Gay & Bisex
Intimità maschile
04.02.2026 |
6.352 |
7
"Ma è quando mi chino per infilare gli stivali che quello scivola all'improvviso al suo posto, facendomi sfuggire un lieve lamento..."
È tornato: lo sento prima ancora di vederlo. Sbatte la porta, spingendola con il corpo, quasi ad assicurarsi di aver chiuso fuori sia il freddo invernale sia il grigiore milanese e la borsa da palestra, lanciata senza cura, emette un tonfo sordo quando atterra sul pavimento.
Sergio è così: rude, virile, chiassoso. Puro istinto.
È accaldato, ha il fiato corto e i capelli biondi gli ricadono disordinati sulla fronte. Di sicuro è tornato dalla palestra correndo invece di prendere la moto, e, come al solito, avrà preferito le scale all’ascensore.
“Oh, sono a casa!” mi urla, come se non avessi sentito il casino che ha fatto.
Un semplice “ciao” di rimando, ma resto stravaccato sul divano dandogli il tempo di raggiungermi; la televisione è accesa, senza però che io la stia davvero guardando.
“Ti è arrivata una cosa”, gli dico con un tono neutro, girandomi verso di lui.
Sergio si blocca. Mi guarda con quel sorriso che ho imparato a riconoscere ogni volta che ha in mente qualcosa.
“Che cosa?”
“Non so, è un pacchetto. Anzi, una busta. Piccola, ... anonima”
Si avvicina lentamente, come se stesse entrando in scena. Si sfila la felpa e l’abbandona sulla prima sedia che trova, per poi sistemarsi la maglietta alla bell’è meglio. La pelle è ancora calda. Il suo corpo profuma di legno di sandalo, ma anche di uomo.
Un mix molto arrapante.
“Dov’è?”
Fingendo indifferenza, tengo gli occhi puntati sullo schermo e, con un cenno della testa, indico il tavolino davanti al divano.
La busta di cartone è lì, marroncina, sottile. Sembra che non contenga nulla. Sergio la guarda, sembra quasi indeciso sul da farsi. Ma non la prende subito.
Si piega in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia, osservandomi dall’alto.
È sempre così: prima di fare qualcosa, si assicura che io lo stia guardando.
“Secondo te che cos’è?” chiede.
“Conoscendoti? Di sicuro qualcosa che sarebbe meglio non vedere.”
Avevo riconosciuto immediatamente quel piccolo pacchetto anonimo, anche perché non è certo la prima volta che acquistiamo su quel sito internet.
Ride. Una risata bassa, soddisfatta.
“E invece lo vedrai.”
Mi dà dei colpetti sulla gamba per farmi raddrizzare, poi si siede pesantemente accanto a me. Molto vicino. Il suo corpo pretende spazio, uno spazio che Sergio non si preoccupa di rubare agli altri senza mai chiedere permesso. Così il divano diventa improvvisamente piccolo.
Tiene la busta tra le dita, la rigira, la pesa come se potesse indovinarne il contenuto con il tatto.
Io sento una tensione stupida e bellissima nello stomaco. Non per l’oggetto, ma per lui. Per il modo in cui si prende il tempo. Per come mi tiene in sospeso.
“Non è una cosa seria”, dice.
Scoppio a ridere. “Tu sei un animale. Le tue non lo sono mai”
“Questa meno delle altre”, aggiunge.
Mi guarda di lato. Conosco quello sguardo. È quello che usa quando sta per fare qualcosa che sa che mi sorprenderà… e mi piacerà.
Ma la busta resta chiusa.
Sergio non ha fretta. Sa che sto aspettando. E questo, più di qualsiasi altra cosa, mi fa impazzire. E lui lo sa bene.
Lancia con indifferenza il piccolo pacchetto sul tavolino e accenna ad alzarsi.
“Eh, no, porca puttana. Adesso voglio sapere cosa c’è dentro”.
“Ok”, la faccia esprime il suo trionfo. “Ma ricorda: sei tu che me l’hai chiesto”
Adesso che ha vinto, finalmente può aprirla e mostrarmi il contenuto.
Dentro non c’è niente che faccia rumore. Solo un pezzo di stoffa, rosso acceso, piegato male, troppo piccolo per essere preso sul serio.
Lo solleva tra due dita come se fosse una reliquia.
“Ta-dà”
Per un secondo non capisco, poi capisco fin troppo. Un piccolo e insignificante triangolo di cotone rosso lucido, da cui si dipartono sottili filetti elastici.
“Ma… è minuscolo.”
“È arte contemporanea”, dice. “Minimalismo erotico per l’uomo moderno.”
Scoppio a ridere. Lui mi guarda soddisfatto, come se avesse appena vinto una scommessa.
“Tu sei fuori se pensi che io metta una cosa del genere”, gli dico. Ma, nella mia testa, già mi immagino con addosso quel minuscolo perizoma da uomo e il solo pensiero fa sì che il mio cazzo cominci a gonfiarsi dentro alla tuta.
Sergio mi guarda allargando uno dei sorrisi bastardi dei quali solo lui è capace.
“Sei il solito egocentrico. Chi ha mai detto che è per te?”.
Si alza dal divano con quell’aria teatrale che assume quando si sente osservato.
“Aspetta”, mi dice, per poi sparire in camera senza chiudere del tutto la porta.
“Non sbirciare.” Mi urla dalla stanza.
“Non ne ho bisogno”, rispondo. “Già me lo immagino.”
Sento rumori inutili: cassetti aperti, oggetti che cadono, un’imprecazione. Sergio si cambia sempre come se stesse combattendo con i vestiti. Poi si chiude in bagno.
Io resto sul divano con il cuore che batte più forte di quanto sia ragionevole per una stupida mutanda rossa.
Ma non è la mutanda. È l’attesa, il suo entusiasmo. È la consapevolezza che lo sta facendo per me.
La porta finalmente si apre. Sergio entra in salotto ballando.
Non è un ballo vero, bensì una specie di marcia storta e goffa, con le braccia larghe, il bacino che ondeggia senza ritmo, come un orso che ha appena scoperto la musica latina.
Il perizoma è lì, rosso, indecente e perfetto, incastonato su un corpo privo di qualsiasi delicatezza.
“Signore e signori,” dice, “il nuovo me.”
Resto zitto. Non perché mi manchino le parole, ma perché il cervello è in ritardo rispetto a ciò che sto guardando.
Il suo corpo enorme e palestrato è coperto soltanto da quel minuscolo indumento che lui indossa con una sicurezza infantile. Si gira di profilo, poi di schiena, e fa un mezzo inchino, stringendo ritmicamente le chiappe muscolose davanti ai miei occhi.
Ciò che sto vedendo è una dichiarazione di guerra al mio autocontrollo.
“Non dire niente”, dice. “Guardami soltanto.”
Obbedisco senza fatica, ma ormai la mia erezione è plateale.
Ride. È felice. Lo vedo dal modo in cui gonfia il petto, da come si mette le mani sui fianchi. Ogni tanto allarga l’elastico e lascia che il suo cazzone penzoli libero in mezzo alle gambe per poi risistemarlo con cura dentro al perizoma.
“Ti ho rotto il cervello, vero?”
“Tu mi rompi il cervello anche con la tua felpa consunta”, dico. “Così è scorretto.”
Ride.
“Allora, vuol dire che sei pronto perché ti rompa qualcos’altro?”
“Sei un idiota”, gli rispondo, decidendo di non ribattere a ciò che aveva appena detto.
“Ti rendi conto di essere ridicolo, vero?” mento, cercando di nascondere la mia erezione e di trovare un modo qualunque per non restare passivamente al suo gioco.
“Fammelo vedere meglio”, lo assecondo facendogli segno di avvicinarsi.
Viene verso di me. Lentamente. Ogni passo è una provocazione. Avvicina il pacco alla mia faccia finché, piegando leggermente le ginocchia, non riesce a sistemarmelo sul naso.
“Ah sì, così questo lo trovi ridicolo?” Dice, facendo aderire l’inguine alla mia faccia.
Non trovo parole. È davvero tanta roba!
Ci affondo il viso e, contemporaneamente, faccio passare una mano tra le sue cosce per raggiungere il sedere; così facendo, arrivo al solco tra le chiappe e scorro il dito medio fino alla rosellina. Arrivato alla meta, glielo infilo facendolo sussultare.
Questa probabilmente non se l’aspettava, ma si riprende subito. Si stacca e si siede sul tavolino davanti a me. Senza pudore né pose studiate.
Solo lui, accaldato, sorridente, vivo. Gli occhi brillano come quelli di un bambino che ha appena fatto uno scherzo riuscito.
“Volevo vedere se riuscivo a sorprenderti.”
“Cazzo, Tu ci riesci sempre” rispondo con sincerità
Sergio sorride. Non dice niente per qualche secondo. Poi stringe le spalle protendendosi verso di me.
“Ti adoro quando mi guardi così.”
“Così come?”
“Con lo stesso sguardo libidinoso che ho visto sulla tua faccia la prima volta che ci siamo visti”
Ha ragione: sono eccitato esattamente come allora. E capisco che quello stupido perizoma rosso è stato soltanto un pretesto per giocare.
Gli prendo il polso. Non lo tiro verso di me. Lo tengo fermo.
“Sei orgoglioso del tuo acquisto?”
“Molto.”
“Sono d’accordo con te. Mi piace un casino. Vorrei rimanere a guardarti, ma temo di essere costretto a strappartelo di dosso.”
Ride forte. Si alza, viene verso di me e si piazza cavalcioni sulle mie gambe, abbracciandomi. Il suo corpo nudo mi avvolge; il suo odore mi invade le narici dandomi alla testa. Poi si stacca quel tanto che gli basta per fissarmi negli occhi restando in silenzio mentre infila la mano dentro ai pantaloni della mia tuta, impadronendosi del cazzo duro come la pietra.
Il divano torna piccolo. L’inverno resta fuori. Dentro c’è solo questa strana felicità fatta di una complicità che non ha bisogno di spiegarsi.
La sua mano è calda e le dita stringono il mio uccello, facendo scivolare la pelle su e giù lungo l’asta.
“Allora è vero che ti è piaciuto”
Sergio non ha mai paura di essere troppo in tutto. Troppo grande, troppo schietto, troppo istintivo, troppo invadente. Lui no. Lui entra in una stanza ed è perfettamente a suo agio. Come se lo spazio fosse suo da sempre.
Probabilmente è questo che mi ha preso fin dalla prima volta. Non il corpo, anche se il suo corpo è una dichiarazione di guerra. È il modo in cui si prende ciò che ritiene suo. Me incluso.
Resta ancora per un momento aggrappato al mio corpo, praticamente nudo, fiero della sua follia e io sono perfettamente consapevole del perché sono pazzo di lui. Non soltanto perché mi eccita, ma anche perché non smette mai di giocare.
Ormai ho capito che questo è il suo modo di dire: “Ti voglio bene”. Non con le parole, bensì con gesti inutili e bellissimi.
Lo faccio scendere dalle gambe e mi alzo a mia volta prendendolo per il braccio.
“Ok, bestione, ti sei divertito abbastanza a farmi sbavare. Me l’hai fatto diventare così duro che è arrivato il momento di dimostrarti la mia riconoscenza per questa ennesima cazzata. Anche perché se sto ancora qui a guardarti senza fare niente, rischio di venire senza nemmeno toccarmi”
Andiamo in camera e si lascia spingere sul letto, mettendosi supino, con una strana arrendevolezza che mi fa pensare abbia pianificato ogni cosa fin dall’inizio.
In un attimo mi libero della felpa e calo i pantaloni della tuta, rimanendo completamente nudo con gli occhi e la minchia puntati su di lui.
Quel ragazzone seminudo sdraiato sul letto è una bellezza, ma il minuscolo sacchetto di stoffa che indossa suona stonato e non mi fa godere di tutto quel bendidio come vorrei. Tra l’altro, comincia a essere eccitato anche lui e le dimensioni del suo cazzo non sono più contenibili dentro a un indumento così ridotto.
Così gli alzo le gambe e gli sfilo il perizoma lanciandolo lontano; mi allungo su di lui fino a unire le nostre bocche. Le lingue si intrecciano mentre cresce il mio senso di urgenza.
“Ti voglio, bell’uomo, e adesso ti prendo”
Senza perdere di vista i suoi occhi, mi inginocchio, gli apro le gambe e comincio a prepararlo, cercando di tenere sotto controllo la voglia che ho di lui. Lo inumidisco, lo lubrifico, lo allargo mentre Sergio si lascia fare rimanendo stranamente passivo, limitandosi a osservarmi con il suo solito sorriso beffardo, a metà tra il desiderio e la sfida.
Senza perdere altro tempo, mi allineo, comincio a entrare, deciso e impaziente, in quel pertugio caldo, e lui mi accoglie con una piccola smorfia.
È evidente quanto gli piace, tanto che ha imparato a prenderlo come un vero esperto, muovendo leggermente il bacino per agevolare il mio ingresso man mano che spingo.
“Visto che hai fatto tutta questa manfrina solo per fartelo mettere in culo, adesso è giusto che tu te lo goda”.
Mi prendo ancora qualche attimo per tornare alla sua bocca, per sentire il suo alito e il suo odore e, allo stesso tempo, fargli sentire tutta la rigidità del mio cazzo dentro al suo corpo. Poi comincio a muovermi piano, senza smettere di baciarlo. Mi porta le braccia al collo, quasi stritolandomi mentre le nostre bocche restano incollate.
Mi stacco, appoggiandomi sulle braccia, e aumento i movimenti del bacino, facendo però in modo che i nostri occhi restino a brevissima distanza l'uno dall'altro.
“Sono pazzo di te. Lo sai, vero”, gli dico. Lui mi risponde con un sorriso, senza dire nulla.
Continuo a scoparlo mentre aggiungo: “Tu mi mandi ai matti”
E lui: “Vorrà dire che ci andiamo insieme”
Gli sono ancora sopra mentre gli dico: “Sei una droga, cazzo”
Sorride ancora mentre mi sfida: “Fottimi, frocetto. Più forte”.
Così mi metto in ginocchio, le sue gambe sulle mie spalle, e aumento ulteriormente la cadenza, guardandolo mentre mi sorride con quel ghigno malefico che detesto e amo al tempo stesso.
Sergio è un combattente; non riesce ad abbandonare quell’atteggiamento dominante nemmeno quando gli tocca stare sotto.
Ogni tanto leggo le smorfie sul suo viso e, mentre lo inculo con sempre maggiore energia, allunga le mani e mi assesta una serie di pugni sui pettorali.
“Scopami… così”, mi incalza.
E invece mi fermo. Immobile. Spalanca gli occhi per la sorpresa.
“Tienilo stretto, bestia. Goditelo nel culo perché sei tu che l’hai intostato in questa maniera”
Le dita dei suoi piedi sono arricciate, contratte, così mi prendo un po’ di tempo per rilassarlo ciucciandogli gli alluci, ma poi porto il busto in avanti spingendo le sue gambe, aprendolo sempre più e ricominciando a muovermi.
Lo bacio, lo penetro, lo voglio. È mio.
Sento l’orgasmo che sale. Cerco di controllarmi ancora, ma non ce la faccio più, così esco e finalmente schizzo su di lui, per poi accasciarmi sul suo corpo, tra le sue braccia.
Sono esausto. È stata una cavalcata impegnativa che mi ha svuotato completamente e ho bisogno di un attimo per riprendere fiato. Ma dopo pochi minuti Sergio mi butta da parte e si alza dal letto, con il suo lungo arnese rigido che oscilla a ogni movimento.
“Dove cazzo stai andando. Dammi ancora un attimo e poi mi prendo cura di te”.
Si china un secondo e riemerge con il perizoma in mano, rispondendomi: “Ci puoi contare, bello mio. Non penserai che sia finita qui, vero?”
Mi tira bruscamente giù dal letto, mi dà un bacio veloce e poi si abbassa davanti a me rimanendo in equilibrio sulle gambe. Allarga l’elastico del perizoma e mi invita a infilarci il primo piede. Così, finalmente capisco le sue intenzioni.
Mi fa scivolare il perizoma su lungo le gambe, mi sistema con cura le palle e il cazzo ormai moscio al suo interno e si assicura che il filetto posteriore sia ben tirato all’interno del solco del mio sedere. Poi mi assesta un bacio veloce sull’ombelico e si rimette in piedi sovrastandomi con tutta la sua statura.
Mi bacia e, mentre lo fa, tira delicatamente l’elastico che ho tra le chiappe. Sento distintamente lo sfregamento sulla pelle e il mio ano risponde subito alla sollecitazione.
“Facciamo così…”, mi dice, facendo pressione sulle mie spalle, costringendomi ad abbassarmi fino all’altezza giusta. “… ti lascio ciucciare la minchia per un po’, prima che tu mi dia il culo”.
Non sono più eccitato, ma non mi faccio certo sfuggire l’opportunità di imboccare quella verga gonfia e tesa allo spasimo. Ormai sa quanto mi piace giocarci, e sa altrettanto bene che sono piuttosto bravo in questo, tanto che nelle nostre sfide di 69 è quasi sempre lui a venire per primo. Ma in quel momento il mio unico obiettivo è stuzzicarlo e dargli piacere.
Così gli bacio la grossa cappella, lo stimolo con la punta della lingua mentre gli massaggio le palle piene. Sputo ripetutamente su quel magnifico manganello per facilitare lo scorrimento della mano prima di mettermelo finalmente in bocca.
“Me lo fai tirare da pazzi, vestito così”, mi dice con voce calda, guardandomi dall’alto mentre si pizzica i capezzoli con le dita, lasciando che continui a prendermi cura di lui.
Ma non voglio esagerare per non rischiare che venga troppo presto.
Sono di nuovo eccitato e so di cosa ho voglia adesso.
Così mi rialzo, gli prendo la testa tra le mani e lo bacio. Sento chiaramente il suo cazzo duro che preme contro la mia pancia.
Mi stacco, gli sorrido e gli dico: “Tutto programmato, tutto previsto. Come sempre, si fa come decidi tu, vero?”
Sergio si fa una risata sonora e risponde: “Esatto. Sei una bellezza e non vedo l’ora di farti godere di culo.”
Mi sistema con impazienza le mani sullo specchio e mi allarga le gambe, facendo in modo che mi ritrovi con il culo sporgente, bello in vista come piace a lui.
Fa scorrere le mani sul mio corpo, poi entra nel sacchetto di stoffa prendendo in mano il cazzo che si è risvegliato e comincia a menarmelo piano.
Si sistema dietro di me, si piega sulle ginocchia, in modo che la nostra immagine rimanga sempre ben visibile, riflessa nello specchio. La sua voglia è tanta, il suo cazzo è teso.
Sposta l’elastico quel tanto che basta per infilarci la bocca, per penetrarmi con la lingua, per mordermi con i denti.
Il buco si allarga come per un riflesso automatico, mentre sento brividi di piacere scorrere per tutto il corpo. Mi munge il cazzo, lecca le palle, l’asta e poi torna a concentrarsi sul solco, allargandomi le chiappe.
Il suo obiettivo è esattamente al centro, ben visibile. Ma invece di prenderselo, torna sul letto sistemandosi proprio al centro, seduto con le gambe larghe, puntellando il busto con le braccia distese dietro di sé.
Completamente esposto. Molto accogliente.
“Se lo vuoi, devi venire a prendertelo” mi dice indicandomi il suo cazzo svettante in mezzo alle gambe divaricate.
Quell’uomo mi attira come una calamita e io non mi faccio pregare. Salgo sul letto, infilo le gambe dietro la sua schiena e lui fa altrettanto con me. Siamo abbracciati, intrecciati l’uno contro l’altro.
Gli mordo una spalla stringendomi a lui e, mentre mi bacia il collo, la sua mano si insinua sotto il sottile elastico del perizoma, accarezzandomi le pareti anali.
“Lo vuoi, piccolo?” mi chiede con voce bassa.
Non ha bisogno di chiederlo perché il mio cazzo ha ripreso vigore per l’eccitazione e preme forte contro il suo. Ma so che vuole sentirmelo dire.
“Certo che lo voglio, coglione. Lo voglio da quando me l’hai piazzato sotto il naso.” Detto ciò, mi alzo con il busto facendo leva sulle gambe, rimanendo però agganciato al suo corpo, così da dargli modo di spostare leggermente il filetto e puntare la sua verga all’entrata del mio ano. Dopodiché mi lascio andare, lentamente, finché il suo uccello non scivola, con gradualità, dentro di me. Ormai l’ho preso un’infinità di volte, e so che il dolore passa presto, lasciando spazio al piacere immenso che solo quella mazza sa regalarmi.
“Ci sei, cucciolo. Adesso è tutto tuo”, mi sussurra, come se non fossi in grado, per conto mio, di sentire ciò che ho nell’intestino. Comincio a sollevarmi su e giù per godere di quell’arnese, percependone le dimensioni, la consistenza e i rilievi, mentre Sergio continua ad accarezzare la mia schiena.
“Tu sei un cretino, ma hai un cazzo enorme” gli dico tra i denti mentre mi impalo su di lui, gestendo la cadenza e la profondità. E Sergio mi lascia fare, mettendosi comodo sul cuscino per godersi la scena. Lascia che mi gestisca da solo per un po’ prima di sollevarmi e, senza dire niente, mi sistema a pecora. L’elastico del perizoma è tornato al suo posto e lui lo fa scorrere piano lungo il solco, solleticando l’ano ormai sensibilissimo. Ci gioca un po’ e, a un certo punto, è pronto a rientrare. Si allinea e spinge. Spinge fino in fondo.
È di nuovo dentro di me: sarebbe impossibile non rendersene conto. È sopra di me, schiacciandomi con tutto il suo peso. Ma non gli basta ancora.
Il braccio attorno al collo mi tiene stretto, mentre l’altra mano percorre la mia testa e il viso. Non è una carezza. È presenza. È possesso. E quando il pollice arriva sulla bocca me lo infila facendoselo succhiare.
Le sue labbra sono a un millimetro dal mio orecchio quando mi sussurra: “Sei mio, Paolo. Ricordatelo sempre.”
Non penso che ci sia bisogno di nessuna conferma perché con quell’arnese che mi sta aprendo il culo sarebbe impossibile dimenticarselo.
Mi scopa con forza, come fa sempre: violento, profondo, energico, tenendomi per i capelli, e io mi godo le incredibili sensazioni che mi accendono il corpo e il cervello.
Mi tira su senza mollare la presa, tenendomi in ginocchio davanti a lui; le mani mi strizzano i capezzoli mentre mi scopa. Li pizzica tra pollice e indice, li stringe fino a farmi gemere di un dolore che assomiglia più a piacere, prima di ributtarmi giù a quattro zampe per proseguire nel suo dovere.
Penso che sia arrivato al limite: mi gira supino, mi allarga le gambe ed entra per la terza volta, ma adesso posso finalmente vederlo, guardarlo mentre mi prende con sempre più energia. I muscoli sono sudati, i capelli leggermente umidi, ha il fiato corto e sbuffa come un mantice mentre mi chiava velocemente ed io non riesco a controllare i gemiti.
Infine, esce, si mena il cazzo velocemente e comincia a spruzzare tutto il suo liquido bianco su di me per poi, finalmente appagato, venire a sdraiarsi attaccato al mio corpo e restare insieme a me a riprendere fiato.
Sono felice. Esausto, sudato da far schifo e con il culo a pezzi.
Sergio si alza dal letto e mi dice: “Una doccia e poi vuotiamo il frigo. Sto morendo di fame”
Ma io ho altri programmi: “Vestiti, cazzone. Niente doccia. Ti porto fuori a cena, sporco e puzzolente come sei”. Adoro sentirmi addosso l’odore del sesso appena consumato con lui.
Mi guarda divertito e aggiunge. “Ci sto, ma a patto che tu ti tenga il perizoma”
Accetto, anche se sono un po’ preoccupato per lo sfregamento. Così faccio in modo di tenere l’elastico di lato, lontano dal solco arrossato.
Ma è quando mi chino per infilare gli stivali che quello scivola all'improvviso al suo posto, facendomi sfuggire un lieve lamento. Sergio se ne accorge, si siede premurosamente di fianco a me e, con gentilezza, infila una mano dentro ai miei jeans, facendo scorrere delicatamente un dito lungo il solco.
“Sei troppo arrossato. Quando torniamo a casa, bisognerà occuparsene.”
Poi stringe il filetto tra le dita e lo tira con forza, facendomi urlare.
“Ma fino ad allora mi serve per ricordarti che il tuo culo è solo mio”
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