Non doveva succedere davanti a me
Non con una frase solenne o con qualche ridicolo permesso. Mi immaginavo un'occhiata, un sorriso rivolto a Marta, qualcosa che solo noi due avremmo capito. Lei avrebbe aspettato quel segnale e io avrei avuto almeno l'illusione di essere preparato. Quella sera scoprii che la fantasia funzionava molto meglio quando smetteva di obbedirmi.
Paolo non era arrivato a casa nostra con quell'intenzione. Almeno, non apertamente. Lo conoscevamo da quasi un anno, abbastanza da aver cenato insieme altre volte e abbastanza poco da non sapere davvero come fosse quando smetteva di essere soltanto quello simpatico del gruppo. Aveva quarantadue anni, era divorziato da qualche tempo, parlava con calma e aveva il vizio di guardare Marta mezzo secondo più a lungo del necessario. Lei se n'era accorta prima di me.
«Ti piace essere guardata da lui», le avevo detto qualche settimana prima, una sera a letto. Marta aveva sorriso senza negarlo. «Mi piace come mi guarda.» Non era esattamente la stessa cosa.
Da quella frase eravamo arrivati, poco alla volta, a parlare del resto: di come sarebbe stato baciarlo, di cosa avrei provato io vedendola, di quanto fosse diverso fantasticare su uno sconosciuto rispetto a un uomo con una voce, un odore, un modo preciso di ridere. Avevamo stabilito pochissimo. Se qualcosa fosse mai successo, nessuno avrebbe dovuto recitare. Lei non doveva fare niente per eccitare me e io non dovevo fingere di stare bene se invece non fosse stato così.
«Se vuoi fermarmi, me lo dici.»
«E se non ti fermo?»
Mi aveva guardato. «Allora non aspettarti che continui a controllare se sei ancora d'accordo ogni trenta secondi.» Quella frase mi aveva eccitato più di quanto volessi ammettere.
La sera in cui invitammo Paolo a cena, però, non pensavo che sarebbe successo niente. Forse fu proprio per quello che successe. Marta aveva messo un vestito nero semplice, morbido sui fianchi, appena aperto sulla schiena. Niente di diverso da come si vestiva quando avevamo amici a casa. Eppure notai quanto tempo impiegò davanti allo specchio per sistemarsi i capelli.
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Lo stavi pensando.»
Mi guardò attraverso lo specchio. «Che mi sto preparando per lui.»
Le appoggiai le mani sui fianchi. «Ti stai preparando per lui?»
Marta rimase qualche secondo a osservarmi nel riflesso. «Non lo so.» Quella risposta mi piacque più di un sì.
Paolo arrivò poco dopo le otto con una bottiglia di vino e, per la prima ora, non successe assolutamente niente. Parlammo di lavoro, di un ristorante che aveva aperto in centro, di una vacanza che lui stava organizzando. Marta raccontò una storia che conoscevo già e Paolo rise nel punto esatto in cui lei sperava ridesse. Era una cena normale. Proprio per questo cominciai a notare le cose piccole.
Quando Marta gli passò il pane, le loro dita si toccarono. Più tardi Paolo le disse qualcosa a bassa voce mentre io ero in cucina e lei abbassò lo sguardo sorridendo. Dopo cena ci spostammo sul divano: Paolo a un'estremità, io all'altra, Marta in mezzo. Aprii la seconda bottiglia.
A un certo punto Paolo appoggiò il braccio sullo schienale, dietro Marta. Non la toccava. Poi lei cambiò posizione e la schiena sfiorò il suo avambraccio. La vidi accorgersene. Avrebbe potuto spostarsi. Non lo fece.
Sentii una piccola pressione nello stomaco. Non ancora gelosia, qualcosa di più sottile. Guardavo il pollice di Marta strofinare piano il tessuto del vestito sulla coscia. La conoscevo abbastanza da sapere cosa significava: era nervosa. Probabilmente eccitata.
Paolo si voltò verso di lei per dirle qualcosa. Marta girò appena il busto nella sua direzione, abbastanza da trovarsi faccia a faccia con lui. Erano vicini, ma non abbastanza da potersi baciare senza una scelta evidente. Fu allora che Marta cercò i miei occhi.
Eccolo, pensai. Il momento che avevo immaginato cento volte. Avrei dovuto sorridere, fare un piccolo cenno. Non feci niente. Non per fermarla; semplicemente non sapevo ancora cosa volevo fare.
Marta sostenne il mio sguardo per qualche secondo, poi tornò a guardare Paolo e si avvicinò di poco. Lui non ricambiò subito. Per la prima volta da quando era arrivato sembrò davvero in difficoltà: guardò Marta e poi me, velocemente, come se stesse cercando di capire se avesse interpretato male tutto. Io rimasi immobile. Marta seguì per un istante il suo sguardo verso di me, poi tornò su di lui e chiuse la distanza.
Lo baciò.
Non Paolo che baciava mia moglie. Mia moglie che baciava Paolo.
Il bacio durò poco. Quando si separarono, Paolo guardò di nuovo verso di me, stavolta più apertamente. Sembrava chiedersi che cazzo stesse facendo. Marta no. Rimase vicina al suo viso e lo baciò una seconda volta, più lentamente. Fu allora che Paolo cominciò davvero a crederci. Gli vidi cambiare il respiro, le spalle rilassarsi appena e, soltanto allora, le mise una mano sulla guancia. Marta gli prese il polso; lui si bloccò, ma lei tenne la sua mano lì.
Sentii il cuore accelerare e l'erezione tendere i pantaloni. Era ciò che avevo desiderato, eppure una parte di me avrebbe voluto interrompere la scena solo per verificare che potevo ancora farlo.
Quando finalmente si separarono, Marta respirava più forte. Solo allora si voltò verso di me, con le guance arrossate e quell'espressione che conoscevo bene: qualcosa le piaceva davvero.
«Ste?»
Avrei potuto dire basta. Guardai Paolo: aspettava anche lui.
«Non fermarti per controllare me.»
«Sicuro?»
«No. Ma non voglio che ti fermi.»
Qualcosa cambiò nel modo in cui Marta mi guardò. Non gratitudine. Libertà. E quella fu la prima vera fitta di gelosia.
Tornò da Paolo e gli prese il viso tra le mani. Lui ricambiò il bacio, ancora cauto, finché Marta non gli prese una mano e se la portò dietro la schiena. Solo allora smise davvero di trattenersi. La mano le scivolò fino alla vita, lei gli si avvicinò e contro la sua bocca le sfuggì un piccolo suono che conoscevo bene.
Mi fece male proprio perché lo conoscevo.
Posai il bicchiere. Marta se ne accorse e mi guardò mentre Paolo le baciava il collo. Non smise. Nelle mie fantasie lei era sempre stata, in qualche modo, ancora rivolta verso di me. Quella davanti a me invece stava godendo di qualcosa che esisteva anche senza il mio sguardo.
Paolo le abbassò lentamente una spallina del vestito. Marta gli fermò la mano e lui si immobilizzò all'istante. «Scusa.»
«No. Aspetta.»
Lei si alzò e gli tese la mano. «Vieni.»
Paolo la guardò, poi guardò me. «Dove?»
Marta rise piano. «In camera.»
Per mezzo secondo rimase seduto. Fino a poco prima lo avevo immaginato come il terzo sicuro di sé; invece sembrava un uomo che cercava di capire se il marito della donna che aveva appena baciato lo avrebbe seguito in camera o preso a pugni. Marta tirò leggermente la sua mano e lui si alzò.
Arrivata sulla soglia, lei si voltò verso di me. «Tu vieni?»
Il sollievo fu così rapido che quasi me ne vergognai. «Sì.»
In camera c'era soltanto la lampada sul comodino. Marta rimase tra noi due, ancora vestita, e per qualche secondo nessuno fece niente. Paolo la guardava come se aspettasse che fosse lei a spiegargli le regole di un gioco di cui nessuno gli aveva mai parlato.
Fu Marta a risolvere tutto. Si avvicinò a me e mi baciò; sulla sua bocca sentii il vino e il sapore dei baci appena dati a lui. Mi prese la mano e la portò sulla propria schiena. «Ci sei?»
«Sì.»
Poi tornò da Paolo. Lui fece per baciarla, ma si fermò appena prima. Marta sorrise. «Puoi.»
Lei gli slacciò la camicia e gli passò le dita sul petto. Fu ancora lei, ancora quella maledetta iniziativa. Quando lui portò una mano alla zip del vestito, si fermò di nuovo. Marta gli offrì la schiena. Paolo abbassò lentamente la cerniera e il tessuto scivolò a terra, lasciandola in un intimo nero con il pizzo, aderente alla pelle e capace di lasciare intuire molto più di quanto coprisse.
Paolo rimase a guardarla per un istante. Vidi il desiderio sul suo viso e mi attraversarono insieme orgoglio e fastidio. Marta sembrò leggerli entrambi: mi tese una mano, mi portò vicino e mi baciò, poi tornò sulla bocca di lui. Sentivo la sua schiena contro il mio petto mentre la bocca di un altro uomo era sulla sua.
Non ero più soltanto spettatore, ma non ero nemmeno al centro. Era Marta a esserlo.
Paolo le accarezzò i fianchi e il ventre. Quando la mano scese, rallentò. Marta gliela prese e la guidò. Quel gesto mi attraversò più di qualsiasi altra cosa: non era qualcosa che le stava capitando, glielo stava chiedendo.
Dopo un po' Marta si voltò verso di me. «Mi piace.»
Non disse che andava bene. Non mi chiese se poteva continuare. Disse che le piaceva.
«Lo vedo.»
«Ti dà fastidio?»
«Sì.»
«Vuoi fermarti?»
«No.»
Mi baciò lentamente. «Allora dimmelo se cambia.»
Quella frase non eliminò la gelosia. La rese sopportabile.
Marta tornò da Paolo, lo spinse piano verso il letto e si mise sopra di lui. Solo allora vidi la cautela abbandonarlo quasi del tutto. Le mani presero a muoversi sulla schiena, sui fianchi, sulle cosce con più naturalezza. Io mi sedetti sul bordo del letto. Marta allungò una mano verso di me e la presi.
Per un po' rimasi così: la mia mano stretta alla sua mentre lei baciava un altro uomo. Sembrava assurdo che proprio quel contatto mi permettesse di lasciarla andare.
Quando arrivarono al momento di andare oltre, Paolo si fermò ancora e guardò me. Marta seguì il suo sguardo, poi strinse la mia mano. «Va bene.» Non sapevo neppure se lo stesse dicendo a lui o a me. Forse a entrambi.
Annuii.
Paolo tornò a guardarla. Si avvicinò con lentezza e Marta gli aprì spazio tra le cosce senza lasciare la mia mano. Al primo contatto la vidi irrigidirsi appena, poi espirare a lungo, le labbra socchiuse, mentre il bacino gli andava incontro invece di restare fermo. Le dita si serrarono intorno alle mie.
Fu quello a rendere la scena reale.
Conoscevo quel respiro. Conoscevo il piccolo tremore delle cosce quando cercava di non perdere subito il controllo, il modo in cui le si tendeva il collo quando il piacere cominciava a salire. Solo che quella sera ero a mezzo metro da lei e non ero io a provocarlo.
Paolo la guardava quasi incredulo. Marta lo cercò di nuovo con il bacino e qualcosa sul suo viso cambiò: il dubbio cedette al piacere. Le afferrò i fianchi con più sicurezza e lei lasciò uscire un gemito basso, caldo, che mi arrivò addosso come un tocco.
Non riuscivo a smettere di guardarli.
Vedevo il piacere passare da uno all'altra: Paolo che tratteneva il respiro quando Marta aumentava il ritmo, lei che gli stringeva le spalle e poi tornava a cercare la mia mano; il materasso che cedeva sotto di loro, la pelle sempre più calda, l'odore del vino ormai mescolato al sudore. Per alcuni secondi mi sembrò di sentire tutto troppo bene.
Marta mi guardò e vide la mia eccitazione. Sorrise appena. «Allora non sono l'unica.»
«No.»
Paolo rallentò. «Tutto bene?»
Marta guardò me e questa volta fui io a sorridere. «Sì.»
Fu l'ultima volta in cui lo vidi chiedersi apertamente se dovesse continuare.
Da quel momento si lasciò andare. Non c'era nulla di perfetto: a volte il ritmo si rompeva, Marta gli chiedeva di rallentare, poi era lei ad attirarlo di nuovo verso di sé. Una volta quasi si diedero una testata cercando di baciarsi e scoppiarono a ridere. Quella risata mi colpì più di quanto avrei voluto, perché era naturale. Troppo naturale.
Per qualche secondo Marta non sembrava una moglie che stava realizzando una fantasia davanti al marito. Sembrava semplicemente una donna che si stava divertendo con un uomo che le piaceva.
Mi avvicinai. Lei mi prese dietro la nuca e mi attirò verso di sé. Mi baciò mentre Paolo continuava a muoversi con lei; il suo respiro si spezzava contro la mia bocca e sentivo il suo corpo teso tra noi due. Poi si staccò da me e tornò a guardare lui.
Ancora quella fitta.
Stavolta la riconobbi.
Era gelosia.
E non volevo che sparisse.
Rimasi vicino, osservando Marta cercare sempre meno spesso i miei occhi. Paolo la teneva per i fianchi e lei trovò un ritmo proprio, più istintivo. Vidi il piacere arrivarle prima sul viso: le palpebre che si abbassavano, la bocca che cercava aria, le dita che prima strinsero le mie e poi si allentarono.
Ebbi un impulso assurdo. Volevo che mi guardasse.
Non lo fece.
Chiuse gli occhi e affondò il viso contro il collo di Paolo. La sua mano lasciò la mia e la vidi tremare stretta a lui, il gemito spezzarsi contro la sua pelle mentre il corpo perdeva per qualche secondo ogni attenzione per quello che c'era intorno.
Per alcuni istanti non esistetti.
Paolo rallentò, quasi fermandosi. Aveva il respiro corto e il viso teso; riconobbi subito quel tentativo di riprendere il controllo. Anche Marta dovette capirlo, perché aprì gli occhi e lo guardò.
«Aspetta...» disse lui.
Lei non si allontanò.
Paolo esitò. «Sto per venire.»
Per un momento nessuno dei due si mosse. Marta aveva ancora il fiato irregolare e il viso arrossato. Poi cercò i miei occhi.
Quello sguardo mi colpì diversamente da tutti gli altri della sera. Non mi stava chiedendo di scegliere al posto suo. Voleva sapere soltanto se quello che desiderava avrebbe oltrepassato un limite che non avevamo mai nominato.
Avrei potuto fermarla.
Non lo feci.
Marta rimase a guardarmi ancora un secondo, poi tornò su Paolo. Gli strinse le gambe attorno ai fianchi e lo attirò più vicino.
«Resta.»
Quella parola mi arrivò addosso più forte del resto.
Paolo la fissò come per essere sicuro di aver capito. Lei non ripeté niente: gli passò una mano dietro la nuca e lo tenne contro di sé.
Lui riprese a muoversi e vidi sparire l'ultima cautela che si era portato dietro per tutta la sera. Il respiro gli diventò più corto, irregolare; Marta lo sentiva perdere il controllo e invece di allontanarsi continuava ad accompagnarlo con il bacino, stringendolo ogni volta più vicino.
Io ero a mezzo metro da loro.
Conoscevo il corpo di mia moglie abbastanza da accorgermi di ogni piccola reazione: le cosce ancora attraversate dai tremori dell'orgasmo, il petto che si alzava velocemente, le dita affondate nelle spalle di Paolo. Ma stavolta guardavo anche lui. Il viso contratto, il ritmo che si spezzava, il tentativo ormai inutile di trattenersi.
Poi Paolo si irrigidì contro di lei.
Marta non si spostò. Lo tenne stretto mentre veniva dentro di lei, il viso nascosto per un istante contro il suo collo. Sentii il suo respiro cambiare e la vidi chiudere nuovamente gli occhi, come se volesse sentire fino in fondo quello che aveva appena scelto.
Non c'era niente da immaginare.
Ero lì.
Vedevo mia moglie ancora avvinghiata a un altro uomo, entrambi ansimanti e soddisfatti, e sapevo che quella volta non era stato Paolo a spingersi oltre. Non ero stato io a concederglielo.
Era stata Marta a volerlo.
Paolo rimase immobile qualche secondo, ancora stretto a lei. Quando sollevò il viso sembrò quasi tornare improvvisamente consapevole della mia presenza.
Marta invece non si staccò subito.
Fu quella piccola esitazione a darmi un'altra fitta.
Solo dopo si voltò verso di me.
Mi cercò con gli occhi e capì immediatamente qualcosa dalla mia faccia. Si liberò lentamente dall'abbraccio di Paolo e venne verso di me.
Mi strinse.
Per qualche secondo rimanemmo così, nudi e sudati, con Paolo accanto.
«Quando sei venuta non mi hai guardato», le dissi dopo un momento.
Marta rimase in silenzio. Paolo si spostò dall'altra parte del letto, dandoci spontaneamente spazio.
«Ti ha fatto male?»
«Un po'.»
Lei abbassò gli occhi. «Mi dispiace.»
Le sollevai il mento. «Non ho detto che vorrei cancellarlo.»
Marta mi studiò e poi sorrise. «Sei strano.»
«Tu hai appena scopato con Paolo davanti a me e sarei io quello strano?»
Rise. Anche Paolo rise piano, con un'esitazione che rendeva tutto molto più vero.
Non ricordo quanto rimanemmo lì. Paolo si rivestì per primo e tornò quasi impacciato. In cucina bevemmo acqua come tre persone reduci da qualcosa che nessuno sapeva ancora definire.
Fu lui a rompere il silenzio. «Io, per la cronaca, fino a poco fa ero abbastanza convinto che prima o poi mi avresti ammazzato.»
Scoppiai a ridere. «Anch'io.»
Paolo mi fissò per capire se stessi scherzando. Non del tutto.
Marta scosse la testa. «Due idioti.»
«Tu sapevi tutto», disse Paolo.
«No. Io sapevo solo che avevo voglia di baciarti.»
La frase fece stare zitto lui.
E anche me.
Quando se ne andò, Marta lo accompagnò alla porta. Lo vidi baciarla sulla guancia e pensai che fosse finita. Lei invece gli prese il braccio.
Paolo si voltò. Per un attimo rividi sul suo viso la stessa esitazione del primo bacio.
Marta no.
Lo baciò sulla bocca.
Un bacio breve, senza performance e senza necessità. Soltanto perché voleva farlo.
Quella fu l'ultima fitta della serata. Forse la più pulita.
Quando chiuse la porta rimase appoggiata con la schiena al legno e mi guardò. «Quello ti ha dato più fastidio del resto.»
Non era una domanda.
«Sì.»
«Perché?»
Ci pensai. «Perché non serviva.»
Marta abbassò lentamente lo sguardo, poi tornò su di me. «No.»
«E allora perché l'hai fatto?»
Ci fu una pausa, una di quelle vere in cui capisci che la risposta può cambiare il significato di tutto ciò che è successo prima.
«Perché ne avevo voglia.»
Sentii di nuovo quella stretta allo stomaco. Solo che questa volta sapevo cosa fosse.
Marta attraversò il corridoio e mi abbracciò. «È troppo?»
La strinsi. La sua pelle aveva ancora addosso l'odore della sera. «No.»
«Sicuro?»
«No.»
Rise contro il mio collo. Avevo sempre pensato che la parte difficile sarebbe stata vedere mia moglie con un altro uomo. Mi sbagliavo. La parte difficile era scoprire che poteva desiderarlo anche quando non serviva più a eccitare me.
«Allora credo che dobbiamo parlarne», dissi.
«Adesso?»
Guardai l'orologio. Era quasi l'una. «No.»
Marta sorrise. «Domani mattina?»
Annuii e lei mi prese per mano, portandomi verso la camera.
Quella notte non le chiesi più niente. Ma mentre ci infilavamo sotto le coperte capii che, il giorno dopo, avrei avuto una sola domanda veramente importante.
Non cosa avesse provato con Paolo. Non se fosse stato bravo. Nemmeno se volesse rifarlo.
Volevo sapere una cosa molto più semplice.
Quando aveva smesso di farlo per noi due e aveva cominciato a farlo per sé.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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