Lei, lui, mio marito e il dubbio che sparì
Assolutamente niente.
E dire che per arrivare a quel venerdì avevamo parlato per settimane.
Io e Andrea avevamo aperto il profilo quasi per gioco, almeno così continuavamo a raccontarcela. Avevamo guardato coppie, letto annunci, chiuso il sito, riaperto il sito, discusso su fotografie che piacevano a lui e descrizioni che piacevano a me.
Poi avevamo conosciuto Francesca e Marco.
Non erano stati i più belli né i più espliciti. Erano semplicemente quelli con cui, dopo qualche messaggio, avevamo smesso di avere la sensazione di stare facendo un colloquio.
Francesca aveva capelli castani poco sotto le spalle e quel modo di ridere prima ancora di finire una frase che mi piaceva. Marco portava la barba corta e nelle foto non aveva mai cercato di sembrare qualcosa di diverso da quello che era.
Sembravano normali.
Era esattamente per quello che li avevamo scelti.
Dopo due videochiamate e una quantità imbarazzante di messaggi, l’idea del weekend era arrivata quasi naturalmente. Una casa in collina presa per due notti, due camere separate, nessun programma.
Quest’ultima parte l’avevamo ripetuta tutti almeno dieci volte.
Nessun programma.
Il venerdì pomeriggio, mentre infilavo per la terza volta la stessa camicia in valigia e poi la tiravo fuori, Andrea mi guardò dalla porta della camera.
«Hai intenzione di portarti tutto l’armadio?»
«Non so cosa mettere.»
«Abbiamo già deciso che non dobbiamo impressionare nessuno.»
Mi voltai verso di lui. «Tu hai cambiato maglietta quattro volte.»
«Tre.»
«Quattro.»
Andrea guardò la valigia aperta. «Secondo te succederà davvero?»
Era la prima volta che lo diceva così, senza scherzare.
Mi sedetti sul letto. «Non lo so.»
«Se non succede?»
«Non succede.»
«E se succede?»
Lo guardai.
Quella domanda mi provocò un piccolo vuoto nello stomaco.
«Vediamo.»
Andrea annuì. Era esattamente il tipo di risposta che ci davamo da settimane.
Quando arrivammo, Francesca e Marco erano già lì.
Lei ci venne incontro scalza perché aveva appena lavato qualcosa che le era caduto sul pavimento. Marco stava cercando di capire come accendere il camino nonostante fuori ci fossero ventidue gradi.
Dopo cinque minuti avevo già smesso di pensare alle fotografie del loro profilo.
Dopo mezz’ora sembrava quasi assurdo che ci fossimo conosciuti in quel modo.
Cenammo fuori, sotto un piccolo portico. Andrea bevve un po’ più degli altri, forse per sciogliersi. Marco raccontò una storia assurda su una vacanza in Croazia. Francesca mi mostrò sul telefono le fotografie del cane che non avevano potuto portare con loro.
Ridevamo, parlavamo, e sotto ogni cosa normale sentivo una domanda.
Adesso?
Quando Francesca si alzava per prendere qualcosa, mi accorgevo che Andrea la guardava. Quando Marco mi chiedeva una cosa e si sporgeva verso di me, diventavo improvvisamente consapevole della distanza tra le nostre gambe.
Se qualcuno rimaneva in silenzio per due secondi, avevo l’impressione che stesse per succedere qualcosa.
Poi qualcuno ricominciava a parlare.
Alle undici eravamo ancora a tavola. A mezzanotte ci spostammo in salotto. A mezzanotte e mezza Marco mise della musica.
All’una Francesca sbadigliò.
Quello sbadiglio mi provocò quasi fastidio, non perché volessi necessariamente fare qualcosa, ma perché significava che la serata stava davvero finendo.
«Io sto crollando», disse.
Marco guardò l’ora. «Anch’io.»
Andrea mi cercò con gli occhi.
Mi aspettavo una battuta, un gesto, un tentativo.
Niente.
Cinque minuti dopo eravamo davanti alla porta della nostra camera.
«Buonanotte», disse Francesca abbracciandomi. Sentii il suo profumo per un secondo.
Marco strinse la mano ad Andrea e poi abbracciò anche me. «A domani.»
La porta si chiuse.
Io e Andrea restammo immobili nella nostra camera.
Ci guardammo.
«Beh», disse lui.
Scoppiai a ridere. «Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Stavi per dire qualcosa.»
Si sedette sul bordo del letto. «Pensavo sarebbe successo qualcosa.»
La sua sincerità mi fece smettere di ridere.
«Anch’io.»
«Sei delusa?»
Ci pensai. «Un po’. E anche sollevata.»
Andrea annuì subito. «Molto.»
Mi sedetti vicino a lui.
Per qualche secondo sentii una sensazione quasi stupida, come se avessimo fallito un esame che nessuno ci aveva chiesto di sostenere.
«Secondo te non gli piacciamo?» domandai.
Andrea mi guardò e cominciò a ridere. «Stavo per chiederti la stessa cosa.»
Mi lasciai cadere all’indietro sul letto. «Siamo due deficienti.»
«Possibile.»
Dormii male.
Non per l’eccitazione.
Per i pensieri.
Ripassavo la serata cercando segnali che avessi perso. Francesca che aveva toccato un braccio ad Andrea. Marco che si era seduto vicino a me sul divano. Un sorriso. Una pausa.
Alle sette e mezza rinunciai a dormire.
Andrea non era più accanto a me.
Mi infilai una maglietta larga e un paio di pantaloncini e uscii dalla stanza cercando di non fare rumore.
Sentii delle voci dalla cucina.
Quando entrai trovai Andrea e Francesca.
Mi fermai per un attimo sulla porta.
Andrea era davanti alla macchina del caffè, spettinato, con la stessa maglietta della sera prima e un paio di pantaloni morbidi. Francesca era appoggiata al piano della cucina con una tazza tra le mani. Indossava una maglietta grigia troppo larga e dei pantaloncini corti, i capelli raccolti male sulla nuca e nessun trucco.
Stavano ridendo.
Niente di compromettente.
Eppure quella scena mi fece più effetto di qualsiasi cosa fosse successa la sera prima.
Forse perché non stavano cercando di piacersi.
Francesca guardava Andrea con gli occhi ancora mezzi chiusi dal sonno. Lui sembrava completamente rilassato.
«Buongiorno», dissi.
Andrea si voltò. «Finalmente. Lei sostiene che il caffè della moka sia migliore.»
Francesca alzò la tazza. «Perché lo è.»
«Siete svegli da quanto?»
«Dieci minuti», disse lei.
Mi avvicinai e Andrea mi diede un bacio sulla fronte.
Un gesto normalissimo.
Per qualche motivo mi tranquillizzò.
Marco arrivò poco dopo, spettinato quanto noi, con una maglietta bianca e i pantaloni della tuta.
«Ma avete già iniziato senza di me?»
«Stiamo litigando sul caffè», disse Francesca.
«Ah. Allora torno a letto.»
Quella mattina non sembravamo quattro persone che avevano prenotato una casa per capire se volevano fare sesso insieme.
Sembravamo quattro amici che avevano dormito nello stesso posto.
Fu quella normalità a cambiare tutto.
Facemmo colazione in salotto perché fuori faceva ancora fresco. Io ero seduta su un lato del divano, Andrea sull’altro. Marco prese posto vicino a me e Francesca si sistemò sul tappeto con la schiena appoggiata alle gambe del marito.
Nessuno aveva scelto quella disposizione. Era capitata.
A un certo punto allungai le gambe sul divano perché cominciavano a formicolarmi.
I miei piedi finirono quasi sulle cosce di Marco.
«Scusa.»
«Tranquilla.»
Li spostai appena.
Lui mi prese una caviglia per evitare che urtassi la tazza vicino alla sua gamba.
Fu un gesto automatico.
La sua mano rimase lì un secondo più del necessario.
Sentii immediatamente la differenza.
La sera prima qualunque contatto avrebbe avuto un peso enorme. Quella mattina, per un attimo, sembrò semplicemente naturale.
Poi mi accorsi che Andrea aveva visto.
Il cuore fece un piccolo salto.
Marco tolse la mano.
Continuammo a parlare.
Cinque minuti dopo Francesca si alzò dal tappeto e si infilò nello spazio libero vicino ad Andrea.
«Ho freddo.»
Andrea le passò la coperta che aveva sulle gambe. Lei la prese e, nel sistemarla, rimase con una coscia contro la sua.
Nessuno si spostò.
Il silenzio durò appena un istante.
Poi Marco disse: «È assurdo.»
Lo guardammo.
«Cosa?»
Indicò vagamente noi quattro. «Ieri sera sembrava che ogni volta che qualcuno si muoveva dovesse succedere qualcosa.»
Francesca cominciò a ridere.
Andrea annuì. «Sì. Sembrava di aspettare un segnale di partenza.»
«Forse perché stavamo tutti aspettando», dissi.
Quella frase lasciò un silenzio diverso, più morbido.
Francesca guardò Andrea e poi me. «Io ieri sera avevo paura di fare la prima mossa.»
Marco rise. «Tu?»
«Sì.»
«Mi hai detto almeno tre volte di fare qualcosa.»
«Appunto. Volevo che la facessi tu.»
Andrea guardò me. «Noi pensavamo che non vi piacessimo.»
Francesca spalancò gli occhi. «Cosa?»
«Davvero», dissi.
Marco scoppiò a ridere. «Noi siamo andati a letto pensando la stessa cosa.»
Quella scoperta fece ridere tutti e quattro.
Forse fu proprio perché finalmente lo dicemmo che smettemmo di aspettare.
La conversazione riprese.
Qualche minuto dopo la mano di Marco tornò sulla mia caviglia.
Questa volta non c’era nessuna tazza da salvare.
Guardai le sue dita sulla mia pelle.
Poi Andrea.
Non cercava di sembrare indifferente.
Stava guardando.
Francesca se ne accorse e gli disse qualcosa piano. Andrea sorrise.
La mano di Marco risalì appena lungo il mio polpaccio.
Sentii un brivido.
«Tutto bene?» mi chiese.
Annuii. «Sì.»
La mia voce uscì più bassa del previsto.
Non tolse la mano.
Francesca appoggiò la testa sulla spalla di Andrea. Lui le mise un braccio dietro la schiena.
La sera prima avrei passato cinque minuti a chiedermi cosa significasse.
Quella mattina non ne avevo voglia.
Guardai Marco.
Lui stava già guardando me.
Non ci fu nessun momento cinematografico.
Si avvicinò appena.
Io feci lo stesso.
Il primo bacio fu breve.
Quando ci staccammo mi scappò una risata nervosa.
Marco rise con me. «Peggio di ieri sera.»
«Molto.»
Poi fui io a baciarlo di nuovo.
Quella volta rimasi.
Sentii la sua mano arrivare al ginocchio, poi fermarsi sulla parte esterna della coscia.
Il calore delle dita attraverso il tessuto sottile dei pantaloncini mi fece accelerare il respiro.
Aprii gli occhi.
Andrea stava baciando Francesca.
Quella scena era stata nella mia testa decine di volte. Nella fantasia era sempre ordinata.
Adesso Francesca aveva ancora la tazza a terra vicino al piede, la coperta mezza caduta e i capelli raccolti male.
Era molto più reale.
E proprio per questo mi fece più effetto.
Andrea aprì gli occhi quasi nello stesso momento.
Ci trovammo.
Sorrise appena.
Il nodo nello stomaco si allentò.
Marco mi riportò verso di lui.
La sua bocca era più sicura adesso.
Gli misi una mano dietro la nuca.
Poi, senza pensarci troppo, cambiai posizione.
Sollevai una gamba e mi misi a cavalcioni su di lui.
Marco si immobilizzò per una frazione di secondo.
Andrea pure.
Lo vidi con la coda dell’occhio.
Quella consapevolezza mi fece scaldare il viso.
La sera prima avevo avuto paura perfino di appoggiare una gamba troppo vicino a Marco.
Adesso ero seduta sopra di lui.
Ancora vestita.
Sentivo il suo corpo attraverso i pantaloncini e i pantaloni, il calore, la pressione sotto di me.
Marco mi appoggiò entrambe le mani sui fianchi.
Non mi mosse.
Aspettò.
Fui io a farlo.
Un movimento piccolo.
Quasi per provare.
La sensazione mi attraversò immediatamente.
Marco inspirò.
Lo sentii sotto di me.
Mi venne da sorridere.
«Tutto bene?» chiese.
Quella volta fui io a ridere. «Sì.»
Mi mossi di nuovo.
Il tessuto tra noi rendeva tutto incompleto e proprio per questo ancora più eccitante. Sentivo crescere il calore tra le gambe, il bisogno di avvicinarmi di più, e ogni volta che il mio corpo scivolava contro il suo mi accorgevo di quanto stessi diventando eccitata.
Marco mi baciò il collo.
Gli infilai le dita nei capelli.
Quando guardai dall’altra parte del divano vidi Francesca alzarsi.
Pensai per un attimo che si fosse sentita a disagio.
Invece si mise davanti ad Andrea e gli tese una mano.
Lui la prese.
Francesca lo fece alzare.
Non andarono lontano.
Si fermarono vicino alla parete accanto alla finestra. Lei gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò.
Andrea le appoggiò le mani alla vita.
La vidi tirargli la maglietta verso l’alto.
Andrea sollevò le braccia e gliela lasciò togliere.
Era la prima volta che vedevo mio marito a torso nudo davanti a un’altra donna con la consapevolezza precisa di ciò che stava succedendo.
Francesca gli passò una mano sul petto.
Andrea abbassò la testa verso il suo collo.
Sentii il ventre stringersi.
Non era gelosia.
Era la sensazione improvvisa che una parte di Andrea che fino a quel momento era stata soltanto mia fosse lì, visibile anche a lei.
Marco mi baciò di nuovo.
Mi mossi contro di lui con un po’ più di decisione.
Questa volta sentii distintamente il corpo di Marco reagire sotto i vestiti.
Il calore dentro di me aumentò.
Mi sentivo già umida e ogni movimento rendeva il tessuto dei pantaloncini più fastidioso.
Marco se ne accorse dal modo in cui cambiai ritmo.
Le sue mani strinsero appena i miei fianchi.
«Sei tu che hai smesso di aspettare», disse piano.
Mi venne da ridere.
«A quanto pare.»
Lo baciai.
Quando mi staccai, Francesca aveva già tolto la propria maglietta.
Era rimasta in reggiseno davanti ad Andrea.
Lui la guardava.
Lei se ne accorse.
«Beh?»
Andrea sorrise.
Non disse niente.
Le passò una mano sulla schiena.
Francesca gli afferrò il bordo dei pantaloni con due dita.
Quel gesto mi fece trattenere il respiro.
Andrea la lasciò fare.
Poco dopo rimase in boxer.
La stranezza della scena non veniva dalla nudità. Avevo visto mio marito così migliaia di volte.
Era Francesca davanti a lui a cambiare tutto.
Marco seguì il mio sguardo. «Vuoi continuare a guardare loro o vuoi che faccia qualcosa anch’io?»
Mi voltai verso di lui.
«Spogliati.»
Mi uscì prima ancora di pensarci.
Marco sollevò un sopracciglio. «Così diretto?»
«Hai aspettato abbastanza ieri sera.»
Rise.
Mi spostai appena per permettergli di alzarsi.
Marco si tolse la maglietta.
Lo avevo visto in fotografia senza, ma dal vivo era diverso: le spalle, il torace, il modo in cui il corpo cambiava mentre si muoveva.
Poi abbassò i pantaloni e rimase in boxer.
Per la prima volta mi trovai davvero davanti al corpo quasi nudo di un uomo che non fosse Andrea, sapendo che mio marito era nella stessa stanza.
Sentii una scarica lungo la schiena.
Marco tornò a sedersi.
Io rimasi in piedi davanti a lui per qualche secondo.
Mi sentivo improvvisamente troppo vestita.
Portai le mani all’orlo della maglietta e la tolsi.
Marco smise di sorridere.
Rimasi in reggiseno e pantaloncini.
Il suo sguardo scese sul mio corpo e poi tornò subito ai miei occhi.
Quella cosa mi piacque.
Mi fece sentire desiderata senza farmi sentire esaminata.
Dall’altra parte della stanza Francesca aveva iniziato ad abbassare i pantaloncini.
Li lasciò scivolare a terra e li spinse via con un piede.
Andrea la guardava.
Poi lei guardò lui.
Un secondo dopo Andrea si tolse anche i boxer.
Fu uno dei momenti in cui la fantasia diventò davvero qualcosa di diverso.
Mio marito era nudo davanti a un’altra donna.
Francesca gli era davanti in intimo.
E nessuno dei due sembrava più scherzare.
Sentii il cuore accelerare.
Marco mi prese una mano. «Ehi.»
Lo guardai.
«Tutto bene?»
Inspirai.
Guardai Andrea un’altra volta.
Poi Marco.
«Sì.»
Questa volta ero sicura.
Mi slacciai il reggiseno e lo lasciai cadere sul divano.
Marco mi guardò il seno, poi mi attirò verso di sé e mi baciò il ventre.
Gli passai una mano fra i capelli.
Il corpo reagì subito.
Non avevo bisogno che facesse altro per sapere quanto fossi eccitata.
Mi sentivo calda, sempre più bagnata, e i pantaloncini ormai mi sembravano soltanto qualcosa che avevo ancora addosso per inerzia.
Feci un passo indietro.
Abbassai prima quelli.
Poi le mutandine.
Non lo feci lentamente.
Non volevo trasformarlo in uno spettacolo.
Ma proprio mentre mi rialzavo mi accorsi che Andrea mi stava guardando.
Quella volta mi bloccai per mezzo secondo.
Nuda.
Davanti a Marco.
Con mio marito che mi vedeva.
Il viso mi si scaldò.
Per la prima volta provai un imbarazzo vero.
Non paura.
Espormi.
Andrea non sorrise.
Non fece nessuna battuta.
Mi guardò soltanto.
E qualcosa in quello sguardo mi fece venire voglia di non coprirmi.
Anzi.
Tornai verso Marco.
Mi sedetti di nuovo sopra di lui.
Questa volta senza niente tra i nostri corpi.
Sentii immediatamente il calore della sua pelle sotto di me.
Marco espirò forte.
Mi appoggiò le mani sui fianchi.
Io rimasi ferma un secondo.
Poi mi mossi.
Il contatto diretto mi fece chiudere gli occhi.
La sensazione era molto più intensa di prima e mi accorsi subito di quanto fossi eccitata.
Mi mossi ancora, più lentamente.
Marco mi baciò il seno.
Gli misi una mano dietro la nuca.
Dall’altra parte sentii Francesca ridere piano.
Aprii gli occhi.
Andrea aveva finito di spogliarla.
Adesso erano entrambi nudi.
Lei era appoggiata alla parete, Andrea davanti.
Non stavano facendo la stessa cosa che stavamo facendo noi.
Si baciavano, si toccavano, si prendevano il tempo di esplorarsi.
Vidi la mano di Francesca scendere lungo il corpo di mio marito.
Andrea chiuse gli occhi.
Quel piccolo gesto mi attraversò più della nudità.
Marco tornò sulla mia bocca.
Continuai a muovermi su di lui.
Ormai il desiderio aveva superato l’imbarazzo.
Sentivo il corpo chiedere più contatto, più pressione.
Guardai Marco negli occhi.
Lui non cercò di anticiparmi.
Quella cosa mi piacque ancora.
Il primo passo era stato mio.
Volevo che lo fosse anche quello successivo.
Sollevai appena il bacino.
Lo guidai con una mano.
Per un istante sentii tornare l’ansia.
Quella era la parte che avevo immaginato davvero per mesi.
La soglia che non potevo più chiamare gioco.
Guardai Andrea.
Questa volta fu lui ad accorgersi che lo cercavo.
Francesca era ancora contro la parete, vicinissima a lui.
Andrea mi guardò.
Nessun cenno teatrale.
Solo uno sguardo fermo.
Come se mi stesse dicendo che era ancora lì.
Inspirai.
Poi tornai su Marco.
Mi abbassai lentamente.
Il primo ingresso mi fece trattenere il fiato.
Rimasi ferma.
Marco aveva entrambe le mani sui miei fianchi, ma non mi spinse.
Mi lasciò tutto il tempo.
La sensazione nuova mi occupò completamente.
Il peso sotto di me.
Il calore.
Il respiro di Marco contro il seno.
Mi servì qualche secondo.
Poi fui io a muovermi.
Piano.
Marco espirò.
Mi mossi di nuovo.
Questa volta il corpo seguì con meno esitazione.
Sentivo il piacere mescolarsi alla consapevolezza quasi incredibile di essere davvero sopra un altro uomo.
E Andrea mi stava vedendo.
Quella parte avrebbe dovuto mettermi in imbarazzo.
Invece cominciò ad eccitarmi.
All’inizio ogni volta che mi accorgevo del suo sguardo rallentavo appena.
Poi smisi.
Mi mossi come avevo voglia di muovermi.
Sentii la mano di Marco sulla schiena, poi sul fianco.
Gli appoggiai le mani sul petto per trovare un ritmo più comodo.
Quando guardai Andrea un’altra volta, Francesca era girata con la schiena contro di lui.
Andrea le baciava una spalla.
Lei gli aveva una mano dietro la nuca.
Non avevo bisogno di vedere altro per capire quanto fossero coinvolti.
Per la prima volta non provai più la sensazione di stare facendo qualcosa di sbagliato o troppo grande.
Eravamo quattro adulti che avevano passato una sera intera paralizzati dall’idea di iniziare.
Adesso nessuno stava più aspettando.
Marco mi attirò verso di lui e mi baciò.
Il mio ritmo aumentò.
Sentivo il respiro diventare corto, le cosce iniziare a stancarsi, la tensione nel ventre crescere.
Andrea aprì gli occhi.
Ci trovammo.
Questa volta fui io a non distogliere lo sguardo.
Continuai a muovermi sopra Marco mentre guardavo mio marito.
Fu forse il momento più intenso di tutta la mattina.
Andrea vedeva che mi piaceva davvero.
Per qualche secondo sentii tornare quel rossore sul viso.
Poi Marco mi prese più vicino e la sensazione aumentò.
Il pudore sparì.
Rimase soltanto l’eccitazione.
Andrea sorrise appena.
Io feci lo stesso.
Francesca lo attirò nuovamente verso di sé.
E per la prima volta non ebbi bisogno di continuare a controllare.
Mi concentrai su Marco.
Sul suo corpo sotto di me.
Sul calore.
Sul ritmo che ormai avevamo trovato insieme.
Il piacere arrivò lentamente, non come uno scatto improvviso ma come qualcosa che cresceva ad ogni movimento finché sentii il corpo irrigidirsi.
Mi fermai per un istante.
Marco capì.
Mi strinse i fianchi senza cambiare nulla.
Ripresi a muovermi.
Più lentamente.
Poi il piacere superò quella linea.
Chiusi gli occhi.
Mi uscì un gemito.
Non provai nemmeno ad abbassare la voce.
Quando tutto rallentò rimasi sopra Marco ancora qualche secondo, con il fiato corto.
Appoggiai la fronte alla sua.
«Okay», dissi.
Lui rise piano. «Okay cosa?»
Scoppiai a ridere anch’io. «Niente.»
Mi voltai.
Andrea era seduto sul bordo del divano poco più in là.
Francesca era accanto a lui, ancora nuda, una gamba appoggiata sopra la sua.
Avevano quell’espressione stanca e felice che conoscevo bene.
Andrea mi tese una mano.
Mi alzai da Marco e andai verso di lui.
Andrea mi attirò tra le sue gambe e mi baciò.
Quel bacio mi colpì quasi più di quanto mi aspettassi.
La sua bocca era familiare.
Il suo odore pure.
Dopo tutto quello che avevo appena sentito con Marco, tornare da lui non sembrava un ritorno indietro.
Sembrava completare qualcosa.
Francesca mi sfiorò una spalla.
Mi voltai.
Mi baciò.
Fu un bacio breve, spontaneo.
Non ci eravamo preparate neppure a quello.
Sorrise quando ci separammo. «Quindi era questo che stavamo aspettando ieri sera?»
Marco, ancora sul divano, scoppiò a ridere. «Pare di sì.»
Andrea guardò il tavolino.
Le quattro tazze di caffè erano ancora lì.
«E adesso abbiamo anche buttato via il caffè.»
Marco prese la propria tazza e la annusò. «Ottimo. Una tragedia.»
Ridemmo.
Fu strano quanto rapidamente la stanza tornò normale.
Non completamente.
Ma abbastanza.
Recuperammo i vestiti senza particolare fretta. Vidi Marco infilarsi di nuovo i boxer e cercare per terra i pantaloni. Andrea recuperò i suoi vicino alla parete. Francesca trovò il reggiseno sotto la coperta e mi chiese se fosse il mio.
«No, il mio è là.»
Indicai il bracciolo.
Scoppiammo a ridere di nuovo.
Nei mesi in cui avevo immaginato la nostra prima esperienza, la fantasia finiva sempre con il sesso.
Nessuna fantasia spiegava cosa succedesse venti minuti dopo.
Alla fine fu Francesca ad alzarsi.
«Io ho fame.»
La guardai. «Di nuovo?»
«È quasi mezzogiorno.»
Guardai l’ora.
Aveva ragione.
Ci rivestimmo davvero e andammo in cucina.
Francesca aprì il frigorifero e cominciò a tirare fuori cose per preparare qualcosa. Marco cercava il pane. Andrea lavava quattro bicchieri.
Io rimasi qualche secondo sulla porta.
Quella scena mi fece uno strano effetto.
Eravamo gli stessi quattro della mattina.
Solo che adesso sapevo come baciava Marco.
Marco ormai conosceva il suono della mia risata quando ero imbarazzata e il modo in cui cambiava quando smettevo di esserlo.
Francesca aveva visto mio marito nudo.
Andrea mi aveva vista scegliere un altro uomo e non fermarmi quando si era accorto che mi piaceva davvero.
Eppure nessuno sembrava improvvisamente diverso.
Passando dietro di me, Marco mi appoggiò una mano sul fianco per farmi spostare.
Un gesto distratto.
Normalissimo.
Solo che questa volta la lasciò lì un secondo.
Non mi irrigidii.
Non guardai Andrea.
Mi spostai e basta.
Poco dopo Francesca si allungò per prendere un piatto in alto. Andrea arrivò prima di lei e glielo porse.
Lei sorrise.
Andrea sorrise.
Io li guardai.
Questa volta non cercai nessun significato nascosto.
La sera precedente avevamo passato ore ad aspettare che qualcuno facesse qualcosa.
Quella mattina avevamo scoperto che il problema era proprio quello.
Aspettare.
Guardai fuori dalla finestra.
Avevamo ancora quasi tutto il weekend davanti.
E per la prima volta da quando eravamo arrivati, non avevo nessuna voglia di decidere prima cosa sarebbe successo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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