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trio

Doveva essere uno sconosciuto, invece era...


di CompliceDiscreto88
26.08.2026    |    1.722    |    10 9.4
"Andrea era ancora stretto dietro di me, Marco davanti, abbastanza vicino da sentire il suo respiro sulla mia bocca..."
Avevo passato buona parte del pomeriggio a chiedermi come sarebbe stato avere un altro uomo nel nostro salotto.

Quando suonò il citofono scoprii che mi ero fatta la domanda sbagliata.

«È lui», disse Marco.

Lo disse con una tranquillità che gli invidiai immediatamente.

Io controllai per la terza volta i bicchieri sul tavolo, anche se erano esattamente dove li avevo lasciati cinque minuti prima. «Vai tu.»

Marco sorrise. «Ti stai nascondendo in cucina?»

«Sto prendendo il vino.»

«Il vino è già sul tavolo.»

Gli mostrai la bottiglia che avevo in mano. «Questo è un altro vino.»

Rise e andò ad aprire.

Rimasi qualche secondo da sola.

Avevamo parlato con quell'uomo sul sito per quasi tre settimane. Abbastanza da sapere che mi piaceva il suo modo di ragionare, abbastanza da aver immaginato più di una volta cosa sarebbe potuto succedere quella sera, ma non abbastanza da sapere davvero che effetto mi avrebbe fatto trovarmelo davanti.

Era quello il bello.

Almeno credevo.

Sentii aprire la porta.

La voce di Marco arrivò dal corridoio. «Ciao, entra.»

Poi rispose lui.

Una frase qualsiasi.

Non ricordo nemmeno quale.

Ricordo invece perfettamente cosa sentii nello stomaco.

Mi fermai con la bottiglia ancora in mano.

Quella voce.

Per qualche secondo non mi mossi.

Non poteva essere.

Marco disse qualcosa e l'altro uomo rise.

Anche quella risata la conoscevo.

Appoggiai lentamente la bottiglia sul piano della cucina.

«Amore?» chiamò Marco.

Non risposi subito.

Sentii dei passi avvicinarsi al soggiorno.

A quel punto avrei potuto inventarmi qualsiasi scusa, ma sarebbe durata trenta secondi.

Uscii dalla cucina.

Lui era in piedi accanto al divano.

Mi vide.

Il sorriso che aveva sul viso si fermò.

Anche il mio, probabilmente.

Rimanemmo a guardarci abbastanza a lungo perché Marco capisse che qualcosa non tornava.

«Okay», disse Andrea.

Quella fu la prima parola della serata che ricordo perfettamente.

Marco guardò lui.

Poi me.

«Aspetta.»

Nessuno rispose.

«Vi conoscete?»

Andrea si passò lentamente una mano sulla nuca.

Io lasciai uscire il respiro che stavo trattenendo.

«Sì.»

Marco alzò le sopracciglia.

«Quanto vi conoscete?»

Guardai Andrea.

Lui guardò me.

«Ci vediamo quasi tutti i giorni», dissi.

E fu in quel momento che la serata che avevamo immaginato per tre settimane smise definitivamente di essere quella che avevamo programmato.

Andrea lavorava vicino al mio ufficio.

Lo incontravo quasi ogni mattina nello stesso bar, più o meno alla stessa ora. All'inizio ci eravamo limitati a salutarci, poi erano arrivate le battute, qualche conversazione più lunga, quelle piccole abitudini che si formano senza che nessuno decida davvero di crearle.

Non avevo mai saputo che fosse lui.

Evidentemente nemmeno lui aveva saputo che fossi io.

Marco ruppe il silenzio. «Beh. Direi che questa parte non era nel programma.»

Andrea guardò me. «Se è un problema, nessun problema. Davvero.»

Avrei potuto dire sì.

Per un attimo ci pensai.

Poi guardai Marco.

Non sembrava arrabbiato.

Nemmeno particolarmente preoccupato.

Sembrava curioso.

«Entriamo almeno», dissi.

Fu così che Andrea si sedette sul nostro divano e provammo tutti e tre a comportarci come se quella coincidenza fosse solo un dettaglio.

Naturalmente non lo era.

All'inizio parlammo proprio di quello.

Andrea raccontò a Marco come ci eravamo conosciuti: una mattina in cui aveva litigato con la macchinetta del parcheggio e io gli avevo dato una moneta.

«Prestato», disse Andrea.

«Regalato.»

Marco rise. «Quindi siete già a questo livello.»

«Sessanta centesimi di intimità», risposi.

La battuta funzionò.

Per qualche minuto tornammo tre persone sedute sul divano.

Poi Andrea disse: «Comunque so come prende il caffè.»

Marco si voltò verso di me. «Ah.»

«Cappuccino senza cacao.»

«Non è esattamente un segreto di Stato.»

Marco sorrise, ma da quel momento iniziò a guardarci in modo diverso.

Non ci controllava.

Non cercava prove.

Stava semplicemente realizzando che tra me e Andrea esisteva già una piccola geografia di abitudini alla quale lui non aveva mai assistito.

Poco dopo Andrea ricordò una battuta che mi aveva fatto qualche giorno prima. Io iniziai a ridere prima che arrivasse alla fine.

Marco mi guardò ancora.

Questa volta me ne accorsi.

«Che c'è?»

«Niente.»

Rimase qualche secondo in silenzio.

«Quindi domani vi vedete?»

La domanda arrivò con un tono quasi distratto.

Mi strinse lo stomaco.

«Probabile.»

Andrea abbassò lo sguardo verso il bicchiere.

Marco annuì lentamente. «È questa la parte strana.»

Andrea si sporse appena. «Se preferite fermarci alla conoscenza, per me va bene.»

Marco lo guardò. «Io non ho detto questo.»

Poi guardò me.

«Tu?»

Avrei voluto rispondere subito.

Non ci riuscii.

Non perché non desiderassi Andrea.

Era il contrario.

Conoscevo quelle mani. Le avevo viste appoggiate al bancone, cercare le chiavi, indicarmi qualcosa dall'altra parte della strada.

Immaginarmele addosso era diventato improvvisamente molto più intenso.

E, proprio per questo, più difficile.

«Non lo so», ammisi.

Andrea annuì senza sembrare deluso.

Marco mi sfiorò il ginocchio. «Possiamo anche non saperlo per cinque minuti.»

Quella frase mi rilassò.

Continuammo a parlare, ma ormai la serata aveva cambiato consistenza.

Andrea non mi toccò.

Mi guardò soltanto un secondo più a lungo del necessario.

Io sostenni lo sguardo.

«Posso?»

Non serviva specificare cosa.

Guardai Marco.

Lui non sorrise e non fece nessun gesto teatrale.

Mi prese semplicemente la mano.

Mi avvicinai ad Andrea.

Il primo bacio fu molto più destabilizzante di quanto avessi previsto.

Non perché fosse aggressivo.

Era l'opposto.

Andrea aspettò che fossi io a chiudere l'ultimo centimetro.

Quando le nostre bocche si toccarono riconobbi il suo profumo e, nello stesso istante, smisi di riconoscere tutto il resto.

Mi posò una mano sul fianco.

Calda.

Ferma.

Non salì subito.

Mi accorsi che stavo trattenendo il respiro.

Marco mi strinse appena le dita.

Baciai Andrea di nuovo.

Questa volta più lentamente.

La sua mano risalì lungo la schiena e il mio corpo reagì prima della testa. Un brivido mi passò dalle spalle al ventre.

Quando mi staccai avevo il respiro corto.

Andrea mi guardò. «Tutto bene?»

Annuii.

Marco sorrise appena. «Direi di sì.»

Mi voltai verso mio marito e lo baciai.

Avevo ancora la mano di Andrea sulla schiena.

Fu quello a farmi perdere un altro pezzo di prudenza.

Mentre baciavo Marco sentivo Andrea dietro di me, abbastanza vicino da percepirne il calore.

Marco mi prese il viso tra le mani e approfondì il bacio.

Andrea iniziò ad accarezzarmi i fianchi.

Per un po' non ci fu nessun centro preciso.

Solo mani, bocche, respiri e il divano che sembrava essersi ristretto.

Fu Marco a sfilarmi la maglia.

Rimasi con un braccio incastrato nella manica e Andrea scoppiò a ridere. «Momento molto elegante.»

«Taci.»

Ridemmo tutti e tre.

La tensione si sciolse senza sparire.

Quando restai in intimo davanti a loro, Andrea smise di scherzare.

Mi guardò come non mi aveva mai guardata al bar.

Sentii il calore salirmi al viso.

Marco lo notò. «Adesso sei tu che ti imbarazzi?»

«Un po'.»

«Perché?»

Guardai Andrea. «Perché domani potrebbe vedermi con un cappuccino in mano.»

Andrea sorrise. «Prometto di comportarmi normalmente.»

«È proprio quello il problema.»

Marco rise piano.

Poi si alzò.

Fino a quel momento era rimasto vicino a me, ma ancora un passo indietro rispetto alla tensione tra me e Andrea.

Quella volta fu lui a cambiare la scena.

Mi prese per i fianchi e mi fece voltare verso di sé. Mi baciò a lungo, una mano dietro la nuca e l'altra sulla schiena.

Poi mi guidò lentamente all'indietro.

Sentii Andrea contro di me prima ancora di guardarlo.

Il suo petto caldo aderì alla mia schiena.

Marco rimase davanti.

«Adesso non scappare da nessuno dei due.»

Sorrisi contro la sua bocca. «Era questo che stavo facendo?»

«Un po'.»

Andrea appoggiò entrambe le mani sui miei fianchi.

Quella volta non mi sentii più come se Marco mi stesse guardando con un altro uomo.

Mi sentii stretta tra loro.

Marco mi baciava e Andrea cominciò a scendere con le mani lungo il mio corpo. Lentamente. Le dita passarono sui fianchi, tornarono sul ventre, risalirono fino al seno.

Io chiusi gli occhi.

Conoscevo perfettamente le mani di Marco.

Quelle di Andrea no.

Era proprio questo a renderle impossibili da ignorare.

Ogni volta che cambiava pressione, ogni volta che esitava mezzo secondo prima di toccarmi da un'altra parte, il mio corpo sembrava aspettarlo.

Marco se ne accorse.

Prese una mano di Andrea.

La portò sul mio fianco, esattamente nel punto in cui sapeva che reagivo di più.

«Qui.»

Andrea guardò prima lui, poi me.

Le sue dita premettero lentamente.

Mi uscì un respiro più forte.

Marco sorrise.

«Visto?»

«Non montarti la testa.»

Andrea rise vicino al mio orecchio. «Prendo appunti.»

Quella frase mi fece ridere, ma il sorriso durò poco.

Andrea aveva capito.

Le sue dita tornarono nello stesso punto, questa volta con maggiore sicurezza, mentre Marco mi baciava il collo.

Mi attraversò una scarica: Marco stava mostrando ad Andrea qualcosa di me che conosceva solo lui.

Non c'era nulla di passivo in Marco.

Non stava concedendo il mio corpo.

Stava entrando nel modo in cui Andrea lo stava scoprendo.

Mi voltai verso Andrea e lo baciai.

Marco rimase dietro di me.

Una sua mano scese sul ventre mentre Andrea mi attirava più vicino. Sentii i loro corpi da entrambi i lati e il calore cominciò a concentrarsi sempre più in basso.

Andrea mi fece sedere sul bordo del divano.

Poi si abbassò davanti a me.

Lo guardai.

Per un istante tornò l'immagine assurda del mattino: quelle stesse mani intorno a una tazza, la sua camicia, il rumore del bar.

Poi le sue dita scivolarono sulle mie cosce e tutto il resto sparì.

Il primo contatto della sua bocca mi fece inspirare di colpo.

Marco era accanto a me.

Gli presi una mano e la strinsi.

Andrea non aveva fretta.

Mi sfiorava, si fermava, tornava con maggiore decisione quando sentiva il mio corpo rispondergli. Ogni volta che pensavo di aver capito il ritmo, lo cambiava appena.

Sentii il bacino cominciare a muoversi da solo.

Marco mi guardava.

«Così ti piace parecchio.»

Aprii gli occhi abbastanza da incontrare i suoi.

«Non parlare.»

«Quindi sì.»

Gli diedi una piccola spinta con la mano.

Andrea rise senza smettere davvero e quella vibrazione mi fece serrare le dita intorno a quelle di Marco.

Poi Andrea pronunciò il mio nome.

Non il nickname del sito.

Non «bella».

Il mio nome vero.

Lo stesso che usava quando mi salutava al mattino.

Mi irrigidii.

Lui si fermò immediatamente.

Marco lo sentì. «Che succede?»

Aprii gli occhi.

Andrea era ancora davanti a me.

Per un secondo vidi sovrapporsi le due versioni di lui: quella di tutti i giorni e quella che avevo davanti adesso.

«Niente», dissi.

Ma non era niente.

Marco mi accarezzò il fianco. «Vuoi fermarti?»

Guardai Andrea.

Poi Marco.

«No.»

Questa volta lo dissi senza esitazione.

Presi Andrea per la nuca e lo avvicinai di nuovo.

La decisione cambiò tutto.

Non stavo più lasciando che la serata accadesse.

La stavo scegliendo.

Andrea continuò finché sentii le gambe diventare tese e il piacere accumularsi sempre più velocemente.

Mi stavo avvicinando troppo.

Gli presi il viso.

«Aspetta.»

Si fermò.

Avevo il fiato corto.

Guardai Marco.

Era eccitato anche lui.

Molto.

E improvvisamente non volevo più soltanto sentirli entrambi addosso.

Volevo averli entrambi nello stesso momento.

Mi alzai dal divano e baciai Marco.

Poi Andrea.

Non spiegai niente.

Mi misi in ginocchio sul divano, voltata verso Marco.

Andrea capì quasi immediatamente.

Si posizionò dietro di me.

Sentii le sue mani sui fianchi.

Marco rimase davanti.

Per qualche secondo nessuno fece niente.

Quell'attesa fu quasi peggiore di tutto quello che era successo prima.

Guardai mio marito.

Poi sentii Andrea entrare lentamente da dietro.

Mi uscì un gemito che non riuscii a trattenere.

Marco mi prese il viso.

Andrea rimase fermo dentro di me abbastanza a lungo perché sentissi completamente la pressione, il calore, il modo in cui il mio corpo lo accoglieva dopo tutto quello che mi aveva fatto prima.

Poi cominciò a muoversi.

Lentamente.

Il divano cedeva appena sotto le mie ginocchia.

Le mani di Andrea mi tenevano sui fianchi e ogni movimento mi spingeva un po' più vicino a Marco.

Lo guardai.

Era lì, eccitato, abbastanza vicino alla mia bocca da farmi capire che non avevo bisogno di chiedere altro.

Gli presi il cazzo con una mano.

Marco lasciò uscire il fiato.

Quella reazione mi eccitò immediatamente.

Andrea continuava a muoversi dietro di me.

Ogni spinta faceva oscillare il mio corpo verso mio marito.

Abbassai il viso.

Lo presi in bocca.

Marco inspirò bruscamente.

Sentii una sua mano appoggiarsi alla mia nuca, senza spingere.

Soltanto lì.

Presente.

Il piacere diventò quasi difficile da gestire.

Avevo Andrea dentro di me, le sue dita strette sui miei fianchi, il peso del corpo di Marco davanti e il suo respiro che cambiava ogni volta che muovevo la bocca su di lui.

Non riuscivo più a distinguere quale sensazione mi eccitasse di più.

Forse era proprio quello.

Sentirli entrambi reagire a me mentre io reagivo a loro.

Andrea aumentò appena il ritmo.

Il rumore dei nostri corpi diventò più evidente nella stanza.

Mi sentii arrossire senza sapere se fosse per lo sforzo, per l'eccitazione o per l'assurdità di immaginare Andrea vestito al bar poche ore dopo.

Marco mi guardava dall'alto.

Io sollevai gli occhi verso di lui senza smettere.

Quello sguardo gli fece perdere per un attimo il controllo del respiro.

«Cazzo...»

Fu quasi un sussurro.

Andrea lo sentì.

Una delle sue mani lasciò il mio fianco e scivolò lentamente lungo la schiena.

«Ti piace vederla così?»

Marco rispose senza staccare gli occhi da me.

«Sì.»

La semplicità di quella risposta mi attraversò.

Andrea riprese a muoversi più profondamente.

Io strinsi le cosce.

Sentivo il piacere salire nuovamente, più veloce di prima.

Marco iniziò a tendersi.

Lo conoscevo abbastanza da capire cosa stava succedendo prima ancora che dicesse qualcosa.

La sua mano sulla mia nuca diventò più ferma.

«Amore...»

Sollevai ancora gli occhi verso di lui.

Non mi allontanai.

Continuai.

Sentii il suo corpo irrigidirsi.

Marco venne nella mia bocca, a più riprese.

Sentii il suo corpo irrigidirsi davanti a me, la mano tremare appena contro la mia nuca e il respiro spezzarsi.

Non mi allontanai.

Rimasi lì ancora qualche secondo, continuando lentamente finché sentii il suo corpo cominciare a rilassarsi.

Poi alzai gli occhi verso di lui.

Marco respirava ancora forte.

Deglutii lentamente senza smettere di guardarlo.

Vidi cambiare qualcosa nella sua espressione.

Quella reazione mi eccitò ancora di più.

Andrea continuava a scoparmi da dietro.

Il contrasto mi fece quasi perdere la testa: mio marito ancora scosso davanti a me, Andrea dentro di me che non aveva rallentato, il mio corpo già teso e sensibile da troppo tempo.

Quando lasciai lentamente Marco, lui abbassò gli occhi verso di me.

Gli sorrisi.

«Tutto bene?»

Scoppiò a ridere, ancora senza fiato. «Adesso fai anche la spiritosa?»

Non ebbi nemmeno il tempo di rispondergli.

Andrea mi tirò più saldamente verso di sé.

Il suo ritmo cambiò.

Mi uscì un gemito.

Marco, invece di allontanarsi, si abbassò davanti a me e mi baciò.

Andrea continuava dietro.

Appoggiai una mano sul petto di mio marito mentre sentivo i movimenti di Andrea diventare meno controllati.

Fino a pochi minuti prima aveva dosato tutto.

Adesso no.

Il respiro gli si spezzò.

Le dita si strinsero sui miei fianchi.

Sentii il suo corpo tendersi dietro di me e il ritmo rompersi all'improvviso.

Stava venendo.

La consapevolezza che Andrea stesse perdendo il controllo mentre era ancora dentro di me mi attraversò come una scarica.

Dopo aver appena sentito Marco venire nella mia bocca, sentire anche Andrea cedere dietro di me fu troppo.

L'eccitazione schizzò alle stelle.

La prima contrazione arrivò quasi immediatamente.

Poi un'altra.

Molto più forte.

Mi lasciai andare in avanti verso Marco mentre Andrea stava ancora cercando di riprendere fiato.

Marco mi prese il viso tra le mani.

«Guardami.»

Aprii gli occhi.

E venni.

Quasi nello stesso momento.

Andrea era ancora stretto dietro di me, Marco davanti, abbastanza vicino da sentire il suo respiro sulla mia bocca.

Le gambe iniziarono a tremarmi.

Un'altra contrazione.

Poi un'altra ancora.

Non provai nemmeno a trattenere la voce.

Per qualche secondo esistettero soltanto il divano sotto le ginocchia, le mani di Andrea sui miei fianchi, quelle di Marco sul viso e il mio corpo che continuava a reagire senza riuscire a calmarsi.

Quando finalmente il piacere iniziò a diminuire, rimasi appoggiata a Marco.

Andrea non si era ancora allontanato.

Nessuno dei tre aveva fretta.

Fu quello il primo momento della serata in cui capii davvero cosa fosse successo.

Non avevo avuto due uomini intorno.

Avevo avuto mio marito e un altro uomo insieme a me.

Era diverso.

Molto più di quanto avessi immaginato.

Andrea si spostò lentamente.

Io mi lasciai cadere sul divano.

Marco si sedette accanto a me.

Andrea rimase per qualche secondo in piedi davanti a noi, spettinato e ancora con il respiro un po' corto.

Lo guardai.

Lui guardò me.

Poi Marco.

«Comunque questa batte decisamente la storia dei sessanta centesimi.»

Scoppiai a ridere.

Marco mi diede una piccola spinta sulla spalla. «Adesso capisco perché ridevi già prima che finisse le battute.»

«Non iniziare.»

Andrea si sedette dall'altra parte.

Per qualche minuto rimanemmo semplicemente lì.

Vicini.

Senza bisogno di aggiungere niente.

Più tardi avevamo tutti e tre un bicchiere d'acqua in mano.

Marco guardò Andrea. «Questa cosa domani sarà strana.»

Andrea si passò una mano tra i capelli. «Solo se decidiamo che deve esserlo.»

Io li guardai. «Facile dirlo adesso.»

Andrea sorrise. «Domani vediamo.»

Marco si voltò verso di me. «Tu sei quella che dovrà riuscire a ordinare un cappuccino senza diventare rossa.»

«Grazie del sostegno.»

«Sempre.»

Quando Andrea se ne andò, rimasi qualche minuto davanti alla porta chiusa.

Marco arrivò dietro di me. «Pentita?»

Ci pensai. «No.»

«Preoccupata?»

«Un po'.»

«Per me?»

Mi voltai.

La domanda mi sorprese.

«No.»

Marco alzò un sopracciglio. «Dovrei offendermi?»

«Forse.»

Gli passai le braccia intorno al collo.

«Sono preoccupata per domani.»

Marco sorrise. «È solo un caffè.»

«Prima era solo un caffè.»

La mattina dopo entrai nel solito bar cinque minuti più tardi del normale.

Non perché lo avessi deciso.

Avevo semplicemente impiegato troppo tempo a scegliere cosa mettermi, cosa che rese tutto ancora più ridicolo.

Andrea era già lì.

Camicia chiara.

Giacca sulla sedia.

Una tazza davanti.

Stava parlando con un collega.

Per un secondo pensai di girarmi e uscire.

Poi mi vide.

Nessuno dei due sorrise in modo evidente.

Nessun cenno segreto.

Niente che chiunque altro avrebbe potuto notare.

Andrea aspettò che arrivassi al bancone.

«Buongiorno.»

La stessa parola di sempre.

La stessa voce.

Io lo guardai.

Quella sera avevo pensato che la cosa più difficile sarebbe stata spogliarmi davanti a qualcuno che avrei continuato a vedere nella vita reale.

Mi ero sbagliata.

La parte difficile era scoprire che poteva rimettersi la camicia, tornare al suo posto nel mondo e sembrare esattamente quello di prima.

Quando io non riuscivo più a guardarlo nello stesso modo.

«Buongiorno», risposi.

Poi ordinai il mio solito cappuccino.

Andrea non disse nulla.

Ma quando il barista si voltò, abbassò gli occhi verso la tazza e sorrise appena.

E quella volta diventai rossa davvero.
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