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Scambio di Coppia

I vicini scambisti..La Cena a Tre Prima Parte


di Max_7719
10.11.2025    |    5.858    |    0 8.6
"Con la lingua, con le mani tra i miei capelli, con il corpo che già si muoveva contro il mio..."
Mi chiamò alle sei di sera.
Una voce calma, quasi distratta, come se stesse scegliendo tra due vini al supermercato.

«Ciao… ho cucinato troppo. Ti va di venire? Solo per non buttare via tutto.»

Sorrisi, già sapendo dove sarebbe andata a parare.
«Certo. Arrivo tra venti minuti.»

Lei rispose con un semplice:
«Perfetto.»

Nel tragitto, mi chiesi: *Sarà sola?*
Dopo quella notte sul tavolo — dopo il modo in cui mi aveva guardato, dopo il modo in cui aveva detto *“tra noi”* — non potevo più fingere che fosse solo una tresca occasionale. Ma Franco? Franco era tornato da giorni. Eppure… niente messaggi, niente sguardi strani al pianerottolo. Solo un silenzio complice.

Suonai il campanello.
Lei aprì subito, con un grembiule legato sui fianchi, i capelli sciolti, un sorriso appena accennato.
«Entra. Sta per bruciarsi il risotto.»

Entrai. E *lo sentii* prima ancora di vederlo.

Il profumo del suo dopobarba. Quello speziato, legnoso, che riconoscevo bene.

Poi — un rumore di stoviglie.
Un passo.
E Franco emerse dalla cucina, asciugandosi le mani con un canovaccio.

«Ciao», disse, guardandomi dritto negli occhi.
Nessuna tensione. Nessun imbarazzo. Solo una calma disarmante.
«Katia ha insistito per invitarti. Dice che sei l’unico che apprezza davvero il suo Barolo.»

Annuii, la gola un po’ secca.
«È vero.»

Cenammo in tre.
Risotto ai funghi, agnello al forno, insalata con noci e gorgonzola.
Parlammo di lavoro, di viaggi, di quel film uscito da poco — niente di troppo intimo, eppure ogni parola sembrava carica di sottintesi.
Franco versò il vino. Katia mi passò il pane *troppo* vicino. Le nostre dita si sfiorarono. Lui vide. Non reagì. Solo un lieve sorriso.

*Dentro di me, pensavo:*
*— Sa? Lo sa? Lo ha permesso? Lo ha… voluto?*

Arrivammo al dolce: una panna cotta con coulis di frutti di bosco.
Katia servì i piatti. Franco si alzò.
«Faccio un po’ di spazio», disse.

E mentre sparecchiava — lentamente, metodicamente, come se ogni gesto fosse preparato — Katia si alzò a sua volta.
Non andò in cucina.
Venne verso di me.

Si fermò dietro la mia sedia.
Le sue mani scivolarono sulle mie spalle, poi scesero lungo il petto, fermandosi appena sopra la cintura.
Sentii il suo respiro sul collo.
«Ti è piaciuta la cena?», sussurrò.

«Sì», dissi, la voce roca.
«Ma ho fame di altro.»

Lei rise, piano. Poi mi girò la sedia verso di sé, si sedette sulle mie ginocchia e mi baciò.
Non un bacio timido. Un bacio vero. Profondo. Con la lingua, con le mani tra i miei capelli, con il corpo che già si muoveva contro il mio.

Sentii l’erezione montare, impossibile da nascondere.
E fu allora che — con la coda dell’occhio — notai la porta della cucina.

Socchiusa.
Di una spanna appena.

E dietro… l’ombra di Franco.
In piedi. Immobile.
A guardare.

Non si nascondeva. Non spiava.
*Osservava.*
Come se stesse aspettando quel momento. Come se facesse parte del rituale.

Katia seguì il mio sguardo. Si voltò. Vide la fessura nella porta.
Sorrise — un sorriso lento, consapevole — e senza staccarsi da me, disse, a voce alta, ma dolce:

«Franco… vieni qui.»

Un attimo di silenzio.
Poi la porta si aprì del tutto.

Lui entrò. Non con passo aggressivo. Con calma. Con *padronanza*.
Si fermò a un metro da noi, le mani in tasca, lo sguardo su di me — non di sfida, ma di valutazione.

«Ti fidi di lui?», chiese a Katia, senza guardare lei. Guardando *me*.

Lei appoggiò la fronte alla mia tempia.
«Sì», disse.
«E lui si fida di noi.»

Franco annuì.
Poi, lentamente, si sfilò la cintura.

E capii:
non ero più l’ospite.
Ero il prossimo atto.
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