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Lui & Lei

2. L'inquilino del Piano di Sopra


di Max_7719
15.03.2026    |    677    |    0 4.0
"Era una sensazione di completezza assoluta, come se quella fosse la destinazione per cui il suo corpo era stato creato..."
Il palazzo in Via dei Banchi Vecchi non era semplicemente un edificio; era un organismo vivente che respirava polvere e memoria. Elena lo aveva scelto per quella sua aura di abbandono dignitoso, per le pareti spesse che promettevano isolamento dal caos romano. Si era trasferita da poco, portando con sé poche scatole e un desiderio disperato di silenzio. Ma il silenzio, in quel luogo antico, si era rivelato un'illusione crudele.

Ogni notte, con la puntualità di un rito sacro, il sonno le veniva rubato alle due in punto.
Iniziava sempre così: un fruscio leggero, come di piedi nudi che scivolano su un parquet consumato dal tempo. Poi, la musica. Non proveniva da uno stereo, non c'era la compressione digitale a impoverire le note. Era un violoncello vero, suonato con una maestria dolorosa. Le note gravi non si limitavano a entrare nelle orecchie; vibravano attraverso il soffitto, scendevano come liquido denso lungo le travi, attraversavano il pavimento del suo salotto e risalivano lungo la schiena di Elena mentre giaceva nel buio.
Era una musica carnale. Ogni arco tirato sulle corde sembrava accarezzarle i nervi, risvegliando una tensione fisica che la lasciava umida e inquieta sotto le lenzuola. Il basso profondo le risuonava nel ventre, creando un vuoto che chiedeva di essere riempito.

L'amministratore, un uomo anziano con gli occhi velati dalla cataratta, aveva scosso la testa quando lei aveva chiesto informazioni. «Signorina, l'attico è sigillato da decenni. Le chiavi sono nel mio ufficio, polvere inclusa. Nessuno vive lassù. Saranno i tubi, o il vento nei condotti.»
Ma Elena sapeva distinguere il vento dal passo di un uomo. Sapeva distinguere il caso dall'intenzione. E dopo sette notti di insonnia, con il corpo che pulsava al ritmo di quelle melodie proibite, la paura lasciò il posto a una fame vorace.

Quella notte la musica era diversa. Più urgente. Il violoncello gemeva, una nota tenuta che sembrava una supplica, un invito che le attraversava la pelle come elettricità statica. Elena si alzò. Il pavimento era freddo sotto i suoi piedi. Indossò solo una camicia di seta nera, così sottile da essere quasi trasparente, che le aderiva alle curve come una seconda pelle bagnata. Non accese luci. Si lasciò guidare dall'istinto, uscendo dall'appartamento e dirigendosi verso le scale di servizio.
Erano strette, a chiocciola, avvolte in un'ombra densa che profumava di cera vecchia e legno stagionato. Ogni gradino scricchiolava sotto il suo peso, un suono che le sembrava indecente in quel silenzio sacro. Il cuore le martellava contro le costole, un ritmo frenetico che competeva con la musica che ora sentiva provenire direttamente dalla porta sopra di lei.

Arrivata davanti al legno scuro dell'attico, esitò. L'aria qui era diversa: più calda, satura di un profumo di sandalo, tabacco forte e muschio. Posò la mano sulla superficie ruvida. Sentì le vibrazioni della musica attraverso il legno.
Bussò. Tre colpi secchi, decisi.
La musica si interruppe di colpo. Il silenzio che seguì fu assordante, carico di attesa.
La serratura scattò con un suono metallico definitivo. La porta si aprì lentamente, rivelando una penombra dorata illuminata da decine di candele sparse sul pavimento.

L'uomo sulla soglia era esattamente come se lo era immaginato, eppure completamente diverso. Alto, imponente, con i capelli scuri leggermente arruffati come se avesse appena passato le mani tra di essi in un momento di frustrazione o piacere. Gli occhi erano del colore dell'ambra liquida, luminosi e fissi su di lei. Indossava solo pantaloni di lino bianco, sbottonati in alto, che lasciavano intravedere la pelle abbronzata del petto, i muscoli definiti dell'addome e una lieve peluria scura che scendeva verso l'inguine.
Non sembrava sorpreso. Anzi, un sorriso lento, quasi predatorio, gli incurvò le labbra mentre i suoi occhi scendevano a valutare il corpo di Elena attraverso la seta trasparente.
«Sapevo che saresti salita, Elena», disse. La sua voce era profonda, calda, la stessa tonalità delle corde più gravi del violoncello.
«Come... come fai a sapere il mio nome?» chiese lei, ma la voce le si ruppe in un sussurro. Non indietreggiò. Le gambe le tremavano, ma non per la paura.
«Conosco questo palazzo. Conosco i suoi suoni. E conosco te», rispose lui, facendosi da parte con un gesto elegante della mano. «Entra. Il freddo qui fuori non è per noi. E la musica... la musica ha bisogno di un pubblico.»

Elena varcò la soglia. L'attico era vasto, un unico open space arredato solo con essenziali: un divano di velluto rosso sangue, il camino acceso e il violoncello appoggiato su una poltrona.
«Chi sei?» domandò lei, sentendosi improvvisamente esposta, vulnerabile e incredibilmente eccitata.
«Chiamami Luca», disse lui, chiudendo la porta. Il clic della serratura suonò come un punto fermo, isolandoli dal resto del mondo.
Si avvicinò a lei senza fretta, come un felino che ha già catturato la preda ma vuole godersi il gioco. Elena sentì il calore del suo corpo prima ancora che la toccasse. L'aria tra loro divenne densa, difficile da respirare.
«Mi hai ascoltato per sette notti», mormorò Luca, fermandosi a un centimetro dal suo viso. Poté sentire il suo respiro sul collo. «Ogni nota era per te. Ogni vibrazione del legno era per farti venire qui, per prepararti.»
«Prepararmi a cosa?» sussurrò Elena, alzando lo sguardo. I suoi occhi erano dilatati.
«A questo.»

Luca le posò una mano sulla guancia. Il pollice le accarezzò il labbro inferiore, tirandolo leggermente, poi scese lungo il collo, fermandosi sulla clavicola. Elena chiuse gli occhi, inarcando la testa all'indietro. Il tocco di lui era fermo, possessivo.
«Sei bagnata», constatò lui con voce roca, avvicinando il viso al suo orecchio. «La seta non nasconde nulla, Elena. Il tuo corpo mi ha sentito prima ancora che tu bussassi.»
Quelle parole la fecero vibrare. Una scossa di piacere le attraversò il ventre, facendole contrarre le cosce.
«Voglio sentire se è vero», disse lui.
Le mani di Luca scivolarono sotto la camicia di seta. Le sue dita erano calde, ruvide, e tracciarono una linea di fuoco lungo la sua colonna vertebrale, per poi scendere a cingerle i fianchi, stringendo la carne morbida. Elena gemette, le mani che correvano istintivamente sul petto nudo di lui, sentendo i muscoli contrarsi sotto il suo tocco, il cuore che batteva forte contro il palmo.

Luca la spinse delicatamente contro la porta chiusa. Il legno freddo contro la schiena, il corpo ardente di lui contro il fronte. Elena sentì la durezza del suo desiderio attraverso il lino sottile dei pantaloni, un pressione insistente contro il suo basso ventre che la fece ansimare.
«Sei bellissima», ringhiò piano, le labbra che ora mordevano delicatamente il lobo del suo orecchio. «La seta è fredda, ma tu scotti. Sei tutta per me.»
Con un movimento fluido, Luca le abbassò la camicia dalle spalle. Il tessuto nero scivolò a terra in un fruscio liquido, lasciandola nuda davanti a lui, illuminata dalla luce tremolante delle candele. La pelle di Elena divenne pelle d'oca, non per il freddo, ma per l'intensità dello sguardo di lui che la spogliava visivamente prima ancora di toccarla di nuovo.
Luca la guardò come se fosse un'opera d'arte sacra che aveva aspettato una vita intera per vedere. I suoi occhi scuri si posarono sui seni di lei, sui capezzoli induriti dal freddo e dall'eccitazione, che chiedevano di essere presi.
«Perfetta», sussurrò.

La sollevò da terra come se non pesasse nulla. Elena avvolse le gambe intorno alla sua vita, sentendo la frizione della sua pelle contro la coscia di lui, un contatto che la fece urlare piano. Lui la portò verso il divano di velluto, lasciandola cadere tra i cuscini morbidi prima di seguirla, coprendola con il proprio corpo come un'ala protettiva e pesante.
Non c'erano più parole. C'era solo il suono del respiro affannoso, il fruscio della stoffa che veniva rimossa definitivamente, il contatto pelle contro pelle che faceva scintille.
Quando Luca entrò in lei, lo fece con una lentezza tortuosa, costringendola a guardare nei suoi occhi mentre i loro corpi si univano. Elena sentì ogni millimetro di lui che la apriva, la riempiva, la possedeva. Era una sensazione di completezza assoluta, come se quella fosse la destinazione per cui il suo corpo era stato creato.
«Guardami», ordinò lui, mentre iniziava a muoversi. «Voglio vedere quando vieni.»

Il ritmo che imposero fu antico quanto il palazzo stesso. Un'alternanza di spinte profonde e pause crudefi, di baci soffocati e gemiti liberi che rimbalzavano sulle pareti alte. Elena sentiva ogni muscolo di lui contrarsi, ogni sussulto del suo piacere che diventava il proprio. Le unghie le graffiavano la schiena di Luca, lasciando segni rossi sulla pelle abbronzata.
Il violoncello, dimenticato nell'angolo, sembrava vibrare in simpatia con i loro corpi.
«Ancora», ansimò lei, sollevando i fianchi per incontrarlo. «Non fermarti.»
Luca obbedì, accelerando il passo, il respiro che diventava un ringhio. La pressione nel ventre di Elena crebbe fino a diventare insopportabile, una marea che stava per infrangersi. Quando l'onda la travolse, Elena vide bianco. Il suo corpo si tese, tremante, le gambe che si serravano intorno a lui mentre i spasmi la percorrevano tutta. Luca la seguì poco dopo, seppellendo il viso nell'incavo del suo collo, il suo respiro caldo che le bagnava la pelle mentre si svuotava dentro di lei con un ultimo, lungo brivido.

Rimasero così per lunghi minuti, intrecciati, mentre il fuoco nel camino si spegneva lentamente in braci rosse. Il silenzio era tornato, ma non era più vuoto. Era pieno di loro.
Luca si sollevò sui gomiti, accarezzandole il viso con una tenerezza che contrastava con la furia di prima. Le dita le sistemarono una ciocca di capelli sudati sulla fronte.
«L'appartamento non era vuoto», sussurrò, baciandole la fronte con devozione. «Era solo in attesa. Come te.»
Elena sorrise, passando una mano tra i capelli di lui, sentendo ancora il calore del suo corpo contro il proprio. Sapeva che quella notte non sarebbe tornata al suo piano. E sapeva, con una certezza che le vibrava nelle ossa, che la musica non sarebbe finita lì. Ogni notte sarebbe stata una nuova canzone.
«Suona ancora per me», chiese piano, la voce roca dal piacere.
Luca rise, un suono basso e vibrante che le fece accapponare la pelle. Si chinò per baciarla di nuovo, un bacio lento che sapeva di promessa.
«Tutta la notte, Elena. Tutta la notte. E tutte quelle che verranno.»
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