Gay & Bisex
Superman
11.05.2026 |
4.238 |
16
"Eppure, percepivo chiaramente che qualcosa stava cambiando e, cosciente di dove eravamo diretti, mi ero caricato di un’eccitazione impossibile da ignorare..."
Ero arrivato con largo anticipo e in sala c’era poca gente. L’odore del popcorn aleggiava nell’aria, accompagnato da quel brusio basso tipico dei cinema prima dell’inizio del film. Mi misi a sedere al mio posto e appoggiai il giubbotto sulle ginocchia, concedendomi qualche minuto per scrollare i messaggi, finché non percepii una presenza accanto a me.Fu allora che lo vidi.
Stava fermo in piedi, con un mezzo sorriso educato, tenendo il biglietto tra le dita.
“Mi scusi, il mio posto è quello dall’altra parte.”
“Non c’è problema”, mi affrettai a dire, schiacciandomi contro lo schienale della poltrona per lasciarlo passare. In quel movimento rapido, gli occhi mi cascarono inevitabilmente sui jeans aderenti che gli disegnavano addosso un corpo difficile da ignorare, ma distolsi subito lo sguardo con un fare indifferente.
Quando si sedette di fianco, cercai di osservarlo meglio senza dare troppo nell’occhio.
Gli occhiali, dalla montatura nera e spessa, gli addolcivano il viso e gli davano un’aria seria, quasi da professore universitario, ma il resto raccontava un altro personaggio.
Spalle larghe, braccia solide che tendevano le maniche della polo color vinaccia e mostravano un pettorale sicuramente allenato con impegno, gambe lunghe infilate in jeans piuttosto aderenti.
Niente sembrava dettato da una scelta casuale, eppure non sembrava uno di quelli che cercano attenzione. Anzi, c’era qualcosa di timido nei suoi movimenti misurati, nel modo in cui si sistemò, composto sulla poltrona, preoccupandosi di non invadere troppo il bracciolo condiviso.
Quella combinazione mi eccitò immediatamente.
“Sarai sempre in palestra per avere un fisico così”, gli dissi con leggerezza, quasi per scherzo.
Lui si voltò sorpreso, poi sorrise lievemente. Un sorriso sincero, senza malizia.
“Troppo?”
“No, no. Stai molto bene”
Rise piano, abbassando lo sguardo come se il complimento l’avesse messo in imbarazzo.
“Sì, mi alleno spesso. È una delle poche cose che mi rilassano dopo il lavoro.”
“Che fai?”
“Architetto.”
La risposta mi strappò un mezzo sorriso. In qualche modo aveva senso: quell’aria ordinata, precisa, quasi troppo controllata.
“E lei?”
Esitai un attimo, più preso dal modo in cui mi stava guardando che dalla domanda in sé.
“Diciamo che sono nel campo delle pubbliche relazioni, ma, per favore, il “lei” non si può sentire. Mi sembra che siamo più o meno coetanei.”
Abbozzò uno strano sorriso.
“Ah. Allora, lei è … tu sei uno di quelli esperti nel gestire i rapporti.”
“Si. E sono anche piuttosto bravo.”
Le luci iniziarono ad abbassarsi lentamente, interrompendo quella strana facilità con cui avevamo cominciato a chiacchierare. Sullo schermo comparvero i primi trailer, poi la sala sprofondò nel buio azzurrastro della proiezione.
Per qualche minuto cercai davvero di concentrarmi sul film, ma continuavo ad avvertire la sua presenza. Si muoveva spesso, come se la poltrona fosse troppo stretta per lui o non riuscisse a trovare una posizione comoda. Ogni tanto abbassava appena lo sguardo e si sistemava il cavallo dei jeans con discrezione, quasi infastidito dal tessuto troppo aderente.
C’era qualcosa di seducente in lui. Non aveva nulla dell’uomo sicuro che esibisce il proprio corpo per attirare l’attenzione; sembrava piuttosto inconsapevole dell’effetto che faceva.
A un certo punto allargai appena le gambe, quel tanto da far sfiorare la mia con la sua. Un contatto lieve, quasi casuale.
Rimasi immobile e lui non si scostò. Sentii il cuore accelerare in modo assurdo per una cosa così stupida.
Dopo qualche secondo, mi chinai appena verso di lui, senza girare la testa.
“Sei uno di quelli che guardano davvero il film o posso fare commenti stupidi ogni tanto?”
La domanda lo colse di sorpresa, facendolo irrigidire sulla poltrona.
La sua voce era bassa, incerta. Vicina.
“Dipende dai commenti.”
Sorrisi tra me e me per quella risposta.
“Allora magari corro il rischio.”
E, cominciando a fantasticare, mi scoprii improvvisamente più interessato all’uomo seduto di fianco a me che al film che era diventato poco più che una serie di immagini in movimento,
Ne ho conosciuti di uomini belli.
Avendo un rapporto con un uomo molto sicuro di sé, so come si comportano questi personaggi e come si mettono in mostra, ossessionati dal proprio ego.
Lui, invece, no. Sembrava quasi inconsapevole del proprio corpo, come se quei muscoli, quelle spalle larghe, quel petto che tendeva la polo gli fossero capitati per caso. E quella timidezza gli dava qualcosa di pericolosamente intrigante.
Quando si mosse di nuovo sulla poltrona, cercando l’ennesima posizione comoda, il suo braccio sfiorò il mio, ma stavolta fu lui a restare fermo.
Girai appena lo sguardo. Nella luce dello schermo riuscivo a distinguere il profilo del suo viso: la mascella forte, gli occhiali che ogni tanto scivolavano leggermente sul naso, le labbra piegate in un’espressione trattenuta. C’era qualcosa di dolce nel suo imbarazzo. Ogni volta che gli parlavo, sembrava sorpreso che stessi davvero cercando la sua attenzione.
E questo mi fece venire ancora più voglia di provocarlo.
Mi appoggiai meglio allo schienale, lasciando che le nostre gambe restassero a contatto.
“Quindi l’architetto palestrato viene al cinema da solo?” gli chiesi sottovoce.
Lo vidi esitare appena. “Di solito sì.”
“Di solito?”
Fece spallucce, con gli occhi sullo schermo.
“I miei amici hanno gusti pessimi.”
“Oppure tu sei troppo esigente”
“Può essere.”
A un certo punto le sue dita sfiorarono il bracciolo condiviso, vicinissime alle mie. Restarono lì per qualche secondo, senza toccarmi davvero.
Era assurdo quanto bastassero dettagli così piccoli a tenermi completamente agganciato a uno sconosciuto incontrato da neanche mezz’ora.
Poi si voltò appena verso di me.
“Comunque… grazie per il complimento di prima.”
“Quello sulla palestra?”
Annuì.
“Mi piace essere a posto, ma di solito la gente pensa che chi si allena tanto sia automaticamente un fissato tutto muscoli e niente cervello.”
“E invece?”
Lo vidi sorridere appena nel buio.
“Invece sono solo uno che mangia troppo e poi si sente in colpa.”
Risi piano, scuotendo la testa.
“So cosa intendi. Ho un amico, innamorato di sé stesso, che ha la tua stessa passione. Ma lui è davvero un fissato, proprio come l’hai descritto tu.”
Mi piaceva stare accanto a lui. La mente fantasticava e lì, tra le mie gambe, si era svegliato qualcosa.
“E tu? Vai sempre in giro vestito da cowboy?” I suoi occhi puntavano verso i piedi, ma, dato che la sala era buia, doveva aver notato i miei stivali a punta quando era arrivato.
“Quasi sempre.” Gli risposi “Forse sono un po’ fissato anch’io”
A metà del primo tempo, ormai, avevo smesso del tutto di fingere interesse per quello che succedeva sullo schermo e probabilmente era diventato così evidente che, a un certo punto, si piegò leggermente verso di me.
“Non ti piace il film?”
La sua voce era bassa e il suo corpo era abbastanza vicino da farmi sentire il profumo che aveva addosso. Qualcosa di fresco, di semplice, molto buono. Ma d’altra parte mi piaceva tutto di lui.
“Posso essere sincero?”
“Dipende.”
Esitai per un istante, più per godermi la tensione che per reale incertezza. Poi lanciai l’amo.
“Credo di aver perso ogni interesse per il film.”
Aggrottò appena le sopracciglia, confuso per mezzo secondo. Poi sembrò capire.
Lo vidi abbassare lo sguardo con quel suo modo quasi impacciato di reagire ai complimenti, ma stavolta il sorriso gli rimase sulle labbra un po’ più a lungo.
“Ah.”
Solo quello.
Ma quel piccolo “ah” diceva già parecchio.
Rimasi a osservarlo per qualche secondo, cercando di decidere fino a che punto spingermi. Con altri uomini sarebbe stato semplice. Più diretto, più rapido. Lui, invece, sembrava avere bisogno di tempo per decidere se lasciarsi andare.
Ed era proprio questo a tenermi agganciato. Era diventata una sfida e, se avessi giocato bene le mie carte, quel pezzo d’uomo sarebbe stato il mio premio.
Mi avvicinai appena, quel tanto che bastava perché potesse sentire chiaramente la mia voce senza alzare il volume.
“Sai… casa mia è a dieci minuti da qui.” Perché non avesse dubbi sulle mie intenzioni, gli misi una mano sulla coscia, esercitando una leggera pressione.
Si immobilizzò per un istante, ma non sembrava infastidito. Più sorpreso.
Distolse gli occhi dallo schermo e li tenne fissi nel vuoto davanti a sé, come se avesse improvvisamente bisogno di elaborare la frase con calma. Le dita si intrecciarono.
“Ah.”
Stavolta il tono era diverso. Più esitante.
Sentii il cuore accelerare mentre cercavo di leggere la sua espressione nel buio della sala con la mano che restava appoggiata sulla coscia tesa.
Mi faceva male da quanto ce l’avevo duro e avrei voluto toccarmi, ma non potevo rischiare di perdere l’attimo. Mi domandai se sarebbe stato più gestibile se avessi indossato le mutande.
“Non sto dicendo che devi venire”, aggiunsi con leggerezza cercando disperatamente di gestire la mia erezione. “Solo che il film non merita tutta questa attenzione. E poi, se continuiamo a chiacchierare, prima o poi, ci butteranno fuori”.
Rise piano, ma era una risata nervosa. Gli occhi caddero sulla mia mano che era diventata più spavalda, senza però essere ancora arrivata in meta.
“Tu fai spesso proposte così a sconosciuti al cinema?”
“Mai. Solo a quelli che sembrano speciali.”
Per la prima volta fu lui a sostenere il mio sguardo un po’ più a lungo.
C’erano degli occhi vivaci dietro a quelle lenti, incredibilmente espressivi, nonostante cercasse di mantenere un’aria composta.
Si inumidì appena le labbra, si tolse gli occhiali per un momento e si passò una mano sugli occhi con un gesto stanco, poi lasciò uscire un piccolo sospiro divertito.
“La tua casa è davvero a dieci minuti?”
Il tono era casuale solo in apparenza. Lo sentii subito.
“Anche meno, se camminiamo veloci”
Spostai la mano per raggiungere finalmente il mio obiettivo, percependo con chiarezza la rigidità che premeva sotto i suoi jeans.
Ci fu un breve silenzio subito dopo, molto carico.
“Okay.”
Una parola sola. Ma detta in quel modo, quasi sottovoce, mi fece accelerare il battito più di quanto avrei ammesso.
Si alzò per primo e quando si mise in piedi accanto a me, potei apprezzare da vicino quanto fosse fisicamente imponente. Anche se ormai dovrei essermici abituato, mi fa sempre una strana impressione quando un uomo mi sovrasta in altezza, facendomi sentire piccolo.
Molto alto, spalle larghe, il petto che tendeva la polo anche nei movimenti più normali. Eppure, continuava ad avere quell’aria innocente, quasi trattenuta, anche mentre tentava di mettere a posto ciò che gli si era indurito tra le gambe.
Mi stava facendo impazzire.
Avviandoci verso l’uscita, abbassò appena lo sguardo con un mezzo sorriso imbarazzato.
“Voglio che tu sappia che di solito non faccio cose del genere.”
“Quali cose? Accettare inviti da sconosciuti?”
“Parlare con sconosciuti, in generale. Io sono un tipo piuttosto chiuso”
Risi piano.
“Allora mi fai sentire privilegiato.”
Scosse la testa, ma sorrise di nuovo. E stavolta il sorriso gli rimase addosso più a lungo, come se, pian piano, si stesse rilassando.
Durante il tragitto parlai quasi solo io.
Non perché lui fosse freddo, tutt’altro. Mi ascoltava con attenzione, ogni tanto sorrideva e rispondeva alle domande, ma sembrava che avesse qualcosa che lo tratteneva.
Camminava accanto a me con le mani nelle tasche della giacca leggera, le spalle grandi appena curve in avanti, gli occhi che ogni tanto si abbassavano verso il marciapiede.
Eppure, percepivo chiaramente che qualcosa stava cambiando e, cosciente di dove eravamo diretti, mi ero caricato di un’eccitazione impossibile da ignorare.
L’attesa mi stava uccidendo, ma cercai di controllarmi.
Salimmo in ascensore in silenzio. Lo sentivo vicino, troppo vicino in quello spazio ristretto. Il profumo che avevo già notato al cinema sembrava più intenso lì dentro, e la consapevolezza del suo corpo accanto al mio mi mandava ai matti.
Facendo a finta di niente, osservai il suo viso riflesso nello specchio dell’ascensore e, ancora una volta, rimasi conquistato da quell’aria da bravo ragazzo troppo cresciuto, serio e composto dietro i suoi occhiali.
Quando aprii la porta di casa entrò chiedendo il permesso, guardandosi intorno con una curiosità quasi infantile.
“Bella”, disse piano.
Rimase fermo per qualche secondo, come se non sapesse bene cosa fare delle mani, delle gambe, di sé stesso. Appoggiai le chiavi sul mobile e mi voltai verso di lui. Adesso che eravamo davvero lì, senza il rumore del cinema né la camminata a distrarci, percepivo chiaramente tutta la tensione erotica che si era accumulata.
Ma non volevo correre. Mi avvicinai appena, abbastanza da intercettare il suo sguardo. Stavo avvicinando il mio viso al suo, quando, di colpo, si ritrasse.
Per la prima volta da quando l’avevo incontrato, sembrava davvero in difficoltà. Distolse lo sguardo, inspirò piano, poi si lasciò andare a una piccola risata nervosa.
“Ho qualcuno.” Fece un mezzo sorriso. “Qualcuno che non sarebbe contento di sapere che sono qui con te.”
La frase rimase sospesa tra noi. Non aveva il tono di una confessione e non sembrava una scusa per un ripensamento tardivo. Era più quello di qualcuno che cerca di essere onesto prima di oltrepassare una linea.
Mi appoggiai con calma al bordo del tavolo, senza dire nulla, lasciandogli lo spazio per continuare.
“Stiamo insieme da tanto tempo. Forse troppo”, spiegò guardando altrove. “Lui è … stabile. Sicuro. Adulto, ecco.” Fece un piccolo sorriso amaro.
“Sarà perché è molto più vecchio di me, ma lui mi fa sentire … bene”
“Ma tu vuoi qualcosa di più.” Lo incalzai, ancora più determinato.
Abbassò lentamente lo sguardo.
“Credo di si.”
Continuavo a guardarlo, cercando di mettere insieme le due immagini che avevo davanti: quel corpo invadente, quasi ingombrante, e quel modo esitante di parlare delle proprie emozioni.
Feci un passo verso di lui, quasi senza accorgermene, e non si mosse.
Mi guardò negli occhi, incerto, come se mi stesse lasciando a me la scelta su come proseguire la serata.
E fu lì che smisi di aspettare.
Mi avvicinai ancora di più, gli presi delicatamente il mento tra le dita, mantenendo il suo sguardo rivolto verso di me.
Lo baciai piano.
Per un istante rimase immobile, quasi sorpreso dal contatto.
Poi scattò qualcosa.
Le sue mani mi agganciarono all’improvviso sulla schiena, forti e sicure, e il bacio cambiò completamente. Mi attirò verso di sé con un trasporto che non mi aspettavo da uno come lui, come se tutta la cautela mostrata fino a quel momento si fosse incrinata di colpo.
Sentii il suo respiro contro il mio. La timidezza sparita.
Mi baciava con fame, con urgenza, quasi con rabbia trattenuta. Una passione disordinata, intensa, che contrastava in modo quasi sconvolgente con l’uomo controllato e impacciato che avevo visto al cinema.
Per un momento fui io quello spiazzato.
Quando finalmente si staccò da me per riprendere fiato, restò a fissare il pavimento respirando forte.
Lo guardai senza riuscire a nascondere il sorriso sorpreso.
“Okay… questa non l’avevo prevista.”
Lui lasciò uscire una breve risata nervosa, ancora vicinissimo.
“Nemmeno io.”
Dato che finalmente si era rotta la diga, fui io a prendere l’iniziativa e mi buttai su di lui, venendo ricambiato all’istante.
C’era partecipazione. Una presenza piena, viva, quasi sorprendente.
Le sue mani non stavano mai ferme. Mi cercavano continuamente, come se avessero bisogno di assicurarsi che quel momento fosse reale. Per un paio di volte si è staccato guardandomi negli occhi, come se avesse voluto comunicarmi qualcosa per poi tornare a baciarmi con ancora più slancio,
Lo accompagnai lentamente verso il divano senza interrompere quel contatto. Si lasciò guidare, ma non passivamente. Era presente in ogni movimento, in ogni risposta, il suo respiro affannato sul mio collo.
Quando cascò a sedette, mi attirò di nuovo verso di sé con una decisione che mi fece sorridere.
“Tu non sei per niente timido, alla fine”, gli sussurrai.
Abbassò lo sguardo per un istante, quasi imbarazzato da quella constatazione.
“È che… non riesco ad andare piano.”
Si passò una mano tra i capelli, facendo un'accennata risata sommessa.
“Non so cosa mi stia succedendo stasera.”
“Forse niente di complicato”, risposi piano. “Forse stai solo permettendo a te stesso di lasciarti andare.”
Rimase in silenzio ma mi guardò in un modo nuovo, pienamente presente. Come qualcuno che, invece di lasciarsi semplicemente trascinare, sceglie consapevolmente di aprirsi.
E io, contrariamente a poco prima, non avevo più alcuna voglia di correre.
Si passò lentamente una mano sul viso, poi lasciò uscire un sorriso nervoso.
“Posso dirti una cosa senza sembrare completamente fuori di testa?”
“Dipende da quanto è grave.”
Rise piano, abbassando lo sguardo. Poi tornò serio.
“Credo di voler fare qualcosa che non ho mai fatto.”
Non risposi subito. Rimasi ad ascoltarlo.
Era evidente che stava cercando le parole giuste, e il fatto stesso che ci tenesse così tanto a trovarle mi fece capire quanto fosse importante per lui quel momento.
Sollevò finalmente gli occhi verso di me, e stavolta non c’era incertezza. Solo un entusiasmo nuovo, sincero.
“Voglio fare qualcosa di forte. Di sbagliato. Lasciarmi andare a qualcosa fuori dal mio ordinario. Alle possibili conseguenze penserò domani.”
Finimmo a letto, nudi in un attimo, e senza bisogno che lo guidassi in alcuna maniera, si mise a quattro zampe sul bordo del letto: il culo in vista era terribilmente invitante.
“Tu non sei reale”, gli dissi prima di appoggiarci la faccia e cominciare a lavorare quel buchetto con la lingua. Mi dicono che sono diventato piuttosto bravo in questo e capii quanto si stesse godendo di quel servizietto sia per i versi che gli uscivano dalla bocca, sia per come mi incitava a non fermarmi. Mi colse di sorpresa quando si allargò le chiappe con le mani, così da allargare la mia visuale.
Continuai ad alternare la lingua con cui lo leccavo alle dita con cui lo dilatavo, lo massaggiavo, lo stimolavo, notando come quella parte così intima si stesse rilassando. Gli infilai il dito medio all’interno alla ricerca del punto giusto e quando lo trovai insistetti a lungo facendolo scorrere sopra.
“Cazzo … che bello … continua” più mi incitava ad andare avanti e più mi eccitavo.
Poi, ancora una volta, prese l’iniziativa: mi buttò supino e, in un lampo, il mio uccello fu avvolto dal calore umido della sua bocca. Mi pompava, mi succhiava, mi smanettava, con una strana combinazione di furia contenuta, senza mai smettere di osservare le mie reazioni.
Mi stava facendo uno dei migliori pompini che avessi mai ricevuto e cercai disperatamente di resistere, costringendolo a fare qualche pausa per evitare che il gioco finisse troppo presto.
Ma era, evidentemente, solo un aperitivo e aveva bisogno, almeno quanto me, di arrivare alla portata principale.
Così si sdraiò a pancia in giù sul letto, invitandomi a entrare.
“Scopami. Ho bisogno di sentirti dentro di me.”
Non c’era timidezza nel tono della voce. Non c’era finzione né controllo.
Mi stava offrendo tutto se stesso.
E così lo accontentai. Mi feci spazio con cautela, scoprendo con piacere che i lunghi preliminari lo avevano rilassato a dovere, consentendomi quindi di arrivare fino in fondo senza mai fermarmi.
Percepii perfettamente il suo bacino che si sollevava per accogliermi, per facilitarmi e cominciai a fotterlo.
Lo presi in diverse posizioni, approfittando dei vari cambi per fare piccole pause e cercare di non perdere il controllo di me stesso: da dietro, sul fianco, da sotto. Per tutto il tempo mi sono stupito della sua disponibilità e partecipazione.
Alla fine, lo tirai per i piedi sistemandolo supino sul bordo del letto, appoggiai le gambe sul mio corpo e mi infilai di nuovo. Mi chinai su di lui per baciargli il collo, i bicipiti, i pettorali sudati, tenendogli le braccia bloccate contro il materasso.
Lo baciai in continuazione mentre lo scopavo.
Mi resi conto che la mia capacità di resistenza cominciava a vacillare, ma prima di svuotarmi le palle mi fermai, gli presi l’uccello in mano e cominciai a menarglielo, ad accarezzarglielo sulla punta, a massaggiargli le palle lasciando che il suo corpo rispondesse di riflesso, stringendo l’orifizio nel quale mi trovavo.
“Ci sono … sto venendo … sì…” furono le ultime parole che sentii dire prima di vedere il liquido bianco zampillare, imbrattandomi la mano.
Aspettai che si rilassasse, poi ricominciai a muovere il bacino con movimenti lunghi e una cadenza che accelerava gradualmente, fino a quando non percepii le mie palle contrarsi appena prima dell’orgasmo liberatorio e scaricai il mio seme dentro il suo intestino.
Uscendo da quel culo da urlo mi sdraiai supino sul letto con il fiato corto e lui si sistemò comodamente nell’incavo del mio braccio, dandomi l’opportunità di continuare ad accarezzare il suo corpo: il pettorale sodo, il capezzolo duro.
Dando al mio cuore il tempo di rallentare i battiti, ripensai a come si fosse aperto, mettendo tutto se stesso a mia completa disposizione e condividendo le sensazioni che provava.
Mi aveva offerto il suo corpo, permettendomi di scoparlo a mio piacimento, senza chiedere nulla in cambio.
Era stato caldo, passionale, stranamente disposto a tutto.
Avrei quindi voluto trovare qualcosa da dire per esprimergli la mia gratitudine per quell’esperienza così intensa e gratificante.
Ma fu più forte di me.
“Se non la pianti una volta per tutte di darmi del vecchio ti infilo un dildo su per il culo e te lo faccio tenere finché non ti passa” gli dissi con voce ferma e lui scoppiò nella sua tipica risata grassa.
“È un dato di fatto, frocetto. Anche se devo riconoscere che ti difendi ancora bene, per essere un uomo così in là con gli anni”.
Aveva ritrovato il suo caratteristico sorriso di sfida mentre impugnava saldamente il mio uccello sporco di sperma che si stava finalmente ammosciando.
Poi inforcò gli occhiali da computer che aveva posato sul comodino per non rischiare di rovinarli nella furia dell’amplesso e si allungò su di me tenendo il viso a pochi centimetri dal mio, schiacciandomi con il suo peso considerevole per farmi percepire la potenza del suo fisico.
Ormai ha imparato che ogni volta che indossa quegli occhiali che gli danno quell’aria da sexy santerellino, quasi un Clark Kent “de noantri”, mi manda fuori di testa al punto che provo l’impulso irrefrenabile di farlo mettere a pecora per costringerlo a ciucciarmelo.
Esibì il suo sorriso più bastardo, mi mise una mano sulla faccia e strinse forte le guance con le dita, storcendomi la bocca in una smorfia.
“La prossima volta tocca a me decidere la situazione e definire i ruoli. Sei autorizzato fin d’ora ad avere molta paura.”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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