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Luci Basse...i giorni seguenti


di Max_7719
13.10.2025    |    486    |    1 8.0
"Solo il ricordo, sempre più vivo, di quel corpo tra loro, di quelle mani che avevano toccato senza possedere, di quegli occhi che avevano visto oltre le apparenze..."
Nei giorni seguenti, il ricordo di Leo non svanì come una nebbia mattutina, ma si radicò dentro Sofia e Chiara come una presenza silenziosa, un vuoto che non chiedeva di essere riempito, ma riconosciuto.

All’inizio, si raccontarono che era stato solo un incanto passeggero — una di quelle notti che il cuore archivia come un segreto prezioso, non da ripetere, ma da custodire. Ma il corpo ricordava. Sofia si svegliava con le dita che cercavano istintivamente il calore di qualcuno che non c’era più. Chiara, mentre preparava il caffè, si sorprendeva a fissare la porta d’ingresso, come se da un momento all’altro potesse sentire quel lieve bussare, quel “Ciao, sono io” pronunciato con voce calma e un po’ roca.

Fu Chiara a rompere il patto non detto di non cercarlo.

“L’ho visto,” disse una sera, seduta sul divano di Sofia, con le ginocchia strette al petto. “Al mercato di San Lorenzo. Stava comprando pesche. Non l’ho chiamato… non ne ho avuto il coraggio. Ma l’ho seguito per due isolati, finché non è entrato in un palazzo senza portone.”

Sofia la guardò, sorpresa. “E perché non gli hai parlato?”

“Perché… avevo paura che non fosse lui. O che lo fosse troppo.”

Quella notte, parlarono a lungo. Non di desiderio, non di gelosia — di assenza. Di come a volte un incontro possa scavare un solco così profondo da far sembrare il resto del mondo piatto, prevedibile, spento.

Decisero, allora, di cercarlo. Non con disperazione, ma con la tenacia di chi sa che qualcosa di raro è passato loro accanto e non può essere lasciato andare senza un ultimo tentativo.

Cominciarono con il locale. Tornarono al Velvet per tre sere di fila, sedute allo stesso angolo, vestite come quella notte, quasi sperando che il tempo si ripetesse. Ma Leo non venne.

Chiesero al barista. “Sì, lo conosco,” disse lui, asciugando un bicchiere con un panno logoro. “Viene raramente. Dice che vive fuori città, ma passa spesso da queste parti. Non ha mai lasciato un numero. Dice sempre che se lo incontri, è perché devi incontrarlo.”

Non era una risposta, ma un enigma. E loro non erano più disposte a giocare con gli enigmi.

Sofia trovò un biglietto da visita nella tasca della giacca che Leo aveva appoggiato sul divano quella notte — un gesto involontario, forse, o forse no. Era di una piccola libreria antiquaria a Trastevere: “Libri perduti e ritrovati – Leo Marini”. Nessun indirizzo, solo il nome del negozio e un numero di telefono, scritto a mano con inchiostro sbiadito.

Chiamarono. Rispose una voce femminile, gentile ma vaga. “Leo? Sì, lavora qui qualche giorno alla settimana. Ma non c’è mai un orario fisso. Passa, va, torna… come un gatto.”

Ci andarono il sabato seguente. La libreria era un piccolo regno di polvere dorata, scaffali fino al soffitto, scale a pioli cigolanti e il profumo di carta vecchia e tabacco dolce. Ma Leo non c’era. La donna alla cassa — capelli grigi raccolti in uno chignon, occhiali appesi a una catenina — le guardò con occhi che sembravano sapere più di quanto dicevano.

“Vi aspettava,” disse semplicemente.

“Davvero?” chiese Chiara, il cuore in gola.

“No,” rispose la donna con un sorriso appena accennato. “Ma sapeva che sareste venute.”

Lasciarono un biglietto. “Grazie per averci ricordato che esistiamo. Se torni, noi ci saremo.” Lo firmarono entrambe, con un solo cuore disegnato accanto ai loro nomi.

Passarono altre due settimane. Niente. Nessuna traccia. Solo il ricordo, sempre più vivo, di quel corpo tra loro, di quelle mani che avevano toccato senza possedere, di quegli occhi che avevano visto oltre le apparenze.

Poi, una sera di fine settembre, mentre camminavano lungo il Tevere, lo videro.

Era seduto su una panchina, con un libro aperto in grembo, lo sguardo perso sull’acqua scura. Indossava la stessa giacca di lino, un po’ più logora, e aveva i capelli più lunghi. Sembrava più magro, più fragile — o forse era solo la luce.

Si fermarono a pochi metri di distanza, senza fiato.

Fu Sofia a fare il primo passo. Poi Chiara la seguì.

Leo alzò lo sguardo. Non sembrò sorpreso. Solo… stanco. Ma nei suoi occhi c’era ancora quel lago d’estate.

“Vi ho sognate,” disse, senza alzarsi. “Tutte e due. Ogni notte.”

“Perché sei scappato?” chiese Chiara, con voce tremante.

“Non sono scappato,” rispose lui. “Stavo solo… cercando di capire se meritavo di restare.”

Sofia si sedette accanto a lui, senza chiedere permesso. Chiara fece lo stesso dall’altro lato. Per un lungo momento, nessuno parlò. Il fiume scorreva, le luci della città si riflettevano sull’acqua, e il mondo sembrava finalmente in pace.

“Non devi meritare niente,” disse Sofia, appoggiando la testa sulla sua spalla. “Devi solo scegliere di essere qui.”

Leo chiuse il libro. Lo posò sulla panchina. Poi prese una mano di Sofia e una di Chiara, intrecciando le dita con le loro.

“Questa volta,” disse, “non me ne vado.”

E forse non lo fece. Forse quella sera cominciò qualcosa di nuovo — non una storia d’amore nel senso tradizionale, ma un patto silenzioso tra tre anime che avevano imparato a riconoscersi non con le parole, ma con il respiro.
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