La cosa più intima venne dopo lo scambio
Ed era già successo tutto.
Almeno, questo ci eravamo raccontati dieci minuti prima, quando ci eravamo ritrovati in cucina con quattro bicchieri d’acqua, una bottiglia di vino ancora aperta e quell’aria un po’ assurda di chi ha appena superato un confine e non sa bene come rimettersi i vestiti.
Io avevo addosso soltanto la camicia di Enrico. Laura si era avvolta in una coperta presa dal divano. Davide era ancora in boxer. Enrico aveva infilato i pantaloni, ma non li aveva nemmeno abbottonati.
Sul pavimento del soggiorno, dietro di noi, c’erano due cuscini rovesciati, un reggiseno che non era mio e l’involucro di un preservativo attaccato al tallone di Davide.
Fu Laura a notarlo.
«Aspetta.»
Lui abbassò lo sguardo.
«Che c’è?»
Lei indicò il piede.
Davide sollevò il tallone, vide la bustina argentata e scoppiò a ridere.
Ridemmo tutti.
Forse troppo.
Era una risata di scarico, quella che arriva quando finalmente il corpo capisce che non deve più controllare ogni gesto.
Poi Laura si versò dell’acqua e disse:
«Posso fare una domanda stupida?»
Enrico la guardò.
«Dipende da quanto stupida.»
«Qual è stata la cosa che vi è piaciuta di più?»
La risata morì.
Davide appoggiò il bicchiere.
Io guardai mio marito.
Enrico guardò me.
Era incredibile: avevamo appena fatto sesso con altre due persone e improvvisamente quella domanda sembrava più intima di tutto il resto.
«Avevi promesso una domanda stupida» disse Davide.
Laura sorrise.
«Questa è stupida.»
«No. Questa è pericolosa.»
«Meglio.»
Ci eravamo conosciuti quasi un mese prima. Due aperitivi, una cena, messaggi ogni tanto. Nessuno aveva mai usato parole come “scambio completo”. Dicevamo che avremmo visto, che non c’era un programma, che se fosse successo qualcosa sarebbe successo.
Quella sera era successo.
Non in un’esplosione improvvisa. Più come una serie di piccole cose che, a un certo punto, avevano smesso di essere reversibili.
Laura aveva baciato Enrico sul divano.
Davide mi aveva chiesto se poteva fare lo stesso con me.
Avevo detto sì.
Ricordavo ancora la prima sensazione precisa: la barba corta di Davide contro il lato del mio mento e il modo in cui, prima di stringermi davvero, aveva aspettato che fossi io ad avvicinarmi ancora.
Poi le mani.
I vestiti tolti a metà.
La mia schiena contro il bracciolo.
Enrico che rideva per qualcosa che Laura gli aveva sussurrato.
Io che cercavo di capire se quella risata mi desse fastidio e scoprivo, con un certo imbarazzo, che mi eccitava.
Da lì il ricordo diventava meno ordinato.
Il collo di Davide.
Le dita di Enrico sulla coscia di Laura.
La bocca di Davide sul mio seno.
Il rumore secco di una cintura caduta.
Laura che aveva detto «così» a mio marito con una voce che non le avevo ancora sentito.
E io che, per la prima volta dopo quindici anni insieme, avevo visto Enrico desiderare una donna senza dover fingere di non accorgermene.
La cosa più strana era che non mi aveva tolto niente.
Sembrava aver aggiunto qualcosa.
Laura batté un dito sul bicchiere.
«Allora? Chi comincia?»
«Tu» disse Enrico. «La domanda è tua.»
Lei fece una smorfia.
«Vigliacco.»
Davide le diede un colpetto con il ginocchio.
Laura respirò.
«Va bene. La cosa che mi è piaciuta di più…»
Si fermò.
Quella pausa mi fece raddrizzare sulla sedia.
«…è stata quando Enrico mi ha baciata la seconda volta.»
Io alzai gli occhi verso mio marito.
Enrico fece lo stesso con me, quasi per riflesso, poi si fermò a metà.
Non cercava il permesso. Era semplicemente sorpreso.
«Perché la seconda?» chiese Davide.
Laura si strinse meglio nella coperta.
«Perché la prima stavamo ancora tutti pensando.»
«E la seconda?»
«La seconda no.»
Mi scappò un sorriso.
Capivo perfettamente cosa intendesse.
La prima volta che Davide mi aveva baciata avevo ancora una parte della testa occupata da domande inutili: come apparivo, dove fosse Enrico, se stessi andando troppo veloce, se Laura ci stesse guardando.
La seconda volta avevo smesso.
Laura indicò me.
«Adesso tu.»
«No.»
«Hai paura?»
«Sì.»
Lo dissi così seriamente che risero di nuovo.
Poi guardai Enrico.
«Vuoi davvero saperlo?»
Lui si appoggiò allo schienale.
«Credo di sì.»
«Credi?»
«Diciamo che ormai sarebbe ridicolo tirarmi indietro.»
Abbassai gli occhi verso il bicchiere.
«La cosa che mi è piaciuta di più non è stata qualcosa che Davide ha fatto a me.»
Davide sollevò un sopracciglio.
«Ottimo inizio.»
«È stato sentirti.»
Enrico corrugò la fronte.
«Sentirmi?»
«Con lei.»
Laura smise di sorridere.
Continuai prima che mi mancasse il coraggio.
«Ero con Davide. Non vi vedevo bene. Però ti ho sentito ridere. Poi lei ha fatto un verso…non so. E ho capito che ti stava piacendo davvero.»
Enrico mi guardava senza muoversi.
«E ti è piaciuto?»
«Molto.»
La parola rimase tra noi quattro.
Mi accorsi che Davide aveva smesso di giocare con il bicchiere.
Laura aveva una guancia leggermente arrossata.
Enrico invece sorrise, piano.
«Questa non me l’aspettavo.»
«Nemmeno io.»
«Pensavo mi avresti detto quando Davide ti ha…»
«Enrico.»
«Va bene, sto zitto.»
«No. Adesso tocca a te.»
Lui passò la lingua sul labbro inferiore e guardò Davide per un istante, poi me.
«Quando hai preso la sua mano.»
Sapevo subito a cosa si riferiva.
Durante la prima parte della serata Davide mi aveva accarezzato quasi con troppa cautela. A un certo punto gli avevo preso il polso e gli avevo portato la mano più in basso, esattamente dove la volevo.
Non avevo guardato Enrico mentre lo facevo.
Forse proprio per quello gli era rimasto impresso.
«Perché?» chiesi.
«Perché lì ho capito che non stavi facendo qualcosa per me.»
Quella frase mi colpì più di quanto avrebbe dovuto.
«Cioè?»
«Che lo volevi tu.»
Nessuno parlò per qualche secondo.
Poi Davide disse:
«Questa serata sta diventando stranamente seria per quattro persone mezze nude.»
Laura gli tirò un tovagliolo.
«Manca la tua risposta.»
«La mia è facile.»
«Sentiamo.»
Davide guardò me.
Non in modo teatrale. Mi guardò come aveva fatto prima sul divano, con quella calma che mi aveva destabilizzata fin dall’inizio.
«Quando hai smesso di controllare dov’era Enrico.»
Sentii qualcosa muoversi nello stomaco.
«Te ne sei accorto?»
«Sì.»
«Quando?»
«Non subito.»
Si fermò, cercando le parole.
«All’inizio, ogni tanto, guardavi oltre la mia spalla. Poi a un certo punto non l’hai più fatto.»
Enrico appoggiò i gomiti sulle ginocchia.
«Interessante.»
«Non fare lo psicologo.»
«Non sto facendo niente.»
«Stai facendo quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da “questa informazione la terrò per sempre”.»
Rise.
Io no.
Perché improvvisamente mi ricordai il momento esatto.
Davide era sopra di me. Non ancora dentro di me. Mi stava baciando il collo e io avevo sentito Laura chiamare Enrico dall’altra parte del divano.
Avevo avuto l’impulso di voltarmi.
Poi Davide mi aveva preso il viso tra le mani.
Non forte.
Solo abbastanza da riportarmi lì.
«Guardami.»
L’aveva detto piano.
Io l’avevo guardato.
Ed era vero.
Dopo non avevo più cercato Enrico per diversi minuti.
Ora saperlo mi faceva arrossire più di quando era successo.
Laura si alzò per prendere la bottiglia.
La coperta le scivolò da una spalla.
«Bene» disse. «Ora che ci siamo confessati abbastanza cose da rovinarci il sonno, io proporrei di smetterla.»
«Finalmente una buona idea» disse Davide.
Lei versò il vino.
Enrico prese il suo bicchiere.
Io continuavo a guardare Laura.
La seconda volta.
Aveva detto che le era piaciuto il secondo bacio perché non stavano più pensando.
La frase continuava a girarmi in testa.
«Baciala.»
Lo dissi senza decidere di dirlo.
Enrico aveva appena portato il bicchiere alle labbra.
Si fermò.
«Cosa?»
Indicai Laura con gli occhi.
«Baciala di nuovo.»
Laura rimase immobile con la bottiglia in mano.
Davide mi guardò.
Enrico non sorrise.
«Sei seria?»
La domanda mi diede fastidio, anche se era giusta.
«Sì.»
«Perché?»
Guardai Laura.
«Voglio vedere qual era la differenza.»
Laura abbassò lentamente la bottiglia.
«Io non ho problemi.»
Davide si passò una mano sul viso.
«Questa domanda era davvero una pessima idea.»
Ma stava sorridendo.
Enrico si alzò.
Per la prima volta quella sera lo vidi andare verso un’altra donna sapendo esattamente cosa stava per fare.
Non ci fu l’incertezza del primo bacio.
Laura lasciò cadere la coperta sulla sedia.
Era nuda.
Enrico le arrivò davanti e le mise una mano sul fianco.
Lei gli appoggiò le dita sul petto.
Si guardarono.
Poi si baciarono.
Avevo pensato che vederli mi avrebbe provocato una fitta.
Qualcosa arrivò, sì.
Ma non era dolore.
Era una specie di vuoto caldo sotto lo sterno.
Laura gli prese il viso con entrambe le mani.
Enrico la strinse più vicino.
Il bacio cambiò quasi subito.
Non era più una dimostrazione per me.
Ed era proprio quello che volevo vedere.
Mi accorsi che il mio respiro stava cambiando insieme al loro. Ogni volta che Laura si stringeva di più a lui, sentivo una risposta fisica, immediata, quasi irritante per quanto era chiara. Il calore mi scendeva più in basso mentre la testa continuava a ripetermi che quello era mio marito.
Non “mio” nel senso di possesso.
Mio nel senso di conosciuto.
Quelle mani, quel modo di inclinare la testa, quella pausa minuscola prima di approfondire un bacio.
Vederlo usare gesti che riconoscevo su un corpo che non era il mio rendeva tutto più familiare e più estraneo nello stesso momento.
Sentii Davide avvicinarsi alle mie spalle.
Non mi toccò.
«Era questa?» mi chiese.
«Sì.»
«Capisco.»
«Cosa capisci?»
«Perché ti è piaciuto sentirli.»
Mi voltai.
Era vicinissimo.
«E a te piace guardarli?»
Davide guardò sua moglie.
«Molto.»
«Non sei geloso?»
Fece una piccola smorfia.
«Un po’.»
Quella risposta mi piacque più di un no perfetto.
«E allora perché sorridi?»
«Perché non è la stessa cosa che stare male.»
Laura emise un gemito sommesso contro la bocca di Enrico.
Il mio corpo reagì prima della testa.
Davide se ne accorse.
Abbassò gli occhi.
Poi tornò a guardarmi.
«Vuoi continuare a guardare?»
Annuii.
«Per un po’.»
Ci sedemmo sul bordo del tavolo, quasi fianco a fianco.
Era assurdo.
Davanti a noi i nostri partner si baciavano come se avessero dimenticato che fossimo lì, e noi due li guardavamo senza toccarci.
Durò forse trenta secondi.
Forse due minuti.
Non lo so.
Poi la mano di Davide si appoggiò accanto alla mia sul tavolo.
Il dorso del suo mignolo sfiorò il mio.
Solo quello.
Mi voltai verso di lui.
«Adesso.»
«Adesso cosa?»
«Adesso tocca a me.»
Gli presi la camicia aperta sul petto e lo tirai verso di me.
Questa volta fui io a baciarlo.
Niente attesa.
Niente richiesta.
Sapeva già che lo volevo.
La sua mano mi arrivò sulla nuca e il bacio diventò immediatamente più profondo. Sentii il bordo del tavolo contro la parte posteriore delle cosce, la sua pelle calda sotto le dita, il sapore del vino sulla lingua.
Alle nostre spalle qualcuno rise.
Non seppi chi.
Non mi importava.
Davide mi aprì la camicia di Enrico un bottone alla volta, ma al terzo si impigliò con le dita nel tessuto e si fermò.
«Aspetta.»
Guardai in basso.
«Non riesci ad aprire una camicia?»
«Mi stai mettendo pressione.»
«Molto sexy.»
«Sto facendo del mio meglio.»
Scoppiammo a ridere.
Enrico si voltò verso di noi.
«Problemi tecnici?»
«Tua moglie mi mette ansia.»
«Finalmente qualcuno lo ammette.»
Gli feci il dito medio.
Laura rise contro il suo collo.
La risata sciolse qualcosa.
Non eravamo quattro personaggi perfetti dentro una fantasia.
Eravamo noi.
E proprio per questo, quando Davide tornò a baciarmi, mi sembrò ancora più vero.
La sua bocca scese sul collo.
La camicia finalmente si aprì.
Mi tolse un lembo dalla spalla, poi l’altro.
Sentii l’aria fresca sulla pelle e subito dopo le sue mani.
Davanti a me, Enrico aveva Laura contro il piano della cucina.
Lei gli parlava piano all’orecchio.
Non riuscivo a sentire cosa dicesse.
Mi accorsi che volevo saperlo.
Poi ricordai quello che Enrico aveva detto.
Che gli era piaciuto quando avevo preso la mano di Davide perché aveva capito che lo volevo io.
Presi di nuovo quella mano.
Stavolta non per guidarla.
La portai semplicemente sul mio seno e la lasciai lì.
Davide mi guardò.
«Così?»
«Sì.»
La sua bocca tornò sulla mia.
Da quel momento la seconda volta smise di assomigliare alla prima.
Nella prima avevamo ancora seguito una specie di ordine invisibile: io con Davide, Enrico con Laura, tutti abbastanza vicini da sapere cosa stessero facendo gli altri.
Adesso quell’ordine non esisteva più.
Laura venne verso di noi per prendere il bicchiere e invece si fermò davanti a me.
Aveva le labbra gonfie.
Ci guardammo.
Poi guardò Davide.
«Posso rubartela un secondo?»
Lui fece un passo indietro.
«È lei che decide.»
Mi piacque anche quello.
Laura mi prese il mento.
Il nostro primo bacio, prima, era stato quasi un incidente. Breve, curioso, nato mentre gli uomini ci stavano già toccando.
Questo no.
Le sue labbra erano morbide e ancora umide.
Mi baciò lentamente.
Sentii una mano di Davide sulla mia schiena e, dall’altro lato, Enrico arrivare vicino senza infilarsi subito nel gesto.
Aprii gli occhi.
Mio marito era a mezzo metro.
Mi guardava.
Non con l’espressione di chi controlla.
Con quella di chi sta scoprendo qualcosa.
Laura si staccò appena.
«Tutto bene?»
«Sì.»
«Sicura?»
Le presi il viso e la baciai di nuovo.
Fu la mia risposta.
Quando ci separammo, Enrico mi sfiorò la guancia con il dorso delle dita.
«Questa non l’avevi messa nella lista.»
«La lista non esiste.»
«Meglio.»
Poi Laura tornò da lui.
Davide tornò da me.
E per diversi minuti il mondo diventò più semplice.
Pelle.
Respiro.
Mani.
La bocca di Davide sul mio seno, lenta, precisa.
Le mie dita tra i suoi capelli.
Il rumore di Enrico e Laura poco distante.
La sensazione di sapere esattamente cosa stava succedendo senza doverlo guardare.
Quando Davide mi sollevò dal tavolo, gli misi le braccia intorno al collo.
Mi portò fino al divano.
Questa volta non ebbi bisogno di cercare mio marito.
Ma lo vidi comunque.
Era inginocchiato davanti a Laura.
Lei aveva una mano sulla sua testa e l’altra stretta al bordo della cucina.
Mi guardò.
Laura, non Enrico.
Per un secondo fui io e lei.
Due donne che stavano vedendo il proprio uomo con l’altra.
Lei sorrise appena.
Io anche.
Davide si inginocchiò tra le mie gambe.
Mi baciò l’interno della coscia.
Il sorriso sparì.
Chiusi gli occhi.
Non volevo più raccontarmi cosa stavo facendo.
Volevo sentirlo.
La sua bocca mi trovò e tutto il resto perse definizione.
Il tessuto del divano sotto le dita.
Il calore improvviso.
La lingua.
Il respiro che mi usciva troppo forte.
Provai a trattenermi e durai forse dieci secondi.
«Non fermarti.»
Davide non rispose.
Continuò.
Sentii Enrico pronunciare il mio nome da qualche parte.
Aprii gli occhi.
Era in piedi dietro Laura.
Lei piegata in avanti sul tavolo.
Lui mi stava guardando mentre entrava lentamente in lei.
La scena mi colpì così forte che strinsi le gambe attorno alle spalle di Davide.
Lui sollevò appena gli occhi.
Capì.
Non accelerò.
Fu quasi peggio.
Mantenne lo stesso ritmo mentre io guardavo mio marito scopare un’altra donna.
Per qualche secondo non riuscii più a capire da dove venisse il piacere.
La bocca di Davide mi teneva lì, nel mio corpo, con una precisione che ormai riconoscevo; davanti a me Enrico affondava in Laura con un ritmo che conoscevo altrettanto bene.
Ogni movimento dell’uno sembrava amplificare quello dell’altro.
Quando Laura si lasciò sfuggire un gemito più alto, lo sentii quasi dentro di me.
Quando Davide cambiò appena pressione, vidi la mano di Enrico stringersi sul fianco di lei.
Le due scene si sovrapposero fino a diventare una sola cosa e mi accorsi che stavo tremando prima ancora di essere vicina all’orgasmo.
Enrico smise di guardarmi per primo.
Abbassò gli occhi su Laura.
Le prese i fianchi.
Il fatto che potesse dimenticarsi di me per qualche secondo mi fece perdere il controllo.
Venni con la bocca di Davide ancora su di me, stringendo il cuscino e cercando di non urlare troppo.
Non ci riuscii.
Quando riaprii gli occhi, Laura stava ridendo.
«Finalmente.»
«Cosa?»
«Prima trattenevi tutto.»
Avrei voluto risponderle.
Non avevo abbastanza fiato.
Davide risalì sul mio corpo e mi baciò.
Assaggiai me stessa sulle sue labbra e gli presi il viso.
«Adesso voglio sentirti.»
Lui capì.
Prese un preservativo dal tavolino.
Lo aprì male.
La bustina gli scivolò.
Finì sotto il divano.
Rimanemmo entrambi a guardare il pavimento.
«Non è possibile.»
Da dietro, Enrico scoppiò a ridere.
«Ne hai uno attaccato al piede, se vuoi.»
Davide gli fece il dito medio.
Io ridevo così tanto che mi faceva male la pancia.
Poi trovò un altro preservativo.
Questa volta funzionò.
Quando tornò sopra di me ero ancora sorridente.
«Non ridere.»
«Sto cercando.»
«Molto convincente.»
Poi entrò in me.
La risata sparì.
Il primo movimento fu lento.
Il secondo anche.
Gli strinsi le spalle.
Era diverso da prima.
Non perché il suo corpo fosse cambiato.
Ero cambiata io.
La prima volta ogni sensazione era stata una domanda: come mi avrebbe tenuta, quanto sarebbe stato deciso, se mi sarebbe piaciuto il suo modo di muoversi, se il mio corpo avrebbe riconosciuto subito un uomo diverso.
Adesso quelle domande non c’erano più.
Conoscevo già il peso del suo petto, il modo in cui rallentava prima di aumentare, il punto esatto in cui il suo respiro diventava più profondo.
La novità aveva già una memoria, e quella familiarità appena nata mi eccitava quasi più della sorpresa iniziale.
Prima mi ero sentita come se stessi provando qualcosa.
Adesso sapevo cosa volevo da lui.
Gli sollevai il viso.
«Più forte.»
Lo fece.
Non brutalmente.
Solo abbastanza da togliermi il fiato.
Gli morsi la spalla.
Dietro di noi sentii Laura gemere più forte.
Enrico disse qualcosa che non capii.
Davide aumentò il ritmo.
La stanza si riempì di suoni sovrapposti.
Per qualche minuto non esistette più nessuna coppia corretta, nessuna simmetria, nessuna scena da rispettare.
Esistevano quattro desideri.
E il fatto sorprendente era che non ci stavano separando.
Ci stavano rendendo più sinceri.
Davide rallentò.
«Sto per venire.»
Gli presi il viso.
«Guardami.»
Lo dissi senza pensare.
La stessa parola che lui aveva usato con me prima.
I suoi occhi si aprirono.
Restò dentro di me mentre il suo corpo si irrigidiva e il respiro gli si spezzava.
Lo sentii perdere il ritmo prima ancora di vederlo.
Un movimento arrivò troppo corto, quello dopo quasi troppo profondo, poi il suo corpo smise di obbedirgli con la precisione di pochi secondi prima.
Quella perdita di controllo mi attraversò in modo inatteso.
Fino a quel momento ero stata io quella osservata, quella che aveva ceduto sotto la sua bocca.
Adesso ero io a sentire cosa gli stavo facendo.
Il modo in cui cercava di restare presente mentre il corpo gli scappava di mano mi fece stringere le gambe intorno ai suoi fianchi e desiderare, per un istante, che quel momento durasse più a lungo.
Poi si fermò.
Rimase appoggiato alla mia fronte per qualche secondo.
Non parlò.
Nemmeno io.
Quando si spostò, vidi Enrico.
Laura era seduta sul bordo del tavolo, ansimante.
Lui aveva ancora una mano sulla sua coscia.
Ci guardammo.
Questa volta fui io ad alzarmi.
Attraversai il soggiorno nuda.
Laura mi vide arrivare e sorrise.
Mi fermai davanti a Enrico.
Lui mi prese subito per i fianchi.
«Ciao.»
Scoppiai a ridere.
«Ciao.»
Lo baciai.
Il sapore era diverso.
Non volevo sapere di cosa.
Le sue mani conoscevano il mio corpo in un modo che nessuno avrebbe imparato in una sera.
Eppure per la prima volta quella conoscenza non mi sembrò in competizione con la novità.
Erano due cose differenti.
Appena mi strinse, il mio corpo lo riconobbe prima di me.
Il punto in cui appoggiava il palmo sulla schiena.
La pressione delle dita sui fianchi.
Il suo odore mescolato al vino e al sudore.
Dopo Davide, quella familiarità non mi sembrò meno eccitante: mi arrivò addosso con una forza quasi opposta.
Non c’era sorpresa, ma precisione.
Enrico sapeva già dove sarei andata a cercarlo con le mani, quanto avrei stretto quando mi baciava in un certo modo, quando avrei smesso di respirare per qualche secondo.
E sentire tutto questo subito dopo aver scoperto un corpo nuovo mi fece capire che non stavo tornando indietro.
Stavo tornando da lui con qualcosa in più.
Gli appoggiai la fronte al petto.
«Dimmi la verità.»
«Su cosa?»
«Adesso.»
Mi strinse.
«Adesso cosa?»
«La cosa che ti è piaciuta di più.»
Capì che stavo riprendendo la domanda di Laura.
Guardò oltre la mia spalla.
Davide si era seduto sul divano.
Laura gli era accanto, con una gamba sopra la sua.
Poi Enrico tornò su di me.
«Questa.»
«Questa cosa?»
«Che sei tornata qui perché volevi tornare.»
Mi si chiuse qualcosa in gola.
«Non perché dovevo.»
«No.»
«Non perché avevamo finito.»
«No.»
«Perché volevo te.»
«Esatto.»
Lo baciai di nuovo.
Dietro di noi Laura disse:
«Che romantici. Mi fate quasi pentire della domanda.»
Enrico senza staccarsi da me rispose:
«Troppo tardi.»
Più tardi ci rivestimmo davvero.
Questa volta nessuno ebbe fretta.
Laura trovò il reggiseno sotto un cuscino.
Davide recuperò finalmente la bustina da sotto il divano.
Io cercai la mia biancheria per cinque minuti prima di scoprire che era sotto la camicia di Enrico sulla sedia.
Prima di uscire, Laura mi abbracciò.
«Quindi?»
«Quindi cosa?»
«La rifaresti, la domanda?»
Guardai Enrico.
Lui stava parlando con Davide vicino alla porta, entrambi vestiti di nuovo, incredibilmente normali.
Pensai alla prima volta.
A quanto eravamo stati attenti.
Alla seconda.
A quanto avevamo smesso di esserlo.
«Sì» dissi.
Laura sorrise.
«Anch’io.»
In macchina Enrico rimase in silenzio per qualche minuto.
Poi, al primo semaforo rosso, mi prese la mano.
«Posso farti una domanda stupida?»
Lo guardai.
«No.»
«Peccato.»
«Enrico.»
«Dimmi.»
Aspettai che il semaforo diventasse verde.
Poi gli strinsi la mano.
«Fammela domani.»
Lui sorrise.
E capii che la parte che mi eccitava di più non era sapere cosa avremmo risposto.
Era sapere che adesso potevamo chiedercelo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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