Lui & Lei
Il sesso secondo lei..Primo
10.11.2025 |
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"E poi — finalmente — sulla bocca, con una lentezza che era già un atto di devozione..."
Nessuno sapeva il suo nome, non davvero. Qualcuno lo aveva sentito sussurrato in un bar di Montmartre, altri giuravano di averlo letto su un biglietto da visita perso in un taxi di Lisbona, ma nessuno lo ricordava più dopo averlo letto. Era come se la sua identità si dissolvesse non appena si voltava le spalle — e lei, quasi sempre, se ne andava per prima.La chiamavano, quando ne parlavano (con voce bassa, occhi socchiusi, un sorriso che non era mai del tutto innocente), la Cacciatrice. Non perché inseguisse, ma perché selezionava. Perché sceglieva con l’occhio di chi sa che il tempo è breve, e il piacere, se ben coltivato, è eterno — almeno per un attimo.
Lei non cercava l’amore. Né la fedeltà, né la promessa di un domani. Cercava l’incontro. Quella vibrazione rara tra due corpi che si riconoscono senza bisogno di parole, quel punto in cui la pelle diventa linguaggio e il respiro, grammatica.
E mai — mai — incontrava due volte lo stesso uomo.
Non per scelta rigida, quasi fanatico; non per fobia dell’attaccamento o cinismo. Era una questione di estetica. Del punto esatto in cui il desiderio è più puro: prima che l’abitudine lo appanni, prima che la familiarità lo renda prevedibile. Lei amava il brivido del primo sguardo che si incrocia e sa. Amava la tensione del primo tocco, incerto eppure deciso, come un passo sul bordo di un precipizio che si scopre solido solo una volta compiuto.
Era una sera di fine settembre a Firenze, la luce del tramonto si scioglieva sull’Arno come miele caldo. Lei stava seduta a un tavolino esterno, una mano attorno a un bicchiere di Chianti, l’altra sfogliando un libro di poesie di Anaïs Nin — non per leggerlo, ma per il modo in cui le pagine scricchiolavano sotto le dita, un suono che le ricordava il fruscio di una gonna sollevata.
Lui entrò nel suo campo visivo senza fretta. Alto, capelli grigi appena spruzzati di sale, mani da artigiano — calli appena visibili sulle nocche, unghie pulite, ma non curate. Portava un odore di legno appena tagliato e caffè nero. Si sedette al tavolo accanto, ordinò un Negroni, e la guardò. Non con insistenza, non con brama. Con riconoscimento.
Lei sollevò lo sguardo. Sorrise — non con la bocca, ma con gli occhi. E bastò.
Non ci furono presentazioni. Solo un cenno, un invito muto a raggiungerla. Lui lo colse. Si alzò, prese il bicchiere, si sedette di fronte a lei.
«Hai mai letto Delta of Venus?» chiese lei, chiudendo il libro con un colpo secco.
«Sì. Ma preferisco ricordarla come la sentivo, non come la leggevo.»
«Allora hai capito.»
Silenzio. Il fiume scorreva. Un gabbiano gridò in lontananza.
«Ti va di venire a casa mia?» domandò lei, senza abbassare lo sguardo.
«Solo se non mi chiederai il mio nome.»
«Non lo farò. E tu non chiederai il mio.»
Lui annuì.
Salirono le scale di un palazzo antico, senza ascensore, i gradini di pietra consumati da secoli di passi. Lei aprì la porta con una chiave di ottone, e lo fece entrare.
L’appartamento era spoglio. Un grande letto basso al centro della stanza, un divano di pelle scura, una libreria piena di volumi rilegati in tela. Sul comodino, una bottiglia di olio di mandorle dolci — aperta, appena usata.
Lei si tolse la giacca. Poi la camicetta, lentamente, come se ogni gesto fosse una battuta in uno spettacolo che solo loro due potevano vedere. Lui non si mosse. Aspettò. Rispettò il ritmo.
Quando fu nuda fino alla vita, si avvicinò. Gli posò le mani sulle spalle, sentì il calore sotto la stoffa della camicia. Poi gli sbottonò il primo bottone. Il secondo. Il terzo.
Il sesso, secondo lei, non era un atto. Era un dialogo.
Cominciava con il tocco — non aggressivo, non supplichevole — ma intenzionale. Le sue dita scesero lungo il torace di lui, seguendo il contorno dei muscoli, indugiando sulle imperfezioni: una cicatrice sottile sull’addome, un neo sulla clavicola, il battito accelerato sotto la pelle del collo.
Lui la baciò. Non sulla bocca, ma sul polso. Poi sul gomito piegato. E poi — finalmente — sulla bocca, con una lentezza che era già un atto di devozione.
Si sdraiarono sul letto. Lei sopra, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Lo guardò: i suoi occhi, le sue mani che si posavano sui suoi fianchi, non per possedere, ma per ancorarsi. E allora cominciò.
Il movimento fu lento, quasi cerimoniale. Un’onda. Poi un’altra. Il respiro di lui le accarezzava il collo. Lei chiuse gli occhi. Sentì il calore salirle dal ventre, espandersi come una fiamma che non brucia, ma illumina. Non c’era fretta. Non c’era bisogno di dimostrare nulla. Solo essere — lì, in quel momento, in quella fusione di carne, suono e silenzio.
Quando venne — e venne prima di lui, con un gemito trattenuto che le uscì come un sospiro profondo — non si fermò. Continuò, guidata dal ritmo di lui ora più urgente, fino a quando anche lui si arrese, con un grugnito basso, la fronte premuta contro il suo petto.
Rimasero così per un tempo indefinito. Nudi. Sudati. Vivi.
Poi lei si alzò, andò in bagno, si sciacquò il viso. Tornò con un bicchiere d’acqua per entrambi.
«Grazie» disse lui, bevendo.
«Per cosa?»
«Per non avermi chiesto di restare.»
Lei sorrise. «Il sesso, secondo me, è un’arte effimera. Come un fuoco d’artificio: non lo prolunghi, lo ammiri. E poi lasci che il cielo torni a essere nero.»
Lui annuì. Si vestì in silenzio. Lei lo accompagnò alla porta.
«Un giorno,» disse lui sulla soglia, «potrei volerti rivedere.»
«Un giorno,» rispose lei, aprendo la porta, «potrei dire di sì. Ma non oggi.»
Lui uscì. Lei chiuse la porta. Senza voltarsi. Senza rimpianti.
Sul comodino, il libro di Anaïs Nin era ancora aperto, alla pagina 42:
“Amo il momento in cui due corpi si riconoscono come terre mai esplorate, e decidono, per un’ora soltanto, di essere patria l’uno dell’altra.”
Lei spense la luce.
E il mondo, per quella notte, tornò a essere esattamente come prima:
one night stand anonimato pomeriggio urbano letto basso olio di mandorle bacio sul polso sdraiati faccia a faccia scala di palazzo
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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