QUATTRO ATTIMI DI SADO E UNO DI MASO
Abito aderente corto in raso, colore rosso. Orecchini a cerchio grandi, calze autoreggenti, stivali severi a contrasto nero, con tanto di tacco a spillo quei dannati erano alti sino quasi ad arrivarle al ginocchio. La ragazza poi, aprì molto lentamente il cassettino posto sotto il lavandino e prese un elastico per raccogliere i capelli lasciando che la lunghissima coda di cavallo sviluppatasi le scivolasse lungo la schiena.
"AMORE, ADORNATA COSÌ SEMBRA QUASI CHE TU STIA ANDANDO A BATTERE!" le disse con una risatina incerta Andrea.
Lucrezia appena completò la preparazione, lo baciò ancora una volta e poi si diresse verso l’uscita di casa. Scese le scale dell’androne, impregnando l’ambiente col suo profumo al gelsomino, quando un vecchio che le sarebbe potuto essere nonno la incrociò. Era lo zio del ragazzo che abitava da poco al piano di sotto, un tipo decisamente ambiguo. L'uomo, completamente calvo, la squadrò con occhi che sembravano infuocati, mentre un ghigno strano si delineava sul suo volto. Il profumo di gelsomino impattò contro un odore forte, vizioso: un olezzo squallido ora primeggiava nell’aria.
"TUTTO BENE?" chiese Lucrezia, un poco scocciata.
A quel punto il vecchio trasalì. Tornando in sé e accorgendosi della figuraccia, distolse immediatamente lo sguardo. "SI, SI, GRAZIE SIGNORINA" disse lui cercando di nascondere l’impaccio.
La ragazza proseguì nel suo cammino e, una volta uscita dal portone principale dello stabile, si ritrovò in strada. Camminò per circa venti minuti fino ad arrivare davanti al suo ufficio. Si era scordata di prendere il suo timbro personale. Per comodità lo teneva nascosto sul fondo del cassetto, dentro l'armadietto in ferro della sua postazione, mischiato a tutti gli altri. Quello non era un timbro qualunque e in quel momento le serviva assolutamente. Non poteva di certo farne a meno per quel suo nuovo progetto in cui aveva investito così tante energie.
Entrò veloce, sgattaiolando fino alla sua postazione, aprì il cassetto: il gingillo era ancora lì. Lo contemplò maliziosamente per qualche secondo, poi lo afferrò per dirigersi altrettanto rapidamente verso l'uscita. Era tardi, i suoi colleghi se ne erano già andati tutti, ma proprio sul più bello una voce maschile richiamò la sua attenzione.
"E LEI COSA CI FA QUI?"
Era il capo. Porca puttana, di tutte le persone a cui non avrebbe voluto dare spiegazioni, lui era proprio l'ultima che avrebbe desiderato incontrare quel giorno.
"SALVE. SONO PASSATA A PRENDERE UNA COSA PERSONALE CHE AVEVO SCORDATO NEL MIO ARMADIETTO", ribadì Lucrezia con un filo di voce, diventando improvvisamente rossa in viso.
"IL MIO LUCIDALABBRA PREFERITO", continuò esitando lei, con l’espressione palese di chi stava mentendo. Per dare credito alla sua versione fasulla, estrasse dalla borsetta il presunto lucidalabbra color ciliegia e, con l'aiuto di un piccolo specchietto rotondo, iniziò ad applicarselo per marcare meglio la tonalità sulle labbra carnose.
Il capo ridacchiò. Aveva mangiato la foglia, anche se non aveva ancora capito su cosa, esattamente, lo stesse ingannando quella ragazza sprovveduta, totalmente priva della classica stoffa degna del bugiardo.
"PASSI DELLE BUONE GIORNATE DI FERIE, LA ASPETTO AL LAVORO LUNEDÌ PROSSIMO." "ARRIVEDERCI" disse infine pacatamente il capo allontanandosi senza aggiungere altro.
Una volta uscita dall’ufficio, Lucrezia riprese a camminare a passo deciso, altri buoni quaranta minuti di strada e finalmente arrivò. Si era fatta sera nel frattempo; salì sul marciapiede e attese.
Quando finalmente arrivò nella casa del suo primo tipo, Diego, lei poté constatare che quell’abitazione si presentava indubbiamente bene. Pavimenti splendenti, niente ciarpame in giro, televisore nuovo gigantesco in salotto e armadi di legno pregiato con sopra appiccicate qua e là grandi foto di famiglia. La stanza da letto aveva un’unica linea per il lettone matrimoniale con tanto di giroletto, i due comodini e l’armadio a specchio, niente in quell’ambiente risultava improvvisato. Diego era un uomo sulla quarantina, vestito bene, pulito e profumato con un bell'anello dorato al dito era il classico marpione di turno. Si respirava nell’aria l’odore acre dell’imminente tradimento.
Quel verme di Diego aveva seguito meticolosamente le indicazioni che lei gli aveva inviato via mail il giorno prima. Su un ripiano in legno aveva allineato con precisione millimetrica tutti i sex toys utili alla sessione. A sinistra aveva posizionato i preservati e i lubrificanti: vaginali, anali, effetto freddo e riscaldanti. Al centro, disposti per ordine di grandezza, si susseguivano plug, dildi vibranti e strap-on. Sulla destra, ordinati con la stessa cura, stavano gli accessori più voluminosi: frustini, fruste, cinghie, manette, collari e corde varie.
"È COSÌ CHE TI DIVERTI A TRADIRE?" gli chiese timidamente Lucrezia, lasciando trapelare un velo di imbarazzo. Si era resa conto fin dall'ingresso di quell'anello al dito; inoltre, la casa era decisamente troppo grande per un uomo che viveva da solo, contrariamente a quanto lui le aveva fatto credere nella mail del giorno precedente. Cercando di celare il proprio disprezzo, gli mise subito in chiaro che lei, egoisticamente, era arrivata fin lì solo per mettere al centro i propri desideri e non certo per assecondare i capricci di lui. Quella era la sua prima sessione in assoluto in cui si cimentava in una performance a tal punto singolare.
Lucrezia guardò meglio il ripiano di legno. Passò qualche attimo in assoluto silenzio, finché non si delineò una scintilla nei suoi occhi.
"ABBASSATI" disse lei fissando poi Diego e cercando di tenere il tono di voce più fermo possibile. "UN PO’ PIÙ GIÙ, PER FAVORE. DOVRESTI METTERTI IN GINOCCHIO" continuò abbastanza impacciatamente non essendo ancora avvezza al comando. Diego obbedì senza fiatare.
Rovistò nella borsetta, per primo estrasse il cuscinetto inchiostrato, poi trovò anche il timbro in legno che si era portata dietro. Lo premette forte sopra, con tutta la forza che possedeva. A quel punto, capite le sue intenzioni, fu Diego a vacillare.
"SENTI, NON POSSO... MIA MOGL...", disse quasi piagnucolando l'uomo.
"SE VUOI GIOCARE CON ME, STAI ALLE MIE CONDIZIONI!", ribatté questa volta una risoluta Lucrezia. Su quel dettaglio non sarebbe scesa a compromessi. Rassegnato, l'uomo inginocchiato porse la fronte alla ragazza.
Tutto si risolse in pochi secondi. Quella manina destra femminile, che stringeva saldamente il timbro, colpì Diego in piena fronte, marchiandolo in modo indelebile con l'unica parola di color rosso vivo possibile in quel contesto: SLAVE.
Lucrezia, a vederlo succube ai suoi piedi conciato in quel modo, si sentì potente. Con una risatina di scherno si autocompiacque per il lavoretto che gli aveva appena fatto. Stava iniziando a immedesimarsi fin troppo bene nel suo nuovo ruolo.
Senza esitazioni prese dal pianale il guinzaglio per cani di grossa taglia: maniglia rifinita a mano in materiali di prima qualità, di colore rosso e nero, e una catena ad anelli d’acciaio lunga circa cinquanta centimetri che terminava in un robusto moschettone. Il cinturino era abbinato. L'insieme si presentava estremamente solido: ne era sicura, con quello avrebbe potuto fronteggiare la forza di un mastino inglese.
Il suo schiavo, però, non riusciva ad allacciarselo da solo, così Lucrezia si posizionò dietro di lui e glielo serrò dolcemente. Infilò l'estremità libera nella fibbia, tirò fino a renderla ben aderente al collo, inserì il perno metallico nel foro e fece scorrere la parte avanzata nel passante di sicurezza. Infine, agganciò il moschettone della catena all’anello predisposto sul collare.
Da quel momento sentì di avere il controllo assoluto su quell’uomo. Afferrò saldamente la maniglia, desiderosa di cimentarsi in una prima prova tecnica di comando.
"VAI PIÙ GIÙ!" gli ordinò, indicando il pavimento con il dito indice.
Il suo schiavo, sebbene già inginocchiato, era ancora troppo in alto: doveva assumere necessariamente una posizione a quattro zampe per poter iniziare. Diego si abbassò docilmente, mentre l’ego di Lucrezia cresceva a dismisura. Gli diede un primo strattone, deciso ma non troppo violento, come per smuovere un animale ostinato. Non avendo alternative, l'uomo si prostrò in avanti.
Eccitata e ormai al settimo cielo, Lucrezia lo tirò con un gesto ancora più energico, ordinandogli di seguirla. Iniziarono a muoversi per la casa: lei camminava tranquilla, lui procedeva sommesso al suo seguito. Gli fece fare il giro di tutte le stanze, finché il cellulare non squillò. Era una sua amica. Senza permettere a Diego di alzarsi, rispose con assoluta disinvoltura, chiacchierando del più e del meno.
Conclusa la telefonata, decise che era il momento di cenare. Prese dal frigorifero dello spezzatino e una bottiglia d’acqua, poi guardò Diego e optò per l’essere un poco comprensiva. In fin dei conti, quelli erano gli avanzi di cibo che sua moglie aveva lasciato per lui: decise che avrebbe sfamato anche la sua bestia. Posò una grande ciotola sul pavimento e vi lasciò cadere dentro un po' di carne. Niente forchette, niente di niente se non un'altra ciotola per l’acqua lì vicino.
Guardarlo nutrirsi in quel modo la eccitò profondamente: quell’uomo così snob si era trasformato in un cagnolino servile, ridicolo, totalmente sottomesso ai suoi piedi. In pochi istanti lo aveva sopraffatto. Ai suoi occhi Diego aveva perso la dignità, ogni traccia di virilità era in lui annullata: un verme vero e proprio, e quello sotto di lei, a strisciare, era il posto che gli spettava per natura.
Una volta finito il gioco, Lucrezia lo abbandonò al suo destino, lasciandolo a strofinarsi compulsivamente sotto il lavandino con quintali di sapone, nel disperato tentativo di cancellare il timbro con cui lei aveva sadicamente infierito sulla sua fronte marchiandolo.
Il giorno successivo, allo stesso orario serale del precedente e sullo stesso marciapiede, Lucrezia aspettava, agghindata a pensar male quasi come una donna dai facili costumi. I fari potenti di un autobus di passaggio la abbagliarono.
Una volta arrivata in casa di Mirco, fece subito il punto della situazione: un fighetto impomatato che sicuramente si era scordato di avere l’uccello. L’abitazione era modesta e questa volta i giocattoli sessuali erano ordinati rigorosamente su un tavolino di vetro. La pulizia e la precisione non mancavano neanche a quel tipo che, a occhio e croce, doveva avere sui quarantasei o quarantasette anni.
La ragazza, senza troppi convenevoli, decise di soggiogarlo subito. Sfoderò il suo timbro e, dopo averlo fatto inginocchiare davanti a lei, glielo schiacciò con una forza mostruosa sulla fronte. L'uomo emise un gemito bizzarro. Lucrezia rise e gli ordinò di spogliarsi lentamente: nudo, doveva mettersi in posizione eretta davanti al letto e attendere.
Mentre lui iniziava a togliersi i vestiti come ordinato, lei poté osservare quanto fosse carente anche in fatto di dimensioni. "ECCO, IMMAGINAVO CHE AVEVI IL CAZZO COSÌ PICCOLO!" lo schernì.
Impassibile per l’umiliazione verbale appena inflitta, lo fece girare di schiena. Gli si avvicinò da dietro, sfiorandolo con l'indice. "IL TUO CULO, DA QUESTO MOMENTO, È MIO" gli intimò con le labbra incollate all'orecchio destro, iniziando a fare pressione. Per orgoglio personale e riflesso istintivo, Mirco provò a resistere, ma durò poco. Lucrezia si versò abbondante lubrificante sul dito e, con un gesto secco, ebbe gioco facile a penetrarlo. Un altro mugolio. L’aveva preso.
Soddisfatta, si mosse un poco dentro di lui per ribadire il suo ruolo da dominatrice, poi estrasse il dito e se lo annusò schifata, comandandogli di rimanere immobile mentre lei andava a lavarsi le mani.
Uscita dal bagno, si avvicinò al ripiano di vetro. Il suo schiavo era rimasto ubbidientemente in piedi, nudo davanti al letto. Questa volta Lucrezia scelse la linea dura. Prese la frusta tra i giocattoli messi a disposizione dal suo nuovo sottomesso: un articolo in pelle completamente nero, lungo circa un metro e mezzo, con il finale a coda di drago. Eccellente per precisione, resistenza e prestazioni. Convinta, la impugnò saldamente nella mano destra. Gli avrebbe impartito una severa lezione.
Le scoccate arrivarono precise sui glutei, una dopo l’altra, finché le sue natiche non furono in fiamme. Ormai completamente posseduto, lo schiavo le chiese di fermarsi; aveva capito la lezione su chi dei due comandasse lì dentro. Lucrezia tronfia posò la frusta, gli si avvicinò e, mentre gli spingeva un’ultima volta l’indice nel retto, con l’altra mano libera lo masturbò fino a farlo venire in pochissimo tempo. Nell’aria si percepiva odore di eiaculazione precoce.
Dopo che la ragazza se ne fu andata, Mirco provò invano, con un panno inumidito, a togliersi il marchio del peccato impresso sulla fronte.
Il terzo giorno Lucrezia era sempre là, su quel marciapiede. Le si avvicinò una donna di mezz’età e le sorrise. "CIAO, PIACERE, IO SONO EMILY", fece quest’ultima. "LUCREZIA, PIACERE MIO", rispose lei ricambiando il sorriso.
Arrivata nella casa del terzo uomo, si accorse subito che non era ai livelli d’ordine delle precedenti. Il ragazzo aveva sui venticinque anni; lei e quel suo nuovo schiavetto erano all’incirca coetanei, ma in quanto a maturità Nicola sembrava un tipetto piuttosto acerbo. C'erano oggetti sparsi per tutta la casa e il letto era in disordine. Insomma, tutto a soqquadro, ma la cosa peggiore era che il previsto ripiano coi sex toys mancava del tutto: il ragazzo aveva trasgredito alle sue precise indicazioni inviate per email! Quel tipo era il classico segaiolo sfigato.
Lucrezia fu decisamente infastidita da quella caduta di stile e doveva assolutamente correggere il suo sottomesso. Dopo aver ottenuto per l'ennesima volta la conferma che il ragazzo volesse continuare con quel gioco, lei intravide nel trambusto generale uno strap-on di generose dimensioni e non si lasciò sfuggire l’occasione, lo agguantò e si preparò a indossarlo. Dopo averlo fissato con le cinghie al proprio corpo, guardò Nicola con aria ancora incazzata e lo fece accovacciare a terra.
Stavolta il sottomesso ricevette un doppio marchio, stampigliato direttamente sulle natiche, uno per gluteo. Quando lo schiavetto ebbe ancora l’ardire di ribattere per difendersi, lei, per insegnargli le buone maniere, lo schiaffeggiò prima per bene sul viso imponendogli il silenzio e poi gli appose altre due marchiature, una per guancia. Il gioco era estremamente semplice: lei comandava, lui doveva sottostare.
Il ragazzo finalmente capì di aver fatto la pipì fuori dal vaso facendo innervosire la sua padrona, quindi cercò di smorzare i toni mostrandosi più remissivo, ma ormai era tardi per metterci una pezza. Lucrezia voleva prenderselo.
"PREPARATI PERCHÉ ADESSO TI FOTTO", disse con tono calmo ma inflessibile. I suoi bellissimi occhi azzurri esigevano vendetta per l’affronto subito.
Dopo avergli fatto indossare delle mutandine da donna, rosa con brillantini e avergliele spostate dietro quel tanto che bastava, Lucrezia premette il glande dello strap-on dentro il culetto stretto di Nicola. Lui si contorse un poco per il dolore iniziale, mentre lei, raggiante, sospirò di felicità. Quel galletto confusionario che si dava troppe arie iniziava finalmente ad abbassare la cresta in sua presenza. Gli mise i palmi delle mani sui glutei e divaricò meglio quelle chiappe sode; mentre lui era lungo disteso a terra e gemeva, lei sopra si divertì a penetrarlo con vemenza. Se lo scopò finché il ragazzo non capitolò.
Ora si vergognava, era rossissimo in viso e le chiedeva compassione per essersi presentato con tanta trascuratezza all’appuntamento, giurando che una cosa simile non si sarebbe mai più verificata.
Lucrezia, soddisfatta dopo aver finito di sodomizzarlo per bene, gli permise di andare in bagno a sistemarsi e a sciacquarsi. Prima di uscire, volle un inchino da parte del ragazzo: Nicola si piegò, ancora col culo dolorante, e le baciò i piedi. Non gli fu concesso di rialzarsi fino a quando lei non ebbe varcato la porta, lasciandosi alle spalle quell’appartamento saturo di un odore aspro.
Il quarto giorno, quella sera pioveva a dirotto. Un autobus passò ad alta velocità vicino al marciapiede dove si trovava Lucrezia e la ruota anteriore destra del mezzo impattò contro una profonda pozzanghera, schizzandola tutta.
Giunta nell’abitazione del quarto uomo, poté togliersi i vestiti fradici e iniziò finalmente ad asciugarsi. Piero era un uomo sulla sessantina, benestante, gentile e dai modi garbati. Appreso l’accaduto, si era subito prodigato per metterle ad asciugare sul termosifone cappotto, pantaloni, felpa, calze, maglietta e gli indumenti intimi: reggiseno e slip.
Lucrezia notò quel tizio intrattenersi nell’odorare le sue mutandine, cercando per altro maldestramente di non dare nell’occhio.
Con addosso l’accappatoio prestatole, la ragazza decise così sul momento la tipologia di gioco più adatta per quella giornata. Guardò il pianale coi gingilli erotici che erano stati sistemati appositamente per lei e afferrò due paia di robuste manette. Dopo aver marchiato il suo schiavo come di consuetudine, gli portò le braccia dietro la schiena e le vincolò costringendo i polsi con il primo paio di manette; lo fece stendere direttamente sul letto a pancia in su e ultimò poi di fissargli le caviglie col secondo paio.
Quando Piero fu completamente immobilizzato, totalmente inerme, lei lasciò cadere maliziosamente a terra l’accappatoio e gli salì sopra nuda, a cavalcioni, incastrandogli la testa tra le sue gambe e schiacciandogli la vulva sulla faccia. Il sottomesso doveva assaporare tutto quanto la sua padrona avesse da offrirgli da quell’invitante orifizio. "LECCA FINCHÉ NON TI DICO DI FERMARTI, HO VISTO COME ANNUSAVI DI NASCOSTO LE MIE MUTANDINE, VECCHIO PORCO!" lo redarguì lei, avendo in quell’attimo il pieno controllo della situazione.
Piero si irrigidì, abbastanza imbarazzato per essere stato colto sul fatto, ma la sua lingua nonostante tutto faceva lo sporco lavoro: iniziò a leccarla come da manuale. Non sarà stato un gran bel vedere come uomo, ma sicuramente sapeva il fatto suo in leccate di fica. Lucrezia pensò che quella punizione, in quell’occasione, forse avrebbe avuto il sapore più di un regalo per quel pervertito, ma ormai il dado era tratto.
Mentre l’uomo le leccava la passera lei, non smettendo mai di schiacciargliela sul viso, iniziò a muovere piano e sinuosamente il bacino per fargliela prendere in bocca da tutte le angolazioni. Lucrezia aveva la lingua di lui dentro e godeva. "AHHH", "AHHHHHHH", "SIIIIIII" strillava lei, non preoccupandosi minimamente di come stesse il suo servo sotto; le importava solo del proprio piacere. La sessione fu estenuante per Piero: almeno venti minuti ininterrotti a leccare la fica depilata e odorosa di Lucrezia.
La padrona era stracolma di libidine, non resistette più e si lasciò andare in un orgasmo scomposto. Un fiume di umori investì in pieno l’uomo. Piero, che immobilizzato dalle manette costrittive non si poteva muovere, non poté far altro che cedere anche lui al piacere e spalancare meglio la bocca; la sua dominatrice faceva scivolare i fluidi e lui li assaporava. Nell’aria si diffondeva un odore dolce, intenso come il nettare.
Lucrezia non voleva di certo fermare il gioco così presto, lasciò quindi che l’uomo continuasse a leccarla ininterrottamente. Non aveva mai provato sensazioni del genere, le sembrava di impazzire. Colta alla sprovvista, non riuscì più a trattenere lo spruzzo di un torrente caldo, impregnando tutto il viso di Piero; sopraffatta dal piacere schizzò su tutte le lenzuola, le federe e i cuscini. In poche parole, fece un disastro su tutto il materasso.
Imbarazzata oltremodo, liberò subito il sottomesso cercando di scusarsi per l’accaduto: non si aspettava di arrivare a quel punto. Si rimise in fretta e furia le mutandine e il reggiseno, finì di vestirsi e, rossa come un peperone, si dileguò fuori. L’uomo, ancora fradicio e beato per la doccia dorata che aveva appena subito, la salutò con un caloroso cenno di mano e, ridacchiando, chiuse la porta.
Il quinto giorno era l’ultimo di spensieratezza per la bella Lucrezia. Il giorno seguente sarebbe dovuta tornare al lavoro e non avrebbe più potuto pensare ai piaceri carnali. Quando arrivò al marciapiede guardò in alto: quella sera il tempo era sereno e si intravedevano già le prime stelle in cielo. Una decina di uomini in motocicletta le passarono a distanza ravvicinata; i loro motori ringhiavano e il terreno sembrava tremare, tanto erano potenti quei bolidi.
A casa di Danilo, l’ultimo dei cinque uomini che incontrò in quei giorni di vacanza, la musica cambiò nettamente. Alla porta le aprì un uomo affascinante sui trentotto anni, molto robusto e sicuro di sé. Non appena lo vide, Lucrezia si ritrasformò nella ragazzina timida e impacciata di una volta. L’uomo sorrise e la fece entrare. Il primo schiaffetto le arrivò dritto sulla guancia: quel Danilo era un dominatore. La mise subito in ginocchio e si fece succhiare il membro magistralmente.
Lucrezia era agitata e, presa dalla foga di mostrarsi all’altezza del compito assegnatole, andava troppo veloce. L’uomo, con calma, la afferrò per la coda di cavallo e le chiese gentilmente di rallentare, muovendole la testa alla velocità che gradiva. "ECCO, BRAVA. SUCCHIA PIANO E BENE".
Lucrezia finalmente si calmò e tirò fuori a poco a poco tutta la sua maestria; ovviamente non si era scordata di come si facesse un pompino. Così, con la testa china tra le cosce di lui, continuava a venerargli l'uccello. "ORA FAMMI VEDERE COME USI LA LINGUA, LECCAMI LA CAPPELLA!" Ordinò lui. Lucrezia voleva impressionarlo: si mise a fare dei favolosi roteamenti di lingua intrisi di saliva, poi succhiava a fondo e si ritraeva producendo un leggero schiocco finale con la bocca.
"AH, MA ALLORA SEI PROPRIO UNA PUTTANELLA!" disse l’uomo, divertito nel vederla cimentarsi con tale foga.
Afferrò nuovamente la coda di cavallo per imprimere ancora più forza nello spingerle dentro il membro, ordinandole al tempo stesso di guardarlo negli occhi. Voleva venirle in bocca osservandola. "GUARDAMI! VOGLIO CHE MI GUARDI NEGLI OCCHI QUANDO TI VENGO DENTRO!" I bellissimi occhi celesti della ragazza lo fissarono, mentre lei, con quell’affare in gola, respirava a fatica. Nell’attimo esatto in cui stava per esplodere, l’uomo le immobilizzò completamente la testa, liberando tutto il suo seme dentro di lei. Lucrezia, senza obiezione alcuna, inghiottì tutta la virilità di quel toro.
Danilo le disse poi di mettersi sul letto e, mantenendo sempre il contatto visivo, iniziò a entrare e uscire ritmicamente nella sua fica stretta. " TUO MARITO CHE DICE DI TUTTO QUESTO?" chiese beffardo mentre la penetrava. "CHE SONO UNA TRO… I… AAAAA!" Lucrezia non riuscì a completare la frase perché lui glielo spinse tutto dentro con veemenza, facendola gemere. "SÌ, SEI UNA TROIA E ORA TI FACCIO IL CULO!" rispose lui soddisfatto.
La girò sul letto, le serrò le gambe e le sollevò i glutei, facendole poi spingere la testa in avanti fino a premere il viso contro il materasso. Si aggrappò con le mani alle sue natiche, le divaricò e vi sputò in mezzo. Il culo aperto di Lucrezia era qualcosa di sublime, morbido e burroso. Dopo averci giocato infilandoci qualche dito, Danilo se la scopò di gusto; mantenendole la testa schiacciata sul materasso, le possedeva analmente con forza.
A ogni affondo la ragazza si contorceva e piagnucolava di piacere. L’uomo la prese talmente bene da riuscire a entrarle per tutta la lunghezza del membro. Quel bastardo aspettava che lei rilassasse di poco le natiche per darle una vigorosa stoccata tanto intensa da farla sobbalzare nuovamente. Continuò così per diversi minuti e, quando ebbe finito, la girò e la baciò in bocca. Lucrezia, ancora con il culo dilatato, andò in bagno a ricomporsi.
La ragazza qualche ora dopo oltrepassò il portone principale del suo palazzo, salì le scale e, arrivata davanti alla porta di casa, bussò. Aprì Andrea, il suo compagno, che la accolse lieto che fosse rincasata. Non appena entrò, Lucrezia venne avvolta dal buonissimo profumo di una crostata alle mele appena sfornata.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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