Gay & Bisex
Affittacamere 17. Ancora la storia di Carlo A
30.08.2025 |
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"Non c’era nulla di diverso nel fare una sega a Marco, tranne che quell’uomo poteva essere suo padre..."
La mattina dopo mi sveglio per primo. Sono ancora abbracciato a lui. Non sapevo neanche di poter dormire accucchiaiato a qualcuno. Immagino di cosa sappia l’aria nella stanza. Sudore, sesso, sperma. I nostri corpi umidicci sono ancora a contatto e sento la pelle tirare per il seme secco che ci incolla all’altezza del bacino. Mi volto piano e guardo l’ora. Le nove passate, ma è domenica. Sbadiglio e mi accorgo di avere l’alito di uno sterminatore di mondi. Mi scosto piano da Sasha, lui mugola, mi trattiene il braccio con cui ancora lo circondo. Gli socco un bacio sulla nuca: «Fammi andare in bagno», sussurro.«Poi, però, torni?» mugola accarezzandomi piano la mano.
Non so come reagire a quella forma di intimità. O meglio, sento qualcosa di molto fisico e istintivo rispondere tra le gambe, per cui scatto in piedi: «Magari preparo la colazione…» propongo e raggranello i miei vestiti.
L’appartamento è silenzioso, Paolo e Gianni avranno fatto tardi come al solito.
Corro in bagno, mi butto in doccia, mi lavo il ricordo di questa notte, anche se i pensieri sul mio amico non mi abbandonano. Saremo come Carlo e Marco? Amici del cuore? Questo mi riporta alla frase sibillina di Sasha, ieri, quando ha detto che la strada presa da Carlo non ha tanto a che fare con Marco. Dovrò indagare. Ed ecco che parte il panico. Dovrò fare la puttana per poter finire questo anno di studi? Sento l’ansia crescere, e decido che ho due settimane per pensarci, non voglio rovinarmi la domenica. Vado in camera con l’asciugamano attorno alla vita e mi metto vestiti puliti, poi via in cucina a mettere su il caffè. Tiro fuori due brioches confezionate, guardo la mia dispensa, penso ai soldi che guadagno come babysitter e a Gianni, non il mio coinquilino, ma l’amico di Carlo, disposto a pagare per scoparmi. Lo ricordo in modo un po’ confuso: quella sera, con quel vibratore prostatico nel culo, in quel locale gay, con Carlo che mi ha costretto a segarlo e a farmi segare in pubblico… ero talmente fuori di me che non ho memoria per i dettagli. Un uomo alto, sui 35, capelli scuri e piuttosto lunghi. Imponente direi, ma rispetto a me, ci vuole poco.
Vado in camera di Sasha, lui è nella stessa posizione in cui l’ho lasciato: «Sta venendo su il caffè! Vieni a fare colazione?» mormoro.
Lui mugola, si stiracchia, mi guarda assonnato, sorride e annuisce.
Quando più tardi entra in cucina io sto finendo la mia brioche.
Lavato e profumato è bello come sempre, mi sorprendo a pensare.
Vorrei dire qualcosa, ma, sorprendendoci tutti, Paolo spunta sulla porta: «Che profumo di caffè!» dichiara annusando l’aria.
«Ho fatto la moka grande, se vuoi ce n’è ancora!» gli dico.
È più vecchio di noi, credo di un paio d’anni: alto, fisico normale, viso normale, credo sia di qualche regione del sud di cui porta tutti i tratti, anche quel pelo che gli spunta a volte dalla maglietta.
«Te credo che vi servisse la colazione dei campioni!» risponde ridendo.
Io impallidisco, Sasha solleva un sopracciglio: «Cosa fai già sveglio?» risponde evasivo.
«Mmm siamo tornati presto ieri, serata fiacca. Poi voi due mi avete svegliato verso le quattro… Eravate voi due, vero? La camera è la tua, che è attaccata alla nostra, e non ho sentito nessuno entrare e uscire… mi avete fatto venire una voglia! Solo che Gianni era stanco… ho pensato di bussarvi per venire a unirmi a voi». Fa tutto il discorso versandosi il caffè e venendosi a sedere al tavolo, come se stesse parlando del tempo. Io sono congelato, con la brioche a mezz’aria che non so se voglio ancora mangiare, e lui prosegue: «Ma ho pensato che magari era una delle prime volte… non avevo capito che voi due faceste le cosacce insieme… sembrate così santarellini e così etero…»
«Io sono etero!» mi sorprendo a protestare.
Lui si stringe nelle spalle: «Quantomeno bisex, direi, ma non sono uno che discrimina.»
«Paolo, vedi di tenerti sta cosa per te!» replica Sasha, che evidentemente pensa che negare non sia opportuno. E sì che non mi sembrava avessimo fatto tanto casino.
«Vabbè a chi lo devo dire? Però magari una volta facciamo qualcosa assieme, magari da Carlo… Lui sa di Carlo, vero?» domanda accennando a me col mento.
Io sono quasi tentato di andarmene, ma poi penso che ormai… Prevengo Sasha: «Si lo so. Sto pagando la stanza, no?»
Paolo sgrana gli occhi scuri: «Ah, siamo colleghi, alla faccia dell’etero convinto!» sbotta divertito.
Io arrossisco come un peperone e Sasha interviene: «Finora non lo ha mai fatto lavorare, se lo è tenuto per sé!»
«Hai capito il Carlo, d'altronde gli è sempre piaciuto svezzare i giovani, credo che gli ricordi i suoi trascorsi… Vabbè è un bel lavoro, vedrai, buoni soldi, bei clienti, super controllati…»
Io taccio, qui sono tutti matti, parlano della prostituzione come di una carriera all’INPS.
Sasha deve capire il mio disagio, quindi si alza: «Andiamo Lory, io ho ancora sonno, facciamo un pisolino?»
Io mi alzo a mia volta e lo seguo in corridoio, ignorando lo sguardo malizioso di Paolo.
Il mio amico mi precede in camera mia, come se fosse una cosa normale, poi si ferma: «Scusa, magari non mi vuoi tra i piedi…» mormora.
Mi scappa da ridere. Son così confuso e mortificato dalla situazione che non mi ero nemmeno posto il problema: «Ma no, dai, buttiamoci sul letto e facciamo una dormitina, effettivamente tra ieri pomeriggio e sta notte sono un po’ provato…» gli dico precedendolo e sfilandomi maglietta e pantaloni.
Lui mi imita: «Stamattina non sembrava», dice, fisandomi il pacco. Cazzo si è accorto della mia erezione quando mi sono alzato. E vabbè, ormai che mi piacciono pure gli uomini mi sa che lo devo digerire.
«Se tu hai un così bel corpicino non è colpa mia. Devi assumerti le tue responsabilità!» scherzo.
E lui ridendo si mette in bella mostra, flettendo i bicipiti, voltandosi e piegandosi ad afferrare le caviglie…
Gli do una manata gentile sulla chiappa e lo spingo verso il letto e li ci distendiamo tutti e due supini.
Per un po’ stiamo in silenzio, a fissare il soffitto, poi non resisto: «Allora, com’è che Carlo è finito a gestire un bordello? Ieri mi hai detto che Marco non c’entrava tanto…»
Sasha sghignazza: «Secondo me hai un complesso infantile che non hai risolto!»
Mi volto a guardarlo allibito e lui scoppia a ridere: «Ogni volta che finisco nel tuo letto devo raccontarti una storia…»
Rido con lui e gli metto una mano sul pacco facendolo sussultare: «L’ultima volta mi hai chiesto una sega in cambio…» sussurro mentre il suo pisello si indurisce velocemente sotto la stoffa, stretto dalle mie dita.
Lo sguardo del ragazzo si fa malizioso, mi sfiora un capezzolo, la pancia e scende verso il cazzo che mi si sta rizzando solo a quel tocco. Esita, ma, anziché prenderlo, infila le dita negli slip e mi accarezza direttamente il glande: «Possiamo partire così, come la volta scorsa…»
La prima che l’ho scopato, penso, mentre ci sfiliamo gli slip. Restiamo stesi sulla schiena, con le braccia che si incrocino per concederci una lenta sega.
«Ti posso raccontare quello che lui ha detto a me. Ma non so se poi è vero. Sai che gli piace giocare, quindi mentre mi raccontava, faceva a me quello di cui parlava, come ha fatto ieri con il rimming di Marco… Quindi non so se poi è tutto vero.»
Immagino già cosa mi aspetta e gli faccio cenno di proseguire, a questo punto, bugia o realtà ho il cazzo d’acciaio e voglio sentire queste porcate.
Inutile dire che dopo quel pomeriggio, per Marco era scontato che con Carlo avrebbero scopato spesso. A quanto mi ha detto è stato molto bravo a rassicurarlo che si trattava di una cosa da maschi, e che non c’era nulla di male e, effettivamente, Marco aveva la sua ragazza e Carlo stava iniziando a raggiungere le prime esperienze con quella che gli piaceva. Così non ci mise troppo a classificare la cosa per quello che era: scopate in amicizia.
Marco era decisamente attivo e pieno di energia e dopo aver avuto accesso al culo di Carlo, non perdeva occasione per tornarci. Quando studiavano assieme, ora, oltre alle toccatine reciproche al cazzo, spesso gli infilava le mani nei pantaloni e gli accarezzava il buchino, a volte lo prendeva di sorpresa, abbracciandolo da dietro e strusciandogli il cazzo tra le chiappe, cose così. Carlo si lasciò convincere a fare nuoto, per mettere su un po’ di fisico e dunque iniziarono ad allenarsi insieme e a scambiarsi, a volte, pericolose effusioni negli spogliatoi, sempre senza essere beccati. Ma il grosso del sesso lo facevano in camera, nel letto di Marco. Quindi, insomma, una relazione tra due adolescenti. Quello che secondo Carlo gli cambiò la prospettiva avvenne un pomeriggio di sabato. Aveva appuntamento con Marco per andare al cinema. Arrivò a casa sua, suonò e gli aprì il padre. Un uomo che allora doveva essere sui quarantacinque. Lui e la moglie avevano avuto Marco e il fratello molto giovani. Lei era impiegata in una ditta e lui direttore di banca. Carlo li aveva incrociati di rado. Quando andava a studiare da Marco erano sempre al lavoro. Non rincasavano quasi mai prima che se ne andasse, e, quando era successo, terrorizzando Carlo che potessero beccarli l’uno nell’altro, lui l’aveva rassicurato: la camera era off-limits. Ed effettivamente non si erano mai presentati in quella stanza. Li aveva conosciuti scendendo per andare a casa, e cercando di non pensare al proprio buchino ancora umido degli umori di Marco. Si era presentato una volta alla madre e una al padre. In tutto, in mesi che si frequentavano, li aveva visti quattro o cinque volte. Li aveva trovati gentili e simpatici come un adolescente può valutare i genitori del suo amico. In ogni caso lui e Marco, nonostante quei quasi due anni di differenza, erano due ragazzi apparentemente normali che studiavano assieme con profitto. Non c’era motivo, dunque, di non piacere ai genitori. Il fratello invece, di poco più grande, era partito per un anno all’estero, con uno scambio tra scuole gemellate, e dunque non lo aveva mai visto.
Fatto sta che quando il padre di Marco aprì la porta, Carlo sorrise sereno: «Buongiorno signor Rossi, Marco è pronto?» Non credo che il cognome fosse davvero Rossi, ma mentre mi raccontava tutto questo, Carlo era nudo e mi fissava negli occhi, sul divano, smanettandosi il cazzone. Non ho osato chiedere.
Sta di fatto che l’uomo gli sorrise, lo fece accomodare e gli disse che Marco era dovuto uscire per una commissione. Che sarebbe rientrato in tempo per il cinema. Insomma, si erano accordati per vedersi prima, forse per una scopatina pre-film. Al tempo non c’erano ancora i cellulari e Marco non aveva potuto avvisarlo.
Il signor Rossi lo accompagnò in salotto e gli offrì una coca-cola.
Carlo racconta che era in imbarazzo. L’uomo era vestito da casa, mentre lo aveva sempre visto in giacca e cravatta, quarantacinquenne, brizzolato, con lo sguardo di chi è abituato a dirigere; insomma, gli metteva un po’ di soggezione e soprattutto non sapeva di cosa parlargli.
Iniziò a chiedergli della scuola, virando poi sul rapporto tra lui e Marco: «Scusa se te lo chiedo, ma come mai mio figlio e tu siete diventati amici? Alla vostra età due anni di differenza sembrano infiniti…»
Carlo non sapeva cosa rispondere: «Non saprei, è stato un caso, credo, facciamo ginnastica assieme…», rispose, bevendo la coca.
«Oh, lo so bene!» replicò, secondo Carlo, con uno sguardo che lo inquietò.
Lui sorrise e l’uomo, che era sul divano accanto a lui, allargò le gambe in una posa rilassata ma poco a modo, che mostrò un certo rigonfiamento.
Carlo iniziò a sudare. Noi lo conosciamo ora, ma ricordati che a quel tempo era solo un ragazzino.
«Ho presente il tipo di ginnastica che fate. Sei piuttosto bravo a prenderti il cazzo di mio figlio: siamo dotati in famiglia… Ma mi pare che a te piaccia un sacco!» rincarò l’uomo.
Carlo era congelato, non sapeva cosa dire. Il signor Rossi sorrise, battendo la mano sul cuscino accanto a lui: «Non far quella faccia… Tutti da ragazzi abbiamo dei piccoli segreti, e io apprezzo che mio figlio faccia esperienze… ma non so se i tuoi approverebbero…»
Come sai la famiglia di Carlo era ricca e in vista, il giovane rampollo che si fa scopare dall’amichetto di scuola gli pareva veramente un disastro: «La prego, signor Rossi! Non dica niente ai miei. È solo una cosa tra amici. Se non vuole che succeda più smettiamo subito… Lo dico a Marco e…»
E l’uomo lo prese di sprovvista: si alzò si mise in piedi davanti a lui e gli accarezzò i capelli: «Non c’è nulla di male, ma se devo mantenere un segreto per te, tu devi fare qualcosa per me, no?» gli sussurrò.
Carlo deglutì e l’uomo si abbassò con nonchalance i pantaloni della tuta. Il cazzo gli batté in faccia, assolutamente paragonabile a quello del figlio per dimensioni e forma. Secondo Carlo, però, la cosa che lo sorprese fu l’odore. Abituato a quello di Marco, che lo aveva fatto capitolare, pensava che tutti i cazzi avessero lo stesso aroma. Invece quello del padre era diverso, forse più penetrante, acidulo, intenso. Magari era l’età, il fatto che non ci fossero gli ormoni dell’adolescenza ad alimentarlo, ma puro testosterone, o forse che l’uomo si sgrullava l’uccello dopo aver pisciato con più noncuranza, e che quindi c’era anche quel sottile sentore… ma lui si ritrovò sorpreso e scioccato.
L’uomo si impugnò l’arnese, posandoglielo sulla faccia e scappellandolo lentamente: «Avanti, prendilo in mano tu!»
Carlo era terrorizzato e obbedì meccanicamente. Non c’era nulla di diverso nel fare una sega a Marco, tranne che quell’uomo poteva essere suo padre.
«Non preoccuparti ragazzino: amo mia moglie, solo che quando ho spiato te e mio figlio aggrovigliati in camera, mi è venuta voglia di carne fresca. Non voglio tradire la donna che amo, ma con un maschietto… non si può parlare di tradimento no? Lascia che ti insegni un po’ di cose, così te la diverti di più col mio figliolo! Fuori la lingua, lecca come fosse un gelato!»
Carlo era allibito, spaventato, sia dall’autorità dell’uomo, sia dalla possibilità che qualcuno, come Marco, li sorprendesse. Ma una vocina dentro di lui, cominciò a pensare che il padre del suo amico avesse organizzato accuratamente quella situazione. In fondo Marco non lo avrebbe mai mollato, senza avvisarlo, di sua spontanea volontà.
Tirò fuori la lingua e iniziò a leccare. Lo fece con cura, come faceva con Marco, sperando così di soddisfare l’uomo e chiudere la questione.
Vide il trionfo nei suoi occhi, di fronte alla sua resa e subito dopo arrivarono le istruzioni: «Ora le palle! Una alla volta, piano. Giù, anche sotto, devi sentirle tutte, il sapore e l’odore! Avanti, muovi quella linguetta da troia!»
Abituato alla carineria di Marco, Carlo sentiva dei brividi per quel tono dispotico, ma mentre eseguiva, ispirando gli aromi intensi delle parti più intime dell’uomo, si accorse, con imbarazzo, che il cazzo gli scoppiava nei pantaloni.
Quando il nerchione fu bello lucido di saliva, il signor Rossi lo prese per i capelli con decisione. Non gli fece male, era più un modo per affermare il suo potere, e lo allontanò dall’asta: «Ti piace il mio cazzo?»
Carlo era ancora spaventato, non sapeva cosa rispondere e si limitò ad annuire.
E l’uomo lo sorprese di nuovo: senza lasciarlo, si chinò e gli infilò la lingua in bocca.
Fu una cosa travolgente. Incombeva su di lui, la lingua gli frugava la bocca con forza, mescolando la saliva nella sua, impedendogli quasi di respirare. Nulla a che vedere coi baci intensi ma amorevoli di Marco, era qualcosa di selvaggio e sconcio. Quando si staccò il ragazzo ansimava: «Prima regola. A qualcuno nel sesso piace parlare. A me, ad esempio. Mi piace chiamarti troia, darti degli ordini e dire cose sporche. Ti è chiaro?»
Carlo annuì nuovamente, con gli occhi sgranati, la testa ancora indietro, per guardarlo e per i capelli tirati: «Imparerai anche tu, per compiacermi, quindi smettila di annuire e fammi sentire quella vocina da ragazzino! Ti piace il mio cazzo?»
Lui trovò la forza da qualche parte per bisbigliare un esitante “si".
Finalmente l’uomo gli lasciò i capelli con un sorriso gentile: «Bravo bambino. Ma d’ora in poi risponderai “si papi!” Hai capito? Mi eccita da matti!»
Carlo pensò un sacco di cose sulla perversione di quella richiesta, ma quello lo fissava serio e dunque rispose timidamente: «Si, papi, ho capito!»
Lui sorrise, gli diede una carezza e lo tirò in piedi: «Bene, andremo d’accordo, adesso andiamo nel mio studio e spogliati!» ordinò.
Sasha si ferma a guardarmi. Io sono eccitato in maniera vergognosa, ma anche sotto shock: «Cazzo, ma questo è stupro, pure di un minorenne!»
Il mio amico sorride: «Ti ho detto che non so se credergli. Mentre mi raccontava sta roba mi si è messo davanti col cazzo duro e me lo ha fatto leccare a dovere. Ho dovuto rispondergli anche io “Si papi”… Questa è la sua versione. Non so quanto ci sia di vero e quanto abbia di fantasia. Certo, da come la racconta lui, più che uno stupro sembra una iniziazione, una scoperta di qualcosa… Però, di certo, se fosse vero, il posto del signor Rossi sarebbe in galera! Anche se Carlo ne parla quasi come di un santo...
Soprassiedo. Si potrebbe parlare di plagio, visto che capisco dove sta andando a parare la storia, e penso che, fantasia o verità, non è così diverso da quello che Carlo ha fatto a me, svezzandomi. Anche se io non sono minorenne. Ma soprattutto, non mi ha costretto a nulla davvero, e ha sempre cercato di farmi stare bene. Non sembra che il padre di Marco sia così carino. O forse è tutta una assurda menzogna. La mano di Sasha mi stringe il glande e smetto con questi pensieri. Alla fine, siamo nel mio letto a giocare con un racconto erotico, un po’ forte forse, ma pur sempre un racconto.
«Vuoi sapere il seguito?» mi chiede con la consueta gentilezza.
E naturalmente io annuisco. Ormai non posso fermarmi, i nostri cazzi hanno la punta intrisa di pre-sperma e io voglio sapere come il mio prestante padrone di casa è stato addestrato da questo “papi”.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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