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Il Marito Spettatore..Tre


di Max_7719
26.10.2025    |    2.546    |    1 7.6
"A volte erano nascoste da una grande foglia scura, a volte erano esposte in piena luce arancione..."
Il viaggio era stata un'idea di Chiara. "Siete troppo cittadini," aveva dichiarato una sera, lanciando una brochure sul loro tavolino. "Abbiamo bisogno di aria."
L'aria l'avevano trovata in una vecchia limonaia ristrutturata, nascosta nelle colline toscane. Un weekend lungo. La struttura era un miracolo di vetro e ferro battuto, collegata a una piccola casa in pietra. Di giorno, era inondata di luce solare; di notte, era un acquario puntato verso le stelle.
Dentro, l'aria era pesante, carica del profumo di agrumi, terra umida e gelsomino notturno. Fuori, il vento di novembre sferzava gli ulivi, un suono secco e sibilante contro i vetri.
Avevano cenato tardi, bevendo un Chianti robusto che sapeva di ciliegia e cuoio. Ora, la casa in pietra era buia. Solo la limonaia era illuminata, ma non da luci elettriche. C'era un braciere di ferro al centro, le cui braci danzanti gettavano ombre lunghe e calde, e la luna, quasi piena, che trasformava la condensa sui vetri in un velo d'argento.
Marco aveva trovato il suo posto.
Non c'era la sua comoda poltrona. C'era una panca di pietra, fredda, incassata in una nicchia del muro di mattoni, usata di solito per appoggiare i vasi. Era scomoda, dura. Ma da lì, vedeva tutto. Vedeva il braciere. Vedeva la silhouette dei limoni contorti. E vedeva Elisa e Chiara.
Erano in piedi vicino al fuoco. Non parlavano. Il silenzio era rotto solo dal vento e dallo scoppiettio della legna.
Elisa indossava un maglione pesante sopra una sottoveste di seta. Chiara solo una lunga camicia bianca, chiaramente rubata a Marco quella mattina. Il calore del braciere faceva brillare il sudore leggero sulle loro clavicole.
Fuori, la temperatura era crollata. Dentro, era una giungla tropicale.
Marco si strinse nel suo cappotto, il freddo della pietra che gli entrava nelle ossa. Gli piaceva quel contrasto. Gli ricordava il suo ruolo: lui era il mondo esterno, la struttura fredda e solida che conteneva il loro calore.
Elisa si voltò lentamente. I suoi occhi cercarono Marco nell'ombra. Lo trovarono. Lui era immobile. Un guardiano. Lei tese una mano, non verso di lui, ma verso Chiara.
Chiara la prese.
Marco guardò le loro mani intrecciarsi alla luce del fuoco. Il vetro alle loro spalle rifletteva la scena, creando dozzine di versioni fantasma di loro due.
Con una lentezza rituale, Chiara iniziò a sbottonare la camicia. Non la tolse. La lasciò scivolare dalle spalle, un gesto che era allo stesso tempo un'offerta e una resa. Elisa si liberò del maglione, che cadde a terra con un tonfo sordo.
Rimasero così, controluce, due figure illuminate dal fuoco e dalla luna.
Marco non distolse lo sguardo. Respirava appena. L'aria umida e profumata era quasi soffocante, ma lui rimaneva ancorato al freddo della pietra.
Elisa si mosse per prima. Non fu un bacio. Fu un gesto più intimo. Appoggiò la fronte contro quella di Chiara, gli occhi chiusi. Respirarono la stessa aria.
Poi scesero a terra. Non c'era un tappeto. C'era solo una vecchia coperta da picnic, stesa sull'erba sintetica che copriva il pavimento di cotto.
Mentre si muovevano, le ombre proiettate dalle piante di limone danzavano su di loro. A volte erano nascoste da una grande foglia scura, a volte erano esposte in piena luce arancione.
Marco osservava.
Osservava la pelle di Elisa, così familiare, che sembrava nuova sotto quella luce. Osservava i capelli ramati di Chiara sparsi sulla coperta scura. Guardava il modo in cui i loro corpi si cercavano, non con la fretta della prima volta, ma con la sicurezza di chi conosce già la mappa, e ora vuole solo esplorare i sentieri più piccoli.
I loro respiri divennero più corti, ma il vento fuori li copriva, trasformandoli in parte della sinfonia della natura.
Per Marco, non erano più in una serra. Erano in un santuario. La vulnerabilità era totale. Erano circondate da pareti di vetro, esposte alla notte, agli elementi, a qualsiasi cosa potesse esserci là fuori nel buio.
Ma non c'erano. Perché c'era lui.
Il suo sguardo era uno scudo. La sua immobilità era una promessa. Finché lui era lì, seduto sulla sua panca fredda, loro erano al sicuro. Potevano perdersi l'una nell'altra, perché lui era lì per ritrovarle.
Non era eccitazione quella che sentiva Marco. Era trascendenza. Vedeva l'amore che provava per Elisa fluire attraverso di lei e raggiungere Chiara, e vedeva l'affetto di Chiara per Elisa tornare indietro, e tutto questo ciclo si svolgeva sotto la sua protezione.
Quando la passione raggiunse il suo apice, un ululato di vento più forte fece tremare i vetri della limonaia. Elisa sussultò, aprendo gli occhi per un istante, spaventata.
I suoi occhi incrociarono immediatamente quelli di Marco.
Lui non si era mosso. Era ancora lì. La sua presenza calma e incrollabile disse tutto. Sono qui. Siete al sicuro. Continuate.
Elisa chiuse di nuovo gli occhi, abbandonandosi completamente al tocco di Chiara.
Rimasero sdraiate per un tempo indefinito, i loro corpi che si raffreddavano lentamente, il braciere che si spegneva.
Solo allora Marco si mosse. Il rumore dei suoi passi sulla pietra le fece voltare. Si alzò, prese il pesante maglione di Elisa da terra e, lentamente, lo appoggiò sulle spalle di entrambe le donne, coprendole come un'unica ala.
Non disse una parola. Tornò a sedersi sulla sua panca di pietra, nel freddo, a vegliare su di loro mentre si addormentavano, intrecciate, nel cuore caldo della serra.
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