tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 20
29.06.2026 |
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"L'uomo crollò accanto a lei, respirando pesantemente per alcuni minuti prima di riprendersi..."
La luce del mattino filtrava attraverso le finestre dell'appartamento di via Piave, illuminando il corpo nudo di Fabiola ancora avvinghiato a quello di Renato. Le lenzuola erano attorcigliate ai loro piedi, testimoni silenziosi di una notte che l’aveva trasformata in qualcosa di indefinibile dentro di lei. Sentiva il respiro pesante di Renato contro la propria spalla, le sue braccia flaccide che la tenevano come se fosse una proprietà da non lasciar scappare.Fabiola aprì gli occhi lentamente, le palpebre appiccicose per il trucco sbavato della sera precedente. La sua mente era un turbinio di sensazioni confuse: il ricordo di Max, degli altri uomini, il suo culo sfondato da due cazzi, il piscio caldo che le aveva inondato il viso mentre Renato la guardava con quell'orgoglio malato che ormai conosceva fin troppo bene. E poi le sue stesse parole, pronunciate con una voce che non le sembrava più la sua: "Sono la tua puttana."
Ma c'era dell'altro. Un pensiero che le artigliava lo stomaco, una consapevolezza che faceva fatica ad accettare. Quella notte, mentre Renato dormiva il sonno pesante di chi si crede padrone assoluto, lei aveva ripensato alle cinquemila euro che Max le aveva offerto. Ai soldi che i vari clienti le avevano dato e lei aveva nascosto.
Renato si mosse accanto a lei, emettendo un grugnito soddisfatto. La sua mano scivolò lungo il fianco di Fabiola, accarezzandole la curva dell'anca con un gesto possessivo che la fece irrigidire istintivamente.
"Sei sveglia, piccola?" La sua voce era roca, impastata di sonno e soddisfazione.
Fabiola si costrinse a rilassarsi, a scivolare nel ruolo che lui si aspettava. "Sì," rispose, voltandosi verso di lui con un sorriso che non raggiungeva gli occhi.
Renato la osservò con i suoi occhi grigi, velati da quell'appagamento che Fabiola aveva imparato a riconoscere. Era l'espressione di un uomo che credeva di possedere completamente un'altra persona. "Ieri notte sei stata ... perfetta. Lo sai, vero?"
Lei annuì, sentendo il peso di quelle parole come una catena invisibile. "Volevo solo farti contento."
Renato si sollevò su un gomito, studiando il suo viso. La sua mano libera salì ad accarezzarle una guancia, il pollice che tracciava il contorno delle sue labbra gonfie. "Sei la mia creatura, Faby. Ti ho plasmata io. Nessuno potrà mai amarti come ti amo io."
Fabiola sentì un brivido correrle lungo la schiena, un misto di repulsione e di quel bisogno malato di approvazione che la teneva legata a lui. Sapeva che quelle parole erano veleno, ma una parte di lei continuava a berlo come se fossere nettare.
"Lo so," sussurrò, e una parte di lei odiò sé stessa per quanto ne fosse convinta intimamente.
I giorni seguenti scivolarono in una routine che sembrava fatta di momenti distinti eppure tutti ugualmente vuoti. Fabiola puliva l'appartamento, cucinava, si sottometteva alle richieste di Renato con una meccanicità che la spaventava. Ma qualcosa era cambiato. Un seme piantato nella sua mente aveva iniziato a germogliare, nutrito dal ricordo di quei soldi nascosti e dalla consapevolezza che, forse, c'era un modo per uscire da quella gabbia che chiamava casa.
Fu circa due settimane dopo quella notte con Max che Fabiola trovò il coraggio di pronunciare le parole che avrebbero cambiato tutto. Erano seduti al tavolo della cucina, lei con una tazza di caffè tra le mani, lui che faceva scorrere il pollice sullo schermo del telefono con aria annoiata.
"Reni," iniziò, la voce più ferma di quanto si sentisse. "Voglio che mi porti fuori."
Lui alzò lo sguardo, un sopracciglio sollevato con curiosità. "Fuori? Dove?"
"Al cinema. Al club." Fabiola posò la tazza, incontrando i suoi occhi con un'intensità che lo sorprese. "Voglio sentirmi desiderata. Apprezzata."
Renato appoggiò il telefono sul tavolo, studiandola con quell'espressione calcolatrice che Fabiola conosceva fin troppo bene. Stava valutando, cercando di capire dove volesse arrivare. "Ti desidero e ti apprezzo io, Faby. Non ti basta?"
"Non è questo." Fabiola si sporse leggermente in avanti, i capelli neri che le cadevano su una spalla. "Voglio che gli altri mi guardino. Che mi desiderino." Fece una pausa, lasciando che le sue parole si depositassero nell'aria tra loro. "E voglio che paghino per me."
Renato rimase in silenzio per un lungo momento, il suo viso rotondo impassibile. Poi, lentamente, un sorriso si allargò sulle sue labbra. "Vuoi che ti faccia prostituire?" La sua voce non conteneva sorpresa, solo un interesse pragmatico.
Fabiola sostenne il suo sguardo senza vacillare. "Solo tu puoi avermi per amore. Gli altri devono pagare."
Quelle parole rimasero sospese nell'aria, cariche di un significato che andava oltre ciò che Renato poteva comprendere. Per lui, erano la conferma definitiva del suo controllo, della sua capacità di plasmare quella donna secondo i suoi desideri. Per Fabiola, erano qualcosa di completamente diverso: un primo, timido passo verso una forma di autonomia che non osava ancora nominare.
Renato si allungò sul tavolo, afferrandole il mento con una mano. "La mia puttana vuole essere pagata," disse, la voce piena di quell'approvazione che Fabiola aveva imparato a cercare come una droga. "E va bene. Ti farò vedere quanto vali."
Quella sera, Renato la portò in un cinema multisala alle porte di Mestre. Ma non era il genere di uscita che Fabiola aveva immaginato. Lui aveva organizzato tutto con una precisione che la fece rabbrividire: un uomo l'aspettava nell'ultima fila, in un cinema quasi deserto, e mentre sullo schermo passava un film che nessuno dei tre stava guardando, Fabiola si ritrovò in ginocchio tra le gambe di uno sconosciuto, con Renato seduto accanto a lei che osservava ogni cosa con occhi brillanti di eccitazione.
Dopo, l'uomo aveva allungato a Renato duecento euro, e Fabiola aveva sentito qualcosa spezzarsi dentro di sé mentre guardava il suo compagno intascare i soldi con un sorriso soddisfatto.
Nei giorni successivi, quella nuova routine si consolidò con una rapidità che le fece girare la testa. Quasi ogni giorno Renato la portava in hotel esclusivi: prima a Venezia, dove gli incontri avvenivano in suite affacciate sul Canal Grande, poi a Verona, dove uomini d'affari in transito la pagavano per un'ora del suo tempo, e infine a Bologna, dove una rete di clienti facoltosi sembrava non finire mai.
Fabiola imparò a riconoscere i volti di quegli uomini, le loro perversioni, i loro corpi. Imparò a sorridere mentre si metteva in ginocchio, a gemere al momento giusto, a fingersi entusiasta di fronte a richieste che la facevano sentire sporca dentro. E ogni sera, tornando nell'appartamento di via Piave, sentiva quel seme dentro di lei crescere, nutrito dalla consapevolezza che ognuno di quegli uomini pagava per qualcosa che era suo.
Ma Renato non le dava nulla. O meglio, le dava solo quello che lei aveva imparato a considerare amore: la sua approvazione condizionata, i suoi complimenti viscidi, il suo tocco possessivo.
Fu dopo circa un mese e mezzo che Manfredi entrò nella sua vita.
Erano in un hotel di lusso a Bologna, una di quelle strutture dove il silenzio dei corridoi era rotto solo dal rumore attutito delle suole sulla moquette pregiata. Fabiola indossava un vestito nero che Renato aveva scelto per lei, corto abbastanza da mostrare le gambe ma sufficientemente elegante da non sembrare fuori posto nella hall dell'albergo.
Manfredi era diverso dagli altri. Non era un uomo d'affari in cerca di una sveltina tra una riunione e l'altra, né un professionista stressato che voleva scaricare le tensioni. Era un uomo sulla sessantina, con capelli bianchi perfettamente curati e un vestito che doveva costare più di tutto ciò che Fabiola possedeva. I suoi occhi scuri la studiarono con un'attenzione che la mise a disagio, come se stesse valutando una merce di cui voleva capire il vero valore.
"È lei?" chiese a Renato, senza mai distogliere lo sguardo da Fabiola.
"Sì," rispose Renato, con quell'entusiasmo che Fabiola aveva imparato ad associare ai soldi. "Te l'avevo detto che è speciale."
Manfredi si avvicinò a Fabiola, girandole intorno con la lentezza di un commerciante che valuta dei prodotti. La sua mano si posò sulla sua spalla nuda, scendendo lungo il braccio con un tocco che era allo stesso tempo clinico e possessivo.
"Girati," ordinò, e Fabiola obbedì lentamente, sensuale, voltando le spalle a entrambi gli uomini. Sentì il vestito sollevarsi leggermente, esponendo la curva inferiore delle natiche. "Bella," commentò Manfredi. "Molto bella."
Quando si voltò di nuovo, l'uomo stava sorridendo a Renato. "Ventimila," disse, con la stessa naturalezza con cui avrebbe potuto ordinare un caffè. "Per due giorni."
Il cuore di Fabiola mancò un battito. Ventimila euro. Era più di quanto avesse guadagnato in tutte le settimane precedenti messe insieme.
Renato non esitò. Non chiese cosa le avrebbero fatto, non negoziò, non si preoccupò delle condizioni. Si limitò ad annuire, il viso illuminato da un sorriso che Fabiola avrebbe voluto cancellare con uno schiaffo. "Affare fatto."
Manfredi estrasse una busta dalla tasca interna della giacca e la porse a Renato, che la infilò nella propria senza neppure contarne il contenuto. "Sabato mattina," disse l'uomo, gli occhi fissi su Fabiola. "Aeroporto di Treviso. Fatti trovare pronta."
Fabiola aprì la bocca per dire qualcosa, ma le parole le morirono in gola. Renato le posò una mano sulla schiena, spingendola leggermente verso Manfredi come se fosse un oggetto che stava consegnando al suo nuovo proprietario temporaneo.
"Obbedisci a tutto quello che ti dice," le sussurrò all'orecchio. "E fai onore a me."
Il sabato mattina arrivò con una velocità che fece girare la testa a Fabiola. Si svegliò prima dell'alba, lo stomaco contratto da un'ansia che non riusciva a nominare. Renato dormiva ancora, il suo russare riempiva la stanza come un promemoria costante della sua presenza.
Fabiola si alzò silenziosamente, andando in bagno. Si guardò allo specchio, studiando il proprio riflesso con occhi critici. I capelli neri erano spettinati, il trucco della sera prima sbavato sotto gli occhi. Si lavò con movimenti meccanici, preparandosi per qualcosa che non riusciva ancora a visualizzare.
Alle 12:00, un'auto nera la aspettava davanti al portone del condominio. L'autista non disse una parola mentre la portava all'aeroporto di Treviso, e Fabiola rimase in silenzio a guardare il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino, chiedendosi come la sua vita fosse arrivata a quel punto.
All'aeroporto, la fecero salire su un jet privato. Era la prima volta che Fabiola vedeva qualcosa del genere: l'interno era tutto pelle e legno pregiato, con poltrone che sembravano più letti che sedili. Su uno dei sedili c'era una borsa di un verde lucido e scuro, con la scritta dorata Harrods, che l'assistente di volo le indicò con un sorriso professionale.
"Per lei, signora. Da parte del signor Manfredi."
Fabiola aprì la borsa con dita tremanti. Dentro trovò abiti costosi: un abito da sera nero con la schiena completamente scoperta e uno spacco che saliva fino all'inguine, scarpe décolleté Louboutin rosse con il tacco a stiletto, una borsa di Chanel in pelle rossa. C'erano anche una gonna corta bianca e una camicia in seta turchese, con un paio di sandali tacco 12 dello stesso colore della camicia, oltre ad una mascherina in pizzo nero che sembrava uscita da un film di un altro secolo. C'era anche una bustina di polvere bianca, con un biglietto piegato sopra: "Per aiutarti a rilassarti. Prima di scendere indossa ciò che trovi. L'abito ti servirà questa sera."
Fabiola prese la bustina, soppesandola nel palmo della mano. Sapeva cosa significava. Sapeva che Manfredi si aspettava qualcosa che lei avrebbe avuto difficoltà a fare da sobria. E sapeva anche che quella polvere era la sua via di fuga, il modo per anestetizzare la mente mentre il corpo faceva ciò che gli veniva chiesto.
Quando, dopo poco più di un'ora di volo, il jet atterrò a Malta, un'altra auto la aspettava sulla pista. L'autista la portò al Sun Coast Resort, una struttura che sembrava uscita da una cartolina: palme, piscine a sfioro, e un mare di un blu così intenso da sembrare irreale. Fabiola scese dall'auto sentendosi fuori posto, una bambola vestita con abiti costosi che non apparteneva a quel mondo di lusso sfrenato.
Manfredi la aspettava nella hall dell'hotel. Indossava un completo bianco che risaltava contro l'abbronzatura perfetta, e i suoi occhi scuri la studiarono con quell'espressione clinica che la faceva rabbrividire.
"Sei arrivata," disse, come se ci fosse stato qualche dubbio. "Vieni. Dobbiamo prepararti."
La accompagnò in una suite all’ultimo piano, con una vista che abbracciava tutta la baia. Ma Fabiola non aveva tempo di ammirare il panorama: Manfredi la condusse direttamente in camera da letto.
"Vestiti," ordinò. "E usa questo." Le porse un'altra bustina di polvere bianca, più grande della prima.
Fabiola esitò solo un istante prima di obbedire. Si spogliò dei vestiti che indossava, rimanendo nuda di fronte a Manfredi che la osservava senza fare alcuno sforzo per nascondere il suo sguardo. Poi si chinò sul tavolino dove lui aveva preparato le strade di cocaina, inalando con una familiarità che la spaventò.
La droga la colpì con la forza di un treno merci. Sentì i pensieri dissolversi, sostituiti da una calma artificiale che le permise di infilarsi in quel vestito provocante senza pensare a ciò che significava. Le scarpe Louboutin sembravano create per i suoi piedi, ma non le importava. La mascherina di pizzo le copriva gli occhi, trasformandola in qualcun altro.
"Sei bellissima," disse Manfredi, e c'era qualcosa nella sua voce che assomigliava all'ammirazione. "Stasera ti accompagnerò ad una festa, e dovrai sedurre un uomo. Un uomo molto importante, con desideri molto particolari."
"Cosa devo fare?" La voce di Fabiola suonava fredda, decisa, ma soprattutto distante alle sue stesse orecchie, come se appartenesse a qualcun altro.
Manfredi si avvicinò, accarezzandole una guancia con un tocco quasi tenero. "Devi fargli fare tutto quello che vuole. E mentre lo fai, delle telecamere registreranno ogni cosa."
Fabiola sentì lo stomaco contrarsi, ma la cocaina attutì la reazione. "Telecamere?"
"Non preoccuparti." Manfredi le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio. "I video non verranno mai diffusi. Sono per ... collezione privata."
Non aggiunse altro, e Fabiola non chiese. La droga le impediva di formulare domande coerenti, di pensare oltre il momento presente.
La festa si svolgeva in una villa privata sulle colline di Malta. Fabiola entrò al braccio di Manfredi, sentendo gli sguardi degli altri ospiti su di lei come mani invisibili. La mascherina le nascondeva il viso, ma il vestito lasciava ben poco all'immaginazione: ogni passo faceva aprire lo spacco, esponendo la pelle nuda della coscia fino all'inguine.
L'uomo che doveva sedurre era seduto in un angolo del salone, da solo. Era più giovane di quanto si aspettasse, forse trentacinque anni, con capelli biondi che iniziavano a ingrigire alle tempie e un corpo che sembrava mantenuto in forma con disciplina rigorosa. Quando i suoi occhi si posarono su Fabiola, lei sentì una scarica elettrica attraversarle la schiena.
"Vai," le sussurrò Manfredi all'orecchio. "E ricorda: fai tutto quello che vuole."
Fabiola si avvicinò all'uomo con la sicurezza che la cocaina le conferiva. Si sedette accanto a lui senza chiedere permesso, accavallando le gambe in modo che lo spacco del vestito si aprisse completamente, rivelando che non indossava nulla sotto.
"Ciao," disse, con una voce che non le sembrava la sua. "Mi chiamo Faby."
L'uomo la studiò con attenzione, i suoi occhi blu che si soffermavano su ogni dettaglio del suo corpo. "Lo so chi sei," rispose, con un accento che Fabiola non riuscì a identificare. "E so cosa sei qui per fare."
Lei si sporse verso di lui, le labbra a pochi centimetri dalle sue. "Allora non perdiamo tempo."
L'uomo sorrise, un'espressione che non raggiunse pienamente i suoi occhi. "Non qui. Di sopra."
La prese per mano, guidandola attraverso la festa fino a una scala privata che portava al piano superiore. La stanza in cui entrarono era vasta, con un letto enorme al centro e, notò Fabiola con un brivido, telecamere montate in ogni angolo. Le lenti brillavano nella luce soffusa, come occhi di insetti che osservavano tutto.
"Spogliati," ordinò l'uomo, chiudendo la porta dietro di sé.
Fabiola obbedì, sfilando il vestito nero con movimenti che la cocaina rendeva fluidi e sensuali. Rimase in piedi di fronte a lui, completamente nuda, mentre le telecamere registravano ogni centimetro del suo corpo.
L'uomo si avvicinò, facendo scorrere le dita lungo il suo fianco. "Sei bellissima," disse, con una voce che era diventata roca di desiderio. "Ma stasera non sarai tu a comandare."
Si slacciò la cintura, sfilandola dai passanti con un movimento lento e deliberato. "Sdraiati sul letto. A pancia in su."
Fabiola obbedì, sentendo le lenzuola di seta sotto la pelle nuda. L'uomo la raggiunse, usando la cintura per legarle i polsi sopra la testa, fissandoli alla testiera del letto. Poi fece lo stesso con le caviglie, aprendole le gambe e legandole alle colonne del letto in modo che fosse completamente esposta, indifesa.
"Ora," disse, slacciandosi i pantaloni, "vediamo quanto brava sei."
Le si mise a cavalcioni sul petto, il suo cazzo già duro che premeva contro le labbra di Fabiola. "Apri."
Lei aprì la bocca, e subito sentì il suo cazzo colpirle il volto come un bastone che punisce una cagna. Dopo almeno una decina di vergate, l'uomo iniziò a scoparle la bocca con spinte lente ma profonde, ogni affondo le faceva venire i conati, ma la cocaina le impediva di provare disgusto. Sentiva le telecamere che zoomavano sul suo viso, catturando ogni dettaglio della sua umiliazione.
Dopo alcuni minuti, l'uomo si ritrasse. "Brava," disse, con un sorriso che era più una smorfia. "Ma questo era solo l'inizio."
Si spostò tra le sue gambe, posizionandosi di fronte alla sua fica esposta. Ma invece di penetrarla, infilò un dito nel suo ano, facendola sussultare. "Ti piace?"
Fabiola annuì, anche se non stava a lei decidere cosa le piaceva e cosa no.
L'uomo aggiunse un altro dito, allargandola con una lentezza deliberata. "Voglio che tu mi scopi con le dita," disse, con una voce che era diventata improvvisamente diversa. "Voglio che mi inculi mentre tu sei legata qui."
Fabiola sbarrò gli occhi, confusa. Ma l'uomo si era già voltato, prendendo un tubetto di lubrificante dal comodino. Ne spalmò una generosa quantità sulle dita di Fabiola, liberò una delle sue mani, e poi si posizionò in modo che il suo ano fosse accessibile nonostante i vincoli.
"Forza," ordinò. "Fammi vedere cosa sai fare."
Fabiola iniziò a muovere le dita dentro di lui, seguendo un ritmo che l'uomo dettava con i movimenti del proprio bacino. Sentiva le pareti interne del suo ano contrarsi intorno alle sue dita, e qualcosa nel suo viso cambiò, un'espressione di piacere quasi doloroso che gli deformava i lineamenti.
"Sì," gemette l'uomo. "Così. Più forte."
Lei obbedì, aumentando la pressione mentre le telecamere registravano ogni cosa. L'uomo si masturbava contemporaneamente, il suo cazzo che diventava sempre più duro mentre le dita di Fabiola lavoravano dentro di lui.
Quando finalmente venne, il suo sperma schizzò sul ventre di Fabiola, caldo e denso. L'uomo crollò accanto a lei, respirando pesantemente per alcuni minuti prima di riprendersi.
Ma non aveva finito.
Dopo essersi ripreso, la slegò e la fece mettere a quattro zampe. "Ora tocca a me," disse, con una voce che prometteva ore di tormento.
La penetrò da dietro, il suo cazzo che scivolava nel suo ano con una facilità che la cocaina rendeva possibile. Fabiola sentì il dolore attenuarsi rapidamente, sostituito da un piacere distorto che la fece gemere contro il cuscino.
L'uomo la scopò per quelle che sembrarono ore, cambiando posizione ogni volta che trovava un nuovo angolo che gli piaceva. La prese da dietro, la fece cavalcare sopra di lui, la piegò in due con le gambe sopra le spalle. Ogni posizione era una nuova variante dello stesso uso, e le telecamere catturavano tutto.
Quando finalmente si ritrasse, il suo cazzo era ancora duro. Si mise sopra di lei, le infilò nuovamente il cazzo in bocca mentre lui le leccava la figa "sfondami il culo mentre me lo succhi. Fabiola, completamente rapita da quella strana sensazione, infilò prima un dito, poi due e infine tre nel culo di quello strano sconosciuto. Spingeva con sempre più forza, con più veemenza mentre percepiva il piacere di lui crescere, il suo cazzo pulsarle tra le labbra fino a quando esplose con un urlo di piacere riversandole in gola una quantità di sborra che non poteva contenere. Rimase nella sua bocca fino a quando ogni goccia non fu espulsa, finché il cazzo non perse vigore. Si accasciò per un attimo al suo fianco, ansimante e soddisfatto.
"Ancora una cosa," disse, con un sorriso che fece rabbrividire Fabiola. "La mia preferita."
La portò in bagno, dove la fece inginocchiare nella vasca. Fabiola capì cosa stava per succedere prima ancora che lui aprisse la bocca.
"Apriti," ordinò, e lei lo fece, sentendo il getto caldo dell'urina che le inondava il viso, il petto, i capelli. Chiuse gli occhi e ingoiò, sentendo il sapore salato e amaro che le riempiva la bocca.
Ma poi successe qualcosa di diverso "Adesso voglio sentire la tua, voglio bere dalla tua figa meravigliosa". Adesso era Fabiola sopra di lui, con la mano stringeva la sua figa indirizzando la sua pioggia dorata direttamente nella bocca di quell'uomo che sembrava gustarla come i più rinomati degli champagne.
Solo quando l'uomo ebbe finito, si rese conto che le telecamere avevano seguito anche questo. Ogni momento delle loro rispettive degradazioni era stato registrato, archiviato, posseduto da qualcuno che non avrebbe mai conosciuto.
Tornati in camera, l'uomo si rivestì con calma, come se nulla fosse accaduto. Estrasse una busta dalla tasca della giacca e la porse a Fabiola, che era rimasta nuda e umida sul letto.
"Cinquemila," disse. "Te li sei guadagnati."
Poi se ne andò, lasciandola sola con le telecamere che continuavano a registrare il suo corpo nudo e devastato.
Fabiola rimase immobile per alcuni minuti, la busta stretta tra le dita. Quando finalmente si alzò, le sue mani tremavano. Ma non per la stanchezza o l'umiliazione. Tremavano per una consapevolezza che la colpì con la violenza di uno schiaffo.
Quei soldi erano suoi. Non di Renato, non di Manfredi. Suoi.
Li nascose nella fodera della borsa di Chanel, con la cura di chi sta compiendo un atto di ribellione. E mentre lo faceva, sentì qualcosa cambiare dentro di sé, una porta che si apriva su un futuro che non aveva ancora il coraggio di immaginare.
La sua vita era nuovamente una prigione, sì. Ma per la prima volta, capì che era una prigione che lei stessa aveva contribuito a costruire. E se l'aveva costruita lei, poteva anche trovare il modo di uscirne.
Il giorno dopo, quando l'aereo privato la riportò a Treviso, Fabiola guardò fuori dal finestrino senza vedere nulla. I soldi erano nascosti nella sua borsa, un primo mattone di una strada che non sapeva ancora dove l'avrebbe portata. Ma mentre il buio inghiottiva il paesaggio sotto di lei, una cosa era certa: non sarebbe rimasta in quella gabbia per sempre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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