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Prime Esperienze

La figlia della vicina..l'estate dopo


di Max_7719
14.10.2025    |    2.580    |    0 8.9
"E forse, a volte, è proprio nei gesti non compiuti, nei desideri trattenuti, che risiede la forma più pura dell’eros: non nel possesso, ma nella possibilità..."
Passarono settimane. Poi agosto si arrese a settembre, e con esso finirono le giornate infinite, le zanzare al crepuscolo, il profumo di cloro e gelsomino che aleggiava tra i nostri giardini. Sofia partì per un semestre all’estero — Barcellona, mi disse una sera mentre raccoglieva libri da una scatola aperta in salotto. Io annuii, fingendo indifferenza, ma quella notte sognai il mare, le sue mani tra i miei capelli, e una voce che sussurrava in spagnolo parole che non capivo, ma sentivo dentro.

Tornò a dicembre. L’inverno aveva coperto il giardino di brina, e io avevo compiuto diciassette anni. La vidi per la prima volta dopo il suo ritorno mentre rientrava con due borse della spesa, i capelli più lunghi, lo sguardo più stanco, ma gli occhi ancora luminosi come quelli di chi ha visto qualcosa di bello e non lo dimenticherà mai.

Ci salutammo con un cenno oltre il cancello. Poi, una sera di neve leggera, bussò alla mia porta.

— Tua madre mi ha detto che sai aggiustare il termostato, — disse, con un sorriso che non era solo per il riscaldamento rotto.

La seguii in casa sua. L’appartamento odorava di cannella e legno vecchio. Il gatto nero mi strusciò le caviglie mentre Sofia mi indicava il termostato in salotto. Lo sistemai in pochi minuti, ma lei non sembrava avere fretta di lasciarmi andare.

— Resta un po’, — disse, accendendo una candela. — Fuori fa freddo.

Ci sedemmo sul divano, avvolti in coperte diverse. Lei mi raccontò di Barcellona: delle notti in spiaggia, dei libri letti in metropolitana, di un ragazzo con cui aveva ballato sotto la pioggia ma che non aveva mai baciato. Parlava con una voce calma, quasi malinconica, come se cercasse qualcosa che aveva perso — o forse trovato, e poi lasciato andare.

A un certo punto, si voltò verso di me. I suoi occhi scivolarono sul mio viso, sulle spalle più larghe rispetto all’estate scorsa, sulla voce che ora si incrinava meno.
— Sei cresciuto, — disse, e la sua mano sfiorò la mia, appoggiata sul bracciolo del divano.

Non risposi. Non ce n’era bisogno. Il silenzio tra noi era diventato una lingua a sé.

Lei si avvicinò, lentamente, come se temesse di spaventarmi — o forse se stessa. Il suo profumo era diverso: meno sole, più vaniglia e tabacco dolce. Quando le sue labbra sfiorarono le mie, fu un contatto appena accennato, un soffio più che un bacio. Ma dentro di me esplose un intero universo.

— Non dovrei, — mormorò, allontanandosi subito, con gli occhi lucidi.
— Lo so, — dissi io, e lo sapevo davvero.

Non era solo la differenza d’età. Era il fatto che io stavo ancora imparando chi ero, mentre lei sembrava già aver deciso chi non voleva essere più. Eppure, in quel momento, eravamo entrambi sospesi tra due mondi: il suo, che fuggiva dal passato; il mio, che correva verso un futuro che non riuscivo a immaginare senza di lei.

Mi alzai. Lei non mi trattenne.

— Grazie per il termostato, — disse, con un sorriso fragile.

Uscii nella neve, con il cuore in fiamme e le labbra che ancora sentivano il fantasma del suo tocco.

Non parlammo più di quel bacio. Mai. Ma ogni volta che ci incrociavamo — al mercato, in posta, mentre portava fuori il gatto — c’era qualcosa di nuovo nei nostri sguardi: una complicità silenziosa, un segreto condiviso che non aveva bisogno di parole.

E forse, a volte, è proprio nei gesti non compiuti, nei desideri trattenuti, che risiede la forma più pura dell’eros: non nel possesso, ma nella possibilità.
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