Gay & Bisex
Il confine sottile del massaggio. Non tanto s
chupar
05.05.2026 |
2.700 |
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"Lui annuì e, non appena la sentì chiudere il portoncino principale, lo andò a chiudere a chiave..."
Entrai nello studio con un misto di curiosità e leggero imbarazzo dopo aver fatto la ceretta in quel nuovo centro estetico. La stanza era raccolta, quasi ovattata. Le pareti erano dipinte con toni caldi, decorate con tessuti color ocra che cadevano come tende. Alcune lampade basse diffondevano una luce dorata, mentre l’incenso saliva da ciotole bianche. L’aria sembrava densa, carica di una calma molto ben costruita.Il massaggiatore, il compagno della proprietaria, mi accolse con un “Namastè”. Era alto, con una barba scura e curata, il corpo muscoloso ben visibile sotto una tunica bianca e leggera dai richiami orientali. La luce della lampada retrostante gli disegnava in trasparenza il cazzo che penzolava tra le cosce divaricate. I suoi movimenti erano controllati, ma emanavano una forza quasi intimidatoria. Evidentemente lui percepì qualcosa, perché mi chiese: “Ha espresso una preferenza specifica per essere seguito da un operatore maschile, giusto?”
Rispondendo, pensai a quanto fosse fortunata quella stronzetta con la puzza al naso a trovarselo nel letto ogni sera: “Sì…”
- “Come mai?”
- “Preferisco un massaggio energico!”
- “Può togliere l’asciugamano, se vuole!”
Mi stesi sul lettino completamente nudo, mentre una musica lenta continuava in sottofondo. Cercai di rilassarmi e le sue mani iniziarono a muoversi sulla mia schiena con lentezza, seguendo un ritmo preciso. Parlava a bassa voce di chakra, di energia vitale che scorre e si trasmette tra i corpi.
All’inizio sembrava professionale, ma gradualmente qualcosa cambiò. Le sue mani si soffermarono più a lungo del necessario in alcuni punti, tracciando movimenti lenti e circolari che rompevano la neutralità del massaggio. A volte si avvicinava a me fino a farmi sentire il suo respiro mentre continuava a parlare di “connessione energetica”.
“Perché l’energia si risveglia dove c’è attenzione,” mi sussurrò, mentre il suo tocco diventava più insistente, meno tecnico e più personale all’altezza delle natiche.
Prese il contenitore e mi fece colare l’olio tra le chiappe, sull’ano perfettamente depilato dalla sua donna. Cominciò a insistere con le dita, esercitando una leggera pressione sulla rosetta. Un brivido mi attraversò, non solo per il contatto, ma per quell’ambiguità. Non era più chiaro dove finisse il trattamento tantrico e iniziasse qualcos’altro. La sua presenza fisica rendeva difficile anche solo pensare di interrompere tutto e, sinceramente, non avevo nessuna voglia di farlo. Insistendo, mi penetrò con la punta di un dito per poi toglierlo subito, come fosse stato un errore involontario dovuto alla lubrificazione: “Tutto bene?”
Non c’era ancora nulla di apertamente dichiarato, eppure il confine era stato prima sfiorato, poi oltrepassato. Era venerdì sera e il centro era ancora pieno di gente. Rimasi immobile, combattuto tra il lasciarmi andare e il senso crescente di disagio. Da un momento all’altro sarebbero potute entrare le addette del centro che occupavano le altre cabine, se non addirittura la compagna.
Le sue parole continuavano fluide, quasi ipnotiche, ma ora suonavano diverse, come se cercassero di giustificare certi movimenti. Con entrambe le mani mi divaricò le natiche e all’olio aggiunse la saliva che sputò densa e abbondante. Mi infilò il medio, lasciandomi reagire: “Ummhh…Cazzo!”
Mi sussurrò: “Non ancora… La pazienza è la chiave che apre la porta della pace interiore.”
Per il momento a me sembrava stesse aprendo solo quella del mio culo, ma non obbiettai alla saggezza orientale.
Divaricai le gambe per agevolarlo, ma lui mi si mise lateralmente al viso, mostrandomi l’erezione che spingeva il tessuto leggero della tunica. La capocchia, che lo aveva già inumidito, non aspettava che svelarsi e lasciarsi coccolare. Se lo strinse, generando la sua sagoma con il tessuto. Allargai le labbra, ma lui si scostò, sentendo dei rumori provenire dall’esterno.
Con le mani unte continuò a massaggiarmi le natiche, le cosce, i polpacci, i piedi. Si soffermò sull’interno cosce, sfiorando i testicoli, poi di nuovo sull’ano: “Qui sei molto contratto."
"Forse è l’attesa."
“Nel silenzio paziente, i chakra vanno aperti come fiori, ma al momento giusto.”
Qualcuno bussò alla porta. Non si scompose più di tanto, essendo di spalle all’ingresso. Era la sua compagna che lo avvisava che andavano tutte via e che lo aspettava a casa. Lui annuì e, non appena la sentì chiudere il portoncino principale, lo andò a chiudere a chiave.
Tornò da me, togliendosi la tunica e mostrando un corpo superiore alle previsioni. Sfoderando un cazzo notevole, circonciso e circondato da una foresta corvina, delicatamente m’infilò uno e poi due dita nell’ano, mentre con l’altra mano continuava a massaggiarmi le natiche. Spinse a fondo e il mio bacino si mosse da solo mentre lo sentivo andare: “Ti prego, fottimi!”
“Gandu, bisogna ascoltare il corpo, non anticiparlo.”
Evidentemente il mio corpo si era fatto sentire, perché mi fece sistemare a pecora sul lettino e cominciò a leccarmi e a penetrarmi con la lingua spessa e ruvida.
"Sì… così! Continua! Sei bravissimo!"
Si spostò e mi sbatté in bocca quella nerchia dura, gonfia e pulsante, mentre con le mani unte mi strizzava il petto, torturandomi i capezzoli. Estasiato da quel palo, mi divisi tra la cappella e l’asta, mentre lui, a occhi socchiusi, si godeva la sensazione della mia lingua che passava sopra ogni vena. Cominciò a fottermi la bocca. Aumentò il ritmo. Il suo cazzo scivolava con facilità. Perdendo ogni delicatezza, divenendo un maschio arrapato e voglioso, mi sbatté il cappellone sulle guance, poi me lo infilò in bocca, prendendomi dai capelli. Infine, mi resse la testa per scoparmi la gola. Spinse con forza il cazzo giù, fino a provocarmi conati, fino a farmi sentire sul mento le grosse cipolle che gli pendevano alla base della mazza. A ogni colpo, la mia gola faceva un suono umido, la prova che gli stavo facendo un pompino fantastico.
Mi fermò e mi fece sistemare di lato. Spostandomi una coscia in avanti, me lo infilò bruscamente, fino ai grossi coglioni penzolanti. Provai a lamentarmi, ma mi tappò la bocca: “Respirazione e concentrazione. Ci sono i vicini…”.
Si fermò, lo estrasse e spinse più delicatamente: “Quando non forzi, il piacere e il rilassamento arrivano più facilmente.”
Sarà, ma fotteva davvero bene. Mi faceva sentire lo spessore nodoso di quel gran cazzone duro, tanto da farmi perdere ogni dignità: "Più forte! Non fermarti!"
Le mie mani cercarono appigli, finché le dita non trovavano il bordo del lettino. Respirai a fondo, concentrandomi sul piacere che mi stava dando il mio culo spalancato e bagnato.
Dopo avermi fottuto con sempre maggiore intensità, mi afferrò i capelli, mi tirò verso di sé e mi baciò con violenza: "La mia energia sta salendo!”
- “Sì, cazzo! Voglio sentire la tu sborra colarmi dentro”.
- “Sicuro?”
- “Porca troia! Siiii…”
- “Il cliente ha sempre ragione!”
Mentre continuava, fui io a eiaculare per primo, a cazzo moscio sulla mia coscia. Pochi altri colpi ben assestati e, con un gemito rauco, sborrò anche lui.
Rimanemmo incollati, finché chiesi stravolto: “Il massaggio è finito?"
Tirò fuori l’uccello. Il mio culo spurgò il suo sperma denso, lasciandolo colare sul lettino.
Sorrise orgoglioso dell'avvenuta "connessione energetica" del cazzo: “Bene, molto bene!”
Pacatamente, ripulendosi l'uccellone bruno con un fazzolettino imbevuto, ritornò nel suo ruolo: “Io consiglio almeno un trattamento a settimana, perché se s’impara a rallentare insieme all’altro, nasce una connessione più reale, più profonda”.
Pensai: Cazzo! Ancora più profonda? Erano rimaste solo le palle da infilare!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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