Due coppie, una paura: aver capito male
Guardava Matteo.
Fu una cosa piccola. Talmente piccola che per qualche secondo pensai di essermela immaginata.
Eravamo in un locale dove andavamo ogni tanto, abbastanza rumoroso da permettere alle conversazioni di confondersi tra loro ma non tanto da impedirti di osservare chi avevi intorno. Io e Matteo eravamo seduti uno di fronte all’altra a un piccolo tavolo quadrato, come sempre.
Poco più in là c’era un’altra coppia, anche loro uno di fronte all’altra, a un tavolo leggermente di sbieco rispetto al nostro. Da dove ero seduta riuscivo a vedere entrambi.
Avevamo appena finito di cenare. Matteo stava parlando di qualcosa che gli era successo durante la settimana quando vidi la donna alzare gli occhi dal suo compagno, portarli su Matteo e poi tornare al proprio tavolo.
Continuai ad ascoltare. O almeno ci provai.
Qualche minuto dopo successe di nuovo. Questa volta sentii quella piccola attenzione accendersi dentro di me, come quando riconosci una parola pronunciata al tavolo accanto ma non sei ancora sicuro di averla sentita davvero.
La terza volta aspettai che fosse lei a distogliere lo sguardo.
«Che c’è?»
«Niente.»
«È da trenta secondi che non mi ascolti.»
Presi il bicchiere. «Quella donna continua a guardarti.»
Matteo mosse immediatamente gli occhi verso di lei. Gli diedi un colpetto con il piede sotto il tavolo.
«Non adesso, idiota.»
Tornò su di me ridendo. «E quando dovrei controllare?»
«Quando sembri meno uno a cui hanno appena detto che lo stanno guardando.»
«Complicato.»
Continuò a parlare, ma ormai non stava ascoltando nemmeno lui. Lo conoscevo: faceva finta di niente mentre aspettava il momento giusto.
Dopo un po’ lasciò vagare lo sguardo verso il loro tavolo. Io feci lo stesso.
Fu allora che incrociai gli occhi dell’uomo.
Quella volta fui io a sentirmi sorpresa.
Mi stava guardando.
Non per caso. Non perché avevo girato la testa nella sua direzione.
Me.
Quando capì che l’avevo visto tornò verso la donna. Sentii qualcosa muoversi nello stomaco.
«Interessante», disse Matteo.
«Lei?»
«Anche.»
Lo guardai. «Anche cosa?»
Prese il bicchiere come se la cosa non lo riguardasse particolarmente. «Lui guardava te.»
Mi scappò un sorriso. «Sei sicuro?»
«Abbastanza.»
«Abbastanza non vuol dire sicuro.»
«Nemmeno tu sei sicura di lei.»
Aveva ragione. Ed era proprio quello a rendere la situazione improvvisamente interessante.
Non eravamo nuovi alle altre coppie. In diversi anni ne avevamo conosciute attraverso siti dedicati o in posti dove bastava essere lì per conoscere già almeno metà della risposta.
Quella sera era diverso: quello era semplicemente un locale.
Potevamo avere davanti due persone che ci trovavano attraenti. Potevano essere curiosi. Potevano essere una coppia aperta. Oppure potevamo aver trasformato quattro sguardi casuali nella storia che avevamo voglia di raccontarci.
«Secondo te?» chiesi.
Matteo fece una smorfia pensierosa. «Secondo me lei mi guarda.»
«Modesto.»
«E secondo me lui guarda te.»
«Meglio.»
Rise, ma vidi che anche lui tornava continuamente a controllare l’altro tavolo senza voler sembrare che lo facesse.
Lei aveva capelli scuri che le arrivavano appena alle spalle e un vestito nero semplice. Lui una camicia chiara con le maniche arrotolate. Niente che li rendesse riconoscibili, niente che potesse aiutarci.
Eppure continuava a succedere.
Uno sguardo. Poi niente.
Un altro. Qualche minuto di normalità.
Poi ancora.
A un certo punto lei non guardò Matteo.
Guardò me.
Quella volta non ebbi il tempo di prepararmi. I nostri occhi si trovarono e rimasero lì uno, due secondi forse, abbastanza perché sentissi salire un leggero calore sul viso.
Lei sorrise e non distolse subito. Sorrisi anch’io.
Quando tornai verso Matteo sentivo ancora quell’espressione addosso.
«Okay.»
«Okay cosa?»
«Adesso ha guardato me.»
«Magari vuole sapere perché continui a controllare suo marito.»
«Io non lo controllo.»
Matteo sollevò un sopracciglio.
«Lo osservo.»
«Ah.»
«È diverso.»
Ridemmo piano.
La cosa assurda era che, più cercavamo di comportarci normalmente, più diventavo consapevole di ogni movimento dell’altro tavolo. Se lei rideva, alzavo gli occhi. Se lui cambiava posizione, me ne accorgevo. Quando arrivava il cameriere quasi mi infastidiva perché per qualche secondo ci copriva la visuale.
«Secondo te sono come noi?» chiesi.
Matteo rimase qualche secondo in silenzio. «Non ne ho idea.»
«Ottimo.»
«Tu cosa pensi?»
Guardai di nuovo verso di loro. Lei stava dicendo qualcosa al compagno, lui la ascoltava sorridendo.
Sembravano una coppia normale.
Era proprio quello il punto.
«Penso che lei ti trovi interessante.»
Matteo aspettò. «E lui?»
«Credo che trovi interessante me.»
«Non era quello che chiedevo.»
Sorrisi. «Lo so.»
Matteo si chinò appena verso il tavolo e abbassò la voce. «Il problema è capire se stanno facendo la stessa conversazione che stiamo facendo noi.»
Mi si strinse leggermente lo stomaco. Fino a quel momento avevo pensato soltanto ai loro sguardi; non avevo pensato che dall’altra parte potessero esserci due persone che stavano facendo esattamente le nostre stesse ipotesi.
Quasi contemporaneamente ordinarono un altro giro. Ci guardammo.
«No», dissi.
«Cosa?»
«Adesso sembra che restiamo perché restano loro.»
Matteo sorrise. «Loro potrebbero pensare la stessa cosa.»
«Magari hanno appena detto: guarda, hanno ordinato anche loro.»
«Questo sarebbe bellissimo.»
Provai a immaginare la conversazione all’altro tavolo: lei che gli diceva che Matteo la guardava, lui che le rispondeva che io guardavo lui.
Mi venne da ridere da sola.
Poco dopo la donna si alzò. Per andare verso i bagni doveva passare vicino al nostro tavolo.
La vidi arrivare e improvvisamente diventai molto più consapevole di come ero seduta, delle mie mani, perfino del bicchiere che tenevo. Era ridicolo: avevo fatto cose infinitamente più intime con persone conosciute da poco, eppure quella donna che percorreva cinque metri verso di noi riusciva a mettermi una strana agitazione.
Quando arrivò accanto a me rallentò.
«Bel vestito.»
Per un istante non capii nemmeno che stesse parlando con me. Abbassai gli occhi sul mio.
«Grazie.»
Avrebbe potuto continuare a camminare.
Non lo fece.
«Davvero.»
Alzai lo sguardo. Era vicina abbastanza da poter vedere bene il suo sorriso.
«Anche il tuo.»
«Grazie.»
Poi guardò Matteo, solo un attimo, e proseguì.
Rimasi con il bicchiere fermo davanti alla bocca. Matteo mi fissava.
«Beh.»
Sentivo già il sorriso che mi stava venendo. «Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Lo stavi per fare.»
Mi voltai verso l’altro tavolo. L’uomo aveva visto tutto.
Questa volta, quando i nostri occhi si incontrarono, sorrise apertamente. Non distolse lo sguardo.
Nemmeno io.
Sentii il battito accelerare appena. Adesso era diventato difficile continuare a raccontarsi che non stesse succedendo niente.
Quando lei tornò si sedette davanti al compagno e gli disse qualcosa. Lui la ascoltò, poi rise. Quella risata ci arrivò anche da lì.
Subito dopo guardarono entrambi verso di noi.
Matteo inspirò piano. «Adesso?»
Lo guardai. Per un attimo ebbi davvero voglia di dirgli di andare. Subito dopo immaginai la scena dall’esterno: lui che si avvicinava, loro che ci guardavano senza capire, una gigantesca interpretazione sbagliata.
Mi si chiuse lo stomaco.
«Aspettiamo.»
Matteo annuì troppo velocemente. Capii che era sollevato e quella scoperta mi fece sorridere.
Anche dopo anni di esperienze, anche sapendo perfettamente cosa avremmo fatto se la risposta fosse stata sì, attraversare quei pochi metri senza conoscere la risposta rimaneva un’altra cosa.
Passarono cinque minuti. Forse meno. A me sembrarono molti di più.
Poi l’altra coppia si alzò.
La prima sensazione fu una delusione secca.
Se ne vanno.
Mi accorsi di quanto ormai stessi sperando che fosse tutto vero soltanto quando pensai che stesse per finire.
L’uomo prese qualcosa dal tavolo, la donna si sistemò il vestito. Poi, invece di dirigersi verso l’uscita, vennero verso di noi.
Sentii il cuore accelerare.
«Stanno venendo qui», dissi piano.
«Lo vedo.»
«Matteo.»
«Cosa?»
«Non fare quella faccia.»
«Che faccia?»
Non ebbi il tempo di rispondere.
L’uomo era già accanto al tavolo.
«Scusate.»
Per la prima volta in tutta la sera sembrava meno sicuro di quanto fosse apparso da lontano. Una mano era infilata nella tasca dei pantaloni, l’altra indicò vagamente il loro tavolo.
«Possiamo evitare di continuare a guardarci da due tavoli diversi?»
Per un secondo rimasi immobile.
Tutta l’incertezza della sera si sciolse insieme.
Scoppiai a ridere.
La donna rise con me, quasi con sollievo. «Grazie. Cominciavo a pensare che ce lo fossimo immaginato.»
Matteo si lasciò andare contro lo schienale. «Stavamo dicendo esattamente la stessa cosa.»
L’uomo abbassò la testa ridendo. «Perfetto. Quindi ho rischiato una figuraccia per niente.»
«Hai rischiato?» chiesi.
La donna lo guardò. «È da dieci minuti che gli dico di venire.»
«Non è vero.»
«Quindici.»
Fu così che conoscemmo Elena e Luca.
E fu probabilmente proprio quella piccola ammissione a farmeli piacere subito. Da lontano li avevo immaginati sicuri, quasi padroni della situazione; invece avevano avuto paura di sbagliare esattamente quanto noi.
Avvicinammo i due tavolini. Io ed Elena restammo sullo stesso lato; davanti a me sedeva Matteo e davanti a lei Luca.
Per qualche minuto successe una cosa strana: dopo tutta quella tensione, parlammo di cose normalissime. Dove abitavamo, viaggi, Luca che difendeva i vini naturali, Matteo che riuscì in meno di cinque minuti a iniziare una discussione sull’ananas sulla pizza.
Ridemmo, e a ogni risata sentivo scendere un po’ della tensione che avevo accumulato.
Ma sotto ce n’era già un’altra.
Adesso sapevamo che ci eravamo guardati.
Non sapevamo ancora perché.
Fu Elena a dirlo.
«Posso farvi una domanda un po’ indiscreta?»
Matteo sorrise. «Finalmente.»
Lei rise, ma prima di continuare guardò Luca. Fu un controllo rapidissimo e lui annuì appena.
«Anche voi siete una coppia che ogni tanto guarda altre coppie in quel modo?»
Sentii lo stomaco stringersi di nuovo.
Matteo appoggiò il bicchiere. «Sì.»
Luca espirò rumorosamente. «Bene.»
Ridemmo tutti.
Quella singola parola aveva dentro venti minuti di dubbi.
«Perché?» chiesi. «Voi no?»
Elena si appoggiò allo schienale. «No. Noi fissiamo sconosciuti per sport.»
Da quel momento qualcosa cambiò.
Prima ogni sguardo aveva bisogno di essere interpretato.
Adesso no.
E invece di togliere tensione alla situazione, la certezza la rese improvvisamente più intensa. Potevo guardare Luca e sapere che lui avrebbe capito. Elena poteva soffermarsi su Matteo senza fingere di essere distratta.
Quando vidi Matteo accorgersene sentii una piccola scossa nello stomaco. Non fastidio, non ancora. Qualcosa di più difficile da definire.
«Quindi ci avevate riconosciuti?» chiese Matteo.
Elena scosse la testa. «Per niente.»
«Allora perché continuavate a guardarci?»
Luca esitò appena, poi indicò me con gli occhi. «Perché lei mi piaceva.»
Mi arrivò addosso in modo diverso da quanto mi aspettassi. Lo sapevo già, o almeno lo avevo intuito. Sentirmelo dire mi fece comunque abbassare gli occhi per un secondo.
Elena guardò Matteo. «E lui piaceva a me.»
Questa volta fu Matteo a fare quel sorriso leggermente stupido di quando riceve un complimento che gli fa davvero piacere.
Gli diedi un colpetto con il piede sotto il tavolo. Mi guardò.
Non servì dire niente.
Poco dopo un cameriere passò dietro Elena. Lei spostò la sedia verso di me per lasciarlo passare e, quando quello se ne andò, non tornò nella posizione di prima.
La sua gamba rimase accanto alla mia.
Continuammo a parlare.
Poi il suo ginocchio toccò il mio.
Sentii il contatto anche attraverso il tessuto.
Aspettai.
Avrebbe potuto essere casuale.
Non si spostò.
Nemmeno io.
«Quando sono passata prima», disse abbassando la voce, «pensavo che mi avresti ignorata.»
«Io pensavo che stessi parlando davvero del vestito.»
Mi guardò. «Anche.»
Un piccolo brivido mi salì lungo la schiena.
Il ginocchio rimase lì.
Guardai Matteo. Aveva visto, e il modo in cui mi stava guardando mi fece sentire improvvisamente molto più consapevole del contatto con Elena.
Lei seguì i miei occhi. «Ti piace quando guarda?»
La domanda mi arrivò molto più diretta di quanto mi aspettassi.
Inspirai. «A volte.»
Elena sorrise. «Anche a me.»
Cercò Luca.
Lui ci stava osservando. Non sembrava infastidito, sembrava divertito.
In quel momento capii cosa mi stava attirando davvero.
Non soltanto Luca.
Non soltanto Elena.
Loro.
Il modo in cui si controllavano senza trattenersi. Il modo in cui continuavano a essere complici anche mentre desideravano noi.
E quando guardai Matteo ebbi la sensazione che lui stesse pensando qualcosa di molto simile.
Quando Luca disse che abitavano vicino era ormai tardi.
Nessuno fece finta di non capire.
Quella frase lasciò un piccolo silenzio sul tavolo. Sentii il cuore accelerare di nuovo, non perché non sapessi cosa significasse, proprio perché lo sapevo.
Guardai Matteo.
Lui stava già cercando me.
Era il nostro momento. Quello in cui tutto il resto diventava rumore e restavamo soltanto noi due a decidere.
Mi fece un piccolissimo cenno.
La tensione nello stomaco si sciolse.
«Io non ho sonno», dissi.
Elena sorrise. «Nemmeno io.»
A casa loro tornammo tutti improvvisamente meno sicuri.
Mi fece quasi ridere. Nel locale avevamo passato un’ora a mandarci segnali, avevamo deciso di seguirli fino a casa, nessuno dei quattro poteva davvero fingere di non sapere perché fosse lì.
Eppure appena Luca chiuse la porta sentii quella strana sospensione.
Adesso non c’era più niente dietro cui nascondersi.
Io e Matteo ci sedemmo sul divano. Elena prese la poltrona davanti a noi, Luca portò dell’acqua.
Matteo osservò una fotografia appesa al muro con un interesse improvvisamente eccessivo.
Elena lo guardò, poi guardò me e scoppiò a ridere.
«Siamo ridicoli.»
Risi anch’io, più per scaricare tensione che per altro. «Un po’.»
«Mezz’ora a fissarci e adesso parliamo dell’arredamento.»
Matteo indicò il mobile sotto la televisione. «Però è un bel mobile.»
Fu sufficiente.
Elena rise ancora, ma questa volta si alzò.
La vidi venire verso di noi e il mio respiro rallentò da solo.
Si fermò davanti a Matteo. Per un istante nessuno si mosse, poi Elena gli sistemò il colletto della camicia con due dita.
Un gesto quasi innocente.
Sentii Matteo inspirare.
Io guardai Luca.
Aveva appoggiato i bicchieri.
Mi stava guardando.
Niente tavolo.
Niente distanza.
Niente possibilità di raccontarsi che fosse un caso.
Mi alzai.
Luca venne verso di me e allungò una mano. Mi sfiorò le dita.
Per un momento sentii soltanto quello: la pelle nuova e la consapevolezza che Matteo era a pochi passi.
Gli lasciai prendere la mia mano.
Quasi contemporaneamente Elena si chinò verso mio marito.
Il primo bacio arrivò dall’altra parte della stanza.
O forse il nostro arrivò per primo.
Non lo so.
Luca era vicino abbastanza che sentivo il suo respiro prima ancora della bocca. Esitò appena.
Quell’esitazione mi piacque.
Fui io a chiudere la distanza.
La sua mano arrivò sul mio fianco e il primo pensiero fu quanto fosse diverso da Matteo.
Non migliore.
Nuovo.
Il profumo. La barba contro la pelle. Il modo in cui ogni tanto si allontanava di pochi centimetri, come se volesse vedere se sarei tornata io.
Lo feci.
Quando aprii gli occhi vidi Matteo. Elena ormai era seduta accanto a lui e gli aveva una mano fra i capelli; lui le teneva la schiena.
Vederli mi provocò una stretta improvvisa allo stomaco.
Fu piccola.
Ma vera.
Luca se ne accorse. «Lo stai guardando.»
«Sì.»
«Ti dà fastidio?»
Non risposi subito.
Elena si staccò appena da Matteo. Lui la guardò e poi fu lui a riportarla verso di sé.
La fitta tornò.
E insieme arrivò qualcos’altro.
Calore.
«No», dissi.
Questa volta lo sapevo.
Baciai Luca più forte.
La sua mano salì sotto la maglia e incontrò la pelle. Mi vennero i brividi.
Quando guardai di nuovo Matteo, Elena aveva gli occhi chiusi mentre lui le baciava il collo.
Quell’immagine mi colpì ancora più del bacio.
Per tutta la sera lei lo aveva guardato.
Adesso non riusciva più a farlo.
Luca mi prese il viso. «Sei sparita di nuovo.»
Sorrisi. «Colpa loro.»
«Devo preoccuparmi?»
Lo presi per la camicia e lo tirai verso di me. «Devi impegnarti.»
Questa volta rise contro la mia bocca.
Poco dopo Elena si alzò. Pensai che stesse tornando da Luca.
Invece venne verso di me.
Sentii immediatamente cambiare qualcosa.
Luca fece spontaneamente un passo indietro. Elena si fermò vicinissima.
Il suo vestito nero era sceso leggermente da una spalla, quello stesso vestito che un’ora prima era stato soltanto una scusa.
«Allora?» le chiesi.
«Cosa?»
«Ti piaceva davvero il mio vestito?»
Sorrise. «Sì.»
Poi mi prese il viso e mi baciò.
Sentii una scarica più forte di quanto mi aspettassi. Non era soltanto la sua bocca: era tutto quello che c’era stato prima.
Lo sguardo al tavolo.
Il sorriso.
Il ginocchio.
Il dubbio.
Le misi le mani sui fianchi e la sentii avvicinarsi.
Quando aprii gli occhi Matteo ci stava guardando.
Non provai imbarazzo. Provai qualcosa di molto più vicino all’eccitazione di essere vista proprio da lui.
Elena seguì il mio sguardo. «Adesso almeno abbiamo risolto il dubbio.»
«Quale?»
«Se ci stavate guardando.»
Risi contro la sua bocca.
Matteo venne verso di me.
Quando mi baciò sentii immediatamente la familiarità.
Fu quasi uno shock.
Dopo la pelle nuova di Luca e il profumo di Elena, mio marito era casa.
Gli appoggiai una mano dietro la nuca. «Tutto bene?»
Mi guardò. Aveva gli occhi più accesi di prima.
«Molto.»
Non serviva altro.
Guardai Elena. Luca le stava abbassando lentamente la cerniera del vestito.
Lei incrociò i nostri occhi. «Anche qui.»
Quella frase sciolse l’ultimo freno.
Da lì i vestiti iniziarono a sparire un po’ alla volta.
Quando rimasi in intimo davanti a Luca sentii una vulnerabilità improvvisa che non avevo provato durante i baci. Per un istante ebbi voglia di coprirmi.
Non lo feci.
Luca mi guardò senza parlare. Il suo sguardo scese sul mio corpo e poi tornò agli occhi.
Quello mi tranquillizzò più di qualsiasi complimento.
Mi prese per la vita e tornai da lui.
Dietro la sua spalla vidi Matteo con una mano sul fianco nudo di Elena. Lei mi guardò.
Ci trovammo ancora una volta.
Solo che adesso non c’era più un tavolo fra noi.
Mi ritrovai seduta sul bordo del divano con Luca davanti.
Le sue mani salirono lentamente lungo le mie cosce.
Il calore che sentivo da qualche minuto diventò improvvisamente più netto. Partiva basso e continuava a crescere ogni volta che le sue dita risalivano, fino a farmi stringere istintivamente le gambe per poi riaprirle quando tornava a toccarmi.
Aprii le cosce un po’ di più.
Non dovetti chiedermi se fossi eccitata.
Lo sentivo.
Il corpo era diventato più sensibile, caldo, impaziente. Mi sentivo bagnare sempre di più mentre Luca continuava ad avvicinarsi e il solo modo in cui mi guardava sembrava aumentare quella sensazione.
Alle sue spalle Matteo ed Elena erano distesi dall’altra parte del divano. Lei era sopra di lui.
Vidi le mani di Matteo stringerle i fianchi.
Elena lasciò uscire un respiro più forte.
Conoscevo quello di mio marito. Lo conoscevo abbastanza da capire quando stava iniziando a perdere un po’ del controllo.
Sentirlo succedere con lei mi provocò di nuovo quella fitta.
Più intensa.
E subito dopo sentii aumentare ancora il calore tra le gambe.
Luca mi baciò il collo, poi iniziò a scendere.
La sua bocca passò sul seno, sul ventre.
Mi appoggiai indietro sulle mani.
Quando arrivò tra le mie gambe sentii il primo contatto della sua bocca e il respiro mi si spezzò.
Gli infilai una mano tra i capelli.
Luca iniziò a leccarmi lentamente.
Chiusi gli occhi.
La sensazione mi attraversò immediatamente, calda e precisa, e il mio corpo reagì prima ancora che riuscissi a pensarci. Le gambe si tesero e poi si aprirono di più.
Le dita nei suoi capelli si strinsero.
Non per fermarlo.
Per accompagnarlo.
Quando volevo sentirlo più vicino lo guidavo verso di me; quando la sensazione diventava troppo intensa allentavo appena la presa, solo per riportarlo subito dove lo volevo.
Sentivo la sua bocca, il suo respiro caldo, la pressione delle mani sulle cosce.
E sentivo me stessa bagnarmi ancora.
Per qualche secondo dimenticai Matteo.
Poi riaprii gli occhi.
Dall’altra parte del divano Elena si muoveva contro mio marito. Matteo aveva il viso vicino al suo collo e lei gli teneva una mano dietro la nuca.
Quella scena mi arrivò addosso insieme alla bocca di Luca.
Mi uscì un gemito più forte.
Matteo alzò gli occhi.
Mi trovò con una mano tra i capelli di Luca.
Ci guardammo.
La fitta tornò, ma ormai era mescolata a un’eccitazione così forte che non riuscivo più a separare le due cose.
Luca continuò.
Gli chiusi di nuovo le dita tra i capelli e lo accompagnai.
Il piacere cresceva, ma insieme cresceva anche qualcos’altro.
Non mi bastava più.
Avevo voglia di sentirlo più vicino.
Tutto.
Lo volevo dentro di me.
Provai ancora per qualche secondo a restare lì, lasciando che la sua bocca continuasse a farmi perdere il respiro.
Poi non resistetti.
Gli presi il viso con entrambe le mani e lo tirai verso l’alto.
Luca mi guardò quasi sorpreso.
Lo baciai subito.
Sentii sulla bocca il sapore di quello che mi aveva appena fatto e quella consapevolezza mi eccitò ancora di più.
«Vieni qui.»
La voce mi uscì più bassa, quasi spezzata.
Luca rimase vicino al mio viso.
Mi guardò.
Io sentivo ancora tutto il corpo pulsare per quello che aveva fatto con la bocca.
Non avevo più voglia di aspettare.
Gli misi una mano dietro la nuca e lo tirai contro di me.
«Ti voglio.»
Non serviva dire altro.
Lo sentii avvicinarsi lentamente.
Il primo movimento mi fece trattenere il respiro.
Io con lui.
Matteo con lei.
Nella stessa stanza.
Abbastanza vicini da sentirci.
Luca rimase immobile per un istante.
Mi guardò.
Il cuore mi batteva forte.
Fui io a muovermi verso di lui.
Volevo sentirlo dentro.
Quella fu la risposta.
Il suo respiro cambiò e iniziò a seguirmi, all’inizio lentamente.
Sentivo il peso del suo corpo, le mani sui miei fianchi, il calore della pelle. Dopo tutta l’attesa, dopo la sua bocca, ogni movimento sembrava arrivare più forte.
Gli passai le gambe attorno e lo tirai più vicino.
Girando appena la testa vidi Matteo sopra Elena. Lei gli teneva le braccia intorno alle spalle.
Si muovevano insieme.
Strinsi Luca.
Lui seguì il mio sguardo. «Loro?»
Annuii.
Sentivo il fiato corto. «Non fermarti.»
Non lo fece.
Il ritmo aumentò.
Per qualche minuto provai ancora a tenere dentro tutto.
Luca.
Matteo.
Elena.
La stanza.
Poi diventò impossibile.
Smisi di guardare.
Gli affondai le dita nella schiena e chiusi gli occhi.
Per qualche secondo non fui più una donna che osservava suo marito con un’altra. Non fui nemmeno metà di una coppia che stava facendo uno scambio.
Sentivo soltanto.
Quando tornai a cercare Matteo, lui era già con gli occhi su di me.
Ci trovammo.
Quella volta il suo sguardo mi arrivò dritto nello stomaco.
Non c’era bisogno di chiedere se stesse bene.
Lo vedevo.
E lui vedeva me.
Matteo sorrise.
Io feci lo stesso.
Poi Elena gli prese la nuca e lo riportò verso di sé.
Per la prima volta non sentii nessuna fitta.
Luca mi attirò nuovamente contro di lui.
E smisi di guardare ancora.
Il piacere arrivò poco dopo, improvviso abbastanza da strapparmi un suono che non riuscii a fermare.
Mi aggrappai a Luca.
Non pensai a chi potesse sentirmi.
Quando riaprii gli occhi Elena mi stava guardando. Aveva il viso arrossato, i capelli completamente spettinati e un sorriso che riconobbi subito.
Era lo stesso sorriso del locale.
Solo che adesso sapevo perfettamente cosa significava.
Risi.
Lei venne verso di me e mi baciò.
Aveva ancora il respiro corto.
Quella volta non c’era più curiosità.
Niente da verificare.
Ci andava.
Matteo ci raggiunse e sentii la sua bocca sulla mia spalla mentre Elena continuava a baciarmi. Luca era dietro di lei.
Per qualche minuto perdemmo perfino il bisogno di capire chi fosse con chi.
Mani conosciute.
Mani nuove.
Corpi che si avvicinavano, si lasciavano spazio e tornavano.
E ogni volta che ritrovavo Matteo avevo la strana sensazione che fosse contemporaneamente quello di sempre e qualcosa di appena riscoperto.
Più tardi mi ritrovai contro di lui e gli passai le braccia attorno al collo.
«Hai presente quando dicevi che forse ci stavamo facendo un film?»
Rise contro la mia bocca. «Sì.»
Guardai Elena e Luca poco più in là. Lei era appoggiata a lui, una mano sul suo petto.
«Era un documentario.»
Matteo scoppiò a ridere.
Elena ci sentì. «State parlando di noi?»
«Male», disse Matteo.
«Perfetto.»
Quando iniziammo a recuperare i vestiti, fuori era quasi mattina.
L’atmosfera era cambiata di nuovo. Nessuno sembrava più nervoso. Era rimasta quella stanchezza morbida che arriva quando qualcosa che avevi immaginato per ore è finalmente successo e non hai ancora deciso bene cosa pensarne.
Luca guardò l’ora. «Sono quasi le cinque.»
«Impossibile», disse Matteo.
Elena lo guardò. «Forse avete passato troppo tempo a fissarci.»
«Colpa vostra.»
«Certo.»
Luca disse che avremmo dovuto scambiarci i numeri. «Questa volta senza guardarci per quaranta minuti prima.»
Matteo rise. «Non prometto niente.»
Elena mi accompagnò verso l’ingresso. Prima che uscissi mi prese leggermente per il braccio.
Aveva perso tutta la sicurezza scherzosa di prima.
«Posso dirti una cosa?»
«Dimmi.»
«Quando ti ho vista al tavolo pensavo che fossi bellissima.»
Sorrisi. «Pensavo la stessa cosa di te.»
Scosse piano la testa. «No. Intendo voi.»
Mi fermai.
Indicò Matteo con un piccolo movimento degli occhi. «Voi due. Continuavo a guardarvi insieme.»
Per qualche secondo non seppi cosa rispondere. Dopo tutto quello che era successo, quella frase riuscì a toccarmi in un punto diverso.
Non aveva scelto soltanto lui.
Non aveva scelto soltanto me.
Aveva visto noi.
«Anche noi», dissi.
In macchina Matteo prese la mia mano.
Per qualche minuto nessuno parlò.
Quella sera eravamo stati capaci di parlare di tutto; adesso sembrava difficile trovare una frase che non fosse troppo piccola.
Guardai fuori dal finestrino.
Ripensai ai due tavoli, a Elena che cercava Matteo con gli occhi, a Luca che cercava me, alla paura assurda di aver capito male, a Luca che attraversava il locale cercando di sembrare molto più tranquillo di quanto fosse.
E poi al momento, ore dopo, in cui avevo smesso di cercare Matteo senza nemmeno accorgermene.
«Sai qual è la cosa assurda?» dissi.
«Cosa?»
«Che alla fine avevamo ragione tutti e quattro.»
Matteo strinse la mia mano.
Sorrisi guardando la strada davanti a noi.
Tra tutte le persone in quel locale, ci eravamo scelti prima ancora di sapere di poterlo fare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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