Gay & Bisex
Il gelataio e i compagni di calcio
09.09.2025 |
10.399 |
6
"Mi sembrò quasi di perdere i sensi, di svenire con quella salsiccia piazzata nel culo che andava su e giù senza fermarsi..."
L’estate stava finendo e Matteo mi propose di andare al mare con lui una settimana. Avremmo così potuto stare insieme tutto il giorno, mangiare insieme, dividere lo stesso letto, anche se nessuno avrebbe dovuto sapere che eravamo fidanzati per cui avremmo dovuto fare molta attenzione. I primi giorni fu un’emozione continua ma anche un supplizio. In casa oltre a me e Matte, c’era Tommaso, suo fratello di ventidue anni, e Umberto, il migliore amico del mio ragazzo nonché suo compagno di calcio. Nessuno sapeva e nessuno doveva accorgersene. Passavamo le serate in giro, incontrando altri amici, bevendo, facendo casino, guardando le ragazze… Matteo e Tommaso sembravano conoscere tutta la cittadina di mare e i suoi abitanti. Il giorno era anche peggio, se non che potevo almeno vedere Matteo in costume, perdermi a pensare come fosse in quel momento il suo cazzo lì sotto, mentre giocavamo a calcio sulla spiaggia con i suoi amici, o in acqua, mentre facevamo gli stupidi. Ogni tanto, appena restavamo per un momento soli, ci prendevamo per mano, intrecciavamo le nostre dita, ci sfioravamo le gambe come quando eravamo in montagna, parlavamo del come fossimo perennemente in erezione, ma poi puntualmente arrivava qualcuno dei suo amici o suo fratello e dovevamo tornare a fare “gli animali sociali”. Il bilancio dei primi giorni era piuttosto magro: gli avevo visto al massimo un paio di volte quel pisello che ben conoscevo per averglielo succhiato e leccato quasi tutta l’estate, ma che non mi bastava mai. La prima volta in una serata in discoteca, avevamo pisciato vicini nei cessi a muro, guardandoci il cazzo per tutto il tempo della pisciata, della scrollata, del mesto rientro dei nostri membri nei boxer; un’altra, in casa, ci eravamo cambiati i boxer da mare nella stessa stanza, con i cazzi ben di fuori, duri e inturgiditi ancora di più dalla salsedine. Ero stato tentato di buttarmi ai suoi piedi e di fargli un pompino, ma la voce di Tommaso che ci diceva di sbrigarci aveva rotto l’idillio. Il pompino era arrivato il terzo giorno. Mezzogiorno. Avevamo fatto un lungo bagno e giocato a calcio sulla spiaggia tutti insieme, quando Matteo mi propose di andare al bar a prendere un po’ d’acqua. Appena fuori dalla vista degli amici, però, mi disse di seguirlo verso le cabine dove ci si poteva cambiare. Ci guardammo intorno e poi ci infilammo insieme nella cabina più lontana e remota, prima l’uno e poi l’altro. Per la prima volta, dopo alcuni giorni, tornavamo ad essere vicini, a respirare la stessa aria, a poterci sfiorare senza paura di essere beccati. Non servirono parole. Avvicinai la mia bocca alla sua e iniziammo a baciarci, prima con le labbra, poi con le lingue. Restammo così sospesi, uno dentro l’altro per non so quanto tempo. I rumori fuori sembravano sfocati: le urla delle mamme ai bambini, i ragazzi che organizzavano le loro uscite, gli adulti che si salutavano per andare a pranzare … tutto spariva in quel bacio appassionato e unico.
Senza bisogno di dirsi nulla, ad un certo punto, ci interrompemmo e mi inginocchiai. Matteo si tirò giù i boxer e fece uscire il suo cazzo, non ancora del tutto in erezione, ma inturgidito dalla salsedine e dall’acqua di mare che lo rendevano una sorta di miccia in tiro e pronta a esplodere. Gli iniziai a leccare le palle, sode, piccole e dure, osservando l’asta un po’ scuretta dell’uccello farsi sempre più turgida. Mentre la mia bocca si riempiva dei suoi testicoli, le mie mani gli toccavano il culo, le natiche di marmo, la fessura ben stretta e vergine. Salii leggermente e presi in bocca quei sedici centimetri di adolescenza che mi aspettavano. Glielo scappellai con le labbra, facendo uscire la cappella rossa e bagnata. Il cazzo era inturgidito dalla salsedine e aveva un sapore profondo di ragazzo, di sale, di mare. Iniziai a succhiarglielo rabbiosamente, cercando di mettermelo tutto in bocca e ogni volta che mi arrivava in gola, sbavavo e dovevo fermarmi per non soffocare. La sua faccia era trasognata, gli occhi chiusi, lontani, persi in un piacere profondo. Ad un certo punto, mi fermò perché altrimenti sarebbe venuto.
Mi fece cenno di alzarmi, mi girò di schiena e con un colpo secco mi tirò giù il costume.
Ora eravamo nudi, i cazzi in tiro, i nostri corpi attaccati nel poco spazio della cabina. Ero in piedi con la faccia appoggiata alla porta e gli occhi che scrutavano dalle fessure la vita fuori da quella stanzetta e il cazzo di Matteo che spingeva sul mio culo. Non avevamo lubrificante per cui cercai con la saliva di bagnarmi il buco, appena in tempo perché Matteo appoggiasse il suo cazzo e iniziasse a penetrarmi. Mi morsi le labbra per non urlare e lasciai che l’uccello di Matteo entrasse tutto dentro di me, con forza e velocità. In breve mi trovai schiacciato alla porta e completamente impalato da quel membro durissimo.
Iniziò a scoparmi sempre più forte e più forte, come se volesse spaccarmi il culo, come se quel ragazzo dolce e tenero che amavo si fosse trasformato in una bestia assettata di sesso.
Mentre mi penetrava, prese in mano il mio pisello che ormai era durissimo, mezzo sborrato e dolente di piacere. Mi scopava furiosamente da dietro e con la mano mi segava altrettanto velocemente. Dopo poco, iniziai a sborrare come una fontana, mentre Matteo intanto continuava a sbattermi il cazzo in culo sempre più duramente. Gli chiesi di fermarsi perché, ora che avevo sborrato, iniziavo a sentire un dolore lancinante al buco del culo, ma era impossibile fermare un treno in corsa.
Matte continuò ancora a penetrarmi sempre più a fondo, sempre con maggiore forza, appoggiando il suo corpo sudato e accaldato sulla mia schiena, mettendomi una mano in bocca per evitare che ci sentissero sulla spiaggia… e infine riempiendomi di sborra.
Ci rimettemmo il costume, ci scambiammo un bacio sulla bocca e uscimmo cercando di non dare nell’occhio.
Mentre ritornammo dagli altri, il mio culo pulsava e bruciava furiosamente, il mio cazzo ancora mezzo sborrato strusciava sulla retina dei boxer e il mio pensiero era fisso sul pacco di Matteo che, come nulla fosse, riposava e si nascondeva nei suoi boxer dopo avermi scassato.
L’idea di stare in mezzo agli altri, scherzando, giocando e facendo gli stupidi, come se non avessimo scopato furiosamente un attimo prima, mi faceva impazzire.
Dopo quel mattino però non ci furono più occasioni di stare soli.
Se a questo aggiungete che Umberto aveva voluto dormire nella stanza con Matteo e mi aveva relegato al divano in salotto con Tommaso, il gioco era fatto. Se pensate poi che Tommaso mi eccitasse, be’ non vi sbagliate. In fondo era la copia di Matteo con quattro anni in più: ricci neri, fisico asciutto e definito (calciatore anche lui, ma in famiglia tutti fissati), tatuaggio tattico in mezzo al petto, altezza media e … molto più disinibito del fratello: tutte le notti dormiva solo con i boxer addosso. Questo non aiutava, anche perché aveva sempre i boxer neri Calvin Klein, li stessi che portava Matteo, e questo aumentava le mie erezioni notturne e la mia voglia di cazzo. Ma comunque Tommaso era il fratello del mio ragazzo, per cui … dovevo essere serio!
L’unico cedimento lo ebbi la mattina dopo la scopata con Matteo, quando mi svegliai presto: tutto silenzio, tutti che dormivano, in un angolo Tommaso che respirava sereno nel sonno e così, guardandolo, il suo petto che si riempiva di aria, il suo pacchetto che riposava nei boxer neri… iniziai a toccarmi l’uccello nelle mutande, pensando al culo che ancora mi faceva male dal giorno prima, alla furia di Matteo e a come doveva essere Tommaso nudo e mentre scopava. Pensieri confusi che mi portarono in poco tempo a riempirmi i boxer di sborra e a bagnarmi tutto.
Arrivò anche l’ultima sera nella quale decidemmo di passare la notte sulla spiaggia e Matteo, prima di uscire e sentendosi un po’ in colpa per la settimana che non aveva funzionato come ci aspettavamo, mi disse che quella sera avremmo dovuto divertirci. Birre, vodka, cazzate, risate, Tommaso che suonava la chitarra, qualcuno che provava ad accendere un falò, rumore delle onde, luna e stelle, sguardi che si incrociavano e si annebbiavano… finché quasi tutti gli amici iniziarono ad andarsene e rimanemmo io, Matte, Tommaso, Umberto e un altro loro amico, Moise, anche lui un compagno di calcio di Matteo e Umberto. Moise era un bellissimo diciottenne, di colore, originario della Repubblica Democratica del Congo e adottato fin da bambino da una famiglia romana di cui portava un accento molto buffo. Andammo avanti a parlare per un bel po’, anche se i discorsi, l’alcol e la fine dell’estate non erano dalla parte di una normale conversazione. Finimmo ben presto a parlare delle tipe che si erano fatti, di compagne di scuola porche, del fatto che i congolesi fossero gli uomini con il cazzo più grande al mondo (solo per mettere in imbarazzo Moise) e altre cose così. Solo io e Matteo restavamo un po’ in disparte. Dopo mille discorsi inutili, Tommaso chiese come sarebbe stato fare sesso con un maschio e se mai ci avessimo pensato. Sdegno, schifo, insulti, anche Matte si unì al coro del “non sono mica frocio”. Ma le voglie di tre diciottenni, un ventenne (io allora…) e un ventiduenne erano fuori controllo.
Per farvela breve ad un certo punto, un po’ stordito dalla vodka, dissi che sarei stato curioso di prenderlo in culo, per sentire cosa si provava.
Matteo, che pure in culo quest’estate me l’avevo messo più volte, fu entusiasta dell’idea, disse che avremmo dovuto provare e propose al fratello di usare il ripostiglio del bar sulla spiaggia di cui Tommaso aveva le chiavi.
Dopo vari tentennamenti, si decisero che avrebbero provato.
Tommaso aprì lo sgabuzzino, era stretto e odorava di mare e salsedine, c’era disordine ovunque e un mucchio di fusti di birra in un angolo.
Nella mia fantasia mi sarei aspettato un’orgia tutti insieme, ma non osarono compromettersi tanto l’uno con l’altro per cui si decise che io li avrei aspettati dentro e, a turno, mi avrebbero scopato. Ne fui un po’ deluso ma tant’è.
Tommaso rivendicò il diritto di essere primo e a me la cosa stuzzicava parecchio (era pur sempre il fratello del mio ragazzo). Entrammo nello stanzino e ci chiudemmo la porta dietro le spalle. Ci guardammo qualche istante imbarazzati, senza sapere cosa fare, ma poi tutto andò come doveva andare. Tommaso mi disse di spogliarmi tutto nudo. Obbedì e mi trovai velocemente completamente nudo e con il cazzo in tiro davanti a lui. Nel frattempo Tommaso si era sbottonato la camicia, senza toglierla, mostrando il petto duro e definito, il piccolo tatuaggio sullo sterno e i pantaloni che prontamente abbassò insieme ai boxer fino alle ginocchia. Mi disse, senza esitare e con quella durezza familiare che ben conoscevo, di girarmi. Rimasi fermo un istante per ammirare ancora quel cazzo che stava diventando duro ed era la copia di quello di Matte, sedici centimetri (circa eh) di carne, peli pubici nerissimi, folti ma curati, cappella che spingeva per uscire, e forse un po’ di pallore in più rispetto a quello del mio ragazzo. Ma era evidente che erano proprio fratelli… di cazzo. Mi girai, appoggiai le braccia ai fusti di birra e divaricai quasi autonomamente le gambe. Tommaso mi passò un po’ di lubrificante e si avvicinò. Ora potevo sentire il suo respiro sul mio collo, la punta umida e turgida del suo uccello strusciarsi sul mio buco, la sua mano destra spingermi la schiena per farla inarcare …
E poi il suo cazzo si fece strada nelle mie natiche e iniziò a spingere per far aprire il buco che, anche se non vergine, ho sempre avuto stretto.
Chiusi gli occhi e immaginai che Matteo mi stesse scopando.
Grazie al lubrificante Tommaso iniziò a entrare sempre più dentro di me, le sue spinte, prima un po’ timide, diventavano sempre più decise e profonde e il ritmo dei colpi del suo cazzo si univano al rumore che facevano i miei fianchi sbattendo contro i fusti di birra. In breve il mio sfintere si aprì e iniziò a bruciare tutto, di un bruciore dolce ma deciso. Le pareti del mio culo pulsavano e ardevano. Le mie braccia cedettero e mi ritrovai con il petto sui bidoni freddi e sporchi. Tommaso spingeva sempre più forte e arrivò fino a metterlo tutto dentro, fino a farmi sentire i peli del suo pube soffiare sulle mie natiche, fino a solleticarmi i fianchi con la camicia che era rimasta aperta sulle sue spalle e che ora sbatteva contro di me al ritmo della scopata. Due gocce di sudore caddero dal suo petto sulla mia schiena, mentre il mio buco iniziava a bagnarsi e a farmi godere. Dopo essersi fermato un attimo, tenendomi il pisello dentro per farmelo sentire, si coricò su di me e mise la sua testa ricciolina vicino alla mia nuca, posizione dalla quale poteva osservare i segni dei succhiotti che mi aveva fatto il fratello. Fu un attimo, cercai di inalare più possibile l’odore di mare e sudore di Tommaso che riprese a scoparmi con colpi sempre più profondi e veloci. Dopo una decina di botte nel culo, quando il mio bacino stava iniziando a farmi male perché sbatteva contro i fusti di birra e il mio buco bruciava fortissimo, Tommaso mi avvisò che stava per riempirmi. Lo lasciai fare, cercai di allontanare il più possibile il dolore e godermi quel getto di sborra calda che mi invase tutto. Ad ogni schizzo Tommaso emetteva un verso di piacere puro e strusciava il suo petto duro su di me. Poi si fermò, si tirò su in fretta i boxer e i pantaloni e si abbottonò la camicia. In fondo era davvero la copia del fratello, solo meno violento quando scopava.
Mi lasciò lì, con le gambe belle divaricate, il buco che pulsava e bruciava e un filo di sborra che mi colava giù dal culo, finendo sulle cosce. Mi girai verso la porta, toccandomi gli addominali che mi facevano male e il cazzo che continuavo ad essere eretto e duro.
Mentre ero ancora lì dolorante, entrò Moise e chiuse la porta.
Per un momento ebbi quasi paura, ma la voglia era superiore a qualsiasi timore.
Non ho mai avuto grande attrazione per le persone di colore, ma Mose aveva davvero un bel viso e un fisico temprato da anni di calcio.
Eravamo entrambi molto impacciati e in imbarazzo, finché lui decise di iniziare. Si avvicinò e mi fece mettere in ginocchio, tenendomi stretto per i polsi e sbattendomi in faccia il suo pacco. I pantaloni della tuta tradivano un’erezione pazzesca e lasciavano passare un odore profondo di maschio in calore. Appoggiai la bocca sui pantaloni, ma lui stringendomi ancora di più i polsi, mi disse di abbassarglieli con i denti. Così feci, sempre più eccitato. Abbassati i pantaloni, mi trovai di fronte a un paio di slip neri che tiravano tutti e facevano fatica a contenere quello che c’era dentro. Mi avvicinai alle mutande e iniziai ad annusargliele e a leccargliele. Mi riempivo le narici dell’odore del suo cazzo e dei suoi slip che iniziavano a bagnarsi. Mi lasciò i polsi perchè iniziavano a farmi male e mi disse di alzarmi e di girarmi. Non ebbi tempo di dire che i miei addominali non ce la facevano più a stare sui fusti di latta, che con una manata mi fece mettere in posizione. Si tolse la maglietta, mostrandomi un fisico incredibilmente definito e muscoloso. Si tolse anche i pantaloni e… gli slip. Anche se mi aveva fatto girare, cercai comunque di osservare quella bestia da sopra le spalle. Le mutande scesero e il suo cazzo nero e duro sbatté violentemente contro i suoi addominali. L’uccello era dritto, scappellato e lungo sui ventitré centimetri: una salsiccia mai vista né prima né dopo.
Con un movimento veloce cercai di spostarmi e di fermarlo, ma capii che una sua mano si era appoggiata sul mio collo e mi stava bloccando in quella posizione.
Moise mi disse che ero tutto bagnato e mi chiese, un po’ schifato, se Tommaso mi fosse venuto in culo. Confermai e questo lo eccitò ancora di più.
Si avvicinò e mise una gamba tra le mie. Sentivo la sua pelle ebano e liscia sfiorare la mia, il suo respiro farsi sempre più spinto e lento e poi… non sentì più niente. Un martello di carne e presborra iniziò a spingere furiosamente vicino al mio buco. Lo sperma lasciato da Tommaso fece da lubrificante naturale e la cappella di Moise riuscì a penetrarmi, ad aprirmi ben bene, a farmi bruciare il buco, a incendiare le mie pareti già scopate pochi minuti prima da Tommaso. Provai a chiedergli di fermarsi, ma la mia voce era un misto di lacrime, dolore e gemiti di piacere puro e quindi poco credibile. Mi lasciai andare, sentii le natiche farsi morbide e il suo cazzone entrare deciso dentro di me, superare lo sfintere, spaccare le mie barriere. Mentre venivo scopato come un coniglio, sentivo distintamente il suo uccello sfondare il mio buco, entrare dentro le mie pareti, arrivarmi fino nello stomaco, in gola, ovunque ci fosse un canale da aprire. Mi venne da piangere, il dolore era troppo forte, ma non riuscivo a fermare quella mazza negra, la volevo tutto, volevo che mi spaccasse davvero, e questo eccitò ancora di più Moise. Ora era una bestia in calore che non poteva più fermarsi finché non mi avesse sfondato il culo. I fusti su cui ormai ero coricato, iniziarono a cadere facendo un rumore assordante, ma niente era più forte dei gemiti che emettevamo quasi all’unisono, martello e incudine. Mi sembrò quasi di perdere i sensi, di svenire con quella salsiccia piazzata nel culo che andava su e giù senza fermarsi.
Mi mise una mano nei capelli, me li tirò forte, costringendomi a inarcare la schiena e continuò a penetrarmi come se non dovesse venire mai. Si fermò solo un attimo, giusto il tempo per tirarmelo fuori un momento, per farmi prendere fiato, per dirmi che ero proprio una troia, una vacca da montare, e per rispondere a Umberto che da fuori scalpitava e chiedeva se andasse tutto bene. Ora eravamo uno di fronte all’altro, completamente nudi. Il suo cazzo sembrava ancora più mostruoso, la cappella lucidissima, mentre il mio era diventato moscio, probabilmente perché ero venuto senza accorgermi o per il troppo dolore.
A questo punto senza dire nulla, mi prese per le ascelle e mi tirò su. Misi le mie gambe attorno ai suoi fianchi e venni spinto contro il muro. Ora ci guardavamo in faccia, eravamo vicinissimi, potevo vedere e sentire il suo sudore, il suo odore, sentire il suo cazzo bagnato perdersi nei miei peli pubici.
Ma fu solo un attimo. Tenendomi con le braccia stretto a lui, fece scivolare la bestia negra nel mio buco. Questa volta entrò senza fatica, ma in quella posizione lo sentii arrivare direttamente in gola e mi sembrò di esplodere. Prese a penetrarmi con violenza e velocità quasi volesse venire in fretta. Io sentii che dentro di me tutto si stava muovendo, sentii improvvisamente caldissimo ed ebbi la sensazione di stare per cagare. Non ci stavo capendo più nulla, riuscivo solo più a piangere e gemere. Moise mi scassò ancora per bene, finché, facendo fatica a tenermi in quella posizione, mi fece scivolare per terra e me lo mise in bocca. Il cazzo era talmente largo e lungo che ebbi difficoltà a tenerlo tutto dentro. L’odore dei suoi ormoni e del mio culo mi invasero il palato, ma non fermarono la mia lingua che gli leccò tutta la cappella, gli solleticò il segno della circoncisione, gli baciò l’asta troppo lunga per tenerla dentro, finché lo sentii esplodere.
Mi tenne la testa ferma sul suo uccello, me lo mise in fondo al palato e mi diede da bere tre flotti di sborra calda e densa. Non mi andava di bere altra sborra che non fosse quella di Matteo, per cui la sputai sul pavimento, quasi strozzandomi. Mentre ero ancora a terra, Moise mi sorrise con quei denti bianchissimi che risaltavano sul viso scuro, si rivestì in fretta, mi salutò ed uscì.
Rimasi qualche istante immobile, il culo mi bruciava da morire e mi sembrava decisamente più aperto e bagnato di prima. Mi toccai il buco con le dita, cercando di capire se uscisse sangue o se avessi dei tagli o simile.
Ma l’attesa durò pochissimo.
Entrarono nello sgabuzzino, che ormai sapeva di sudore e sperma, prima Umberto e poi Matteo. Chiusero la porta. Avevano deciso che mi avrebbero scopato insieme. Seppur esausto e con il culo sfondato, guardai Matteo e capii quanto lo amassi e quanto mi fosse mancato finora. Umberto era anche un bel ragazzo, alto come Matte, capelli leggermente più lunghi sopra che dai lati, fisico sportivo con i fianchi più larghi e meglio piazzati degli altri, jeans, maglia nera, insomma uno a posto, ma nulla a che vedere con Matteo, dentro i cui occhi potevo di nuovo perdermi.
Proposi subito di spogliarsi, visto che io ero già nudo e un po’ sfatto. Dopo battutine tra loro, spintarelle, “prima tu, prima io”, si tolsero la maglietta e i pantaloni, restando in boxer. Dato che da anni giocavano a calcio insieme, immaginai non avessero problemi a spogliarsi e vedersi nudi tra loro, cosa che da quando stavo con Matteo mi rendeva molto geloso.
Mi inginocchia tra i due, mi avvicinai al mio fidanzato e gli sfilai i boxer, trovandomi di fronte quel cazzo scuretto che ben conoscevo. Notai che Umberto lo stava osservando con attenzione e che anche il suo ancora nelle mutande si stava ingrossando. In un attimo misi le mani sulle natiche di Matteo, gli annusai i peli pubici, il cazzo, gli spinsi giù il prepuzio, facendogli esplodere la cappella rossa, e bagnata e glielo presi in bocca. Un odore di sperma e piscio mi invase la bocca,. Probabilmente prima di entrare erano andati a pisciare e Matte non se l’era scrollato a fondo perché sul cazzo umido c’erano ancora gocce di pipì che leccai avidamente, gustandone il sapore acre e pungente. Appena sentì l’asta completamente dura nella bocca, iniziai a succhiare furiosamente, cercando di spingere il cazzo ben dentro il palato, fino a fermarmi prima che venisse. Senza alzarmi, mi girai verso Umberto che era ormai pericolosamente vicino a noi due, gli sfilai i boxer e gli feci uscire il cazzo che sbatté contro il suo pube facendo un fap fap come se si stesse segando. Umberto aveva un pisello strano, lungo sui 17 centimetri ma estremamente largo, forse anche più largo di Moise, con la pelle che tirava lungo l’asta e che già faceva vedere abbondantemente il glande. Provai a prenderlo in bocca, anche se quella larghezza non mi permetteva di leccarlo come avrei voluto. Mentre succhiavo, mi resi conto che anche l’uccello di Umbi sapeva di piscio, anche se il suo era perfettamente asciutto.
Nonostante Matteo mi avesse spiegato che il suo amico era fidanzato con una bellissima ragazza, stava apprezzando il mio pompino, almeno da come iniziò a gemere e a mettersi le mani sul volto e tra i capelli, finché non mi fermò, tirò fuori quel cilindro di carne diventato durissimo dalla mia bocca e mi spinse contro i fusti di birra che ben conoscevo. Questa volta mi sdraiai con la schiena appoggiata ai bidoni e a pancia in su. Umberto mi alzò le gambe e le spinse verso il mio petto. Ogni azione veniva commentata con una battutina e una cazzata con Matteo che spiegava la loro intesa e la mia gelosia. Umberto chiese a Matteo di tenermi su le gambe, mentre, osservandomi il buco, commentò che Moise mi aveva ben rotto e che ero tutto arrossato e largo. Ormai era vicino al mio culo, appoggiò il cazzo e iniziò a spingere, senza andare troppo per il sottile, duro e sgraziato.
Io che nel frattempo stavo guardando Matteo, che mi spingeva sempre più le mie gambe contro il petto, ebbi un sussulto ed emisi un urlo secco. Ero troppo arrossato e scassato per far entrare un cazzo con quella circonferenza. Umberto se la rise e, come se nulla fosse, riprese a spingere l’uccello dentro di me e ogni spinta era come se un bastone provasse a violarmi.
Ad un certo punto si fermò e disse che era troppo difficile inculare un maschio e che ero troppo stretto anche se Moise mi aveva già aperto. Come sempre, Matteo risolse la situazione. Il problema era che lui aveva una lattina di Coca Cola al posto del cazzo e che doveva dare un colpo secco per entrare. Risi e mi spaventai allo stesso tempo. Umberto diede un colpo secco e riuscì a far entrare mezzo uccello dentro, iniziando a gemere. Era dentro e io stavo esplodendo. Le pareti del mio culo si allargavano e sentivo l’ingresso del buco strapparsi, slabbrasi, sfondarsi, ma non riuscivo a fermarlo perché vedevo il suo viso contrarsi dal piacere e scaldarsi sotto quei colpi lenti ma sempre più profondi.
Ad un certo punto, si fermò e mi mise a pecorina sui fusti. Dopo un secondo di riposo, il suo uccello rientrò e riprese a martellarmi questa volta trovando meno resistenza di prima. Orami ero quasi allo stremo, non sentivo più neanche bruciare il culo da quanto era sfondato, e neanche mi accorsi che Matteo si era messo davanti a me con il suo uccello in erezione proprio davanti alla mia faccia. Non ci pensai un momento e iniziai a succhiarglielo.
Avevo un cazzo in culo e uno in bocca che mi penetravano quasi all’unisono, quando Umberto smise di penetrarmi e propose al mio ragazzo un cambio. Matteo si mise dietro di me e mi infilò il pisello tutto in culo. Non incontrò grandi resistenze e in un momento arrivò a fine corsa, facendomi sentire i peli pubici che sbattevano furiosi contro le mie natiche. Iniziai a gemere come un selvaggio, scopato violentemente da Matteo che sembrava volermi far pagare tutti i cazzi in culo che avevo preso quella sera.
Nel frattempo Umberto si era messo davanti a me e mi stava appoggiando il culo in faccia. Non sapevo cosa fare, ma capii tutto quando Matteo, senza fermarsi, mi spinse la testa tra le chiappe di Umberto che le aprì leggermente. Con la lingua iniziai a leccargli il buco del culo, un buco da ragazzo vero, pulito ma che sapeva di uomo. Cercai di penetrarlo il più possibile con la lingua e a ritmare i miei movimenti con quelli del cazzo di Matte che mi stava penetrando violentemente da dietro.
Prima di spezzarmi del tutto, Matteo si fermò e cedette il culo nuovamente a Umberto. Ormai eravamo tutti troppo eccitati e stanchi. In un attimo mi ficcò il cazzo dentro il buco, provocandomi una nuova lacerazione e infiammazione, tirò qualche colpo deciso e iniziò a sborrarmi dentro come un idrante impazzito, come una lattina di Coca Cola a cui hanno tolto la linguetta dopo averla sbattuta ben bene.
Quando tolse il cazzo, mi aveva aperto così bene che sentì tutta la sborra scivolarmi fuori senza sforzo, come se il buco fosse completamente spalancato.
Scivolai a terra, sfinito, spaccato e distrutto ma non potevo lasciar rivestire Matteo così, per cui a quattro zampe, come un cagnolino ubbidiente, mi avvicinai a lui e gli presi in bocca il pisello che ormai sapeva del mio culo e di tutti gli uccelli che quella sera mi avevano scassato e glielo succhiai. Bastarono poche succhiate per farlo esplodere. La sua sborra mi invase la bocca, mentre con la mano mi teneva con forza la testa, costringendomi a ingoiare e quasi a soffocare.
La serata era finita. Guardai un’ultima volta il cazzo a lattina di Umbi, mi persi un po’ negli occhi di Matte, mi asciugai il culo con la maglietta e ci rivestimmo.
Quando tornammo sulla spiaggia, era quasi l’alba, Moise era andato a casa e Tommaso era seduto sulla riva che ci aspettava, scrutando l’orizzonte.
Stava finendo la notte, ma Umberto propose, prima che albeggiasse, di fare il bagno nudi per toglierci i miasmi delle scopate da addosso. In un attimo eravamo tutti e quattro nudi, Tommaso si coprì il pisello con una mano, forse per evitare gli sguardi del fratello e dell’amico; Umberto fu il primo a buttarsi con l’uccello che, vuoto e ancora sborrante, vibrava tra le gambe; io e Matte restammo un po’ indietro e, mentre entravamo in acqua, feci scivolare la mano sulle natiche dure del mio ragazzo provocando il suo sorriso. Anche se restammo poco in mare, fu sufficiente per sentire l’acqua entrare nel mio buco che evidentemente era ancora aperto e bruciare come se il sale volesse lavare tutti i miei rossori. Matteo cercava di stare vicino a me e, mentre cazzeggiavamo tutti insieme come se nulla fosse accaduto, mi toccava il piede sott’acqua o sfiorava il culo con leggerezza. Uscimmo e ci rivestimmo tutti bagnati. Tommaso e Umberto tornarono a casa, mentre io decisi di fermarmi ancora un momento a guardare l’alba. Matteo disse che mi avrebbe fatto compagnia. Ci sedemmo sulla riva, anche se facevo fatica a stare seduto perché mi bruciava tutto il culo e mi faceva ancora male. Parlammo per un po’, con quella dolcezza che avevamo sempre avuto nelle chiacchierata in montagna. Parlammo di tutto, della serata, della vacanza al mare, di noi, di come sarebbe stato settembre quando saremmo comunque stati un po’ lontani, lui in montagna e io in città.
Ormai era l’alba quando il mio sguardo cadde, quasi all’improvviso, sul pacco di Matte. Scoppiammo entrambi in una risata, una di quelle risate incontenibili, che sembrano non voler finire mai. Le bermuda nere, ancora umide dal bagno notturno, erano segnate da un’erezione incontrollata.
Matte mi disse di seguirlo, mi prese per mano e mi aiutò ad alzarmi. Nonostante il culo mi facesse ancora male e facessi fatica a camminare disinibito, lo seguii dietro una piccola oasi di alberi marini.
I primi bagnanti mattinieri iniziavano ad arrivare in spiaggia, per cui ci sdraiammo a terra in modo da essere coperti dai piccoli arbusti. Nel silenzio di quella tana improvvisata, Matteo fece scivolare la sua lingua nella mia bocca, cercando la mia per intrecciarsi e attaccarsi a lei. Ora eravamo occhi negli occhi. Mi venne da ridere perché sporchi, puzzolenti, mezzi bagnati e scassati, eravamo ancora lì, solo io e lui. Matte mi guardò negli occhi, cercando la mia anima, e mi disse che mi amava. Aveva diciotto anni e forse era la prima volta che lo diceva, ma fu il modo più dolce di dirlo che io abbia mai sentito in vita mia.
I nostri corpi erano ormai diventati un’unica cosa. Mi mise una mano sul cazzo e lo strinse con violenza, come a sottolineare che era solo suo. Mi aprì i pantaloni e mi abbassò le mutande sulle ginocchia. Un brivido di paura e di eccitazione mi invase, pensando alle persone che iniziavano, poco lontano, ad andare in spiaggia.
Riprendemmo a baciarci e sentì la zip dei suoi pantaloncini aprirsi e le mani armeggiare con i suoi boxer. Abbassai lo sguardo, aveva tirato fuori solo il cazzo duro, e ancora nel prepuzio, dalle mutande e l’aveva avvicinato al mio culo. Una brezza marina passò tra le mie gambe e si infilò tra le natiche, dentro il buco che ancora pulsava e bruciava da prima.
Pregai Matteo di fermarsi perché ancora mi faceva male e non riuscivo a prendere il suo cazzo. Ma il mio: “Matte, no”, ebbe solo l’effetto di eccitarlo di più.
Mi sussurrò di stare zitto, che mi avrebbe scopato duramente perché quel culo era suo e decideva lui se spaccarmelo o no. Aprii un po’ le gambe e sentii il suo uccello scivolare nel mio buco. Anche se ero stato scassato tutta la notte, incontrò qualche resistenza e così Matteo fu costretto a spingere con sempre più violenza. Il mio buco era ormai talmente irritato che iniziò subito a bruciare e pulsare.
Sebbene fossi sdraiato a terra come una tavola, tra sabbia e arbusti, con pantaloni e boxer che mi tenevano strette le ginocchia, con Matteo sdraiato sopra di me, ancora vestito, con solo il cazzo di fuori che mi penetrava senza sosta e mi violentava il buco spaccato, non riuscivo a non godere nel sentirmi posseduto violentemente dal mio ragazzo. Anche se non godevo con il culo, sentivo una sensazione di caldo e piacere in tutto il corpo. Sensazione che divenne liquida, quando sentii Matteo accelerare i colpi, gemere silenziosamente al mio orecchio e venirmi dentro. Un ultimo bacio finì la serata, ci coprimmo e rialzammo. Poco lontano un tipo si stava masturbando, probabilmente godendosi la nostra scopata. Ridemmo ancora e ci allontanammo in fretta.
sesso in spiaggia pompino sesso anale orgia a turni spogliatoio camera condivisa calciatori bar sulla spiaggia
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il gelataio e i compagni di calcio :

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
