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Gay & Bisex

Dominio e sottomissione - 1/2


di leatherbootsfetish
04.05.2026    |    3.415    |    2 9.5
"“Solo tu mi fai stare così” Ma i pantaloni mi stringevano, diventando fastidiosi..."
Nonostante fosse ancora presto, il rituale del sabato mattina era già cominciato. Sergio era pronto e mi guardava, impaziente, mentre ciondolavo per casa. Ma quel giorno avevo altri programmi.
“Dai, muoviti. Preparati perché ho intenzione di distruggerti”
“Oggi no, io passo. Vai da solo. Ho mille cose da fare”
“Disciplina! Ecco cosa ti manca: disciplina.”
In realtà, quel giorno non avevo alcuna intenzione di andare in palestra per farmi ammazzare di ripetizioni come ogni fine settimana. Il mio regalo per lui era appena arrivato e non vedevo l’ora che si togliesse dalle palle per ritirarlo.

Al mio rientro, lasciai la scatola sul letto, ben visibile nel suo incarto nero e opaco.
Nessun biglietto: non serviva.
Mi lavai e mi cambiai rapidamente per poi perdere un casino di tempo in cazzate senza senso nel tentativo di controllare l’impazienza per il suo ritorno.
Quando Sergio entrò in casa, lanciò le chiavi sul mobile, buttò la felpa sulla sedia per poi venire a salutarmi.
“Sono a pezzi. Ringrazia il cielo di essertela scampata, perché oggi ti avrei massacrato.”
Contrariamente a quanto aveva appena affermato, sembrava allegro, oltre le righe come al solito.
“Adesso però ci vorrebbe qualcuno che si occupi un po’ di me”
Il tono complice con cui cercava di blandirmi tradiva le sue vere intenzioni.
“Stai sereno, che quel qualcuno non sarò certo io. Vai a lavarti, che puzzi come un caprone.”
“Questa non è puzza, questo è profumo d’uomo”, mi disse alzando il braccio per farmi annusare l’ascella.
Poi si avviò in camera da letto, ma non appena vide la scatola, si voltò verso di me con uno sguardo sorpreso e interrogativo.
“Sì, è per te, imbecille. Prendilo come un aiuto per sbloccare il livello pro,”
Lo raggiunsi in camera rimanendo a guardarlo mentre apriva con calma il suo regalo.
Dentro, un paio di iconici stivali Dehner in cuoio spesso, neri e lucidi.
Roba da intenditori, riservata a pochi eletti: gambale alto, linea arrogante, tacco basso ma deciso. Li avevo comprati online, direttamente dal produttore e, dato che ne possiedo un paio identici, conosco alla perfezione l’effetto che quegli stivali hanno sulle persone che li indossano: la postura cambia, la schiena si raddrizza, la presenza si accentua.

Mi appoggiai allo stipite della porta per godermi le sue reazioni. Sergio li teneva in mano, li soppesava, ne annusava il profumo di cuoio, sorridendo come un bambino felice.
“Ti piacciono?”
“Cazzo, sono spaziali, grazie. Sei sicuro della taglia?”
“Dimmelo tu: provali e lo sapremo subito.”
Sergio si spogliò della tuta rimanendo completamente nudo. Aprì l’armadio per tirare fuori i suoi jeans preferiti e li infilò a pelle, senza mutande.
Quando si chinò per infilarsi gli stivali, cominciai a fantasticare: le cosce muscolose, il culo che tirava il denim, l’uccello che si muoveva sotto la stoffa… e ora anche quegli stivali.

Si alzò in piedi, batté i piedi sul pavimento per sistemare i jeans sugli stivali e si guardò allo specchio: di fronte, di profilo, piegandosi sulle ginocchia.
“Super, quasi un peccato nasconderli sotto i pantaloni. Direi che sono perfetti per la moto.”
Poi si girò verso di me con un sorriso.
“Ma non soltanto per quella. Dico bene, frocetto?”.
Non un sorriso dolce, bensì uno di quelli che promettono guai.
“Ti piacerebbe baciarmeli?”
Quando avevo deciso di regalarglieli, mi ero fatto qualche fantasia, ma non avevo previsto un’evoluzione così rapida degli eventi; rimasi interdetto e non risposi subito. Lo guardavo fisso, la testa in subbuglio alla ricerca di una risposta sensata, ma lui mi incalzò.
“Lo so che ti piace vedermi così: jeans stretti, cazzo in vista, stivali. Ti fa impazzire, vero?”
Aveva ragione, ma cercai di controllarmi.
“Sì, ti stanno proprio bene.” Annuii.
Sergio si avvicinò lentamente, con passo pesante. Gli stivali facevano quel tipico suono sordo e deciso sul parquet. Si fermò a un palmo da me.
Sorrise prima di arpionarmi la nuca, tirandomi a sé per infilarmi la lingua in bocca, e sorrise anche quando si staccò.
“Non pensare di cavartela così. Mettiti in ginocchio.”
Mi lasciai cadere. Subito. Come se il pavimento mi attirasse a sé. Gli occhi fissi su quegli stivali così imponenti. Il cazzo duro, teso dentro i pantaloni della tuta.
“Leccali.”
Misi i palmi a terra e la lingua uscì subito, sfiorai la punta dello stivale destro, salii sul collo, percorsi la linea del cuoio lucidissimo. Ogni leccata era un atto di libidine e di sottomissione al tempo stesso.
Sergio mi guardava dall’alto. “Ti sei eccitato nel momento stesso in cui me li hai visti addosso. Vero?”
“Sì.”
“Lo sapevo. Mentre li infilavo, mi sembrava di percepire il tuo uccello diventare duro.”
Poi si sbottonò i jeans. Li abbassò un po’, lasciando il cazzo libero, venato e semiduro.
“Guarda cosa mi fanno, i tuoi regali.”
Avevo previsto di giocare, ma la cosa stava prendendo una piega inaspettata, anche se tutt’altro che sgradevole.
“Stavolta, però, non lo avrai gratis. Se lo vuoi dovrai venire a prendertelo. Ma senza alzarti. A quattro zampe, come farebbe la mia troia preferita.”
Non risposi. Obbedii.
Mi mossi a quattro zampe seguendolo fino al salotto. Lentamente, in silenzio, il culo sollevato, la schiena dritta, le mani appoggiate al pavimento, il respiro breve. Gattonando dietro di lui, riconoscevo quanto fossi malato, ma anche quanto lo desiderassi.
E lui si stava divertendo come un pazzo.
“Mi piaci molto così passivo. Ai miei piedi, a implorare benevolenza, sbavando dietro i miei stivali nuovi. È come se mi avessi fatto due regali in uno.”
Quando me lo mise a disposizione, mi avvicinai al cazzo di Sergio, teso, lucido, e pulsante. Lo leccai in punta, lo baciai, poi lo presi tra le labbra con delicatezza.
Iniziai a succhiarlo, con quel movimento lento che Sergio ha sempre amato: gola profonda, nessun rumore inutile, solo una pura manifestazione di devozione.

Mi appoggiò le mani sulle spalle, affondando le dita nella mia pelle.
I jeans aperti, calati quel tanto che bastava a esporre il mostro. Gli stivali piantati saldi a terra, le gambe divaricate, il busto dritto come una statua. Una divinità pagana.
“Sai perché ti faccio allenare di continuo?”
Fui solo in grado di emettere un suono gutturale con il suo cazzo in bocca.
“Perché voglio che il tuo corpo sia sempre in forma per me, perché so che posso prenderlo ogni volta che mi viene voglia. Perché c’è più gusto a piegare un uomo come te. Ma adesso comincio a capire che potrei avere ancora di più da te.”
Me lo sfilai dalla bocca, col fiato corto e la saliva che colava sul petto. “Contaci. Con quelli addosso, puoi chiedermi qualunque cosa.”

Sergio mi afferrò per un braccio e mi sollevò con uno strattone. Mi trovai in piedi, a pochi centimetri dal suo petto. Il forte odore di uomo e di sudore che emanava da quel corpo mi penetrò nelle narici.
Alzai gli occhi e vidi il suo sguardo tagliente. Il mio uccello era duro come l’acciaio quando lo toccò attraverso i pantaloni della tuta.
“Mi è venuta voglia di scoparti, frocetto, ma è probabile che tu lo desideri ancora più di me”.
Mi fece girare e mi piegò in avanti contro il tavolo senza aggiungere una parola. Mi abbassò la tuta con un solo gesto esponendo il mio culo.
Passò il cazzo lungo la fessura, facendolo scivolare lentamente, solo per farmelo percepire.
“Li sentirai gli stivali”, mormorò. “A ogni colpo che ti darò, li sentirai battere a terra. Voglio che tu li abbia nell’orecchio, anche se ho intenzione di farti urlare.”
Ci sputò sopra, poi mi leccò il culo, dopodiché mi prese. Un colpo non violento, ma deciso, che mi fece tremare dalla testa ai piedi.
Mi chiavò con forza, afferrandomi per i fianchi, spingendo dentro e fuori con tutto sé stesso. Ogni spinta era accompagnata dal rumore sordo dei tacchi sul parquet, dai gemiti, dalle parole sporche e dai respiri affannati.
Mi ha aperto il culo mentre facevo di tutto per rimanere aggrappato al tavolo, offrendomi a lui. Ormai completamente perso, spingevo indietro. Lo volevo tutto, sempre di più.
“Mi fai impazzire quando sei così”, ringhiò Sergio. “Sottomesso ma fiero. La mia ragazza col fuoco dentro.”
“Porca puttana, … si …”, ansimai. “Prendimi come un animale.”
Sergio lo fece. Fino in fondo per un tempo infinito, fino a farmi perdere qualunque ritegno, fino a farmi mancare il respiro.
Me lo sono menato freneticamente e l’orgasmo fu devastante, come un'onda di piacere che mi attraversò dalla testa ai piedi, tanto che gocciolai copiosamente sul pavimento, ma Sergio non smise di chiavarmi.
Poi venne, forte, con un grido. Lo sentii contrarsi, poi accasciarsi sopra di me, e rimanemmo così, uno sopra l’altro, sudati ed esausti. Gli stivali ancorati a terra sostenevano il corpo massiccio di Sergio, tenendolo inchiodato dentro di me.
“Guarda che disastro. Pulisci tutto per bene.”
Si rimise in piedi, facendomi spazio per poter scivolare di nuovo in ginocchio; gli succhiai l’uccello e poi mi chinai per pulire con la lingua le gocce di sperma cadute sui suoi stivali nuovi con leccate lente, silenziose, di devozione profonda.
Sergio mi accarezzò la nuca. “Non hai idea di quanto mi ecciti scoparti in questa maniera”
Alzai lo sguardo, provando una perversa gratificazione nel vederlo così felice, sorridente.
“Non hai idea di quanto mi ecciti vederti con questi stivali addosso”

Più tardi, dopo pranzo, si era decisamente calmato. Anzi, non perdeva occasione per ringraziarmi per quel regalo. Teneva la gamba accavallata per guardarseli, accarezzando il cuoio spesso sotto i jeans.
“Sai che forse ho capito cosa intendevi? Sono … aggressivi, maledettamente forti, ti fanno sentire potente”
“Sono contento che ti piacciano. Però adesso ti conviene togliermeli da davanti, altrimenti sarò costretto a saltarti addosso”
Rimase a guardarmi per un po', passandomi le dita tra i capelli, ma il suo cervello era in movimento.
Si alzò dal divano all’improvviso e mi tirò su con sé.
“Ho un’idea migliore. Vieni con me”
Quasi mi trascinò in camera e spalancò il mio armadio alla ricerca di qualcosa.
“Dove sono quei pantaloni in pelle che mi piacciono tanto? Quelli che non metti mai perché dici che ti fanno il culo da troia?”
Sapevo quali intendeva. Li avevo comprati quasi per scherzo, solo perché Sergio mi aveva detto che gli piaceva come mi stavano. La pelle con cui sono fatti è sottile e molto morbida, ma non li avevo praticamente mai usati perché sono decisamente troppo attillati e fasciano il culo evidenziandolo in maniera imbarazzante. Decisamente troppo anche per un feticista come me.
“Proprio quelli. Mettili”
Era galvanizzato. Uscì dalla camera mentre eseguivo i suoi ordini senza però sapere quali intenzioni avesse.
Ritornò poco dopo con un paio di stivali da donna in pelle nera, alti oltre il ginocchio, con un tacco sottile e una cerniera laterale che arrivava fino alla coscia. Appartenevano a un altro passato e li avevo sepolti da qualche parte, dimenticandomi della loro esistenza, ma evidentemente lui se li ricordava bene e sapeva dove fossero finiti.

“Visto che oggi sei così ben disposto, possiamo riprovarci. E poi lo faccio per te. Sei tu quello che va in paranoia per gli stivali.”
Restai fermo. Sapevo cosa mi stava chiedendo. Finalmente avevo capito dove stava andando a parare.
“Vuoi… vuoi che io…”
“Voglio che tu sia mia. Come quella volta in cui mi hai chiesto di trattarti come una femmina. Te lo ricordi?”
“Non l’ho mai dimenticato.”
“Allora mettili. Prova a infilarci dentro i pantaloni e vediamo come stai.”
Presi in mano gli stivali: lunghi, stretti, sensuali nella loro assurdità. Ricordavo perfettamente il rumore della zip che saliva stringendo il polpaccio. Con i pantaloni infilati al loro interno ero ancora più ridicolo.
Quando fui pronto, Sergio fece un passo indietro per ammirarmi
“Sei splendida. Perfetta.
Mi guardai allo specchio, osservando quell’immagine grottesca: ero ancora una volta io, con il mio uccello che si vedeva sotto i calzoni, con il mio corpo definito e maschile. Ma tutto appariva dissonante, completamente fuori contesto.
Eppure… non c’era più niente di ridicolo. Era trasgressione pura. Perversione allo stato più vero.

“Adesso hai solo bisogno di una piccola spinta. Toglimi gli stivali”
Mi porse una gamba per farsi togliere il primo e, sebbene barcollassi sui tacchi, lo bloccai tra le cosce e riuscii a sfilarglielo. Poi toccò al secondo, e al termine di questa semplice operazione aveva ottenuto il suo scopo: il cazzo duro spingeva dentro ai miei attillatissimi pantaloni in pelle lucida.
Si sfilò rapidamente i jeans e li sostituì con un paio di pantaloni in pelle nera a vita bassa, comprati tempo prima con l’obiettivo di provocarmi.
La luce riflessa dalla superficie liscia della nappa sottolineava ogni curva, ogni dettaglio. Il suo cazzo lungo, grosso, vivo, premeva ben delineato sotto il cuoio, impossibile da ignorare.
Lo sguardo era calmo, sicuro. Il ghigno sul viso rivelava i suoi pensieri.
Infilò nuovamente gli stivali e li sistemò con cura sotto i pantaloni.
“Cercavo la scusa giusta per rimetterli e tu me l’hai servita su un piatto d’argento. Sai sempre come farmi felice”

Non indossò nient’altro. Nessuna maglia. Nessuna cintura. Solo pelle su pelle.
Rimase immobile a guardarmi, in attesa di una mia reazione, che però tardava ad arrivare.
“Questo è il mio ringraziamento.” Avanzò lentamente, con passo pesante, gambe larghe e mano sull’inguine. I tacchi risuonavano piano sul pavimento.
“So quanto ti piace quando il mio cazzo si vede sotto ai pantaloni. Non puoi farci niente. Ti si mozza il respiro.”
Si fermò davanti a me.
Non potevo smettere di guardarlo, né volevo farlo. Lo guardavo come si guarda qualcosa di troppo bello per essere vero. Gli occhi inchiodati tra le sue gambe.
“Merda…” sussurrai. “Sergio…”
“Ti piace?”
“Da impazzire.”
Si avvicinò ancora.
“Se con questo regalo eri alla ricerca di un padrone, ti giuro che l’hai trovato”
Il gioco si faceva serio, proprio come nelle mie fantasie più perverse.

Mi posò le mani sui fianchi per farmi girare verso lo specchio, restando in piedi dietro di me.
Gentile, calmo nei suoi pantaloni morbidi e lisci, con il cazzo ben visibile che pulsava sotto la pelle nera, gli stivali neri, la postura dominante, maschile.
Lo sguardo era quello della pantera che si pregusta la preda.
Poi fece scivolare il bacino, contro il mio mimando la scopata, sfiorando il mio petto nudo con le mani. La sua mano scese ancora, prima sui fianchi e poi sul culo, facendo scorrere le dita lungo il centro del mio fondoschiena.
“Guardati”, sussurrò. “Ti rendi conto di quanto ti sei fatta bella grazie a me?”
Eravamo vestiti esattamente allo stesso modo, entrambi in pantaloni in pelle e con gli stivali neri, ma io ero più simile alla sua caricatura. Inguainato da quei pantaloni che aderivano come una seconda pelle, infilati negli stivali col tacco alto, sarei potuto essere la versione femminile di Sergio.
Il suo corpo massiccio a confronto con il mio fisico longilineo. La sua naturale postura dominante a confronto con la mia versione sottomessa.
Fu imbarazzante, ma non mi tirai indietro, anche perché eravamo entrambi eccitati allo stesso modo.

“Adesso mi ascolti bene.”
“Sì, Signore.”
“Adesso sei la mia ragazza. Ti tratto come tale. Ti scopo come tale. E non ci saranno pause. Nessun limite. Tu sei mia.”
“Voglio esserlo.” Nonostante fossi a disagio, non potevo negare di essere tremendamente infoiato. Così restai immobile davanti allo specchio, nel silenzio carico di quella stanza.

Piazzò un piede tra le mie gambe, costringendomi ad aprirle. Poi mi afferrò per la mascella e mi fece girare per guardarlo negli occhi.
“Non ti toccherò”, disse. “Voglio però vedere cosa sei disposto a fare per me. Voglio vederti strisciare.
La mia mente andò definitivamente in tilt. Ero convinto di conoscerlo, ma in quel momento mi sembrava uscito da una fantasia troppo estrema per essere reale.
Probabilmente fu quello il vero momento in cui mi resi conto che avevo una voglia matta di giocare a questo gioco, di lasciarmi andare con lui in questa ennesima perversione.
Sergio si girò lentamente. Il culo muscoloso, perfetto, riempiva i pantaloni come se li avessero cuciti direttamente sul suo corpo. La pelle tirava su ogni curva, a ogni movimento.
Poi si chinò leggermente per sistemare uno stivale. Quel gesto bastò: mi alzai di scatto e gli afferrai i fianchi da dietro.
“Hai un culo magnifico. Posso?”
Si voltò appena, ghignando.
“Non ho messo niente sotto. Sai cosa vuol dire?”
Gli baciai la schiena. Leccai il bordo dei pantaloni. Poi mi inginocchiai e la lingua scivolò più giù, fino a passare tra le chiappe coperte di pelle a cercare l’odore, il suo sapore.
Sergio si rimise in piedi, saldo, aperto, dominante. Ma dentro quegli stivali e quei pantaloni, era come se mi stesse puntando un’arma addosso per costringermi a fare ciò che chiedeva.
Mi lasciò inginocchiato davanti a lui, in silenzio, senza avermi toccato nemmeno per un momento. Mi guardava dall’alto, le mani sui fianchi, mentre, ancorato alla sua gamba muscolosa per restare in equilibrio, passavo la lingua lungo il cazzo duro che tirava la pelle dei suoi pantaloni, ancora chiuso dentro quel cuoio lucido.
“Che minchia che hai. Mi sto bagnando al solo pensiero di averla tra le mani.”
Continuai a baciarlo tra le gambe, all’interno delle cosce, sempre più eccitato da quel gioco.
“Guardami”, ordinò.
Alzai lo sguardo.
“Cosa vedi?”
“Il mio uomo”
“Puoi fare di meglio”
“Il mio padrone.”
“Cos’altro?”
“Il mio sogno.”
“Bene. E tu cosa sei?”
Gli sorrisi: “una ragazza, magari un po’ troia, che farebbe qualunque cosa per te”
E lui ricambiò il sorriso
“Non un po’ … la mia ragazza, molto, troia”


Recepito il messaggio, mi alzai, non senza fatica, gli misi una mano sulla nuca e lo attirai a me scoprendomi per la prima volta quasi alla sua altezza grazie ai tacchi. L’ho baciato con passione, accarezzandogli l’uccello per tutto il tempo e non avevo problemi a interpretare il mio ruolo.
“Ne ho incontrati tanti di uomini, ma mai nessuno che mi facesse impazzire come te”
Lo presi per mano, gentilmente, e mi feci seguire in salotto dandogli modo di apprezzare ciò che aveva appena creato.

Gli diedi una spinta e si lasciò cadere sul divano. Gli misi il tacco dello stivale su quel bastone duro che spingeva tra le sue gambe divaricate, premendo quel tanto da farlo sussultare. Glielo massaggiai per un po’ alternando tacco e suola, cercando di rimanere in equilibrio.
Poi mi sistemai cavalcioni in braccio a Sergio. Cazzo contro cazzo, pelle contro pelle.
“Sei duro anche tu, stallone. Allora vuol dire che ti piaccio”
Mi abbassai sul suo petto nudo per giocare con la lingua sui capezzoli, lo leccai, lo baciai sul collo ben sapendo quanto ciò lo facesse impazzire. Gli infilai la lingua in bocca accarezzandogli la nuca.
“Solo tu mi fai stare così”
Ma i pantaloni mi stringevano, diventando fastidiosi.
“Non ti muovere, bell’uomo. Abbiamo appena iniziato. Ho solo bisogno di un secondo per mettermi qualcosa di più comodo. Il vestito più bello che ho. Solo per te”
Poco dopo riapparvi completamente nudo, con il cazzo in tiro e addosso soltanto quegli orrendi stivali femminili.
Si lasciò andare a una risata: “Ti rendi conto di come sei messo?”
“Te la sei cercata, bestione”
Mi inginocchiai tra le sue gambe e cominciai ad aprire lentamente la patta dei suoi pantaloni, senza che perdessimo il contatto degli occhi. Gli tirai fuori l’uccello dai pantaloni, ma invece di mettermelo subito in bocca, cominciai a solleticarlo lungo l’asta con i polpastrelli. Piano, dolcemente, senza fretta.
Lo stavo facendo impazzire. La verga si alzava e abbassava mentre gli accarezzavo cazzo e palle senza però dargli soddisfazione.

“Un uomo grande con una minchia grande pronta per me. Cosa potrei volere di più?
Sorrideva divertito, ma sapevo che non avrebbe resistito a lungo. Le prime gocce apparvero sulla punta. Le rimossi con la lingua prima di prenderglielo finalmente in bocca.
Sergio reclinò indietro la testa godendosi il pompino, la lingua sotto alla cappella, le mani sulle palle.
Ma non durò molto.

Fu questione di un attimo: mi tirò su da terra, mi piegò in avanti contro il muro e mi fu addosso senza nemmeno abbassare i pantaloni.
“Lo senti?” mormorò.
“Sì…”
“Lo vuoi?”
“Sì.”
“Chiedimelo. Con rispetto.”
“Ti prego, scopami.”
“Così va meglio.”
E fu dentro. Solo la punta. Poi fuori. Poi di nuovo. Ritmicamente. Il cazzo ancora umido premeva, stuzzicava, apriva piano.
“Ti voglio così”, ringhiò Sergio. “A farmi da bambola.”
Mi aggrappai al muro. “Fottimi. Non fermarti.”
Ma invece si fermò.
Mi prese per un braccio, mi trascinò sul divano, mi fece piegare con il petto sullo schienale e il culo all’aria. Gli stivali da donna che brillavano sotto la luce della sala.
Mi scopò lì, con più forza. Le mani sui fianchi, il cazzo che entrava tutto, a fondo. Ogni spinta era un colpo secco, profondo, accompagnato dal suono della pelle che sbatteva. Gemevo, ma lui sembrava trovare piacere e nuova carica nei miei gemiti. E ancora una volta mi spinsi indietro. Lo volevo più dentro, più forte.
“Dammelo, … Così…”
“Stai zitta. Le troie come te devono tacere e far godere il loro uomo”
Mi fece venire così. Senza toccarmi. Solo con il suo cazzo, solo con la voce.

Pensavo che fosse finita. Ero esausto, appagato, dolorante. Ma lui non era ancora venuto.
“Sul tavolo,” disse. “Adesso. Apri quelle gambe da puttana.”
Camminavo con le gambe molli, ma obbedii. Gli stivali ticchettavano sul pavimento. Mi sdraiai sul tavolo, di schiena, con le gambe aperte.
Sergio si abbassò leggermente i pantaloni. Il cazzo era enorme, teso, spesso, rosso. Lo presi con le mani e lo guidai, offrendomi ancora. E lui mi prese senza esitare: fronte contro fronte, occhi contro occhi, fiato contro fiato.
La penetrazione fu facile. Il ritmo fu più lento, ma non per questo meno devastante. Disteso sul tavolo, mi sentii gridare il suo nome.

Quando mi prese in braccio, eravamo entrambi sudati. Mi portò a letto come si porta una cosa preziosa. Mi fece sdraiare sulla pancia. Mi accarezzò le gambe, il culo.
Mi allargò le cosce senza nemmeno svestirsi e mi scopò baciandomi selvaggiamente.
Niente più freni. Il cazzo entrava e usciva con colpi forti, profondi, devastanti. Gemetti, piansi, risi. Non riuscivo più a ragionare: ogni spinta era al tempo stesso passione e dominio.
Quando finalmente venne, lo fece ruggendo. Scaricò tutto dentro di me, come se fossi una bambola gonfiabile.
Poi mi crollò addosso, senza dire niente. Solo il respiro, i battiti, il profumo della pelle.
“Mi hai distrutto.”
E Sergio, con un mezzo sorriso, rispose: “No. Sei tu che hai distrutto me.”

Il bagno era pieno di vapore. Le piastrelle appannate, l’aria densa e il rumore dell’acqua che scendeva forte dalla doccia. Sergio era già dentro, le spalle larghe, la schiena coperta di muscoli e tatuaggi. Si insaponava le mani, lentamente, senza fretta.
Entrai pochi secondi dopo. Il corpo ancora segnato dalla scopata, le gambe ancora molli, il cazzo flaccido e sporco di sperma. Senza dire nulla, mi infilai sotto l’acqua, di fronte a lui.
I nostri corpi si sfiorarono. Calore su calore.
Mi guardò con uno sguardo che racchiudeva tutto: possesso, desiderio, affetto. Si versò il bagnoschiuma sulle mani e cominciò a lavarmi il petto, i fianchi e l’interno coscia, passandoci le dita con lentezza e attenzione.
“Ti faccio male?”
“No. Va bene così.”
“Sei pieno dei miei segni.”
“Lo so. Mi fa male dappertutto.”
Mi spinse delicatamente contro la parete bagnata. Mi lavò il collo, i capelli, poi scese ancora. Il dito scivolò tra le chiappe, lentamente. La pelle era sensibile, umida di acqua e di lui.
“Qui sei ancora caldo”, mormorò.
“Mi hai aperto per bene.”
Sergio mi baciò. Questa volta senza rabbia. Una carezza con le labbra. Le lingue si cercavano, si stancavano, si riconoscevano.
Gli presi il cazzo in mano. Era mezzo duro di nuovo. Pulsava sotto l’acqua calda.
“Lo vuoi ancora?” chiese stupito.
“Lo voglio sempre. Molto di più di quanto sarei disposto ad ammettere.”
“Anche se ti fa male?”
Sorrisi, appoggiando la fronte al suo petto. “Sì.”
Rimanemmo lì sotto l’acqua, i corpi addosso, la stanchezza che non spegneva il bisogno.
Mi inginocchiai di nuovo, sotto la doccia, con l’acqua che mi scorreva sulla schiena. Presi il cazzo di Sergio in bocca, stavolta con più calma. Un gesto di devozione e di sottomissione.
E Sergio mi lasciò fare. Perché lui era tutto: dominatore, compagno, amante e amico.

Sentii spegnersi la doccia e Sergio rientrò in camera dopo di me. Stavo alla finestra, con una sigaretta tra le dita, avvolto nel suo accappatoio.
Mi sentivo rilassato e appagato.
Sergio mi guardò un attimo. Poi mi raggiunse. Si mise accanto a me e mi prese la sigaretta dalle labbra, facendone un tiro.
“Ho esagerato. Tu non sei una puttana,” disse, piano. “Lo so che te lo dico. Ma non lo sei.”
Sorrisi. “Lo so bestione. Non ti preoccupare, puoi chiamarmi come ti pare.”
“E ti piace? Dimmelo, ho bisogno di saperlo”
“Ecco una domanda a cui avrei preferito non rispondere. A chiunque altro risponderei immediatamente di no, ma con te è diverso. Ho scoperto che mi piace quando mi tratti così. Quando mi chiami la mia troia, la mia ragazza. È il tuo modo di farmi sentire importante. Che ti piaccio, che ti faccio sesso”
Sergio mi fissò, serio.
È così! Sei mio. Ma non perché ti vesto da femmina o ti tratto da troia. Lo sei perché con te posso essere me stesso. Prima ho perso il controllo. Tu sai che mi piace dominare, ma se non ti piace, sono pronto a fare un passo indietro in qualunque momento.”
“Credimi, Sergio. Nessuno riuscirà mai a costringermi a fare cose che non mi va di fare. Nemmeno tu. E poi, perché credi che ti abbia regalato quegli stivali?”
“Quindi per te va bene se ogni tanto ti tratto male?”
“Chi dice che mi tratti male? Tu sai cosa voglio, ma, fidati, anch’io so di cosa hai bisogno tu”
Sergio mi accarezzò il viso, poi mi prese per il mento.
“Alzati.”
Obbedii
“Vai a prepararti. Ti porto fuori”

(CONTINUA)
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