Gay & Bisex
In trincea
10.07.2026 |
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"Ora, in quella buca di fango e morte, un ragazzo spaventato gli stava donando un momento di pura, animale vita..."
Prima Guerra Mondiale, trincea di Monte Sabotino. Il fango era una seconda pelle gelida. Si attaccava agli stivali, alle uniformi, alla pelle sotto i calzettoni bucati. Antonio, rannicchiato nella buca che fungeva da posto di guardia avanzato, ne sentiva l'umido penetrare fino alle ossa. Accanto a lui, Giuseppe tremava, ma non solo per il freddo. Era un tremito più profondo, quello di un animo spaventato che ascoltava il sibilo dei proietti che sfrecciavano sopra le loro teste come falci mortali. Antonio, a quarantacinque anni, aveva visto abbastanza morte da non temerla più come una persona, ma da accettarla come una compagna di viaggio inevitabile. La sua barba brizzolata e il corpo robusto, alto un metro e ottanta, erano un'ancora nella tempesta. Per lui, quella guerra era una missione, un dovere verso la Patria che odorava di terra e di polvere da sparo.Giuseppe, invece, aveva solo venticinque anni. Era un piccoletto e magrolino, con due occhi scuri grandi e spauriti che scrutavano il buio circostante. Non vedeva la Patria; vedeva solo la fine. Il silenzio tra loro era spesso rotto solo dal crepitio lontano del fuoco o dal rantolo di un ferito in qualche trincea vicina. Quella notte, però, il silenzio era più denso, quasi soffocante. Antonio, per spezzarlo, estrasse dal taschino della giubba un pezzo di carta piegato e consunto. Le sue dita grosse e vellutate lo aprirono con una cura che contrastava con la durezza del suo aspetto.
«Mia moglie, Maria», disse con la sua voce roca, passando la fotografia a Giuseppe. «Aspetta che torni a Gorizia.» La luce fioca di una lanterna a olio illuminò il viso sorridente di una donna con uno scialle. Giuseppe prese la foto con delicatezza, come se potesse sciogliersi tra le sue mani. La guardò a lungo, sentendo un nodo in gola. Antonio non aveva una foto. Aveva solo il ricordo dei suoi genitori, del loro volto preoccupato il giorno della sua partenza.
«Io... io ho solo i miei vecchi», mormorò, restituendo il ritratto. «Mi aspettano in campagna». Antonio annuì, un gesto lento e comprensivo. Non disse nient'altro, ma i suoi occhi, scuri e profondi come le trincee stesse, si posarono su Giuseppe con un'empatia quasi paterna. Vide la paura nel ragazzo, la sua fragilità, e un istinto antico si svegliò in lui, quello di proteggere. E Giuseppe, in quella protezione, trovò un rifugio inaspettato. Iniziò a notare le cose: il modo in cui la barba di Antonio incorniciava la sua bocca severa, la forza che emanava anche quando era immobile. Una strana attrazione, un caldo segreto che gli faceva battere il cuore più forte del cannone lontano.
Dopo un'ora, il bisogno fisiologico si fece sentire. Antonio si alzò con un movimento fluido nonostante lo spazio angusto. Si voltò di spalle a Giuseppe, aprì i pantaloni e estrasse il suo cazzo. Non c'era vergogna nel suo gesto, solo la cruda naturalezza di un uomo abituato a vivere senza privacy. Il membro, anche a riposo, era imponente, pesante, circondato da una folta chioma di peli scuri. Un getto caldo e vaporoso colpì il muro di terra fangosa, con un sibilo quasi impercettibile. Giuseppe, che avrebbe dovuto distogliere lo sguardo, rimase ipnotizzato. I suoi occhi erano incollati a quella virilità esibita con noncuranza. Vide la pelle, le vene, il modo in cui il cazzo ondeggiava leggermente mentre Antonio urinava. Un'ambigua voglia si dipinse sul suo volto, un desiderio che aveva cercato di tenere nascosto.
Antonio si sistemò i pantaloni e si risedette, ma non prima di lanciare un'occhiata a Giuseppe. Vide lo sguardo del ragazzo, il modo in cui le suoe labbra si erano leggermente dischiuse. Un sospiro gli sfuggì, carico di stanchezza e di un'altra, più profonda, frustrazione. «Santo Dio, sono stufo di farmi seghe», borbottò, più per sé stesso che per l'altro. La sua voce era un basso rimbombo. «Vorrei solo una bella bocca calda in cui infilarci il cazzo, anche solo per una volta.» Le parole, volgari e dirette, appesantirono l'aria. Erano una confessione, una provocazione.
Giuseppe reagì prima che il suo cervello potesse fermarlo. Come mosso da un filo invisibile, si avvicinò ad Antonio. Non disse una parola. Si limitò a chinarsi, il suo viso a pochi centimetri dall'inguine dell'uomo. Antonio rimase immobile, sorpreso, ma non si mosse. Vedeva il capo chino del ragazzo, i suoi capelli arruffati, il tremito delle sue spalle. Poi, sentì il ragazzo frugare nei suo pantaloni e... il calore. Un calore umido e avvolgente, quello della bocca di Giuseppe sulla punta del suo cazzo. Antonio sussultò, un gemito basso gli sfuggì dalle labbra.
Giuseppe sentì l'odore forte di pelle e di sudore maschile, un sapore salato. Il cazzo di Antonio si indurì immediatamente nella sua bocca, crescendo, riempiendola. Sentì il peso del membro sulla sua lingua, le vene pulsanti sul palato. Era incredibilmente eccitante e cupo allo stesso tempo. Iniziò a muoversi, seguendo un istinto che non sapeva di avere. Prese più cazzo dentro, sentendolo spingere contro la sua gola. Il suo proprio cazzo, piccolo e duro, batteva contro il tessuto dei pantaloni, un battito febbrile di voglia repressa da troppo tempo. Leccò, succhiò, sentendo l'uomo sopra di lui irrigidirsi, una mano posarsi con delicatezza sulla sua nuca, non per forzarlo, ma per guidarlo, per tenerlo lì.
Antonio chiuse gli occhi. La bocca di Giuseppe era esattamente come l'aveva desiderata: calda, umida, disposta. Sentì le labbra del ragazzo scivolare lungo l'asta, la lingua giocare con la sua cappella. Era da mesi che non provava una sensazione del genere. La guerra aveva tolto tutto, anche la più semplice delle intimità. Ora, in quella buca di fango e morte, un ragazzo spaventato gli stava donando un momento di pura, animale vita. I suoi fianchi iniziarono a muoversi con un ritmo lento, un leggero dondolio che spingeva il suo cazzo più a fondo in quella gola accogliente. Sentì il piacere montare, una marea calda che partiva dalle palle e si diffondeva in tutto il corpo. La mano sulla nuca di Giuseppe si strinse leggermente. «Sì... così...» sussurrò. «Continua, ragazzo...». Il bisogno di sfogarsi, di scaricare tutta la tensione, la rabbia e la paura accumulate in quel cazzo, era diventato insostenibile. Con un rantolo strozzato, Antonio venne. Un getto potente e caldo di sborra esplose in bocca a Giuseppe, che ansimò, sorpreso, ma non si tirò indietro. Deglutì, sentendo il sapore acre e maschio riempirgli la gola, mentre il suo stesso corpo si contraeva in un orgasmo silenzioso, macchiando i pantaloni. Restarono così per un lungo momento, l'uno nell'altro, mentre il silenzio della guerra tornava a reclamare il suo spazio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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