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Resurrezione di Donna - Cap. 22


di Lauretta_Stefano
29.06.2026    |    219    |    2 9.3
"La posizione la metteva in risalto, il suo culo in aria, la testa all'altezza delle vite degli uomini..."
Max camminava a grandi passi davanti a loro, le sue scarpe di cuoio crepitando sul pavimento in pietra levigata della villa. L'aria era pesante, carica di un odore misto di cera d'api, tabacco stantio e qualcosa di più animale, un sentore di sudore e testosterone che già faceva respirare affannosamente Fabiola. La cocaina le pulsava nelle vene, un ronzio elettrico che le impediva di elaborare la paura, trasformandola in un tremito freddo e piacevole lungo la schiena. Renato le camminava accanto, una mano posata possessiva sul suo fondo schiena, come per marcare il territorio, spingendola lievemente in avanti ogni volta che il passo si rallentava.
Attraversarono un corridoio ampio e buio, illuminato solo da piccole applique a muro che proiettavano ombre allungate e minacciose. Max si fermò davanti a una doppia porta in legno massiccio, intagliata con motivi floreali grotteschi. Si voltò, un sorriso lupino stampato sul volto, gli occhi lucidi che scandagliavano Fabiola da capo a piedi, come un macellaio valuta un pezzo di carne scelta prima di passare al coltello.
«Eccoci qui, bellezza,» sibilò Max, aprendo le porte con un gesto teatrale. «La tua sala da ballo.»
Fabiola fece un respiro profondo e varcò la soglia. La stanza era enorme, dominata da tre enormi divani in pelle color cuoio disposti a semicerchio. Al centro, come un altare sacrificale pagano, troneggiava un pouf rotondo immenso, rivestito dello stesso materiale scuro. Le luci erano basse, soffuse, create da faretti orientati verso il centro della stanza, lasciando il resto in penombra ma c'erano anche quattro enormi fari schermati, ancora spenti, che presagivano una illuminazione potente, che avrebbe mostrato ogni più piccolo particolare alla telecamera.
Seduti o in piedi attorno ai divani c'erano sei uomini. Tutti si voltarono verso di lei in sincronia, e per un istante il silenzio calò, rotto solo dal respiro affannoso di Fabiola.
«Ragazzi,» annunciò Max con voce di comando, allargando le braccia, «vi presento la protagonista della giornata. Fabiola.»
I sei uomini si alzarono o si spostarono per vederla meglio. Fabiola sentì i loro sguardi appiccicarsi sulla pelle, affamati e bramosi. Erano un gruppo eterogeneo, quasi un campionario di perversioni maschili.
C'erano due ragazzi giovani, non avranno avuto più di vent'anni, palestrati, con magliette aderenti che evidenziavano pettorali definiti e bicipiti gonfi, i jeans bianchi attillati che lasciavano poco all'immaginazione sull'entità dei loro attributi. Sorridevano con un'aria di sicurezza arrogante, abituati a ottenere ciò che volevano grazie alla loro bellezza e prestanza fisica.
Accanto a loro, seduto con una dignità regale su un bracciolo del divano, c'era un uomo più anziano. Avrà avuto almeno sessant'anni, ma il corpo era scolpito, la pelle abbronzata e lucida come cuoio pregiato, i capelli bianchi radi ma ordinati. I suoi occhi erano fissi e penetranti, quelli di un predatore esperto che non ha fretta perché sa che la preda non sfuggirà.
Sul divano a destra c'erano gli altri tre. Uomini sulla quarantina, magri, con visi poco attraenti, ossuti, qualche dente mancante che appariva quando sorridevano. Indossavano abiti trasandati, camicie sbottonate che mostravano petti pelosi e unti. Erano i più avidi, quelli i cui occhi bruciavano di una fame più bestiale, meno raffinata ma forse più pericolosa.
«Mamma mia...» sussurrò uno dei giovani, scuotendo la testa. «Max, non avevi esagerato. È una bomba.»
«Hai ragione,» intervenne l'anziano con voce roca e profonda. «Occhi bellissimi. E quel corpo... sembra fatto per essere usato.»
«Una vera troia,» aggiunse uno degli uomini brutti, leccandosi le labbra con un suono umido e vischioso. «Sembra una di quelle a cui non basta mai.»
I complimenti piovevano come piogge acide, ogni parola un miscuglio di lussuria e oggettificazione che faceva arrossire non per vergogna, ma per un calore improvviso che le saliva dal pube al petto. La cocaina amplificava ogni sensazione, rendendo le loro parole fisiche, come se la stessero toccando solo con il suono della voce. Fabiola sentì le ginocchia tremolare, ma non era voglia di scappare. Era l'istinto di cedere.
«Grazie,» riuscì a dire, la voce un filo impastata, «vedremo se ne avrete abbastanza ... tra le gambe,» disse con un sorriso sfidante che disegnò le sue labbra rosse. Renato le strinse il fondoschiena più forte, orgoglioso del possesso, godendosi l'ammirazione degli altri per la sua "merce".
Max si avvicinò a lei, afferrandola per un braccio con decisione. «Non temere, sapranno sfondarti come meriti, Fabiola. Loro ti adoreranno. Ma prima, dobbiamo prepararti per il ruolo.»
Senza darle tempo di reagire, la trascinò via dalla stanza, attraverso una porta laterale che conduceva a un corridoio di servizio. Renato rimase indietro, salutando con un cenno agli altri uomini, un complice tra tanti.
La camera in cui Max la portò era più piccola, illuminata da luci al neon fredde ma intense. Sulle pareti erano appesi armadietti metallici e scaffali pieni di abiti, accessori e giocattoli in lattice e gomma. Ma ciò che attirò subito l'attenzione di Fabiola fu la figura che stava in mezzo alla stanza.
Era una donna, o meglio, una trans. Alta, con gambe chilometriche che sembravano non finire mai, tacchi a spillo altissimi che ne accentuavano la curva dei polpacci. Indossava un corsetto nero di pizzo che stringeva una vita da vespa, facendo esplodere un seno prorompente, pallido e perfetto. Il viso era bellissimo, truccato in modo impeccabile, con occhi neri profondi e una bocca carnosa dipinta di rosso fuoco. Ma sotto la gonna cortissima, spuntava una protuberanza evidente che lasciava pochi dubbi sulla sua natura.
«Fabiola,» disse Max, «ecco Mistress Alex. Sarà la tua padrona per la serata.»
Alex si avvicinò, muovendosi con una grazia felina, e sollevò il mento di Fabiola con due dita affusolate, esaminandola come un gioielliere valuta un diamante. «Così sei la nuova arrivata,» disse con voce leggermente gutturale, ma che riusciva a suonare femminile. «Hai una faccia da puttana. Mi piace.»
Fabiola rimase immobile, il cuore che martellava nel petto. Max andò a uno scaffale e tirò fuori un astuccio di plastica trasparente. Lo aprì e ne estrasse un abito.
«Il tuo costume,» disse Max, gettandole il vestito addosso.
Era un completo da cameriera, ma niente affatto domestico. Era fatto di pizzo bianco trasparente con inserti in raso nero, estremamente corto, che malamente avrebbe coperto il suo sedere. C'era un grembiulino minuscolo, appeso al collo, e una cuffietta bianco panna. Oltre all'abito, Max tirò fuori un paio di autoreggenti nere a rete molto larga e un collare di pelle nero con anello d'acciaio.
«Vestiti,» ordinò Max. «Ora.»
Fabiola non esitò. La droga le aveva tolto ogni inibizione, e l'atmosfera opprimente della villa le stava togliendo ogni volontà. Si spogliò davanti a loro, le mani che tremavano leggermente mentre sbottonava la sua gonnellina. Quando nuda, Alex emise un fischio di approvazione.
«Bello,» commentò la trans. «Tette piccole ma sode. E quel culo... è un peccato che sia ancora così stretto. Ma non a lungo.»
Fabiola infilò le autoreggenti, sentendo il tessuto ruvido della rete che le graffiava leggermente la pelle delle cosce. Poi indossò il vestito da cameriera. Era aderente, le stringeva la vita e le sollevava il seno, mettendo in mostra le braccia e le spalle. La gonna era talmente corta che quando si chinò per allacciare le scarpe che Max le porse – delle dècolleté a punta nero con tacco dodici centimetri – sentì l'aria fredda sulle sue natiche.
«Perfetto,» disse Max, avvicinandosi per agganciare il collare al suo collo. Il click del lucchetto risuonò metallico e definitivo. «Ora sei completa.»
Alex le si avvicinò, sfiorandole il viso con le unghie lunghe e smaltate di rosso. «Ascolta bene, puttana,» sussurrò Alex. «Stasera tu sei la mia schiava. Fai quello che dico io, quando lo dico io. Se sbagli, sarai punita. Ma se sei brava... sarai ricompensata.»
Max intervenne, la voce rapida e decisa. «Ascolta, Fabiola. La sceneggiatura è semplice. Torniamo là fuori. Alex sarà lì con noi. Tu dovrai servire, inginocchiarti, aprire le gambe. Verrai scopata da tutti. Proprio tutti. Alex prenderà parte attiva, ma tu sei il centro dell'attenzione. Non devi pensare a nulla. Lasciati andare. Sii solo un corpo, un buco da riempire. Capito?»
Fabiola annuì, la bocca secca. «Sì,» disse. E, mentre aspirava altre due grosse righe bianche che Max le aveva offerto, aggiunse «E soprattutto fai sentire quanto godi, ricorda che sei una cagna in calore.»
«E non dimenticare,» aggiunse Renato, che era entrato nella stanza in silenzio e la stava guardando con avidità, «che tutti ti stanno guardando. Fammi orgoglioso.»
Max le prese per il guinzaglio. «Andiamo. Lo spettacolo deve iniziare.»
Tornarono nella sala grande. L'atmosfera era cambiata. Le luci di scena erano accese, calde, come se fossero all'aperto, e i dettagli erano molto più evidenti. I sei uomini si erano tolti la maggior parte dei vestiti. I due giovani erano in boxer, i loro corpi muscolosi lucidi di sudore. L'anziano era completamente nudo, il suo corpo abbronzato e possente, il membro semi eretto che pendeva pesante tra le cosce. Gli altri tre si stavano spogliando, i loro corpi pallidi e flaccidi che si animavano solo all'idea di ciò che stava per accadere.
Max condusse Fabiola al centro della stanza, proprio davanti al pouf enorme. «In ginocchio,» comandò.
Fabiola scese sulle ginocchia, i tacchi che affondavano morbidi nella pelle del pouf. La posizione le sollevava la gonna, esponendo completamente il suo culo e le cosce avvolte nelle autoreggenti. Si sentì vulnerabile, esposta, ma allo stesso tempo potentemente desiderata.
Alex si mise accanto a lei, imponendo la sua presenza. «Bene, ragazzi,» disse la trans con voce autoritaria. «Questa è la nostra cagnolina. Ha bisogno di essere addestrata. Chi vuole iniziare?»
Uno dei giovani si fece avanti, il sorriso arrogante stampato in faccia. Si avvicinò a Fabiola, sfiorandole le labbra con il dito. «Apri la bocca, troia,» ordinò.
Fabiola obbedì. Lui infilò due dita dentro, iniziando a spingerle nella bocca con rabbia, come se fosse un altro orifizio. Fabiola tossì, le lacrime le riempirono gli occhi, ma non si ritrasse. Sentì l'odore di sapone e sudore, il sapore salato della pelle dell'uomo.
«Guarda come le prende,» commentò l'anziano, avvicinandosi dall'altra parte. «Ha fame.»
Mentre il ragazzo le leccava il viso, bagnandola di saliva, l'anziano si posizionò dietro di lei. Senza preavviso, le afferrò i fianchi e le sferrò uno schiaffo sonoro sul culo.
«Ah!» gridò Fabiola, il corpo che scattò in avanti.
«Zitta,» sibilò Max, che guardava la scena dalla porta, godendo come un regista sul set. «Prendi tutto.»
L'anziano le allargò le natiche con forza, esponendo il suo ano rosa e stretto. Sputò sopra, bagnandola abbondantemente, poi iniziò a massaggiare l'apertura con il pollice, premendo con insistenza. Fabiola gemette, la testa che dondolava tra le mani del ragazzo che le teneva i capelli.
«Sì, è una vera cagna in calore,» disse uno degli uomini brutti, che si stava masturbando vigorosamente seduto sul divano. «Rompile il culo.»
Alex, intanto, non era rimasta a guardare. Si era inginocchiata accanto a Fabiola e aveva afferrato il cazzo del ragazzo giovane, che era ormai duro come una roccia. Con movimenti esperti, iniziò a masturbarlo, mentre con l'altra mano schiacciava il viso di Fabiola contro l'inguine del ragazzo.
«Succhialo,» ordinò Alex a Fabiola. «Fammi vedere quanto sei brava.»
Fabiola aprì la bocca e inghiottì il membro del ragazzo. Era grosso, venato, e riempì la sua bocca fino a farle venire male le mascelle. Iniziò a muovere la testa avanti e indietro, la lingua che danzava attorno alla cappella, mentre l'anziano dietro di lei continuava a lavorare sul suo ano con le dita, ora una, ora due, allargandola, preparandola.
La stanza si riempì dei suoni del sesso: il fruscio della pelle, i gemiti soffocati di Fabiola, i commenti sporchi degli uomini, il rumore bagnato delle dita che le penetravano il culo, e i due con le telecamere che si muovevano, quasi danzando tra quei corpi.
«Basta preliminari,» decise Max dopo qualche minuto. «Passiamo alle cose serie.»
Fece un cenno a Renato. Renato, che si era spogliato e aveva il cazzo in mano, si avvicinò a Fabiola. «Sali sul pouf,» disse. «A quattro zampe.»
Fabiola si arrampicò sulla superficie sferica e morbida. La posizione la metteva in risalto, il suo culo in aria, la testa all'altezza delle vite degli uomini. Si sentì un animale, un oggetto di piacere esposto al loro giudizio.
«Bene,» disse Max. «Chi vuole per primo?»
L'anziano si fece avanti. Il suo cazzo era enorme, lungo e spesso, la cappella violacea e lucida. «Io la rompo,» disse semplicemente.
Si posizionò dietro Fabiola. Le afferrò la vita e, senza troppi preliminari, allineò il suo membro all'entrata del culo di Fabiola. Con un grugnito, spinse in avanti.
Fabiola urlò, un suono acuto che fu subito smorzato da Alex, che le infilò due dita in bocca. «Stai zitta e prendilo,» sibilò la trans.
L'anziano spinse ancora, affondando centimetro dopo centimetro nel suo culo stretto. La sensazione era di dolore puro, una lacerazione che sembrava spaccarla in due, ma mescolato a una pienezza distorta che la cocaina trasformava in piacere. Quando fu completamente dentro, iniziò a scoparla con ritmi lenti ma profondi, colpi che le facevano perdere il respiro.
Intanto, Alex si era girata verso Renato. «E tu,» disse con un sorriso malvagio, «sembri eccitato. Vuoi che ti aiuti?»
Renato annuì, incapace di parlare. Alex si inginocchiò davanti a lui e gli prese il cazzo in bocca. Era un pompino tecnico, perfetto, profondo. Renato chiuse gli occhi, la testa all'indietro, godendo del calore e dell'abilità della trans, proprio davanti agli occhi di Fabiola, che veniva inculata dall'anziano.
Fabiola guardava la scena con occhi vitrei. Vedere Renato, il suo uomo, godere tra le labbra di un'altra mentre lei veniva usata da un estraneo, la fece sentire ancora più umiliata, ma anche stranamente complice del gioco. Era una lurida latrina, un recipiente per il loro piacere, e il pensiero la fece vibrare.
«Dai, muoviti, troia!» la incitò uno dei giovani, che si era avvicinato al suo viso e le stava sbattendo il cazzo sulle guance. «Sii una brava cagna.»
Fabiola aprì la bocca e lo prese dentro, mentre l'anziano continuava a martellarle il culo. Era piena. Piena in entrambi i lati. Il ragazzo le affondò nel fondo della gola, facendola gorgogliare, la saliva che le colava lungo il mento e cadeva sul pouf.
La scena degenerò in un'orgia caotica. I due giovani si alternarono nella sua bocca, usandola come un fleshlight vivente, mentre l'anziano continuava a possederle il culo con una forza disarmante per la sua età. Gli altri tre uomini brutti si avvicinarono, le mani che le palpeggiavano il seno, le cosce, le pizzicavano i capezzoli fino a farla urlare di dolore.
Max guardava, controllando il tempo, il volto teso per l'eccitazione. Si avvicinò a Fabiola e le sussurrò all'orecchio: «Non è finita. È solo l'inizio.»
Dopo circa dieci minuti, l'anziano si fermò, ansimando. Si tirò fuori, il suo cazzo uscì dal culo di Fabiola con un suono schifoso e viscido. Il buco di Fabiola era ora dilatato, rosso, che pulsava vuoto.
«Adesso tocca a me,» disse Max.
La sua voce era carica di una minaccia tangibile. Si tolse i pantaloni. Il suo cazzo era duro, pronto, ma non era solo la grandezza a spaventare, era l'intenzione nei suoi occhi. Si posizionò dietro Fabiola.
«Tieni aperte il culo lurida cagna,» ordinò.
Fabiola obbedì, le mani che allargarono i glutei, offrendosi a lui. Max entrò con una violenza che fece urlare Fabiola come non aveva mai fatto. Non ci furono premure, solo una penetrazione brutale, finalizzata al dolore e al dominio, e a permettere alle telecamere di cogliere quella brutalità in tutta la sua crudezza.
Max la inculò per dieci minuti interi. Dieci minuti di puro inferno anale. Colpi secchi, profondi, che le spingevano il viso contro il pouf, le affondavano il petto nella pelle, le facevano vedere stelle. Le urlava contro, la chiamava con nomi che bruciavano: «Troia schifosa! Cagna! Succhia cazzi!»
Fabiola pianse, le lacrime si mischiavano al sudore e alla saliva, ma il suo corpo reagiva. Il dolore si trasformava in un calore opprimente, il suo ano si abituava alla violenza, anzi, la bramava. Si sentiva svuotata, svuotata di ogni pensiero, di ogni personalità, ridotta a un buco che veniva riempito a ripetizione.
Mentre Max le distruggeva il culo, Alex non aveva smesso di lavorare. Aveva fatto venire Renato in bocca, ingoiando tutto il suo seme con un sorriso, e ora si stava spostando verso gli altri due giovani. Li stava provocando, promettendo loro prestazioni speciali, ma i loro occhi erano fissi su Fabiola.
«Voglio vederla riempita tutta,» disse uno dei giovani. «Voglio vederla esplodere.»
Max si fermò, esausto ma soddisfatto. Si tirò fuori, lasciando Fabiola a gemere nel vuoto. Il suo culo era un cratere, aperto e rosso rubino.
«Avete sentito,» disse Max, pulendosi il cazzo con i capelli di Fabiola. «La signora vuole tutto.»
Fu il momento della tripla penetrazione.
Uno dei giovani si sdraiò sul pouf, il cazzo puntando verso il soffitto. «Sali,» disse a Fabiola.
Fabiola, con le ultime forze rimaste, si arrampicò su di lui. Si infilò il cazzo in figa, che era bagnatissima nonostante il dolore, e iniziò a muoversi. Poi sentì qualcuno dietro di lei. Era l'altro giovane. Si posizionò sul suo culo e, con un colpo secco, entrò nell'ano già dilatato.
Fabiola urlò, soffocata dal petto dell'uomo sotto di lei. Era piena. Pienissima. Due cazzi la spaccavano in due, muovendosi ritmicamente, sfregandosi l'uno contro l'altro attraverso il sottile diaframma dei suoi tessuti.
«E la bocca?» chiese uno degli uomini brutti, avvicinandosi.
Fabiola aprì la bocca, in un rito di sottomissione totale, e lui ci infilò dentro il cazzo in modo rozzo e impaziente. Tre cazzi. Tre uomini la usavano contemporaneamente. Non c'era spazio per lei, per il suo respiro, per i suoi pensieri. Era solo un contenitore di carne, un oggetto permeato da tre erezioni.
I movimenti si sincronizzarono in una spirale di piacere sadico. Quando uno spingeva, l'altro tirava fuori, creando una pressione costante, insostenibile, che la faceva vibrare come una corda di violino. I gemiti della stanza si fusero in un coro bestiale.
Alex guardava, masturbandosi, il suo cazzo duro che spuntava dalla gonna. «Sì, usatela,» incitava. «Distruggetela.»
La tripla penetrazione durò finché Fabiola non sentì il mondo scontrarsi. Un orgasmo violento, involontario, la scosse dall'interno. Il suo corpo si contorse, i muscoli si contrassero attorno ai cazzi che la riempivano, strappando gemiti animali. Venne, schizzando liquidi attorno al cazzo del ragazzo sotto di lei, bagnandolo, umiliandola ulteriormente con la prova della sua eccitazione.
«Guardate la troia,» rise Max. È venuta come una fontana.»
I ragazzi si tirarono fuori, lasciandola crollare sul pouf, un mucchio di membra tremanti. Ma non le concessero tregua.
«Non finisce qui,» disse Alex, avvicinandosi con il suo cazzo duro in mano. «Ora tocca a me.»
Alex fece girare Fabiola, mettendola a pancia in giù. Le allargò le gambe e si posizionò tra di esse. Il cazzo della trans era grosso, liscio, pronto. Senza pietà, Alex penetrò il culo di Fabiola, che era ormai così dilatato da accogliere quasi tutto senza resistenza.
Alex la inculò con una forza maschile, affondando in profondità, le palle che sbattevano contro la figa di Fabiola, mentre lei gemeva nel cuscino, distrutta, esausta, ma ancora lì, presente.
Poi Max si avvicinò dietro Alex. Fabiola sentì i movimenti, capì cosa stava accadendo. Max posizionò il suo cazzo sull'ano di Alex.
«Sì, Max,» sibilò Alex, «fammi male.»
Max entrò nella trans. La scena divenne una catena di carne: Max inculava Alex, Alex inculava Fabiola. Ogni spinta di Max si trasmetteva attraverso il corpo di Alex e finiva nel culo di Fabiola, raddoppiando l'intensità. Era una macchina di sesso umana, un meccanismo di piacere perverso.
Fabiola si sentì persa nella catena. Non era più una persona, era l'estremità finale di un cazzo gigantesco che la usava tramite un altro corpo. L'umiliazione era assoluta. Era un oggetto passivo, un'estremità di un dildo vivente.
I commenti degli uomini si fecero più sporchi, più incalzanti. «Schiava! Puttana! Cagna!»
La stanza puzzava di sesso, sudore, sperma e lubrificanti. L'aria era irrespirabile, densa di feromoni.
Infine, la catena si spezzò. Max si tirò fuori da Alex con un gemito profondo, e Alex si tirò fuori da Fabiola. Tutti e tre erano ansimanti, coperti di sudore.
«Adesso il dolce,» disse Max, guardando Fabiola che giaceva immobile sul pouf. «La sua ricompensa.»
I sei uomini si riunirono attorno al pouf, formando un semicerchio attorno alla testa di Fabiola. Alex si unì a loro. Erano tutti eccitati, i cazzi in mano, pronti a esplodere.
«Apri la bocca, troia,» ordinò Max.
Fabiola aprì gli occhi, vitrei, si girò sulla schiena lasciò uscire la lingua con la bocca spalancata, fingendo un urgenza che non provava. Era la fine, il coronamento della sua distruzione.
Il primo a venire fu uno dei giovani. Si avvicinò, masturbandosi furiosamente, e con un grugnito liberò getti densi di sperma che colpirono Fabiola in faccia, sulla fronte, sugli occhi, e poi in bocca. Il sapore salato e amaro le inondò le papille gustative.
Poi fu l'altro giovane. Mirò alla bocca, riempiendola fino a farle traboccare i lati. Fabiola inghiottì automaticamente, un riflesso condizionato.
L'anziano si avvicinò. Il suo carico fu massiccio, coprendole il viso come una maschera bianca e appiccicosa. Le chiuse un occhio, le entrò nel naso, le colò sul mento.
Anche gli uomini brutti presero il loro turno. Le loro sborrate furono meno abbondanti ma più umilianti, la sborra che colpiva i suoi capelli, le sue orecchie, il collo.
Alex si fece avanti. «Questo è per essere stata una brava schiava,» disse, e venne sul viso di Fabiola, mescolando il suo sperma a quello degli altri.
Infine, Max. Si avvicinò per ultimo, il cazzo gigante che pulsava in mano. «Tutto per te, lurida latrina,» sussurrò.
Max venne con la forza di un fiume in piena. La prima ondata la colpì in pieno viso, spostandole la testa indietro. La seconda e la terza riempirono la sua bocca già piena, costringendola a inghiottire affannosamente per non annegare. La sborra le colò lungo il collo, bagnando il colletto della sua uniforme da cameriera.
Quando finirono, Fabiola era irriconoscibile. Il suo viso era una maschera bianca, appiccicosa e maleodorante di sperma. I capelli erano incollati alla fronte. La bocca era aperta, stillante di liquido bianco.
«Troia schifosa,» sputò uno degli uomini, fissandola con un misto di disprezzo e desiderio soddisfatto.
«Succhia cazzi professionista,» rise un altro.
«Cagna in calore,» aggiunse un terzo.
«Lurida latrina,» concluse Max, con un sorriso di trionfo puro.
Fabiola rimase lì, immobile, mentre le telecamere erano puntate su di lei che sorrideva meccanicamente. Il suo corpo era un unico grande dolore pulsante, il suo ano dilatato e dolorante, la figa bruciata, la gola roca. Ma, sotto la maschera di sperma e umiliazione, qualcosa si era spezzato e qualcosa di nuovo, di oscuro e di perverso, aveva preso il suo posto. Si sentiva vuota, usata, ma stranamente viva. Più viva di quanto si fosse mai sentita prima. E mentre le luci della stanza sembravano girarle intorno, chiuse gli occhi e abbracciò l'abisso, certa che quella fosse la giusta strada da percorrere, l’unica via destinata ad una donna capace solo di dare piacere, lasciando che il suo corpo venisse usato senza alcuna umanità. Lei era una puttana, e non sapeva fare altro. O questo era quello che la vita la stava costringendo a credere fosse giusto per lei.
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