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Gay & Bisex

Gita in campagna - 1/2


di leatherbootsfetish
18.05.2026    |    3.514    |    6 9.9
"Mi bacia come fa sempre quando smette di giocare: meno parole, meno provocazioni, più presenza..."
È stata una giornata di merda, ma appena apro la porta di casa mi rendo subito conto che c’è una sola persona che potrebbe raddrizzarmela. La televisione alta a un volume assurdo e quell’odore inconfondibile di uomo, di palestra e di deodorante che aleggia nell’aria. Sergio è a casa e ho un bisogno quasi fisico delle sue cazzate, della sua pesante leggerezza.

È sdraiato di traverso sul divano, le gambe aperte, la canotta larga tagliata in modo da esaltare il fisico tenuto continuamente sotto sforzo. I pantaloni della tuta gli scendono appena sui fianchi e la mano è infilata sotto l’elastico. Sicuramente si sta grattando le palle, ma lo fa con la totale indifferenza di chi si sente a casa propria. Un piede nudo penzola oltre il bracciolo, il telefono in mano come se fosse un prolungamento del suo braccio.
Non si gira nemmeno.

“Ha chiamato tua madre.”
Mia madre: sessant’anni di pragmatismo contadino compressi in un metro e settanta scarso. Mi ha cercato due volte durante la giornata, ma non sono riuscito a risponderle e, ovviamente, lei ha ripiegato su Sergio.
“Che voleva?”
“Vuole che andiamo a trovarla. Credo che sabato sarebbe perfetto; danno pure bel tempo.”
Mi fermo a guardarlo.
“Tutto già organizzato? E poi, cosa vuol dire “andiamo?”
Gira appena la testa, con quella faccia da schiaffi che sembra fatta apposta per provocare.
Trent’anni, capelli lunghi e barba fitta, spalle enormi e petto pieno. Quando l’ho conosciuto ero convinto che fosse il classico coglione aggressivo incapace di comportarsi normalmente con chiunque.
In parte lo penso ancora, però, sotto quella scorza ruvida, ho scoperto una fame quasi infantile di affetto e di appartenenza.
“Non penserai mica che ti lasci andare da solo. Quando si va da tua madre, si vive in castità ma almeno si mangia divinamente. E poi, diciamolo, lei ha sicuramente bisogno di me.”

Mia madre ha un debole inspiegabile per Sergio. Forse perché lui, sotto quella facciata da coatto palestrato e attaccabrighe, con lei diventa quasi tenero. A modo suo.
Le porta la legna senza che glielo chieda, aggiusta qualsiasi cosa in casa, mangia tutto quello che cucina facendo complimenti entusiasti da camionista in pausa pranzo.
E lei lo adora proprio per questo. Dice sempre che sotto quella faccia da delinquente c’è un uomo buono.
All’inizio, quando mi parlava di lui, lo definiva “quel tuo amico grosso”. Poi è diventato “quel simpaticone del tuo coinquilino”, poi “quel matto del tuo amico”. Solo da poco ha iniziato a chiamarlo con il suo nome.

Vedova da dieci anni, donna di provincia, una di quelle persone che capiscono tutto senza bisogno di spiegazioni.
Con lei non ho mai fatto un vero coming out. Nessun discorso serio, nessuna confessione da film impegnato. Semplicemente, a un certo punto, Sergio ha iniziato a esserci sempre e mia madre non è stupida. Probabilmente ha capito tutto immediatamente, anche perché, a trentacinque anni, avere ancora un coinquilino fisso in casa non era credibile nemmeno ai suoi occhi.
Ha soltanto scelto di lasciarmi la dignità di non dover spiegare nulla.

“Chiamala. Sono settimane che rompi le palle che devi andare a trovarla.”
Ha ragione. Ed è una delle cose più irritanti di Sergio: riesce sempre a dire la cosa giusta nel modo più cazzone possibile.
Mi fa spazio sul divano. Mi siedo accanto a lui e mi passa una mano tra i capelli.
“Minchia, quanto sei elegante stasera”. Borbotta guardando gli stivali.
Indosso i miei preferiti: pelle nera liscia, alti fin sotto il ginocchio, essenziali. Li ho da un sacco di anni, ma continuano a farmi lo stesso effetto ogni volta che li indosso. È una libidine sentirli sul polpaccio, ma restano appena visibili sotto i jeans.
E Sergio lo sa benissimo. Conosce ogni mia ossessione.

Resta sdraiato lì, stravaccato sul divano, con l’aria di chi possiede il soggiorno, il bozzo evidente sotto i pantaloni della tuta messo ostentatamente in primo piano.
Mi fissa con attenzione mentre prendo il telefono e compongo il numero.
Alzo gli occhi.
“Posso avere un po’ di privacy almeno con mia madre?”
“Assolutamente no. Voglio sentire anch’io.”
Sospiro teatralmente, anche se in realtà l’idea mi piace già.
Mia madre vive ancora nella casa in cui sono cresciuto, in un paese sulle colline vicino a Piacenza. Sviluppato attorno alla chiesa e ai due lati della provinciale: quattro strade in croce, un negozio di alimentari, il bar con gli uomini seduti fuori a commentare chiunque passi e quell’umidità che ti rimane addosso non appena scendi dalla macchina.

La telefonata dura poco, come sempre. Mia madre va dritta al punto e, appena ha la conferma che andrò da lei, chiede subito:
“Viene anche il mio Sergio?”
Alzo gli occhi al cielo.
“Mamma, ti prego. Non è “il tuo” Sergio. Quello poi si monta la testa.”
Sergio tira su la schiena, rimanendo però accanto a me, stringendo un pugno in segno di vittoria.
“Io quella donna la adoro… cazzo, … la amo.”

Chiude la chiamata solo dopo aver ottenuto la promessa che andremo da lei entro pochi giorni.
“Sono contento che andiamo. Stavolta però si scopa. Ho voglia di prenderti a forza nel lettino in cui da adolescente ti facevi le seghe pensando alle ragazzine.
“Sergio…”
“Che c’è? Tu non vuoi accettare il fatto che tua madre sa benissimo che scopiamo. Non sembriamo certo due amici di calcetto.
“Non è quello.”
“E allora cos’è?”
Sospiro. Lui mi guarda serio per mezzo secondo. Un evento rarissimo.
“È che lei vive un’altra realtà. È di un’altra generazione.”
“E ‘sticazzi della generazione. Tua madre ha più palle di metà della gente che conosco.”

Ritenendo chiuso l’argomento, mi prende le gambe e se le appoggia sulle sue, accarezzando la pelle degli stivali.
“Ah, a proposito: mettiti quelli marroni.”
Lo guardo senza capire.
“Gli stivali, idiota. Quelli marroni alti al ginocchio.”
“Perché?”
“Perché ti stanno da dio”
Detto da Sergio, con quella voce bassa e sporca, sembra quasi una dichiarazione. Se ne rende conto subito e recupera all’istante.
“E poi in campagna rischi di sembrare un allevatore frocio pieno di soldi.”

Quella sera vado a letto presto. Sono a pezzi e non vedo l’ora di chiudere quella giornata.
Sergio arriva poco dopo.
“Oh no”, dice appena mi vede. “Ha tirato fuori il libro. Serata di erotismo puro”
“Almeno uno dei due sa usare il cervello.”
Si sfila la canotta con calma, poi si abbassa i pantaloni della tuta rimanendo in slip.
Spegne la luce principale lasciando accesa solo quella del comodino. La stanza diventa morbida, mezza in ombra. Si gratta il petto e sbadiglia.
Lo guardo mentre si stira come se fosse un animale grande e nervoso. Sergio non perde occasione per mettersi in mostra e farsi guardare. È alto, massiccio, pieno di quella sicurezza quasi volgare che attira gli sguardi ovunque andiamo.
Lo fa apposta. Gli piace provocare per vedere quanto ci metto a reagire.

Il fisico curatissimo, la pelle liscia, i muscoli evidenti. Lo sguardo mi cade per un istante di troppo sulla curva degli slip.
“Cosa stai guardando?”
“Niente, sto cercando di leggere”
In un attimo fa sparire la coperta, esponendo alla vista il mio corpo e la mia erezione. Sale sul letto con un sorriso bastardo. Mi apre le gambe e si sistema a quattro zampe sopra di me sovrastandomi, con il viso attaccato al mio, i capelli spettinati e quel sorriso soddisfatto da bastardo.
“No frocetto. Dimmi cosa stavi guardando.”
Non riesco a resistere e mi scappa da ridere.
“Fanculo, sembra sempre che tu stia facendo uno spogliarello”
Mi prende delicatamente il libro dalle mani e lo poggia aperto sul mio comodino.

Abbassa la testa e mi bacia davvero, stavolta piano, senza fretta, tenendomi fermo con quella calma possessiva che conosco fin troppo bene. Mi bacia come fa sempre quando smette di giocare: meno parole, meno provocazioni, più presenza. La sua mano mi scivola lungo il fianco, calda, ruvida, familiare.
L’atmosfera cambia piano.
Le battute spariscono da sole, lasciando spazio a qualcosa di più quieto. Intimo nel senso più profondo del termine. Restiamo vicini, fronte contro fronte, respirandoci addosso.
Con Sergio c’è sempre una componente fisica potente, inevitabile. È grosso, alto, forte. Ma nei momenti così emerge soprattutto il modo in cui sa tenermi. Come se tutta quella forza servisse soltanto a creare un posto preciso in cui farmi stare.

Il suo bacino preme con urgenza contro il mio. Spinge, si muove lento e profondo mimando la scopata. Non ci sono dubbi sulle sue intenzioni.
Gli infilo la mano sotto l’elastico degli slip facendo scorrere le dita tra le sue chiappe. Gli passo una mano sulla nuca, sentendo i muscoli delle sue spalle tesi sotto le mie dita.
“Finalmente hai smesso di fare il difficile”, mormora con la voce impastata dal desiderio.
“Mi hai fatto venire voglia di giocare.” Gli rispondo.
Sorride appena contro la mia bocca.
Ci muoviamo lentamente, senza fretta, in quella confidenza costruita nel tempo, fatta di dettagli conosciuti a memoria: il modo in cui lui mi prende la nuca per unire le nostre bocche, il modo in cui io gli appoggio automaticamente una mano sul petto per sentirlo vicino.
L’intimità tra noi non è elegante. Non è delicata nel senso classico del termine. È concreta, fisica, viva. Ma dentro quella rudezza c’è fiducia assoluta, tanto che non offre resistenza quando sono io a spingerlo indietro per mettermi sopra di lui.

“Ti ho mai detto che hai un corpo pazzesco?” gli dico, cominciando a leccargli piano il torace, il pettorale duro, la tartaruga sul ventre, per poi risalire e ricominciare da capo.
“Finalmente te ne sei reso conto”
Godo di piacere mentre faccio scorrere la faccia lungo il suo corpo, solleticandoglielo con la barba, e quando arrivo all’altezza del cavallo gli addento piano l’uccello incredibilmente duro dentro gli slip.
“Porc … Tiralo fuori. Succhiamelo”
Con calma, bestione. Adesso comando io”
Lo lavoro ancora un po’ sentendolo gemere, poi gli abbasso leggermente gli slip e comincio a leccargli l’asta.
“Muoviti … cazzo”
Gli sfilo gli slip e ne inspiro teatralmente l’odore guardandolo negli occhi, poi torno a leccargli l’uccello, a baciarglielo, a succhiarne la punta.
Ma è quando finalmente me lo metto in bocca che sento cambiare il suo respiro, che lo sento gemere e fare strani versi.
Mi aiuto con una mano, mentre l’altra non smette di accarezzargli i muscoli tesi dell’addome. Lo succhio con impegno, lo insalivo. Ogni tanto mi attardo sulle palle. La sua mano è ferma sulla mia testa: guida, preme, indirizza mentre lascia che io mi prenda cura di lui.
Mi prende la testa tra le mani e mi riporta su di lui. Adoro la sensazione dei nostri corpi nudi che scivolano l’uno sull’altro.
Mi sta guardando con una strana luce negli occhi.
“Tu vuoi farmi morire, dillo”
Le nostre lingue si attorcigliano mentre faccio scorrere il bacino fino a raggiungere l’altezza giusta per allineare il suo uccello al mio buchetto.
Mi stacco mentre il mio bacino si muove lentamente per accogliere quel bastone.
“Faccio quello che posso. Adesso, però, fammi vedere cosa sai fare tu. Ma ti avverto: dovrai dimostrarmi che vale davvero la pena di trovarsi un bestione come te nel letto.”
Lascio che il mio corpo si adatti all’intrusione e comincio a muovere il bacino godendomi la sensazione di quel palo nel culo.

Mi lascia poco tempo per giocarci, perché mi mette in ginocchio posizionandosi dietro di me. Me lo fa scorrere tra le chiappe e poi rientra, deciso, arrogante.
“Prendilo troietta. Dimmi se è abbastanza grosso per te.”
Gli rispondo con un gemito, facendo sporgere il bacino per poterlo prendere tutto, e quando comincia a scoparmi, facendo scivolare le mani sul mio corpo, bloccandomi la testa per potermi baciare sul collo, perdo completamente il controllo.
“Scopami… cazzo… così”
Invece mi mette a pecora uscendo dal mio corpo. La sua lingua percorre tutta la spina dorsale facendomi venire i brividi. Mi sovrasta con tutto il suo corpo, cercando la mia bocca da dietro.
Si rialza, si allinea e mi penetra nuovamente. Questa volta il ritmo è più frequente mentre mi tiene fermo con le mani sui fianchi o sulle spalle. Ogni tanto si ferma, spingendo il bacino con forza, tanto che mi sento invadere completamente. Mi rendo conto che sto urlando, ma non posso farci niente.

Siamo entrambi sudati e scivolosi quando mi mette supino, mi apre oscenamente le gambe e ricomincia a fottermi. Lo tiro a me, gli accarezzo i pettorali, mi apro per lui mentre continua a chiamarmi con movimenti profondi. Siamo due furie, due metà, due animali che si accoppiano senza limiti né ritegno, guidati solo dal nostro istinto e dal nostro bisogno l’uno dell’altro.
Si sdraia sul mio corpo impedendomi di toccarmi, ma senza per questo smettere di affondare ritmicamente il suo uccello dentro di me.
Poi è lui a urlare mentre si scarica dentro di me, stritolandomi tra le sue braccia e baciandomi con passione.
“Frocetto, mi hai risucchiato anche le palle. È troppo bello scopare con te”
Si raddrizza quel tanto che gli basta per prendere il mio uccello tra le mani, senza uscire dal mio corpo, e comincia a smanettarmelo finché non mi contraggo nell’orgasmo.

Non dice una parola quando sfila il suo cazzo ormai barzotto e sono esterrefatto quando sistema nuovamente le coperte sul mio corpo e mi rimette il libro aperto tra le mani, come se nulla fosse appena successo tra noi.
Gira intorno al letto per mettersi sotto le coperte e si volta dall’altra parte, dicendo semplicemente: “Buonanotte”.

Sabato è arrivato e siamo in viaggio da un’ora…
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