La voleva anche senza di me. Poi arrivò lui
«Se Fabio ti scrivesse per vederti da sola, ci andresti?»
Alessandro me lo chiese mentre stavamo sparecchiando. Aveva ancora un piatto in mano e io stavo cercando di incastrare due bicchieri nella lavastoviglie. Rimasi piegata lì davanti qualche secondo più del necessario.
La cosa peggiore fu che non dovetti cercare la risposta.
«E tu con Marta?»
Posò il piatto sul tavolo. «Non cambiare domanda.»
«Non la sto cambiando.»
Mi guardò.
«Sì.»
Mi raddrizzai.
Sapevo che Marta gli piaceva. L’avevo visto baciarla, toccarla, sparire con lei in una stanza. Eppure quel sì era diverso.
«Quindi la vedresti anche senza di me.»
«Hai detto tu di non cambiare domanda.»
Sorrisi appena. «Stronzo.»
«Adesso rispondi.»
Provai a immaginare il nome di Fabio comparire sul mio telefono fuori dal gruppo dei quattro. Un caffè, una birra, oppure qualcosa di più chiaro. In quella scena Alessandro non c’era.
«Sì.»
Nessuno dei due aggiunse niente.
Poi il mio telefono vibrò.
Marta aveva scritto nel gruppo: *Sabato? Stavolta niente tre settimane di attesa.*
Guardai Alessandro. «Tempismo perfetto.»
«Rispondi tu.»
«Perché io?»
«Perché se rispondo io adesso pensi che avevo già organizzato tutto con Marta.»
Lo fissai.
«Era una battuta.»
«Lo so.»
Ma quando scrissi *Per noi sì*, quella domanda era ancora lì.
Sabato arrivammo da loro poco dopo le nove. Fabio aprì, mi baciò sulla guancia, Alessandro gli diede una pacca sulla spalla. Marta comparve dal corridoio con due bicchieri in mano.
Guardò Alessandro.
«Alla fine gliel’hai chiesto.»
Mi fermai mentre mi toglievo la giacca.
Alessandro la guardò. «Tu però potevi anche stare zitta.»
Marta rise. «Ops.»
«Aspetta. Tu lo sapevi?»
«Che voleva farti quella domanda? Sì. Dalla volta scorsa. Mi aveva chiesto se secondo me sarebbe stato strano.»
Guardai mio marito. «E questa parte quando pensavi di raccontarmela?»
«Adesso, evidentemente.»
Fabio rise dietro di me. Mi voltai.
«Io invece pensavo che mi avresti scritto.»
Quella frase cancellò per un attimo tutto il resto.
«Io?»
«Tu.»
«Perché?»
Alzò una spalla. «Pensavo che prima o poi l’avresti fatto.»
Sentii Alessandro spostarsi dietro di me. Non mi girai.
«Ci ho pensato.»
Fabio smise di sorridere.
Entrammo in salotto con quella frase ancora in mezzo a noi.
La prima mezz’ora non ebbe niente di particolarmente erotico. Marta raccontava di una collega; Alessandro la prendeva in giro; Fabio mi chiedeva di una cosa che avevo nominato l’altra volta.
A un certo punto Marta disse qualcosa su una cena aziendale e Alessandro cominciò a ridere prima ancora che arrivasse alla fine.
Conoscevo quella risata. Era quella che gli usciva quando si sentiva bene con una persona e smetteva di preoccuparsi di come appariva.
Marta gli piaceva.
Non il suo corpo. Quello era evidente da settimane.
Gli piaceva lei.
«Ti sei persa.»
La voce di Fabio era molto vicina.
«Scusa. Mi chiedevi?»
«Se alla fine avevi risolto quella cosa al lavoro di cui parlavi l’altra volta.»
Per qualche secondo non risposi.
Si ricordava.
«Sì. Alla fine sì.»
Fabio annuì e bevve.
Fu una stupidaggine, ma mi fece lo stesso effetto della risata di Alessandro.
Anche noi due avevamo qualcosa che non apparteneva ai quattro.
A un certo punto Marta si spostò sul divano e si sedette più vicina ad Alessandro. La sua coscia toccò quella di lui. Continuò a parlare, poi gli mise una mano sul ginocchio.
Solo allora guardò me.
Alessandro se ne accorse.
«Non guardare lei.»
Marta tornò subito su di lui.
Io invece rimasi immobile.
La prima volta ogni gesto sembrava contenere una domanda: *va bene? posso? sei ancora qui?*
Adesso mio marito aveva appena detto a un’altra donna di non chiedermelo.
Sentii il cuore accelerare.
Fabio era seduto accanto a me.
«E tu?»
Non chiesi cosa intendesse.
Quella volta non cercai Alessandro.
Mi avvicinai a Fabio e lo baciai.
Non assomigliò al nostro primo bacio, quello assurdo in cui avevamo sbagliato lato due volte e quasi sbattuto il naso. Quello lo iniziai io.
Sentii la sua sorpresa solo per un istante, poi una mano mi raggiunse alla vita e mi attirò più vicina. Gli passai le braccia intorno al collo e il bacio cambiò quasi subito, più lento all’inizio, poi sempre meno prudente.
Quando riaprii gli occhi, Marta aveva una mano dietro la nuca di Alessandro. Lui la stava baciando senza guardare nella mia direzione.
Aspettai.
Forse che si voltasse.
Non lo fece.
Quella piccola assenza mi attraversò più di qualunque gesto avessi visto tra loro.
Fabio mi sfiorò il viso. «Dove sei?»
«Qui.»
Questa volta fui io a cercarlo di nuovo.
Le sue mani passarono dalla mia vita alla schiena mentre le mie scendevano lungo il suo petto. Sentii sotto i palmi il calore della pelle quando gli sollevai la maglia; lui fece lo stesso con la mia senza fretta. Una manica rimase incastrata al polso e dovetti tirarla via ridendo.
Dall’altra parte del divano Alessandro rimase impigliato per qualche secondo nella propria felpa. Marta rise così forte che risi anch’io.
Quell’incidente sciocco tolse alla stanza l’ultima traccia di solennità.
Eravamo quattro persone mezze svestite che avevano smesso di sapere in anticipo come sarebbe andata.
Fabio tornò a baciarmi e questa volta le sue mani trovarono la mia pelle nuda. Il contatto mi fece trattenere il fiato. Lo attirai ancora più vicino, sentendo il suo corpo premere contro il mio, il calore aumentare tra noi.
Ogni tanto mi arrivava un frammento degli altri due.
La voce di Marta più bassa.
Il divano che si spostava.
Un respiro che riconoscevo come quello di mio marito.
Poi vidi Alessandro.
Marta era quasi distesa contro di lui e lui la stava accarezzando con una familiarità che non avevo mai visto prima. Lei gli sussurrò qualcosa; Alessandro sorrise e tornò su di lei senza cercarmi.
Aspettai ancora.
Un secondo.
Due.
Niente.
Sentii una stretta allo stomaco.
Fabio se ne accorse, ma non mi chiese nulla. Mi prese una mano, intrecciò le dita alle mie e la portò contro di sé.
Tornai a guardarlo.
«Qui», ripetei.
Lui sorrise appena.
Da quel momento smisi davvero di essere la moglie che osservava.
Ci spostammo sul tappeto, abbastanza vicini agli altri da sentirli ma senza creare quella simmetria artificiale delle prime volte. Fabio si tolse il resto dei vestiti e io feci lo stesso. Quando rimasi nuda davanti a lui provai quella piccola vergogna che dura solo un istante, poi vidi il modo in cui mi stava guardando e smisi di pensarci.
Mi inginocchiai davanti a lui per qualche secondo, poi fui io a tirarlo verso di me. Ci cercammo senza fretta, alternando mani, bocca e pelle, con quella strana combinazione di familiarità e scoperta che ormai avevamo. Non c’era più l’imbarazzo della prima volta, ma nemmeno l’automatismo di chi conosce già ogni reazione dell’altro. Ogni tanto uno dei due sbagliava ritmo, l’altro lo correggeva con un movimento o una risata soffocata.
Fabio capì presto quando avevo bisogno che rallentasse e quando invece non volevo più che lo facesse.
L’eccitazione cresceva in modo quasi fastidioso, concentrata e continua. Quando mi fece distendere, gli presi una mano e la guidai dove volevo sentirlo. Lui mi guardò soltanto un istante e seguì il movimento.
Ogni tanto la stanza tornava dentro di me.
La voce di Marta.
Il divano che si spostava.
Il respiro di Alessandro.
Poi di nuovo Fabio.
Quando decidemmo di andare oltre, prese il preservativo senza spezzare il momento. Lo aiutai e subito dopo lo feci distendere sul tappeto. Mi sistemai sopra di lui, con le ginocchia ai lati dei suoi fianchi e le mani appoggiate sul suo petto.
Per qualche secondo rimasi ferma.
Sentivo il suo respiro contro la pelle, il cuore battere sotto il palmo e il calore del suo corpo salire verso il mio.
Cominciai lentamente.
Non per prudenza. Volevo sentire cosa cambiava a ogni movimento.
La pressione aumentava e diminuiva seguendo il ritmo del mio bacino. Ogni volta che cambiavo appena inclinazione la sensazione diventava diversa, più intensa, e mi costringeva a rallentare per un istante prima di cercarla di nuovo.
Fabio mi teneva per i fianchi senza guidarmi.
Ero io a decidere.
Quando rallentavo il suo respiro diventava più profondo. Quando riprendevo lo sentivo spezzarsi. A poco a poco anche il mio corpo cominciò però a smettere di seguire le decisioni della testa. Le cosce si tendevano, il ventre si contraeva da solo, il fiato diventava sempre più corto.
Il calore tra noi aumentò rapidamente.
Mi accorsi che stavo stringendo le dita sul suo petto e dovetti aprire le mani per rilassarle.
Fabio sollevò appena il bacino per seguire uno dei miei movimenti e quella variazione mi strappò un respiro più forte.
Mi fermai.
Non perché volessi smettere.
Perché per qualche secondo la sensazione fu troppo intensa.
Lui rimase immobile sotto di me. Non cercò di farmi ripartire. Sentivo soltanto il suo cuore sotto il palmo e il mio che correva ancora più forte.
Quando ricominciai fui io a cambiare ritmo.
Più breve.
Più deciso.
Meno ragionato.
Mi piegai in avanti finché il suo petto toccò il mio. In quella posizione cambiò tutto: più pelle, meno distanza, il suo fiato direttamente vicino all’orecchio. Le sue braccia mi circondarono la schiena e per qualche movimento rimanemmo quasi abbracciati.
Fu allora che sentii Marta pronunciare il nome di Alessandro.
Alzai la testa.
Li vidi per un istante.
Abbastanza da capire che Alessandro era completamente concentrato su di lei.
Aspettai.
Quasi automaticamente.
Che si voltasse.
Non lo fece.
La stretta allo stomaco arrivò insieme a una nuova ondata di calore.
Il mio corpo reagì prima della testa.
Mi raddrizzai sopra Fabio e ripresi a muovermi con più decisione. Lui seguì il mio ritmo e sentii il suo respiro diventare ancora più irregolare.
Non riuscivo più a capire cosa mi stesse eccitando di più.
Fabio sotto di me.
Il suo respiro.
La pressione che aumentava a ogni movimento.
Oppure Alessandro che, a pochi metri, non sentiva alcun bisogno di cercarmi.
Fabio disse il mio nome.
Quella voce mi attraversò.
Le gambe cominciavano a stancarsi, ma non volevo rallentare. A ogni movimento sentivo il calore aumentare. Non riuscivo più a stare ferma: il bacino gli andava incontro quasi da solo e più il ritmo cresceva, più sentivo il corpo diventare sensibile e bagnato. A quel punto non stavo più pensando a niente. Volevo soltanto che non rallentasse.
Il respiro mi usciva sempre più corto. Cercavo ancora di seguire il ritmo con precisione, ma il corpo aveva già smesso di obbedirmi: le cosce si tendevano, il ventre si contraeva e ogni movimento mi faceva desiderare subito quello successivo.
Fabio disse il mio nome.
Quella voce mi attraversò.
Sentivo che stavo perdendo il controllo un pezzo alla volta. Non era più soltanto piacere: era quella sensazione di essere troppo sensibile, troppo calda, troppo vicina al punto in cui non avrei più potuto rallentare nemmeno volendo.
Il piacere cresceva da minuti.
Prima come un calore basso e continuo.
Poi come una pressione sempre più difficile da contenere.
Poi semplicemente troppo.
Mi accorsi che stavo per venire prima ancora di riuscire a dirlo.
Provai istintivamente a rallentare.
Fabio sentì il cambiamento e rimase fermo per un attimo, lasciando che fossi io a decidere.
Ma ormai era tardi.
Ripresi quasi subito.
La prima ondata mi tolse il fiato.
La seconda mi fece perdere completamente il ritmo.
Sentii le cosce stringersi, il ventre contrarsi e il corpo irrigidirsi per un istante prima di lasciarsi andare tutto insieme. Il respiro mi uscì in suoni brevi che non riuscivo più a controllare.
Mi piegai su Fabio e gli strinsi le spalle.
Le contrazioni continuarono ancora per qualche secondo, più leggere ma abbastanza forti da farmi tremare le gambe. Ogni minimo movimento sembrava amplificato e dovetti restare quasi immobile contro di lui, respirando vicino al suo collo, finché quella sensibilità non cominciò lentamente a diminuire.
Quando riaprii gli occhi avevo ancora il cuore troppo veloce.
E non sapevo cosa Alessandro avesse fatto negli ultimi minuti.
La cosa sorprendente fu che non provai nemmeno a ricostruirlo.
Restammo tutti e quattro fermi per un po’, sparsi tra il divano e il tappeto. Marta si alzò per prendere dell’acqua e tornò con quattro bicchieri. Me ne porse uno e si sedette per terra con la schiena contro le gambe di Alessandro.
Fu lei a rompere il silenzio.
«Forse abbiamo finalmente smesso di fingere.»
Fabio la guardò. «Cosa?»
Lei fece un gesto verso tutti noi. «Che ci piace soltanto la situazione.»
Fabio girò la testa verso di me.
«Se ti avessi scritto davvero…»
Sapevo già la domanda.
«Sì.»
Lui rimase zitto.
«Sarei venuta.»
Non guardai Alessandro mentre lo dicevo.
Sentii Marta chiedergli:
«E tu?»
Una pausa.
Poi mio marito:
«Sì.»
Quella parola mi colpì più adesso che in cucina.
Perché Marta era lì.
Fabio era lì.
E nessuno dei quattro poteva più fingere che fosse soltanto una teoria.
Marta sfiorò una mano di Alessandro.
Lui abbassò gli occhi su di lei.
E io sentii Fabio avvicinarsi.
Quella seconda volta fu diversa.
Non perché facemmo qualcosa di più estremo.
Perché non avevamo più l’alibi dello scambio.
Fabio mi voleva.
Io volevo lui.
E Alessandro aveva appena ammesso davanti a tutti che avrebbe voluto Marta anche senza di me.
Mi voltai verso Fabio e lo baciai prima che fosse lui a farlo.
Il desiderio tornò molto più velocemente di quanto pensassi.
Gli passai una mano dietro la nuca e lo attirai contro di me. Lui mi strinse e in pochi secondi tornammo a cercarci con una confidenza che poco prima non avevamo ancora avuto.
Ogni contatto sembrava diverso dopo ciò che avevamo appena detto.
Più personale.
Più difficile da nascondere dietro il fatto che fossimo quattro.
Quando alzai lo sguardo trovai Alessandro completamente preso da Marta.
Per istinto aspettai ancora che si voltasse.
Poi capii che non volevo che lo facesse.
*Non guardarmi.*
La frase mi arrivò netta.
Non guardarmi adesso.
Non interromperti per ricordarti che sono qui.
Voglio vedere cosa succede quando non devi rassicurarmi.
Tornai su Fabio.
Questa volta fui ancora più diretta. Gli feci capire come lo volevo vicino, quando rallentare, quando invece seguirmi. Non avevo più quella cautela iniziale. Il mio corpo ricordava già il suo abbastanza da anticipare alcune sensazioni, ma non abbastanza da renderle prevedibili.
Mi girai e rimasi sulle ginocchia davanti a lui, appoggiandomi sulle braccia. La posizione mi fece sentire immediatamente diversa: più esposta, meno capace di osservare quello che succedeva dietro di me e, proprio per questo, molto più concentrata sulle sensazioni.
Fabio mi raggiunse da dietro e per un momento rimasi quasi immobile. Sentivo le sue mani sui fianchi, il calore del suo corpo vicino alla schiena e il mio respiro rimbalzare contro il tappeto. Quando cominciammo a muoverci, ogni variazione mi arrivava più netta attraverso il bacino e il ventre. Bastava cambiare appena l’inclinazione della schiena perché la pressione diventasse diversa e mi costringesse a fermare il respiro per un secondo.
Mi appoggiai meglio sulle braccia e lasciai andare la testa in avanti.
Non dovevo più sostenere il peso come prima.
Potevo semplicemente sentire.
Il ritmo si fece più serrato e il mio corpo cominciò ad accompagnarlo quasi senza che dovessi pensarci. A ogni movimento il calore tornava più forte. Sentivo le cosce tendersi, il ventre contrarsi e quella sensibilità che avevo appena cominciato a perdere riaccendersi molto più in fretta di quanto mi aspettassi.
Fabio mi teneva per i fianchi e il suo respiro diventava sempre più corto alle mie spalle. Sentirlo senza poterlo vedere rendeva tutto stranamente più intenso. Non avevo il suo viso davanti, non potevo leggere quello che provava: avevo soltanto le sue mani, il respiro e il modo in cui il suo corpo seguiva il mio.
Da qualche parte dietro di noi sentii Marta.
Poi il nome di Alessandro pronunciato in un tono che non avevo mai sentito.
La cosa mi attraversò come una scarica.
Per istinto avrei potuto voltarmi.
Non lo feci.
Abbassai ancora la testa e lasciai che Fabio continuasse.
Mi accorsi che stavo facendo l’esatto contrario della prima sera.
Allora cercavo Alessandro con gli occhi per sentirmi sicura mentre un altro uomo mi toccava.
Adesso non potevo nemmeno vederlo.
E proprio questo mi permetteva di perdermi.
Fabio pronunciò il mio nome.
Gli risposi col suo.
«Fabio.»
Dirlo mi fece più effetto di quanto avrei immaginato.
Non “l’altro”.
Non “il marito di Marta”.
Fabio.
La seconda volta il piacere salì più lentamente ma sembrò occupare molto più spazio. La posizione rendeva ogni cambiamento di ritmo immediatamente percepibile: sentivo il calore aumentare, il bacino andare incontro al movimento quasi da solo e il respiro spezzarsi sempre prima.
Provai ancora a mantenere un minimo di controllo.
Non ci riuscii.
Le dita si strinsero sul tappeto, le gambe iniziarono a perdere forza e il corpo continuò a seguire Fabio anche quando la testa aveva ormai smesso di decidere qualsiasi cosa.
Quando arrivò, questa volta non provai neppure a trattenerlo.
Il corpo si tese per un istante. Il respiro si spezzò. Poi il piacere mi attraversò a ondate, una dietro l’altra, e dovetti abbassarmi ancora sulle braccia mentre le gambe tremavano e il ventre continuava a contrarsi da solo.
Sentii Fabio perdere quasi subito quella regolarità che aveva mantenuto fino a quel momento.
Il suo respiro cambiò alle mie spalle, prima più profondo, poi improvvisamente corto e irregolare. Le mani sui miei fianchi si strinsero appena, non per guidarmi, ma come se avesse bisogno di qualcosa a cui restare ancorato.
Il suo corpo si tese contro il mio.
Per un attimo smise quasi di seguire il ritmo, poi arrivarono alcuni movimenti più brevi e meno controllati. Lo sentii trattenere il fiato, poi lasciarlo uscire tutto insieme in un ansimo più forte.
Capii che stava venendo senza bisogno di guardarlo.
Lo sentivo nel modo in cui il suo corpo aveva smesso di essere preciso, nella tensione delle mani, nel respiro spezzato, nel fatto che per qualche secondo non cercò più di adattarsi a me ma si lasciò semplicemente andare.
Rimanemmo così, quasi immobili, entrambi ancora senza fiato.
Io avevo le gambe che tremavano e il corpo troppo sensibile per muovermi subito. Lui restò vicino alle mie spalle, respirando ancora forte, con le mani ferme sui miei fianchi finché anche la sua tensione non cominciò lentamente a scendere.
Dall’altra parte della stanza sentii Alessandro ridere piano per qualcosa che Marta gli aveva detto.
Non mi voltai.
Più tardi eravamo di nuovo vestiti a metà. Marta era in cucina con Fabio. Io e Alessandro restammo da soli sul divano.
Gli sfiorai il ginocchio.
«Quindi la rivedresti davvero.»
«Sì.»
«Da solo.»
«Sì.»
Mi guardò. «Tu Fabio?»
«Sì.»
Alessandro annuì e mise la sua mano sopra la mia.
Non disse *noi siamo noi*.
Non ce n’era bisogno.
Quando uscimmo era tardi. In macchina parlammo pochissimo. A un semaforo gli intrecciai le dita.
Lui strinse le mie.
A casa il telefono vibrò quasi subito.
Fabio.
*Arrivati?*
Accanto a me si illuminò anche quello di Alessandro.
Marta.
Lui vide il nome di Fabio sul mio schermo.
Io vidi quello di Marta sul suo.
La prima volta avevamo passato metà della notte a cercarci con gli occhi.
La seconda avevamo scoperto che potevamo perderci per qualche minuto.
Quella sera avevamo scoperto qualcosa di più difficile.
Potevamo desiderare davvero qualcun altro senza smettere di scegliere noi.
Nessuno dei due girò lo schermo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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