trio
Luci Basse...la vacanza
14.10.2025 |
1.481 |
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"Mentre caricavano le valigie in macchina, Chiara si fermò un attimo sulla soglia..."
Fu un’idea nata tra le lenzuola, una domenica di marzo, con la pioggia che tamburellava sui vetri e il caffè ancora caldo tra le mani.“Vorrei vedere il mare,” disse Chiara, appoggiata alla spalla di Leo, lo sguardo perso oltre la finestra. “Non il Tevere, non il lago… il *vero* mare. Quello che ti fa sentire piccolo.”
Sofia, seduta sul bordo del letto, si voltò. “Allora andiamo in Croazia.”
Leo sollevò un sopracciglio. “Così, su due piedi?”
“Così,” confermò Sofia. “Prenotiamo una casa vicino al mare, senza itinerari, senza orari. Solo noi e l’acqua.”
Tre settimane dopo, partirono.
La casa era a pochi chilometri da Rovigna — una vecchia dimora di pietra bianca, affacciata su una caletta nascosta, con un giardino di oleandri e una scala di legno che scendeva direttamente in acqua. Non c’era vicinato, solo il canto dei grilli, il fruscio delle foglie di pino e il respiro lento dell’Adriatico.
Arrivarono all’imbrunire. Il sole stava calando dietro l’orizzonte, tingendo il cielo di arancione e viola. Lasciarono le valigie in soggiorno e corsero giù per la scala, ridendo come bambini. Si tuffarono vestiti, senza pensarci due volte. L’acqua era fredda, limpida, quasi irreale. Nuotarono fino a quando non videro le stelle riflesse sulla superficie, come se il cielo si fosse sdoppiato.
Quella notte dormirono sul terrazzo, avvolti in un’unica coperta, con le spalle che si toccavano e il profumo di salsedine addosso.
Nei giorni seguenti, il tempo perse ogni significato.
La mattina cominciava con il caffè preparato da Leo, forte e dolce come piaceva a Sofia, e le arance appena spremute da Chiara, che insisteva a raccoglierle dall’albero in giardino anche se erano leggermente acerbe. Poi, a turno, sceglievano cosa fare: un giorno esploravano calette nascoste in barca a remi; un altro leggevano sotto l’ombrellone, con i piedi intrecciati; un altro ancora restavano a letto fino a mezzogiorno, facendo l’amore con la luce del sole che filtrava tra le tende.
Una sera, dopo aver cenato con pesce grigliato e vino bianco locale, camminarono lungo la scogliera fino a un faro abbandonato. Si sedettero sul muretto, le gambe penzoloni nel vuoto, lo sguardo perso sull’orizzonte.
“Sai,” disse Leo, “prima di incontrarvi, pensavo che l’amore fosse qualcosa che si divide. Che se lo dai a due persone, ognuna ne riceve la metà.”
Chiara sorrise. “E adesso?”
“Adesso so che l’amore non si divide. Si moltiplica. Più ne dai, più ce n’è.”
Sofia gli prese la mano. “Non è sempre facile. A volte mi chiedo se sto dando abbastanza a entrambi. O se sto chiedendo troppo.”
“Ma non smetti di provarci,” disse Leo. “E questo è l’unico gesto che conta.”
Tornarono a casa a piedi, in silenzio, ma con le dita intrecciate. Quella notte, fecero l’amore lentamente, sulla terrazza, sotto le stelle. Non c’era fretta, né performance. Solo pelle, respiro, sguardi che dicevano “ci sono”. Chiara baciò la cicatrice sul fianco di Leo — quella che non aveva mai voluto raccontare — e lui le accarezzò i capelli con una tenerezza che le fece venire le lacrime agli occhi. Sofia li guardava entrambi, e per la prima volta non provò gelosia, ma una specie di gratitudine infinita: per averli, per essere vista da loro, per esistere in quel triangolo perfetto di desiderio e cura.
L’ultimo giorno, all’alba, andarono a nuotare di nuovo.
L’acqua era calma, il mondo ancora addormentato. Nuotarono in cerchio, tenendosi per mano, come a sigillare un patto con il mare. Poi, uno dopo l’altro, si immersero sott’acqua, restando il più a lungo possibile, come se volessero portarsi dentro quel silenzio, quella pace, quel momento perfetto.
Tornarono a casa bagnati, felici, con la pelle salata e il cuore pieno.
Mentre caricavano le valigie in macchina, Chiara si fermò un attimo sulla soglia. “Non è solo una vacanza, vero?”
“No,” disse Sofia, abbracciandola da dietro. “È un ricordo che porteremo sempre con noi.”
Leo chiuse il portellone e li raggiunse. Prese una mano di ciascuna. “E non sarà l’ultima.”
Risalirono in auto, con il sole che sorgeva alle loro spalle e il mare che li salutava con un ultimo scintillio.
Tornarono a Roma con la pelle abbronzata, i capelli ancora impregnati di salsedine e un segreto condiviso: che l’amore, a volte, non ha bisogno di confini — solo di spazio, coraggio, e un posto dove tutti e tre possano respirare insieme.
E quella casa in Croazia, da allora, divenne il loro santuario — non un rifugio dalla realtà, ma un luogo dove la realtà si mostrava più vera, più nuda, più bella.
Perché là, tra le rocce e il mare, avevano imparato che non si ama *nonostante* gli altri, ma *attraverso* di loro.
E che a volte, per sentirsi interi, basta essere in tre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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