tuoi fantomatici stivali perché sono curioso di vedere fino a dove riuscirai a spingerti”
Mi guarda negli occhi, sorridendo, e per la prima volta da quando l’ho incontrato resta zitto.
Arriviamo al piano alto. Lui apre una porta doppia di legno e mi lascia passare. L’appartamento è inondato di luce calda. E in fondo, oltre le finestre spalancate, … il mare.
Il golfo entra praticamente in casa. Mi immobilizzo, attonito di fronte a quella vista mozzafiato.
“Ok. Questa è cattiveria”
Giuseppe si appoggia allo stipite, osservando me invece che il panorama.
“Te l’avevo detto che da qua Napoli si capisce meglio”
Poi mi guardo attorno mentre lui si sfila con calma gli infradito, rimanendo a piedi nudi. La casa di Giuseppe è esattamente come lui: vissuta, calda, piena di cose vere.
Soffitti alti, pavimento antico, mobili vissuti, libri ovunque, finestre spalancate sul mare dalle quali entra il rumore della città.
“Bella casa”, dico.
“Eh, la vista aiuta”
Sorride appena. “Vieni”
Lo seguo lungo il corridoio verso la camera da letto, pensando che ormai sia abbastanza chiaro a entrambi come finirà la serata.
Il modo in cui continua a guardarmi. La leggerezza fisica con cui mi sfiora passando. Il fatto che siamo saliti a casa sua con la scusa meno credibile della storia.
Quando apre la porta della camera, però, resto spiazzato perché Giuseppe non si gira verso di me, non mi bacia. Non ci prova nemmeno.
Va dritto verso una grande scarpiera bassa in legno scuro e la apre con una sorta di orgoglio infantile.
“Eccoli”
Scoppio a ridere.
“No, vabbè. Tu sei completamente matto”
Dentro ci sono almeno dieci paia di stivali.
Texani, engineer, camperos consumati dal tempo, pelle nera tenuta benissimo, cuoio rovinato ma perfetto. Alcuni alti fino al polpaccio, altri bassi e morbidi. Tutti vissuti davvero.
E io, da bravo idiota, smetto immediatamente di prenderlo in giro e mi chino quasi senza pensarci. L’odore della pelle mi arriva subito addosso. Cuoio, crema, tabacco. Roba vera.
“Madonna…” mormoro, prendendone uno in mano.
Giuseppe mi osserva divertito, appoggiato al muro con le braccia conserte.
“Te l’avevo detto”
Passo le dita lungo la punta di un paio nero, pesante. Poi ne prendo un altro scamosciato, morbido come un guanto.
Li esamino a uno a uno. Le forme, i tacchi, il modo in cui la pelle si è adattata negli anni seguendo la forma del piede di chi li ha portati.
“Questi sono incredibili”, gli dico tenendo in mano uno stivalone alto e nero.
“Tengo la moto. Li metto spesso”
Giuseppe si abbassa e tira fuori un paio diverso dagli altri. Texani color cuoio caldo, alti, con ricami tono su tono ormai leggermente scoloriti. Bellissimi. La pelle porta i segni del tempo nel modo giusto: vissuta ma non rovinata.
Me li porge quasi con rispetto.
“Sono i miei preferiti: America. Puri anni Novanta”, sorride. “Li comprai quando vivevo là”
Li prendo in mano lentamente. Sono pesanti. Tenuti perfettamente. Passo il pollice sulla punta e sul collo, sentendo il solito brivido attraversarmi lo stomaco.
Giuseppe se ne accorge subito.
Ride piano. “Ho capito che tipo sei non appena ho visto i tuoi sotto al tavolo”
Alzo gli occhi verso di lui, sorridendo.
“E io che credevo che fosse una scusa, anche un po’ banale”
“Ha funzionato”
Non posso negarlo.
Continuo a guardare gli stivali per qualche secondo, poi glieli restituisco lentamente.
“Mettili”, dico.
Giuseppe inclina appena la testa.
“Adesso?”
“Sì”
Sorrido senza staccargli gli occhi di dosso. “Voglio vedere come ti stanno addosso”
Giuseppe si siede sul bordo del letto per infilarsi gli stivali. Io resto appoggiato alla scarpiera senza dire niente, osservandolo.
Le mani grandi che afferrano il cuoio morbido. Il piede lungo che scivola dentro, lentamente, fino al caratteristico “toc” finale. I jeans che si tendono appena sulle cosce mentre si piega in avanti.
E quei texani sembrano fatti per lui. Consumati, vissuti, maschili. Come se avessero assorbito, di riflesso, decenni della sua vita.
Quando si alza in piedi e batte leggermente il tacco sul pavimento per sistemarli meglio, sento di nuovo la fitta netta allo stomaco.
Se prima quell’uomo mi piaceva, adesso mi eccita da morire.
“Cazzo…!”
Giuseppe mi guarda con un mezzo sorriso divertito mentre continuo a fissargli le gambe e gli stivali senza neanche provare a nasconderlo.
“A proposito di questo, come sei messo lì sotto?” Lo dice mentre allunga una mano tra le mie gambe senza chiedere il permesso, trovandomi già piuttosto gonfio.
Scuoto appena la testa ridendo tra me. Sono malato, lo so. Ma gli uomini con quelle calzature addosso mi fanno sempre lo stesso effetto.
“Tu non hai idea…”
Per un attimo ho davvero voglia di prenderlo lì, subito. Spingerlo contro il muro, smetterla di perdere tempo.
E forse lui lo capisce dal modo in cui lo guardo. Perché il sorriso gli cambia leggermente. Diventa più lento. Più caldo.
MI si avvicina piano, appoggiandomi una mano sul petto.
“Calma”
Lo dice quasi sottovoce. Non come un rifiuto. Come qualcuno che vuole assaporare il momento.
Io espiro lentamente, ancora eccitato da morire.
“Mi fai impazzire”, gli dico.
“Lo vedo”
Ride appena.
Mi prende per mano e mi riporta in salotto. Il mare entra dalle finestre aperte insieme all’aria della sera. Napoli, fuori, continua a urlare, a vivere, a strombazzare. E dentro casa sembra esserci un silenzio completamente diverso.
Mi fa sistemare contro la cornice della portafinestra affacciata sul balcone. Mi guarda negli occhi, poi inizia a sbottonarmi la camicia con le sue dita lunghe.
Lentamente, con una calma esasperante. Le dita esperte, tranquille. Come se non avesse niente da dimostrare.
Sento il mio respiro diventare sempre più pesante mentre apre un bottone dopo l’altro. Le nocche che sfiorano il petto. Gli stivali texani ancora ai suoi piedi. Il profumo del mare. La luce calda del tramonto.
E quella tensione assurda tra noi due, ormai impossibile da ignorare. Mentre mi spoglia, gli accarezzo piano il cavallo dei jeans con il dorso della mano, uniformandomi alla sua lentezza ipnotica.
Quando ha aperto completamente la camicia, passa una mano calda sul mio petto.
“Adesso tocca a te”
Una volta che gli ho tolto la maglietta, resto ad ammirarlo. Magari riuscissi a essere così alla sua età.
Mi prende la mano e se la passa sui pettorali. La glabra pelle del petto ha perso la tonicità dei vent’anni, ma cazzo se quell’uomo è in forma!
Gli apro la cintura, poi la patta dei jeans, facendomi forza per non accelerare. Non sono abituato a quel ritmo così lento e intenso, ma so che è quello che vuole Giuseppe e che è anche incredibilmente intrigante.
Non è ancora duro, ma gli slip grigi sono belli pieni, il che lascia presagire un contenuto di rilievo. Infilo una mano al loro interno, accarezzandogli l’uccello che sembra prendere vigore. Poi glieli abbasso insieme ai jeans e non vengo smentito quando scopro una dotazione di tutto rispetto, con due belle palle sode e pelose.
Abbasso tutto fino all’altezza degli stivali e mi chino davanti a lui. Gli prendo il batacchio in mano e inizio a giocarci con le dita, vedendolo crescere poco alla volta. Gioco un po’ con le sue palle, accarezzandogliele e tirandogliele leggermente verso il basso.
Poi ci appoggio il naso. C’è odore di maschio lì sotto, ma anche di pulito. Faccio colare un po’ di saliva per lubrificare la mazza e inizio a fargli una sega. Piano, come piace a lui. E infatti mi implora di non smettere.
Sto pensando se prenderlo in bocca quando Giuseppe mi fa rialzare. Mi guarda negli occhi con quel suo sorriso empatico.
“Tu goditi il panorama e non pensare a niente”
È lui adesso a chinarsi davanti a me. Mi apre i pantaloni e il mio uccello salta fuori come una molla, finalmente libero.
Giuseppe lo guarda, lo prende in mano e poi guarda me facendo scorrere la mano sui miei addominali.
“Barba, peli sul pube e riga all’ombelico. A te piace giocare sporco”
Poi comincia a succhiarmelo.
Fuori da quella finestra il tramonto sta colorando ogni cosa, si sente distintamente il rumore del mare solcato dalle navi, con l’isola d’Ischia sullo sfondo, e nel frattempo Giuseppe mi sta facendo godere con un magnifico bocchino nel quale sta mettendo tutta la sua esperienza pluriennale.
Non ha fretta, così alterna la bocca sull’uccello, sulle cosce, sulle palle, lungo l’asta, lasciandomi appoggiato allo stipite della finestra a godermi questo momento di estasi totale.
“Cazzo, Peppe. … Sei fantastico. Hai una bocca favolosa”
Mi aggrappo allo stipite della finestra mentre lui continua a lavorare la sotto con la lingua sulle palle, tenendomi il cazzo tra le dita.
Chjànu chjànu, come dicono loro.
E io lascio che si prenda cura di me, travolto da quella sensazione, con gli occhi pieni di quello scenario incredibile.
Poi comincia a risalire, baciandomi lungo tutto il corpo; lecca la mia pelle e le mani sono in continuo movimento su tutto il corpo. Quando si è rimesso in piedi, le sue braccia mi stringono in un abbraccio forte e la sua lingua si infila nella mia gola.
Il contatto non è dolce, bensì maschio, affamato. Gli passo una mano sulla nuca per non farlo smettere.
Quando ci stacchiamo, restiamo a guardarci negli occhi per un momento.
Poi però l’urgenza prende il sopravvento. Lo faccio girare e mi addosso a lui. Faccio scorrere la minchia durissima contro il suo sedere, tra le sue chiappe, mentre gli bacio la schiena, risalendo verso il collo, l’orecchio e gli torturo i capezzoli con le dita.
Non so se potrebbero vederci dalla strada, ma se non gli importa, a me importa ancora meno.
“Sei figo, hai degli stivali da paura e baci pure bene. Stai attento perché potrei innamorarmi di te”
Gli accarezzo il sedere e passo il dito sull’ano, sentendolo pulsare. Giuseppe mi lascia fare, consapevole che ormai non riuscirà più a fermarmi.
“Ti voglio, Peppe. Voglio il tuo culo. Hai un preservativo?”
Si fa una risata. “Secondo te, rimorchio guagliuni al bar e poi non tengo preservativi?”
Corriamo in camera, ridendo come due cretini, tenendo i jeans su con le mani per non farli cadere. Mi spoglio completamente nudo mentre Giuseppe rovista nel cassetto in cerca di preservativi e lubrificante, e quando sta per togliersi il primo stivale, lo fermo.
“A queste bellezze penso io”
Ho il cazzo durissimo mentre bacio la pelle di quel magnifico paio di stivali, risalendo lungo tutto il gambale, per poi sfilarglieli e riporli con cura di fianco al letto. A quel punto gli tolgo jeans e slip e mi butto su di lui, facendo scivolare il mio corpo nudo sul suo.
La finestra della camera è spalancata e l’aria umida del mare muove le tende mentre penetro il corpo massiccio di quel fantastico, diversamente giovane, uomo.
Il sesso con Giuseppe rispecchia appieno il personaggio: divertente, istintivo, duro.
E, soprattutto, Giuseppe non si limita ad ansimare passivamente sotto ai colpi dei miei lombi. Mi incita, mi prende per il culo, mi insulta, partecipando attivamente con tutto sé stesso.
“Sfondami, milanese del cazzo. Fammi sentire che mi vuoi. Non trovi un uomo come me a Milano”
E poi le mani, quelle mani grandi che mi danno pugni sui pettorali mentre lo scopo, che si agganciano alle mie gambe, tirandomi contro di lui affinché lo penetri sempre più in profondità, o che mi prendono il collo per costringermi a baci appassionati, sporchi, violenti.
Mi sento come se venissi risucchiato nel suo corpo teso, lucido, scivoloso.
Lo vedo come gode, lo sento come stringe mentre passo le mani su tutto il suo corpo, scopandolo sempre più in fretta.
“Sei incredibile”, gli dico ansimando. “Tu mi vuoi far morire”
E poi esplodo dentro di lui, riempiendo il preservativo.
Rimango qualche secondo su di lui, infilandogli la lingua in bocca, per poi scendere lungo il suo corpo fino a sistemarmi tra le sue gambe, senza che Peppe mi perda di vista nemmeno per un istante.
Gli metto un dito nel culo, massaggiandolo piano al suo interno, poi ne aggiungo un secondo, stimolandogli contemporaneamente il perineo con l’altra mano fino a quando non lo vedo irrigidirsi, quasi tremare, per poi venire con lunghi gemiti di piacere.
È tardi quando usciamo da quella casa e ci rimettiamo a passeggiare sul lungomare verso la zona alberghiera.
Giuseppe cammina di fianco a me e il rumore dei tacchi dei suoi splendidi texani color cuoio rimbomba pesante, confondendosi con quello delle piccole onde del mare che si infrangono sugli scogli.
Ogni tanto l’occhio mi casca sui suoi piedi e ripenso a ciò che è successo solo poche ore prima con quell’uomo pazzesco che è stato in grado di divertirmi e sorprendermi molto più di quanto potessi prevedere, e che sicuramente mi rimarrà nel cuore. Continua a parlare senza tregua, ma adesso è più rilassato, ancora più lui.
Poco prima di arrivare all’entrata del mio albergo lo trascino in un vicolo buio e lo bacio per l’ultima volta.
“Oh, milanese, chiamami la prossima volta che vieni”, mi dice quando mi stacco.
“Ci puoi contare, Peppinello, ma solo a patto che la prossima volta che “vengo”, tu mi permetta di farlo indossando i tuoi stivali”
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