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Scambio di Coppia

I Vicini Scambisti..Il Tavolo.


di Max_7719
30.10.2025    |    4.557    |    1 10.0
"Abbracciati sul tavolo, nudi, ansimanti, mentre il vino si riscaldava e le candele si consumavano..."
Era martedì. Una di quelle giornate grigie, senza sole né pioggia, in cui il tempo sembra sospeso. Tornavo dal lavoro, stanco, con la cravatta allentata e la mente ancora piena di scadenze. Premetti il pulsante dell’ascensore e aspettai, lo sguardo perso sulle mattonelle del pavimento.

Quando le porte si aprirono, lei era lì.

Katia.

Indossava un tailleur color crema, una camicetta di seta sbottonata appena quanto bastava per intravedere la curva dei seni, e scarpe col tacco che facevano risuonare ogni suo passo come un battito di cuore. Aveva i capelli raccolti in uno chignon morbido, qualche ciocca ribelle che le sfiorava il collo. Profumava di vaniglia e ambra.

«Ciao», disse, con quella voce calda che mi aveva già perseguitato nei sogni.

«Ciao, Katia», risposi, entrando. Le porte si chiusero, e per un attimo fummo soli in quel cubo di metallo, sospesi tra il quarto e il mio piano.

Il silenzio non fu imbarazzante. Fu carico. Denso. Come se entrambi sapessimo che qualcosa stava per accadere.

«Franco è fuori città per lavoro», disse all’improvviso, senza guardarmi. «Torna domani sera.»

Annuii, fingendo indifferenza, ma il cuore mi martellava nel petto.

«Ah… capisco.»

Lei si voltò. I suoi occhi verdi mi fissarono con una tale intensità che sentii le ginocchia cedere.
«Stasera ceno da sola», aggiunse, lentamente. «E il tavolo… è un po’ troppo grande per una persona.»

Non era una semplice osservazione. Era un invito. Nudo, esplicito, mascherato da innocenza.

Deglutii. «Immagino.»

L’ascensore rallentò. Il mio piano.

Le porte si aprirono, ma non mi mossi. Lei neanche.

«Ti va di venire a bere qualcosa?», chiese, questa volta senza mezzi termini. La sua voce era un sussurro, ma non tremava. Era sicura. Determinata.

«Sì», dissi. Solo quella parola. Bastò.

Lei sorrise — quel sorriso che conoscevo bene, quello che aveva rivolto a me dalla finestra durante le loro notti segrete — e premette il pulsante per richiudere le porte.

---

Arrivammo al suo piano in silenzio. L’appartamento era immerso in una penombra dorata, le luci soffuse, le candele accese in salotto. Sul tavolo, niente piatti, niente avanzi. Solo una bottiglia di vino rosso aperta, due calici, e un vassoio con formaggi e frutta secca.

«Non aspettavo nessuno», disse, versandomi un bicchiere. «Ma speravo che saresti passato.»

«Lo sapevi che ti guardavo?», le chiesi, bevendo un sorso.

«Lo sapevamo tutti», rispose, sedendosi sul bordo del tavolo, le gambe leggermente divaricate. «Ma tu… tu eri diverso. Non eri curioso. Eri *presente*. E questo ci eccitava.»

Posò il calice e si alzò. Si avvicinò a me, lentamente, come una predatrice che non ha fretta. Mi tolse la giacca dalle spalle, poi la cravatta, poi i bottoni della camicia, uno a uno, senza mai distogliere lo sguardo.

«Stasera non ci sono regole», sussurrò, premendo il corpo contro il mio. «Solo noi. E questo tavolo.»

Le sue mani scesero lungo i miei fianchi, fino ad afferrare l’erezione che premeva contro i pantaloni. Gemetti, incapace di trattenere il piacere.

«Sei duro solo per me?», chiese, con un sorriso malizioso.

«Da settimane», ammisi.

Lei rise, una risata bassa, sensuale, poi si voltò e si sedette sul tavolo, proprio al centro. Con un gesto fluido, si sfilò la gonna, rivelando un perizoma nero di pizzo. Poi si slacciò la camicetta, lasciandola cadere a terra. Rimase solo il reggiseno, che si tolse con un colpo secco del pollice.

I suoi seni erano perfetti: pieni, sostenuti, con capezzoli scuri e turgidi che sembravano chiamarmi.

«Vieni qui», disse, allargando le gambe.

Non esitai.

Mi inginocchiai tra le sue cosce e le baciai l’interno delle ginocchia, risalendo lentamente. Quando la lingua raggiunse il tessuto bagnato del perizoma, lei sospirò, inarcando la schiena.

«Toglilo», ordinò.

Lo feci con i denti, strappandolo via. Il suo sesso era già umido, gonfio, pronto. La leccai con lentezza, assaporando il suo sapore — dolce, salato, inebriante. Lei mi afferrò i capelli, guidandomi, gemendo a ogni colpo di lingua.

«Basta», disse dopo qualche minuto, tirandomi su per i capelli. «Voglio sentirti dentro.»

Mi alzai, mi sbottonai i pantaloni e liberai il cazzo, duro come mai. Lei si stese sul tavolo, la schiena appoggiata al legno freddo, le gambe aperte, le braccia sopra la testa.

«Vieni», sussurrò.

La penetrai con un unico, lento affondo. Lei gridò — un grido soffocato, pieno di piacere — e mi strinse le cosce intorno ai fianchi.

Cominciai a muovermi. Lentamente all’inizio, poi sempre più veloce, spingendo fino in fondo, sentendo il suo corpo che mi accoglieva, mi stringeva, mi *voleva*. Katia non chiuse gli occhi. Mi guardò, sempre, come se volesse imprimersi ogni mio respiro, ogni goccia di sudore, ogni contrazione del mio viso.

«Sei bellissimo quando vieni per me», disse, poco prima dell’orgasmo.

E fu allora che successe.

Lei venne prima — un orgasmo potente, che la fece tremare tutta, le unghie conficcate nei miei fianchi, la bocca aperta in un grido silenzioso. E quel suo piacere fu la mia fine.

Esplosi dentro di lei, con un gemito roco, il corpo scosso da brividi, la testa appoggiata al suo collo sudato.

Rimanemmo così per minuti. Abbracciati sul tavolo, nudi, ansimanti, mentre il vino si riscaldava e le candele si consumavano.

Poi Katia mi accarezzò il viso e sussurrò:
«Benvenuto tra noi.»

Non disse “a casa mia”.
Disse *“tra noi”*.

E in quel momento, capii che non sarebbe finita lì.

Mai.
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