Gay & Bisex
Dominio e sottomissione - 2/2
04.05.2026 |
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"Sergio mi guardò, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente, la bocca socchiusa..."
Dovevamo vederci con un paio di amici in un locale del centro. Sergio aveva scelto con cura come vestirsi: tirò fuori dal fondo dell’armadio i suoi jeans più consunti, con le cuciture ormai sfinite, che gli stringevano perfettamente il bacino e mettevano in evidenza ogni curva, soprattutto il pacco che sembrava voler sfondare il tessuto logoro. Li abbinò a una semplice t-shirt grigia aderente, leggermente scollata, oltre ai suoi nuovi stivali che, evidentemente, gli erano piaciuti davvero. Davanti allo specchio, si osservò con naturale compiacimento.
Lo guardai mentre finivo di vestirmi a mia volta.
“Ti rendi conto di che effetto fai vestito così?”
Sergio si voltò, con quel mezzo sorriso che diceva tutto. “Secondo te non lo so?”
“Guarda che potrei non rispondere di me stesso”
Sergio mi prese la testa tra le mani, guidando i miei occhi verso i suoi.
“Ci conto, frocetto”
In strada, le luci della sera cominciavano ad accendersi. Un qualunque tardo pomeriggio di aprile: l’aria ancora fresca, ma piena di luce. Camminavamo fianco a fianco, senza fretta, tra la folla del sabato. Chiacchierando, scherzando e scambiandoci battute più o meno pesanti. Quegli scambi stupidi, rapidi, intimi, che solo chi si conosce davvero può avere.
“Scommetto che quella cameriera ti stava guardando il pacco”, gli dissi, sorridendo mentre beveva il suo drink.
“Lo fanno sempre”, rispose Sergio con un ghigno. “Non è colpa mia.”
Jeans chiari, aderenti, consunti al cavallo. Il pacco gonfio, ben visibile, in piena mostra.
Sergio lo sapeva. E non faceva nulla per nasconderlo.
“Sì, certo. È il jeans il problema. Non il fatto che metti sempre tutto in vetrina.”
Si fece una risata delle sue
“Se devo essere il tuo toy boy, voglio che tutti sappiano quanto sei fortunato”
“See… toy boy un paio di palle. Se ne avessi bisogno, me lo sceglierei più giovane e molto più figo.”
Mi si avvicinò e mi bisbigliò all'orecchio.
“Ma poi saresti sempre alla ricerca di me”
Alzai le mani, arrendendomi.
“Sarà, ma non ci contare troppo.”
Non facevamo niente per metterci in mostra, ma era evidente che non passavamo inosservati: uno biondo, imponente, virile fino all’arroganza; l’altro castano, atletico, elegante e sicuro di sé (oltre che molto figo, ndr).
Una ragazza in bici si era girata per guardarci. Un uomo un po’ attempato aveva rallentato il passo e abbassato lo sguardo per guardare il pacco, cercando di non farsi notare.
Ma sono convinto: più di tutto è l’energia che c’è tra noi ad attirare. Quella tensione costante, quel filo invisibile che ci lega anche quando non ci tocchiamo.
Mi avvicinai un po’ mentre camminavamo. Gli diedi una spinta sulla spalla.
“Non so se oggi ti ho già detto che mi piaci un casino con quegli stivali.”
Sergio mi guardò di lato alzando gli occhi al cielo. Poi mi passò un braccio attorno al collo e mi tirò a sé.
“E tu lo sai che anche se adesso sei vestito e con la bocca chiusa… penso comunque a come eri messo poche ore fa?”
Camminammo ancora, vicini. Ogni tanto ci fermammo a guardare le vetrine, ma lui non mi mollava un secondo. Il suo sguardo era vigile, protettivo, possessivo.
Quando passammo davanti a una palestra, Sergio mi tirò per il braccio. “Domattina, ore otto. Si va. Niente scuse.”
Feci una smorfia. “Mi fa ancora male il culo.”
“E quindi?”
“E quindi mi fai allenare col mal di culo?”
“Non ti servirà. Quello possiamo allenarlo più tardi.”
“Sei uno stronzo.”
Sergio mi diede una pacca sul sedere. Forte.
Ci prendemmo in giro per tutta la sera. Ma sotto ogni risata, ogni sguardo, ogni passo, c’era ancora quella fame che abbiamo l’uno dell’altro e che ci tiene legati.
Tornammo a casa insolitamente presto. Per tutta la sera lo avevo visto aggirarsi in jeans e stivali ed ero di nuovo eccitato, tanto che lo sguardo mi scivolava continuamente tra le sue cosce, dove il tessuto tirava forte delineando con chiarezza la forma e la massa.
Sergio se ne accorse subito. Si avvicinò senza parlare, le gambe larghe, gli stivali ai piedi. Si fermò davanti a me.
“Lo stavi guardando?”
“Eccheccazzo, me lo piazzi sempre davanti.”
“Dimmelo meglio.”
“Vuoi che lo ammetta? Sì, lo stavo guardando.”
Sergio si sbottonò il primo bottone dei jeans, poi il secondo. Il rigonfiamento pulsava sotto il tessuto.
“Lo vuoi?”
“Sempre.”
Sorrise. “Lo so. Sei peggio di una ninfomane.”
Sfilò la cintura lentamente, poi si aprì i jeans, senza però calarli.
Il mio obiettivo, spesso, lungo, mezzo duro e tremendamente invitante, era lì sotto.
“Vieni qui. Toccalo.”
Mi inginocchiai davanti a lui. Con mani lente, tese, sfiorai il contorno sotto la stoffa. Adoro avere quel pezzo di carne tra le mani.
“Ogni volta che mi vesto così,” disse Sergio, “è per te. Ogni cazzo di giorno, esco con i jeans più attillati, perché voglio che tu sappia che è tuo. Che tu ce l’abbia sempre in mente. Che, quando torno a casa, tu me lo tocchi, me lo lecchi e te ne prenda cura”
Lo guardai dal basso ridendo. “Per te lo faccio volentieri. Ci sono cose peggiori nella vita.”
Mi fece cenno di concentrarmi su ciò che aveva tra le gambe. Poi fece scendere leggermente i jeans e il cazzo balzò fuori, pesante, spesso, scuro sulle vene. Rimasi immobile un secondo.
“È tuo”, sussurrò Sergio. “Fanne quello che più ti piace.”
Gli presi il cazzo in mano con sicurezza sentendolo crescere, pulsante, vivo. Lo passai sulle labbra prima di aprirle, guardando Sergio dal basso con lo stesso sguardo che avrebbe avuto un cucciolo grato del biscottino dato dal padrone.
Lo ingoiai a metà, sentii la gola riempirsi, ma non mi fermai. Le mani sui fianchi di Sergio, i palmi aperti, le dita che gli accarezzavano la pelle liscia e i muscoli in rilievo.
Lo succhiai piano, maneggiandolo con cura, come se fosse la cosa più preziosa che mi fosse capitata tra le mani. E forse lo era.
Sergio gemette piano, mi prese la testa tra le mani e mi guidò con più decisione.
“Così,” sussurrò. “Fai lavorare quella bocca. Usa la lingua.”
Lui spingeva e io non indietreggiavo. Ogni spinta era una prova di resistenza. Gli occhi fissi su quelli di Sergio, la saliva che colava, il rumore umido della bocca che si apriva e si chiudeva sul cazzo.
Poi mi tirò su di peso. Una mano alla gola, mi sbatté contro il muro con un colpo secco fissandomi negli occhi. I jeans gli erano scesi alle ginocchia, il cazzo gocciolava di saliva.
“Ti piace farmi impazzire, eh?”
Era eccitato.
“Mi piace quando perdi il controllo.”
“Sei un piccolo bastardo,” disse Sergio. E mi baciò con violenza. Con fame.
Poi mi girò. Una mano sul collo, l’altra sui fianchi. Con un colpo secco mi abbassò i jeans e me li fece cadere alle caviglie.
“Stai fermo.”
Mi voltai appena. “Non so se ci riesco.”
“Ci penso io”
Mi penetrò con una sola spinta. Senza parole, senza esitazioni. Un colpo che si fece sentire, ma non mi arresi. Spalancai le gambe più che potei, mi spinsi indietro, presi tutto.
Ogni spinta era uno schianto, un colpo secco. Sergio mi scopò come si scoperebbe qualcuno che si desidera davvero: senza filtri, senza pudore, con tutto il corpo, con tutto il cuore.
“Ti senti il mio cazzo dentro?”
“Sì.”
“Lo senti quanto ti apre?”
“Sì, porc.… sì!”
Mi prese ancora più forte. Mi mordeva la spalla, mi afferrava per i capelli, mi schiacciava contro il muro mentre mi possedeva. Gemevo, sudavo, lo incitavo.
Alla fine, quando Sergio venne, lo fece stringendomi così forte che sembrava volesse spezzarmi.
Rimanemmo lì, incollati, sudati, ansimanti. Nessuno disse nulla per un po’. Poi Sergio, ancora dentro di me, mi sussurrò all’orecchio:
“Spero che adesso tu non dia a me la colpa per essere di nuovo arrossato.”
Gli sorrisi, stremato. “È sempre colpa tua, bestione. Fin dal primo momento in cui ti ho conosciuto.”
Quando aprii gli occhi, la luce del mattino filtrava tra le tende. Sergio era già sveglio, sdraiato di lato, il braccio dietro la testa e lo sguardo fermo su di me. Sapeva di fresco e di pulito e capii che doveva essersi alzato molto prima di me.
Ero ancora dolorante a causa della cavalcata della sera precedente. Sentivo la schiena piena di segni: morsi, graffi, lividi lasciati dalle mani di Sergio. E tra le cosce la pelle era sensibilissima, umida di crema.
Ero stato preso. Non come un uomo, non come un pari. Mi aveva montato come si monta una donna. A quattro zampe, le mani strette sui fianchi, la sua voce roca che ringhiava all’orecchio: “Stai zitta, godi”
Quel ricordo bastò a eccitarmi.
Sergio si alzò senza dire una parola. Camminò nudo fino alla sedia, prese i suoi jeans e li infilò senza mutande.
Mi voltai appena. Gli occhi socchiusi.
“Dove vai?”
“Sto andando a farmi un caffè. Tu resti lì. Non ho ancora finito con te”
Lo vidi uscire senza aggiungere altro. Il tono era semplice, netto. Non c’era spazio per discussioni. E in quel momento a me piaceva così.
Cinque minuti dopo, tornò con una tazza in mano. Me la porse senza aggiungere una parola, poi prese il cellulare e si mise a scorrere i messaggi, in piedi accanto al letto.
“Apri le gambe”, disse, senza nemmeno guardarmi.
Lo feci subito. Il corpo obbediva meglio della mente.
Sergio si chinò e mi passò un dito tra le chiappe. “Ti brucia?”
“Va molto meglio.”
“Bene.”
Si spogliò di nuovo, senza fretta. Scalciò via i jeans, per poi infilarsi i suoi stivali nuovi come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, quasi la routine di ogni mattina.
Rimase in piedi di fianco a me, nudo, imponente, sovrastandomi.
“Ti ricordi come ti ho scopato ieri?”
“Credimi, difficile dimenticarlo.”
“E com’eri vestito?”
“I pantaloni in pelle. Quelli che ti mandano fuori di testa perché mi fanno il culo da puttana.”
Sergio sorrise, lento.
“Già. Li metterai ancora. Ma non adesso. Sei troppo arrossato”
Con un salto si sdraiò supino di fianco a me, gli stivali ai piedi, il corpo rilassato, il cazzo moscio appoggiato di lato.
“Voglio un servizio completo. Comincia con la bocca”
“L’avrai, bel maschione, ma alle mie condizioni”
Scesi lentamente lungo il suo corpo. Lo baciai piano, centimetro dopo centimetro: il collo, il petto largo, le costole. Ogni gesto era preciso, carico. Volevo che capisse che non si trattava solo di un’inversione di ruoli. Era un atto di passione.
Quando arrivai al bacino, alzai lo sguardo alla ricerca dei suoi occhi. Gli afferrai i fianchi e, con una calma glaciale, gli baciai l’interno delle cosce, gli sfiorai ripetutamente il cazzo con la lingua, ma senza fretta.
Ora era il suo turno di soffrire.
Quando fu bello in tiro, lo abbandonai; risalii lungo il suo corpo e poi mi sedetti sul suo petto.
“Ti faccio sentire quello che provo ogni volta che mi scopi. Voglio che il mio cazzo ti resti addosso. Dentro. Nella gola. Nella testa.”
Sergio non parlava. Mi osservava con la mascella tesa, il respiro trattenuto. In attesa.
Glielo misi in bocca, piano. Una spinta sola, decisa. Sergio gemette. Era un suono che non avevo mai sentito provenire da lui in quel modo. Quasi vulnerabile. Quasi sorpreso.
“Ti piace?” gli chiesi, spingendomi più a fondo.
Sergio annuì, con la bocca piena. Le sue mani mi strinsero le chiappe.
Cominciai a muovermi. Lento, poi più deciso. Gli afferrai i capelli, gli parlai piano. Ogni parola era un colpo.
“Lo senti quanto è duro grazie a te?”
“Ti piace quando ti scopo la bocca?”
“Sei bello anche così, sai? Con il mio cazzone tra le labbra.”
Sergio gemeva. Gli occhi spalancati, il corpo completamente abbandonato. Spinsi più a fondo, sentii la sua gola stringersi attorno al mio uccello. Gli toccai il viso, lo accarezzai, poi mi fermai.
“Te lo prenderai tutto. Ma adesso… adesso ti voglio sotto. Voglio guardarti mentre ti entro dentro.”
Mi tirai indietro lentamente, facendo scivolare il cazzo fuori dalla bocca di Sergio con un filo di saliva che ci tenne ancora collegati per un secondo.
Sergio mi guardò, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente, la bocca socchiusa.
Era una scena quasi teatrale, ma del tutto vera. Intensa. Elettrica.
Il suo cazzo era duro, teso, pulsante. Mi avvicinai e glielo sfiorai appena con la punta del mio, facendoli strusciare l’uno contro l’altro.
Mi piegai su di lui, fronte a fronte. Gli accarezzai il viso, il petto, la pancia. Poi gli diedi uno schiaffo leggero sulla guancia. Non per far male. Per affermare.
“Girati, bestione. Voglio mangiarti il culo”
Si sistemò a pecora dandomi modo di affondare la faccia tra le sue chiappe. Mi teneva la testa bloccata con una mano per impedirmi di staccarmi, gemendo di piacere, mentre lo sgrillettavo con la punta della lingua.
Scavai al suo interno con il dito medio assicurandomi che fosse sempre lubrificato. Poi aggiunsi l’indice.
“Ahh ...” gemette
“Finiscila, non ti ho ancora fatto niente”
Mi sistemai dietro di lui, mi inginocchiai e gli passai il cazzo lungo la fessura del culo, senza entrare. Solo il contatto.
Sergio restò in ginocchio sul letto, nudo, con gli stivali addosso, le cosce larghe e il cazzo duro che pulsava.
“Non ti scopo ancora”, disse. “Prima voglio vederti spalancare per me. Voglio vederti prepararti da solo. Voglio che sia tu a farmi spazio.”
Sergio affondò il viso nel cuscino e sollevò il bacino. Gli stivali piantati nel materasso, le gambe larghe. Lo guardai da dietro, affascinato. Quell’uomo, il mio uomo, stava accettando tutto. Con consapevolezza. Con desiderio. Con rispetto.
“Sei bellissimo anche con il culo per aria”, gli sussurrai. “E il bello è che lo sai.”
Sergio si voltò a guardarmi. Gli occhi brillavano di una sfida diversa dal solito.
“Goditelo, frocetto. Non durerà.”
Era il suo orgoglio a parlare per lui; lo fa ogni volta che sta sotto, ma, come dice qualcuno, una volta che l’hai preso in culo con soddisfazione, non puoi più farne a meno.
Mi avvicinai, gli accarezzai i fianchi e mi chinai all’orecchio.
“Con calma, bestione. Tra poco ti accontento”
Sergio restò a quattro zampe sul letto, le spalle larghe, le gambe robuste leggermente aperte, il culo perfettamente esposto e lucido di lubrificante. Gli stivali alti gli conferivano un’aria ancora più maschia, come se neppure in quella posizione fosse davvero sottomesso.
Lo guardai, incantato. Quel corpo era potere puro. Ogni centimetro diceva: “Comando io”. Eppure… era lì. Offerto. Pronto per me.
“Guardati”, gli dissi con voce profonda. “Guarda che razza d’uomo sei. Più forte, più grande, più duro di chiunque altro. Eppure, sei qui, con il culo aperto per me.”
Sergio non rispose subito. Si voltò appena, con un ghigno agli angoli della bocca.
“È questo che ti eccita, vero? Sapere che potrei stritolarti in un secondo, e invece ti lascio fare.”
“No”, mormorai. “Mi eccita sapere che mi vuoi. Che stai giocando con me perché mi vuoi come io voglio te”
Sergio si passò la lingua sulle labbra, ma non rispose.
Mi misi comodo dietro di lui. Appoggiai una mano sulla schiena ampia, gliela feci scorrere lungo la colonna vertebrale fino in fondo, poi sui glutei.
Gli afferrai i polsi e glieli bloccai dietro la schiena con una mano in modo che rimanesse con il culo per aria senza potersi puntellare sulle braccia
Lo leccai lentamente. Passai la lingua lungo la spina dorsale, poi tra le chiappe. La punta esplorava, stuzzicava, provocava. Sergio ansimava, appoggiando il viso al materasso. Il suo cazzo duro, enorme premeva sotto di lui, lasciando tracce di pre-sperma sulle lenzuola.
Lo munsi un po’, così, solo per farlo eccitare.
“Cristo…” mormorò. “Mi fai impazzire.”
“È quello che voglio”, gli risposi. “Dovrai chiedermelo. Dovrai supplicarmi”
Continuai a stimolarlo, solo con la lingua e le dita. Ogni tanto, il mio cazzo sfiorava l’ingresso, caldo e pronto, ma non entrava mai. Solo il contatto. Solo la promessa.
Sergio si dimenava appena, spingeva il bacino indietro, cercava qualcosa che non gli davo ancora.
Feci scorrere la lingua lungo la linea del suo collo, poi gli morsicai piano il lobo. Le sue mani, ferme, passavano sul petto, sul ventre, accarezzando il suo cazzo duro senza mai afferrarlo davvero.
“Adesso basta. Non resisto. Hai vinto tu”
Non lo avvisai. Non serviva. Con un colpo secco, deciso, entrai.
Sergio gemette forte. Un suono basso, profondo, quasi rabbioso. Le gambe gli tremarono per un attimo. Restai fermo, dentro fino in fondo. Il cazzo mi pulsava, immerso nel calore del corpo di quell’uomo che sembrava indistruttibile.
Poi cominciai a muovermi. Appoggiai le mani sui gambali dei suoi stivali, spingendo il bacino in avanti. Avevo il cazzo durissimo, teso, come se ciò a cui stavo aggrappato mi stesse trasferendo una nuova carica.
Iniziai con qualche piccolo colpo di assaggio, poi lo scopai duro. Preciso.
Colpi pieni, lunghi, regolari. Il rumore dei fianchi che sbattevano contro il culo di Sergio riempiva la stanza. Gli strinsi i fianchi, poi il petto, e gli feci scorrere le mani sulla schiena. Ogni movimento era carico, sentito.
“Lo senti?” ansimai. “Lo senti quanto ti voglio?”
Sergio mugolava, gli stivali ancora piantati sul materasso, il culo allineato perfettamente. Si lasciò scopare senza dire una parola.
Ma il suo corpo parlava per lui: si tendeva, si apriva, rispondeva.
Abbassai il busto. Mi incollai a lui. Il petto contro la schiena, le mani sul ventre, le labbra all’orecchio. E cominciai a muovermi più lento, più profondo, più pieno.
“Non sei solo il mio uomo”, sussurrai. “Sei il mio rifugio e anche la mia rovina.
Sergio si girò appena, lanciandomi uno sguardo.
Gli baciai il collo. Gli accarezzai il petto, gli pizzicai i capezzoli. Gli presi il cazzo duro con una mano, lo masturbai piano, in sincronia con i colpi.
Niente giochi, niente dolcezza. Solo forza, ritmo. Ogni spinta era un colpo netto
Accelerai. Il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza.
“Voglio che tu goda”, dissi. “Voglio vederti venire.”
Sergio abbassò il capo, il corpo teso, la pelle lucida, i muscoli gonfi, con il sudore che cominciava a scendere lungo la schiena. I gemiti si fecero più profondi. Sentivo il suo culo stringersi attorno alla mia verga. Se la stava godendo.
“Vieni”, sussurrai. “Vieni con me dentro.”
E Sergio venne. Forte. Il cazzo esplose tra le mie mani, mentre il suo corpo si contraeva, mentre il respiro si spezzava, mentre un gemito gli sfuggiva dalle labbra.
Lo seguii poco dopo e quando toccò a me, lo feci dentro di lui, affondando fino in fondo, trattenendo il respiro contro il suo collo
Restammo così, sudati, appagati l’uno dell’altro per qualche minuto.
Fu Sergio il primo a reagire. Si mise su di me, puntellandosi sulle braccia, sovrastandomi con il suo corpo. Aveva ritrovato il suo sguardo bastardo.
“È troppo tardi per la palestra. Facciamo una doccia, ci vestiamo e poi andiamo a fare un giro. Sono curioso di vedere se, oltre al loro scopo principale, posso usare questi stivali anche per andare in moto”.
E mentre mi tirava fuori dal letto ridendo, aggiunse: “Suppongo che sia inutile che sia io a dirti quali pantaloni dovrai indossare!”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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