Gay & Bisex
Affittacamere 6 sett. Carlo racconta A
10.08.2025 |
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"Non potei non obbedire, mente la sensazione di quella carne posata sulla mia faccia mi stravolgeva..."
Come sempre mi addormentai. Un sonno rilassato post orgasmo. Ad un tratto ebbi coscienza che Carlo mi spostava, girandomi sul fianco. Per un momento temetti che volesse piantarmi il suo pisellone nel buchetto ancora umido; invece, si limitò ad abbracciarmi da dietro avvolgendomi col suo calore e a farmi due coccole che mi ricondussero presto nel sonno.Mi ridesto più tardi percependo dei sospiri e dei movimenti. Ci metto un po’ a capire cosa stia accadendo. Il grosso uccello del mio padrone di casa si struscia tra le mie chiappe e lui respira affannosamente. Mi volto perplesso e rimango sbalordito: Carlo, sempre sul fianco, ha la testa reclinata indietro, sulla spalla di Sasha e una gamba sollevata, tenuta alta dalla mano candida del mio amico, il cui membro diafano stantuffa ritmicamente il sedere del padrone di casa.
Lui si accorge che sono sveglio, per un momento concentra il suo sguardo su di me: «Oh, ben svegliata principessa! Mmm, Sasha si è ripreso prima di te! Oddio, sì, spingi così, ragazzo!»
Sasha mi sorride, col viso contratto per lo sforzo e il piacere e dà un plateale bacio sulla guancia al padrone di casa.
L’uomo mi sorride: «Bene, direi che il tuo affitto è pagato, qui adesso abbiamo solo divertimento extra, vuoi restare o vuoi andare?»
Sono senza parole, quella frase mi mette all’angolo. Devo alzarmi da quel divano, riprendere i miei vestiti e andarmene, sancendo in modo definitivo che partecipo a quelle sedute solo perché costretto!
Carlo si volta a baciare Sasha, che impugna il cazzo svettante che prima ha profanato i nostri culetti e inizia a segarlo lentamente, strappandogli un mugolio.
Il mio corpo sembra paralizzato, devo fare uno sforzo immenso per mettermi a sedere e poi in piedi.
Li fisso per un momento.
Il cazzo di Carlo inizia a gocciolare precum, i colpi di Sasha si fanno più lenti e più profondi, mentre la sua lingua continua a danzare nella bocca dell’uomo. Sono uno spettacolo surreale, il ragazzo piccolino e tonico che si agita dietro il corpo possente dell’uomo, facendolo sussultare di piacere ad ogni colpo.
Bene, devo solo voltarmi e andare a riprendere i vestiti.
Credo di avere avuto una specie di blackout, perché invece mi ritrovo di nuovo sul fianco, ma questa volta di fronte al padrone di casa. Non sembra mia la mano che scaccia quella di Sasha e afferra il grosso cazzo turgido, iniziando a segarlo assieme al mio.
Carlo volta la testa: «Bravo il mio cucciolo», sussurra affannato e poi mi bacia e mi cinge tra le sue braccia. Le mani mi accarezzano la schiena, lo sento sospirare tra le mie labbra e vibrare sotto i movimenti di Sasha. La mia mente torna ai suoi racconti. L’ho sempre immaginato passivo, ma forse, stare su quel divano gli ha ricordato le avventure con lo zio e si è voluto prendere una rivincita diventando lui il trapanatore di un omone. I pensieri mi si annebbiano quando le mani di Carlo arrivano al mio buchetto. Lo massaggia, infila l’indice di una mano, facendomi gemere, lo toglie e infila quello dell’altra e poi inizia un movimento alternato che mi fa stringere con foga i nostri cazzi duri. Poi infila gli indici insieme. Il buco è ancora morbido dopo la crema di Sasha e la scopata di prima, si dilata sotto quell’assalto, io gemo e miagolo, incapace di pensare.
E poi Carlo ferma il mio amico, se lo sfila dall’ano, sorride: «Non voglio fare differenze», mugola un po’ civettuolo e si gira offrendomi l’ano già aperto.
Non ho esitazioni, punto la mia cappella a fungo e spingo. Il mio cazzo scivola facilmente nel suo corpo. Le chiappe sode tremano. Non ho intenzione di avere pietà, non con Carlo. So che non gli farò male, ma in qualche modo voglio punirlo per avermi trascinato in questo mondo di lussuria tra uomini. Il mio cazzo, più grande di quello di Sasha, affonda. Mi godo la sensazione delle pareti umide del retto che cedono davanti alla mia avanzata. Mi abbraccio alla schiena possente del padrone di casa, lo stringo a me. Una mano finisce sul pettorale gonfio e inizio a stringergli un capezzolo, con l’altra gli afferro il fianco scolpito, per tirarlo a me mentre spingo e spingo: lo voglio mettere tutto dentro e non mi fermo finché non sento le palle sbattergli sul perineo.
Lui lancia un mugolio di piacere, la sua bocca incontra quella di Sasha, lo abbraccia. Immagino gli stia lavorando il buco come ha fatto con me, perché anche il ragazzo geme.
Mi muovo piano, voglio che mi senta tutto e io voglio percepire il calore di quel corpo, le mucose che tremano attorno al mio cazzo. Tiro fuori quasi del tutto e rispingo. E poi quel bastardo mi sorprende e inizia a stringere l’ano. Sento i muscoli avvolgermi il pisello, trattenerlo dentro di sé con forza. Mi strappa un gemito e i miei movimenti accelerano, diventa quasi una gara: lui che stringe io che spingo come un forsennato. Sto godendo. Mi scopro a stringerlo di più, a baciargli la schiena. Sento le mani di Sasha che mi cingono, unendoci in un abbraccio a tre.
«Cazzo Lorenzo! Continua così, mi stai spaccando! Dio come godo!» geme Carlo.
Sasha mi lascia e capisco che si è voltato. Con la mano sul fianco scendo verso il cazzo dell’uomo, giusto in tempo per sentire il culetto del mio amico sbattere sull’addome scolpito del padrone di casa. Sasha geme, allungo la mano per afferrargli il fianco. Sincronizziamo il movimento nonostante il poco spazio sul divano. Io spingo dentro Carlo, lui si muove come può contro Sasha e quello, aiutato dal mio tirare, si spinge con forza verso quel palo di carne.
Poi Carlo comincia a sospirare: «Cazzo! Cazzo! Mi fate venire! Mi fate godere, micetti! Forza, fottimi Lory! Fottimi! Fammi sentire tutto quel cazzo! E tu stringi il culo Sasha, avanti! Fammi sentire come ti piace essere riempito! Ti inondo, ti farcisco di sborra!» Accompagna le parole con delle sculacciate al mio amico, evidentemente per indurlo a contrarre il buchetto.
Quella foga mi va alla testa e le contrazioni dell’ano del mio padrone di casa si fanno mento coordinate, più veloci, segno che sta venendo, infatti un ruggito gli esce dalla gola.
Non posso resistere, una parte di me registra Sasha che si agita e geme «Sborro! Sborro!» poi la mia coscienza defluisce attraverso il cazzo. Mi afferro con forza a Carlo e gli assesto dei colpi profondi, uno per ogni schizzo del mio sperma dentro di lui. Non sono in grado di parlare, solo di grugnire e spingere, come se volessi entrargli dentro anche con le palle.
La scopata è stata così intensa che anche dopo l’ultimo schizzo non mi fermo subito, ma continuo ad oscillare in quel culo sodo per un po’. Lui fa lo stesso e sento Sasha mugolare di piacere. Poi lentamente il respiro si fa più regolare, il cazzo comincia ad ammorbidirsi e infine scivola fuori dal culo bagnato di Carlo che si volta e mi sorprende con un bel bacio.
«Bravi i miei micetti! Facciamo una doccetta?» domanda scrollandosi di dosso i nostri corpi stanchi e alzandosi in piedi, simile ad una statua di bronzo.
Sasha mi sorride languido, mi prende il viso tra le mani e mi dà un bacio: «Sono contento che sei rimasto!» mi sussurra.
Abbasso lo sguardo. Ho segnato una linea. Sono rimasto. Mi piace scopare con gli uomini. Per lo meno con quei due.
«Avanti, micetti!» ci chiama Carlo dal bagno.
Ci avviamo, la doccia è grande, di quelle solo col vetro e l’acqua pare già calda.
Ci infiliamo con lui sotto il getto e parte un bacio a tre. I corpi si strusciano, mani che accarezzano dovunque, mi gira quasi la testa. Ci insaponiamo a vicenda, dita che infilano il sapone neutro in fondo nei buchetti carichi di sperma, mani che si dedicano a cazzi mosci, ripulendoli dai fluidi corporei in cui sono stati immersi, labbra che sfiorano spalle, capezzoli, altre labbra. È una doccia che pare la celebrazione di una alleanza.
Quando usciamo alzo gli occhi verso Carlo: «Ti ho fatto male?» chiedo. Ora che la mia furia si è placata mi sento in colpa.
Lui si volta ridendo e mi scompiglia i capelli bagnati: «Scherzi? Mi hai fatto bene, era da un po’ che non trovavo un bel cazzo da prendere che mi sfondasse a dovere… In fondo anche io ho iniziato da passivo…»
Io e Sasha ci guardiamo sorpresi e lui sorride: «Mmm i miei micetti ingenui e curiosi… vorreste che vi raccontassi come è andata?»
Io esito, ma il mio amico annuisce sorridente.
«Ok, andiamo di là a bere qualcosa e vi racconto!»
Davanti ad una birra, nudi sul divano, Carlo inizia il suo racconto. Lui è steso a gambe larghe contro la spalliera da un lato, io e Sasha dall’altro, mezzi abbracciati lo fissiamo e ascoltiamo.
È iniziato tutto in seconda superiore. La mia scuola era grande e la mia classe numerosa. Mi ero ambientato bene e gli ormoni erano a mille. Mi segavo già da un paio d’anni e avevo trovato un’edicola che chiudeva un occhio sull’età e vendeva i porno a noi ragazzini. Avevo avuto già il mio primo filarino con una ragazzina di un’altra classe. Solo baci umidi e qualche palpatina, ma questo mi forniva ottimi dettagli per le mie fantasie.
Sia come sia, quell’anno, quando ricominciò scuola, ebbi una brutta sorpresa. Fino ad allora l’ora di ginnastica raggruppava tre classi dello stesso anno. Da quest’anno invece decisero di fare un abbinamento per sezioni. La mia scuola aveva un sacco di femmine e quindi noi maschi potevamo tranquillamente unire cinque classi. La cosa non mi turbava, se non fosse che c’era un gruppetto di quarta che amava sfighettare bullizzando noi più piccoli.
In particolare uno di loro, Marco, non so perché, mi aveva preso di mira. Forse perché ero belloccio e bravo nella maggior parte degli esercizi… Sta di fatto che mi prendeva spesso in giro e poi prese una strana abitudine. Quando meno me lo aspettavo, mi piazzava la sua mano sulla faccia ridendo e dicendo “Il polipo di mare ti ha preso! Ti piace l’odore di pesce?” Sì, perché lo stronzo, prima di quel gesto, si assicurava di ravanarsi a dovere l’uccello in modo da avere le mani che sapevano di cazzo. Inutile dire che prediligeva quello scherzo dopo la lezione, quando il sudore aveva reso ben intenso l’odore delle sue parti intime.
Io mi ribellavo, lo spintonavo via, ma quell’odore forte mi restava addosso e mi faceva un certo effetto, anche se naturalmente cercavo di nasconderlo.
Non so se Marco fosse solo sfrontato o anche acuto, ma sembrò capirlo. Lentamente la procedura cambiò. Prima lo faceva davanti a tutti. Poi iniziò a cercare di beccarmi quando ero solo. La presa della sua mano si fece più ferma, premuta sulla mia faccia più a lungo. A volte lo faceva di fronte, sussurrandomi quella frase e guardandomi fisso negli occhi, altre prendendomi da dietro e sussurrandomela all’orecchio.
Io non capivo bene, poiché le ragazze continuavano a piacermi, eppur quando lui mi stringeva a sé, premendo il suo corpo solido contro di me e sussurrandomi all’orecchio, mi congelavo, era come se perdessi le forze.
Un giorno mi sorprese in bagno dopo la ricreazione. La sua mano finì sulla mia faccia e il suo corpo solido mi schiacciò contro la parete. L’odore del cazzo era meno penetrante, ma sempre intenso e questa volta sentii qualcosa di duro strusciarsi sulle mie chiappe. Anziché la solita battuta, sentii il suo alito caldo sull’orecchio: «Sei proprio un bel ragazzetto, sai? Non dobbiamo per forza essere nemici, non credi? Non c’è nulla di male se ti piace l’odore del mio cazzo…»
Cercai di divincolarmi con poca convinzione: «Che cazzo dici, mica son frocio!» bofonchiai nella mano che mi copriva il viso, inondandomi le narici di quell’aroma.
«Neanche io!» mormorò lui indignato: «Ma è normale fare esperienze tra ragazzi! Se non vuoi più essere preso dal polipo di mare, parliamo con calma. Ti aspetto al campetto dopo scuola».
Il campetto era un parco che tutti conoscevamo, vicino all’istituto. Lo chiamavamo così perché c’era un campo da basket in cemento dove spesso si trovavano a giocare i nostri coetanei.
Mi lasciò dopo quelle parole, interdetto, spaventato, curioso. Ero indeciso se recarmi o meno all’appuntamento, ma quella era l’occasione per farlo smettere con quel gioco che mi metteva in imbarazzo. Così, suonata la campanella, anziché all’autobus, mi recai al campetto.
Marco mi aspettava su una panchina all’ingresso. Mi sorrise come fossimo amici, si alzò e mi fece cenno di seguirlo.
Ci incamminammo lungo i vialetti di ghiaia, finché, arrivati in una zona di cespugli e siepi, non mi tirò all’ombra delle fronde, dove nessuno poteva disturbarci.
Io ero terrorizzato potesse farmi del male. A quindici anni ero ancora mingherlino e lui era un diciasettenne che faceva sport da anni.
«Allora?» domandai ostentando un coraggio che non avevo.
Lui sorrise: «Allora ti piace l’odore del mio cazzo. Non c’è nulla di male, ma perché costringermi a quel gioco scemo? Vieni e annusa direttamente!» esclamò sbottonandosi la patta dei Jeans.
Io sgranai gli occhi e pensai di scappare, mi voltai, ma lui mi afferrò per la cartella, mi tirò a sé e mi spinse a terra.
Caddi in ginocchio mentre lui mi girava attorno e mi trovai con la faccia all’altezza delle sue mutande. Qualcosa di grosso si annidava gonfio sotto il tessuto scuro.
Mi afferrò per i capelli: «Allora Carlo, come ti ho già detto, non dobbiamo renderla per forza una cosa spiacevole. Prova, se non ti piace, amici come prima!» Lo disse sorridendo, allentando la presa sul mio ciuffo e trasformandola in una carezza. Con gentilezza fece un passo avanti e io mi ritrovai ancora più vicino alle sue mutande firmate.
Ora, non vorrei che pensaste male, micetti: Marco non era affatto sporco. Il suo cazzo non puzzava, aveva l’odore naturale del cazzo. Ma a quell’età si sa, gli ormoni sono in subbuglio. Anche se si lavava con cura, immagino che la mattina si sparasse una bella sega e si pulisse alla meglio. Il suo cazzo odorava di cazzo, non di sporco. Quell’odore che so che piace anche a voi. Solo che allora non concepivo potesse essere eccitante.
Forse speravo che accontentandolo la storia finisse, così avvicinai il naso e inspirai. Lui con gentilezza mi tirò a sé e mi ritrovai con le narici posate sul suo cazzo duro. Un cazzo notevole per altro. Istintivamente appoggiai le mani sui suoi fianchi e lui, gentilmente, cominciò a guidarmi perché percorressi col naso la lunghezza della sua asta.
Mi vergognavo come un cane, ma nel mentre registravo che verso le palle e verso la punta l’odore era più intenso, che in cima era umido, che sotto quella tela il cazzo era bollente.
Mi strusciò sulla sua verga per un po’, poi mi sorrise: «Vedi? Nulla di brutto!»
Io alzai gli occhi, turbato perché qualcosa si muoveva nei miei pantaloni: «Allora posso andare?»
Ancora sorridendo lui scosse il capo. Me lo ricordo come fosse ora, con lo sfondo ombroso di quei cespugli, la pettinatura anni Novanta, il fisico possente e quella luce negli occhi: «Secondo me così non senti bene, tiralo fuori, sarà il nostro segreto! Potrai sentire direttamente il suo odore che ti piace tanto!»
«Non è vero che mi piace!» protestai. E allora sentii la suola della sua scarpa premere tra le mie gambe divaricate, proprio sul mio cazzo mezzo duro, che a quella pressione si intostò completamente. A quell’età si era già ben sviluppato e capirete che era difficile non notare la mia erezione se si manifestava.
Arrossii completamente e, come se quello ponesse fine ad ogni discussione, Marco afferrò il bordo degli slip e l’abbassò.
Il suo cazzo svettò fuori immediatamente. Gonfio, turgido, possente. Nulla da invidiare al mio. Ricordo che o paragonai a quello di Rocco Siffredi, i cui giornalini tanto mi piacevano. La mia testa si riempì di domande mentre lui si impugnava la mazza e me la scuoteva davanti al naso e poi me la appoggiava sulla faccia, coprendola tutta: «Ispira a pieni polmoni!» ordinò.
Io avevo ancora le mani sui suoi fianchi. Non potei non obbedire, mente la sensazione di quella carne posata sulla mia faccia mi stravolgeva. Ma allora quando leggevo i porno di Siffredi, mi piaceva come inculava le tipe o il suo cazzo? Ero gay? Eppure, le ragazze mi piacevano! L’odore inebriante di quel pisello mi arrivava al cervello. Lo stronzo, sempre sorridendo, lo scappellò del tutto, mostrando la cappella tesa e liberando altro afrore. Una goccia spuntava sopra il frenulo e lui senza esitare me la spalmò sulla faccia.
«Avanti, prendilo in mano! Non voglio costringerti a fare nulla!»
Caddi nel tranello, come se prenderlo in mano mi desse qualche libertà. Non avevo mai toccato un altro cazzo. È incredibile vero come sensazione? Tocchi il tuo per una vita e ti aspetti che quello altrui sia uguale, invece è sorprendente quanto è liscio, pulsante, vivo…
Iniziai automaticamente a fare su e giù, inebriato dall’odore.
Marco sorrise, poi mi sorprese, prendendomi per un braccio e tirandomi in piedi: «Avanti, tira fuori anche il tuo, deve essere bello grosso a giudicare dalla patta!»
Io ero imbambolato, con quel cazzone ancora in mano e lui risolse la questione, abbassandomi i pantaloni della tuta e le mutande insieme. Mi afferrò il pisello con un verso di approvazione e iniziò a segarmelo.
Mi scappò un mugolio. Non avevo mai avuto la mano di qualcuno sul cazzo e Marco sembrava esperto. Si mise al mio fianco e iniziò a segarmi: «Fai come me!» ordinò.
E così mi ritrovai a fargli una sega. Il mio cervello si spense, iniziai a provare piacere, mi appoggiai a lui, volevo il contatto; lui muoveva la mano con perizia e presto mi adeguai al suo ritmo, godetti a toccare quel cazzone, il cui odore mi arrivava ancora alle narici, provai, con vergogna, piacere, nel sentire la sua stretta decisa sul mio.
Eravamo giovani ed eccitati, ci misi poco a sentire arrivare l’orgasmo: «Aspetta, così i fai venire!» gemetti spaventato.
Lui mi sorprese, si divincolò dalla mia presa, si piazzò dietro di me, col cazzo che strusciava contro le mie chiappe mimando una scopata, ma impugnando con decisione il mio. Una sua mano mi strinse un capezzolo attraverso la maglietta: «Godi bimbo, godi e lasciati andare», mi sussurrò all’orecchio, poi la mano che mi aveva stretto il capezzolo salì a coprirmi la bocca. Sapeva di cazzo, io persi il controllo, mi inarcai e schizzai quattro fiotti potenti di sborra, tremando nel suo abbraccio.
Spremette il mio pisello finché non ebbi più nulla da buttare fuori, poi mi rivolse uno dei suoi soliti sorrisi, mentre si puliva la mano con un fazzoletto: «Ora tocca a me!»
Io ero sconvolto e confuso, in quella sensazione di vuoto del post orgasmo. Non opposi resistenza quando mi spinse in ginocchio. Portai le dita sul suo grosso arnese e iniziai a segarlo. La sua mano mi diresse la faccia verso di lui: «Avanti, annusalo!» ingiunse e io avvicinai il naso. Divenne una strana sega, poiché con una mano facevo su e giù, ma contemporaneamente lo strusciavo sul mio viso, sotto il naso, sulle labbra.
Ci fu una leggera pressione. Feci un verso di sorpresa e la cappella mi finì in bocca.
Cercai di ritirarmi, ma la sua presa sulla testa si fece decisa: «Ah sì, così, così! Dai che così senti anche il sapore! Sei fantastico!» mormorò piano, per non attirare l’attenzione.
E quelle parole mi confusero ancora di più, mi sentivo apprezzato, premiato e in debito per aver sborrato. Il profumo di quel cazzo mi invadeva la bocca e le narici, la sensazione dura, scivolosa, pulsante e bollente mi annebbiava il cervello. Imitai quello che avevo visto nei porno, iniziai a succhiare, a muovere la testa, a usare la lingua, a gustare quel cazzo.
E ingenuamente, quando lo sentii ancora più gonfio e avvertii delle pulsazioni partire dalla base, non mi posi il dubbio di cosa potesse stare accadendo. Mi allarmò il gemito soffocato di Marco, ma poi lo sperma caldo e salato mi esplose in bocca. Istintivamente mi fermai, ma il mio aguzzino prese a muovere il bacino godendosi la mia bocca e finendo di inondarmi. La sua verga sciacquava tra le mie labbra, tra saliva e sperma. Io ero allucinato. Siccome non si fermava lasciai colare quella brodaglia, un po’ sul cazzo, un po’ a terra. Ma inevitabilmente fui costretto a ingoiarne una parte, sperimentando, per la prima volta, quello strano sapore.
Lentamente Marco si fermò, mi sorrise e mi porse un fazzoletto. «Sei stato bravissimo, sapevo che ti sarebbe piaciuto!»
Io ero incredulo, mentre mi pulivo la bocca e sputavo cercando di liberarmi di quel sapore.
«Direi niente più polipo di mare, se d’ora in poi ci vediamo fuori scuola e giochiamo un po’ così! Che ne dici?» mi disse.
Io ero sotto shock, non sapevo cosa dire, né cosa pensare. Lui mi sorprese con un buffetto: «Ottimo, vado, ci vediamo domani. Vedi di tirarti su i pantaloni prima di uscire!»
E con quelle parole mi lasciò solo tra i cespugli.
Carlo sorrideva accarezzandosi distrattamente il cazzo. Io e Sasha lo osservavamo rapiti ed eccitati dal racconto.
«Beh questo è l’inizio… volete sapere anche l’evoluzione o vi sto annoiando?» chiese sornione.
Io e il mio amico ci guardammo e all’unisono rispondemmo: «Continua!»
Lui sghignazzò e ci fece un cenno: «Non posso raccontare e trastullarmi il cazzo assieme. Io racconto e voi ve ne curate, d’accordo?»
Non servì nemmeno guardarci, io e Sasha gattonammo verso di lui, distendendoci ai suoi lati con la testa appoggiata sulle sue spalle e allungammo le mani sulla verga già dura iniziando ad alternarci, chi lo segava e chi gli coccolava le palle, piano, solo per aiutarlo a raccontare la sua storia.
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