Scambio di Coppia
I Vicini Scambisti...Il Messaggio
24.01.2026 |
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"La strinsi a me, il viso sepolto nel suo collo, il corpo scosso da brividi che non erano solo di piacere, ma di *liberazione*..."
Passarono due settimane. Due settimane di silenzi, di incroci fugaci nel corridoio, di occhiate che duravano un battito di ciglia di troppo.
Niente inviti. Niente messaggi. Niente tende aperte.
Ma io non dimenticai.
Non potevo.
Ogni notte, prima di dormire, ripensavo al suo dito sulle labbra. A quel *“zitto”* muto che mi aveva lasciato con la gola secca e il corpo in fiamme.
E ogni mattina, uscendo di casa, speravo di vederla — anche solo per un attimo — con quegli occhi che sapevano troppo.
Poi, un martedì qualsiasi, alle 18:03, arrivò un messaggio.
Non da Katia.
Da Franco.
> **«Stasera siamo fuori. Casa libera fino a mezzanotte. Lasciamo le tende aperte. Fai quello che vuoi.»**
Nessun cuore. Nessuna firma. Solo quelle parole.
Freddo. Diretto.
Eppure… carico di una provocazione quasi crudele.
*Fai quello che vuoi.*
Ma cosa volevo, davvero?
Non volevo entrare. Non ancora.
Volevo… *giocare*.
Così, invece di aspettare la sera, feci qualcosa che non avevo mai fatto.
Presi il telefono.
E scrissi a *lei*.
> **«So che siete fuori. Ma so anche che guardi. Vuoi vedere cosa faccio nella tua casa… senza toccare niente? Senza sedermi? Senza neanche respirare troppo forte?»**
Non rispose subito.
Aspettai trentasette minuti.
Poi:
> **«Dimostramelo.»**
Alle nove e mezza, entrai.
La porta non era chiusa a chiave.
Come se mi avessero aspettato.
Come se *volessero* che entrassi.
L’appartamento era immerso nel buio, tranne una lampada accesa in salotto — quella con il paralume rosso, che gettava ombre calde sul tavolo.
Il tavolo.
Sempre lui.
Non lo toccai.
Mi fermai a un metro di distanza.
Mi tolsi la giacca. Poi la camicia. Poi i pantaloni.
Rimasi in piedi, nudo, al centro della stanza, con le mani lungo i fianchi, come un’offerta.
Poi presi il telefono.
Aprii la fotocamera.
Attivai la videocall.
Lei rispose al primo squillo.
Lo schermo si illuminò: il viso di Katia, in penombra, appoggiata a un cuscino d’albergo. I capelli sciolti, le labbra nude, gli occhi lucidi.
Dietro di lei, Franco seduto sul letto, a torso nudo, che beveva da una bottiglia d’acqua.
*Stavano guardando insieme.*
«Sei dentro», disse lei, con voce bassa.
«Ma non hai toccato niente.»
«Ho detto che non l’avrei fatto», risposi.
«E adesso?»
Guardai il tavolo.
Poi lo schermo.
Poi di nuovo il tavolo.
«Adesso… ti mostro cosa sogno da quella notte.»
Mi avvicinai — ma non al tavolo.
Al divano.
Mi sedetti, lentamente, e cominciai a toccarmi.
Non in modo volgare. In modo *rituale*.
Con la mano sinistra mi accarezzai il petto, i capezzoli, lo stomaco.
Con la destra, il cazzo — duro, pulsante, già bagnato sulla punta.
Katia non parlò.
Solo il suo respiro cambiò.
Più veloce. Più profondo.
Franco si alzò dal letto e si avvicinò allo schermo.
«Toccati le palle», disse, con voce calma. «Lentamente.»
Obbedii.
«Ora immagina che sia lei a farlo», aggiunse. «Che le sue unghie ti graffino appena. Che ti dica di venire… ma non ora. Mai ora.»
Gemetti.
Perché era esattamente quello che faceva Katia: mi teneva sull’orlo, per ore, per giorni.
«Ti voglio sul tavolo», sussurrò lei all’improvviso.
«Ma non puoi salirvi. Non stasera.»
«Perché?»
«Perché non te lo abbiamo permesso.»
E in quel momento capii:
non era una punizione.
Era un *rito di passaggio*.
Continuai a toccarmi, gli occhi fissi su di lei, mentre Franco le slacciava il reggiseno fuori campo, le baciava il collo, le sussurrava qualcosa all’orecchio che la fece sorridere.
«Vieni», disse Katia, dopo un po’.
«Vieni adesso. Ma non dentro di me. Non qui. Fallo per noi. Fallo *per me*.»
Accelerai.
Il respiro spezzato.
I muscoli tesi.
E quando venni — un fiotto caldo sul mio stomaco, un gemito strozzato — lei chiuse gli occhi.
«Bravo», sussurrò.
«Ora esci. Lascia tutto com’era. E non dire una parola a nessuno.»
Chiusi la chiamata.
Mi rivestii in silenzio.
Uscii senza voltarmi.
Ma mentre richiudevo la porta, sentii il mio telefono vibrare.
Un ultimo messaggio. Da Katia.
> **«La prossima volta, sarò io a venire da te. E non ti lascerò uscire.»**
Sorrisi.
Finalmente, non stavo più guardando.
Stavo *aspettando*.
E questa volta…
sapevo che sarebbe venuta davvero.
Bussò alle 23:17.
Nessun messaggio. Nessun avviso. Solo tre colpi leggeri alla porta — precisi, sicuri, come se sapesse che l’avrei riconosciuta anche al buio.
Aprii.
Katia era lì.
Niente trucco. Niente tacchi. Solo una maglietta nera larga, i capelli raccolti in una coda bassa, e i piedi nudi dentro un paio di scarpe da ginnastica.
Sembrava una ragazza qualsiasi.
Ma i suoi occhi…
I suoi occhi dicevano: *sono venuta a prendere ciò che mi appartiene.*
«Posso?», chiese, con voce appena udibile.
Annuii. Non dissi una parola.
Non ce n’era bisogno.
Entrò. Si chiuse la porta alle spalle. Poi si tolse le scarpe, le posò con cura accanto al divano, e si voltò verso di me.
«Spegni la luce», disse.
Lo feci.
Il buio ci avvolse.
Solo la luce della luna filtrava dalle tapparelle abbassate, disegnando strisce argentate sul pavimento.
Lei si avvicinò.
Non corse. Non esitò.
Mi prese il viso tra le mani — calde, morbide, familiari — e mi baciò.
Non fu un bacio erotico.
Fu un bacio *vero*.
Lento. Profondo. Con la lingua che cercava la mia come se volesse ricordare qualcosa che avevamo dimenticato insieme.
«Ho pensato a te ogni notte», sussurrò, staccandosi appena.
«Non a quello che facevi. Non a come guardavi. A *te*. Alla tua voce quando dici il mio nome. Al modo in cui trattieni il respiro prima di venire.»
Le mie mani scesero lungo la sua schiena, sotto la maglietta.
La pelle era calda. Viva.
«Perché sei qui?», chiesi, anche se lo sapevo.
«Perché stanotte non voglio essere vista. Non voglio essere desiderata da altri. Non voglio recitare.»
Fece una pausa. Poi, con un filo di voce:
«Voglio essere *solo tua*.»
Quella frase mi colpì come un pugno al petto.
La sollevai — lei mi circondò le gambe con le cosce, come se lo avesse già fatto mille volte — e la portai in camera.
Niente tavolo. Niente salotto.
Solo il mio letto. Il mio spazio. La mia verità.
La distesi sulle lenzuola. Le sfilai la maglietta. Sotto, era nuda.
Nessun pizzo. Nessun perizoma. Solo lei.
I seni pieni, i capezzoli turgidi, il ventre morbido, il pube coperto da una peluria scura e naturale.
«Guardami», disse.
«Solo tu. Per una volta.»
La guardai.
Ogni centimetro. Ogni ombra. Ogni imperfezione perfetta.
Poi mi inginocchiai tra le sue gambe e la leccai — non per eccitarla, non per farla gridare.
Per *conoscerla*.
Lei gemette, ma non si mosse. Restò ferma, le mani strette alle lenzuola, gli occhi chiusi, il respiro profondo.
«Non smettere», sussurrò. «Non questa volta.»
La leccai per minuti. Ore, sembrava.
Finché non sentii il suo corpo tremare, finché non la sentii sussurrare il mio nome come una preghiera, finché non venne — silenziosa, intensa, con le lacrime agli angoli degli occhi.
Poi mi tirò su.
Mi baciò — il sapore di lei ancora sulla mia bocca — e mi fece sdraiare sulla schiena.
Salì su di me. Mi guidò dentro.
E quando fui completamente in lei, entrambi trattenemmo il fiato.
«Sei a casa», disse.
Cominciò a muoversi.
Lentamente.
Con un ritmo che non era per gli altri. Era *nostro*.
Nessuno spettacolo. Nessun pubblico.
Solo pelle contro pelle, cuore contro cuore, respiro contro respiro.
Quando venni, non gridai.
La strinsi a me, il viso sepolto nel suo collo, il corpo scosso da brividi che non erano solo di piacere, ma di *liberazione*.
Rimanemmo abbracciati per ore.
Parlammo poco.
Di niente importante. Di film, di pioggia, di quanto odiasse il caffè amaro.
Cose normali.
Cose vere.
Prima dell’alba, si alzò.
Si vestì in silenzio.
Sulla porta, si voltò.
«Non dirlo a nessuno», disse.
«Questa notte è solo nostra.»
Annuii.
Uscì.
E per la prima volta, non guardai dalla finestra.
Non cercai conferme.
Non avevo bisogno di vedere.
Perché quella notte…
non ero stato uno spettatore.
Non ero stato un giocattolo.
Non ero stato un ospite.
Ero stato *amato*.
E Katia…
era stata *mia*.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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