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TRASFORMAZIONE DI MIA MOGLIE ROBERTA CAP. 11


di ackermax
31.07.2025    |    4.401    |    4 8.1
"“Come prima volta in fin dei conti è stata brava” dice Alessandro “ma deve ancora imparare, avrà tempo per farlo, diventerà la migliore cavalla della scuderia..."
Piccola premessa: questo racconto ha una base reale, un fatto davvero avvenuto. Il resto è solo frutto della mia fantasia.
Grazie, buona lettura.

RACCONTA ROBERTA
Ho provato ieri sera e stamattina a far calmare Ivano. So quanto gli piace quando glielo prendo in bocca. Ora ho imparato ad ingoiare; so bene quanto gli piaccia e credo sia soddisfatto. Ma quando è andato via non mi è sembrato tranquillo. Ha lasciato le chiavi di casa e della macchina. Non gli ho nascosto nulla, escludendo il glory hole in villa. Un giorno glielo dirò, ma questo non è il momento.

Mi preparo per andare in palestra, indosso il mio solito completo senza niente sotto. Mi arriva un messaggio sul cellulare che mi dice che fuori mi sta aspettando Janesh con il suo minivan.
Faccio come mi è stato detto, quando esco Janesh mi apre il portellone e dentro trovo Alessandro ed un suo amico.
“Buongiorno Roberta” dice Alessandro “oggi passeremo un po’ di ore insieme. Sono riuscito a convincere Jose e Ricardo a cederti a me. Tuo marito è impegnato tutto il giorno al lavoro, quindi per oggi mi appartieni in tutto e per tutto”.
Non dico nulla, annuisco e basta. Il minivan parte con destinazione a me sconosciuta.
“Ti presento Emanuele, un mio caro amico” dice Alessandro.
“Piacere di conoscerti Emanuele” dico io.
“Il piacere, credimi è tutto mio” dice Emanuele “da quando ti ho visto in villa non ho fatto altro che desiderarti. Grazie ad Alessandro, potrò realizzare questo mio desiderio”.
“Basta convenevoli” dice Alessandro “ora spogliati e mettiti in mezzo a noi. Non fare caso a Janesh, lui non vede e non sente. È una persona che gode di estrema fiducia da parte nostra”.
Faccio quanto mi viene detto, mi spoglio completamente, ci metto poco perché avevo addosso solo il top ed i leggings. I sedili in pelle del van si appiccicano sotto di me, mi danno un po’ fastidio. Alessandro prende delle manette e me le mette ai polsi dietro alla schiena. Emanuele mi stringe una benda nera sugli occhi che non mi permette di vedere nulla.
Poi mi mettono delle cuffie con la musica alta. Emanuele sta a sinistra, Alessandro a destra. Iniziano entrambi a toccarmi tra le cosce e mi bagno. Emanuele a sinistra afferra un seno ed inizia a massaggiarlo giocando con il capezzolo. Lo mette in bocca, lo lecca e lo succhia. Ogni tanto sento che mordicchia. Non so chi dei due mi sta infilando le dita in fica, ma so solo che sto provando piacere. Il sedile del van inizia a bagnarsi, lo sento sotto di me. Tutti e due giocano con il mio seno. Emanuele è più delicato, Alessandro no. Lo stringe forte, mi torce il capezzolo e lo morde forte. Cerco di non urlare. Non so quanto va avanti questa tortura.
Non sento e non vedo nulla e non so nemmeno dove stiamo andando. Una mano afferra la mia testa e mi fa abbassare verso il cazzo di Alessandro. Lo metto tutto in bocca e inizio a lavorarlo con la lingua. Oltre alla posizione, riconosco la cappella grossa del capo di mio marito. La mano di Alessandro, suppongo, mi spinge la testa sul suo cazzo. Mi arriva in gola e cerco di trattenere il conato, mi soffoca, ma mi fa rimanere così per non so quanto tempo. Intanto Emanuele aumenta la velocità con le dita sulla mia fica. Mi fanno respirare e cambiamo posizione. Stavolta tocca al cazzo di Emanuele che riesco a prendere in bocca senza difficoltà. Lui è più delicato di Alessandro, sento che mi sposta i capelli penso per vedere il mio lavoro con la bocca. Lo pompo cambiando intensità, noto che gli piace perché lo sento pulsare in bocca. Inizio a sentire anche un leggero sapore salato sulla punta e mi fermo. Comanda lui, ma io ho il potere di farlo venire in un attimo e voglio fargli credere che ha deciso lui.

Ad un certo punto mi fanno alzare in piedi e quando mi fanno sedere, lo fanno sopra il cazzo di Emanuele, lo capisco perché la cappella di Alessandro ormai la riconosco. Mentre mi muovo su e giù sul suo cazzo, Alessandro mi morde il seno. Lancio un urlo che mi viene interrotto da uno schiaffo bello forte. Sento delle parole, ma non riesco a capirle. Emanuele continua a scoparmi mentre Alessandro tortura il mio seno. Scendo dal cazzo di Emanuele e mi spingono sul sedile davanti dove rimango sdraiata, nuda, bendata e con le manette ai polsi.
Il van si ferma, percepisco che si il portellone sia stato aperto dal cambio repentino di temperatura. Una mano mi mette qualcosa al collo, suppongo un collare, mi attaccano un guinzaglio e mi tirano per scendere dal van. Il terreno sotto ai miei piedi mi fa male, mi sembra brecciolino. Mi tirano dal guinzaglio e sono costretta a seguirli. Quando finalmente ci fermiamo, mi tolgono la benda e le cuffie, ma mi lasciano le manette. Le mie braccia sono legate dietro.
Siamo in campagna, in una fattoria, suppongo.

“Questa fattoria è mia” dice Alessandro “qui posso giocare come voglio senza avere il timore che ci sentano o che ci vedano”
Finalmente riesco a mettere bene a fuoco. Emanuele tiene il guinzaglio ed Alessandro sta andando ad aprire un magazzino. Vedo in lontananza il van allontanarsi, spero mi facciamo fare ritorno a casa, almeno questa sera. Dopo aver aperto il magazzino, Alessandro apre le porte di una stalla e poi va ad aprire la casa di fianco. Quando ritorna, toglie il guinzaglio dalle mani di Emanuele e si dirige verso la stalla tirandomi con forza. Sto quasi per cadere, ma riesco a rimanere in piedi. Il terreno mi fa male, ma il porco se ne frega.
Mi porta nella stalla, apparentemente vuota. Apre uno dei box per cavalli e mi butta dentro, cambiando il guinzaglio con una corda che non mi permette tanto movimento. In terra c’è la paglia.
“Rimani qui mentre prepariamo tutto” dice Alessandro “ti conviene riposarti”.
Mi sdraio, ma con le mani legate e sulla paglia mi risulta particolarmente complicato. Sono un po’ in pensiero. Dopo non si quanto tempo, la porta del box si apre e davanti a me si presenta un ragazzetto giovane, avrà avuto poco più di 20 anni, di origine indiana. Con il suo poco italiano mi dice che devo seguirlo perché deve prepararmi. Slega la corda dal muro e mi tira per seguirlo.

Usciamo dalla stalla ed entriamo nel magazzino. Lega la corda ad una catena che scende dal soffitto. Si allontana e poco dopo ritorna con del materiale che non riesco a capire.
Prende degli stivali particolari senza tacco. Sulla suola ci sono ferri di cavallo. Mi fa indossare delle calze autoreggenti e mi infila questi stivali. A malapena riesco a stare in piedi.
Mi fa capire che devo abituarmi e trovare l’equilibrio. Mi lascia qualche minuto da sola, mi devo arrangiare perché se cado, mi strozzo. In qualche modo ci riesco e dopo qualche minuto si presenta di nuovo il ragazzo di prima. Mi slega le mani, le tiene unite dietro di me e mi fa indossare un guanto strano, che mi fa tenere le braccia unite dietro. Lo allaccia stringendolo un po’. Mette intorno al mio viso una maschera con delle cinghie. Ai lati degli occhi ci sono due pezzi di pelle nera che fa da paraocchi. Inserisce su un perno sopra alla mia testa un pennacchio colorato.
Sul mio corpo mette una serie di cinghie che mettono in risalto le curve del mio corpo e sui capezzoli applica due campanellini mediante una pinzetta che stringe e mi provoca dolore. Prende poi un plug con la coda, lo lubrifica e senza alcuna remora me lo infila nel culo. Mi lascia così da sola per qualche minuto. Quando torna mi fa aprire la bocca e mi mette un reggi morso che devo tenere tra i denti. Collega ai lati del morso una cinta lunga facendola passare per degli anelli che stanno sulle cinghie della maschera che ho sul viso. Mi guarda e dice che sono pronta. Si allontana qualche minuto e ritorna con un calesse a due posti. Lo aggancia a me, slega la corda dalla catena al soffitto e mi porta fuori, come si fa con un cavallo. Ad aspettarmi c’erano Alessandro ed Emanuele, vestiti da cavallerizzi. Alessandro tiene in mano una sigaretta e nell’altra una frusta. Capisco ora le sue intenzioni.

Entrambi salgono sul calesse, lo sento pesare sul mio corpo. Il ragazzetto mi trascina aiutandomi a partire. Dopo qualche minuto Alessandro ordina al ragazzo di andarsene che avrebbero fatto da soli. Mi dà una frustata ordinandomi di camminare. Con non poca difficoltà percorro il sentiero che mi indica il mio driver guidandomi con le redini. Arriva un’altra frustata ordinandomi di accelerare il passo. Ci provo. Il mio seno balla mentre provo a trotterellare facendo suonare le campanelle. Dietro Alessandro ed Emanuele se la ridono e si stanno godendo lo spettacolo.
“Ora voglio condurre io” dice Emanuele
Alessandro gli passa le redini e la frusta. Emanuele tira le redini a destra, è il segno che devo girare a destra. Mi fa lasciare il sentiero più tranquillo per prenderne uno pieno di buche e sassi lungo il percorso. Mi arrivano due frustate ed un ordine preciso da parte di Emanuele: – “Al galoppo e non ti fermare”.
Cazzo, ma come si fa. Ci metto un po’ e mi arrivano un altro paio di frustate.
“Questa cavalla non risponde agli ordini, quando torniamo dovrà essere punita” dice Alessandro.
Sono esausta e sudata, mi fa male tutto ma cerco di eseguire tutti gli ordini che mi vengono impartiti. La “passeggiata” è stata un alternarsi di passo, galoppo e trotto. Tutto condito da non so quante frustate che spero non mi abbiano lasciato segni.

Quando torniamo alla fattoria, ci viene di incontro il ragazzetto che lega la corda al mio anello al collo, mi tiene ferma mentre Alessandro ed Emanuele scendono dal calesse.
“Come prima volta in fin dei conti è stata brava” dice Alessandro “ma deve ancora imparare, avrà tempo per farlo, diventerà la migliore cavalla della scuderia. Poi potremo presentarla al concorso.”
“Ma per poterlo fare, devi trattare con quei due morti di fame e con il marito. E poi va addestrata bene” risponde Emanuele
“Al marito ci ho già pensato, gli ho offerto un posto d’oro” dice Alessandro “e non credo che ci rinuncerà. Ha uno stipendio enorme e gli metterò una segretaria che lo farà uscire di testa. A quei due morti di fame, troverò il modo di farmi dare questa puledra e tenerla per noi”.
Il ragazzo mi tira per la corda e mi porta nella stalla dove toglie il calesse. Poi mi trascina in magazzino e mi toglie tutta la corsetteria da ponygirl (così ho poi scoperto che si chiama questa cosa). Mi rimette le manette ai polsi dietro la schiena e prima di rimettermi nel mio box, mi lega ad un’altra catena che viene dal soffitto nella stalla, apre l’acqua e mi lava con acqua fredda. Non appena termina di lavarmi, mi porta nel mio box, e mi lega ad un anello al muro. Nonostante fossi scomoda e la paglia mi facesse male, mi sono addormentata.
Vengo svegliata da un calcio nel culo. Apro gli occhi, è Alessandro.
“Svegliati troia, non sei qui per dormire” mi dice “vieni con me”.
Mi slega dal muro e mi porta con lui dietro alla stalla. Mi fa entrare in una gabbia. Il ragazzetto di prima aziona un argano elettrico che fa salire la gabbia ad almeno 3 o 4 metri da terra. Sono completamente sotto al sole, appesa in aria. Alessandro ed Emanuele mi guardano soddisfatti e se ne vanno. Ogni tanto tornano a vedere se sono ancora viva suppongo. Dopo un paio d’ore sotto al sole, tornano insieme al ragazzetto che azionando l’argano mi fa scendere. Sono sudata, mi sento sporca e credo che mi abbia punto anche qualche insetto.
Mi aiuta ad uscire, consegna la corda ad Alessandro che mi trascina con lui. Mi porta in casa. Mi toglie un attimo le manette per farmi bere.

“Tieni, questa è acqua e zucchero” dice Alessandro “non voglio che stai male. Devi essere sempre in forma per noi”.
Dopo aver bevuto una grande quantità di acqua, dico che ho bisogno di andare in bagno. Alessandro me lo vieta, mi sto sentendo male, ma mi ordina di tenerla per punizione, per non aver lavorato bene prima quando trascinavo il calesse. Mi ammanetta di nuovo, mi lega un’altra corda al collo e mi porta all’interno di un altro capannone. È praticamente vuoto ed al centro c’è un palo con in cima un travetto. All’estremità di questo travetto c’è una catena che penzola. Mi porta lì, lega la catena al collo. Nel frattempo si avvicina Emanuele con una frusta lunga in mano.
“Eccola Alessandro, quella che cercavi” dice Emanuele.
“Perfetto, proprio questa” risponde Alessandro.
Mi ordina di iniziare a camminare in tondo, tenendo tesa la catena. Quando me l’avrebbe ordinato, avrei dovuto accelerare il passo ed al nuovo ordine, avrei dovuto iniziare a correre. Lui avrebbe ordinato a suo piacere, frustandomi se avessi sbagliato. È passato dall’ordinarmi a camminare direttamente a correre, non so quante volte. Mi ha frustato ripetutamente, il maledetto. Ho i piedi che mi fanno male, le gambe non le sento più dalla stanchezza. Sono sudata ed ho il culo e la schiena che mi brucia.
“E’ così che addestriamo le nostre cavalle della scuderia” dice Alessandro “per presentarti al concorso, dovrai essere addestrata bene ed eseguire perfettamente gli ordini che ti verranno impartiti. Per oggi basta, proseguiremo in futuro. Piano piano imparerai farlo con tutta la corsetteria che avevi oggi. L’ultima prova sarà con il calesse”
Sono talmente stanca che mi sto pisciando sotto. L’urina scende tra le mie cosce, bagnando il terreno sotto i miei piedi. Non faccio niente per trattenerla, sono sfinita.
Alessandro mi vede, viene verso di me arrabbiato, mi slaccia la catena e mi prende per i capelli. Con forza mi fa mettere il viso sopra la pozza che ho fatto.
“Così si fa con i cani per non farli pisciare in casa, si struscia il muso sul loro piscio” dice Alessandro mentre spinge il mio viso sulla mia urina.
Non soddisfatto, tira fuori il cazzo e mi piscia in testa. – “così impari, troia!” e mi da’ un forte calcio nel culo.

Piango, non riesco fare altro. Mi sento umiliata e sono sfinita.
“Questo è ciò che subirai se non esegui bene gli ordini o se fai di testa tua” mi dice Alessandro “devi convincere quei due morti di fame a venderti a me, devi essere mia, tutta mia”.
Alessandro se ne va insieme ad Emanuele. Si presenta di nuovo il ragazzetto che mi slega da quella catena, mi lega una corda al collo e mi porta nella stalla dove legandomi ancora alla catena al soffitto, mi lava con acqua fredda che stavolta apprezzo. Mi chiude ancora nel box, legando la corda al muro. Mi addormento stravolta dalla stanchezza, piangendo. Non era così che avrei desiderato essere trattata.
Dopo non so quanto tempo torna il ragazzetto che mi slega e mi porta a dare una doccia. Faccio una doccia bollente cercando di far passare la stanchezza. Quando finisco, esco dal bagno e vado verso Alessandro ed Emanuele seguendo le loro voci.
Mi fermo davanti a loro, in piedi. Stanno fumando.
“Ora ci fai una bella pompa ad entrambi, ti scopiamo e ti riportiamo a casa” dice Alessandro.
Vado prima da Emanuele che è già bello arrapato e mi dedico completamente al suo cazzo. Alessandro geloso mi prende per i capelli e dirige la mia testa verso il suo cazzo. Emanuele non contento si piazza dietro e mi scopa il culo. Si scambiano continuamente posizione e finiscono per sborrarmi entrambi in bocca. Devo ingoiare tutto, come al solito.

Dopo aver soddisfatto i propri bisogni, mi bendano di nuovo, mi mettono le manette e le cuffie con la musica alta. Capisco che sto salendo sul van, spero mi riportino davvero a casa.
Penso di essermi addormentata durante il viaggio perché quando mi hanno chiamato, sono sobbalzata. Mi tolgono le manette, le cuffie e la benda. Mi consegnano una busta con i miei vestiti dentro e mi fanno scendere. Sono nuda, davanti casa. Ricardo e Jose vengono prendermi, mi mettono un mantello e mi portano dentro casa.
“Vai in camera a riposarti. Noi finiamo di mettere a posto le nostre cose qui. Abbiamo portato quasi tutto perché abbiamo subaffittato il nostro appartamentino” dice Jose in maniera affettuosa
Annuisco, ma non capisco niente di quello che dicono. Mi sento sporca e usata. Ho la pelle bruciata dal sole ed irritata dalle frustate e penso che anche i piedi siano graffiati
“Fate come volete, state qui, ma voglio alcune cose: dovete promettermi che per nessun motivo mi cederete a quel porco di Alessandro. Ho bisogno poi di almeno un giorno di pausa e soprattutto voglio un attimo il mio telefono” dico io.
“Va bene” dice Jose guardando Ricardo e facendo cenno di prendere il telefono.
“Ora lasciatemi stare” dico io facendo il numero di Ivano, mio marito.

Continua al cap. 12
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