Scambio di Coppia
L'equazione dei sensi - cap. 2
28.07.2025 |
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"Francesca deglutì appena, e poi, come se quella visione l’avesse ipnotizzata, si alzò e le si avvicinò..."
Parte 2 – Approfondiamo la conoscenzaLa bottiglia di Gewürztraminer Kastelaz era una scelta non casuale: sapevo che Federico apprezzava i bianchi aromatici, e questo aveva una struttura tale da accompagnare bene anche la conversazione. Due bottiglie ben ghiacciate, adagiate in una borsa termica con i cristalli sintetici ancora freddi. Francesca ne aveva ammirato il colore dal collo trasparente: "È dorato, come la luce su Roma in queste sere..."
Francesca era bellissima. Lo dico con l'orgoglio dell’uomo che l’ha scelta, e che continua a meravigliarsi per la fortuna che ha avuto. Capelli freschi di piega, sciolti sulle spalle in un'onda appena domata. La lunga seduta dall’estetista prima e dal parrucchiere poi mi avevano restituito una dea ancora più bella e luminosa del solito. Sapevo che aveva approfittato per farsi una ceretta brasiliana: un rapido passaggio con le dita sulla coscia mi aveva scatenato la sensazione di seta sotto la seta del suo abito estivo color sabbia lungo fino al ginocchio, non trasparente ma particolarmente sottile da adattarsi alle sue curve con una plastica morbidezza che esaltava le sue forme. Nessun intimo, nessun elastico a interrompere quella teoria di forme morbide; solo i suoi capezzoli piccoli e tesi, visibili sotto la stoffa, e la promessa di un piacevole interludio tra le sue cosce lisce. I sandali gioiello di Jimmy Choo scintillavano alla luce calda del crepuscolo, perfettamente abbinati alla Birkin in pendant che le avevo regalato per il compleanno. Mi guardò di sbieco mentre scendevamo dall’auto: "Stasera stai preoccupato..."
Io, in lino grigio chiaro. Camicia bianca in voile di cotone, aperta al terzo bottone. Mocassino sfoderato Campanile color cuoio, piede nudo. Nessun intimo. Mai, in queste situazioni.
Il Gewürztraminer pesava poco, ma la tensione emotiva dava al vetro un peso simbolico.
Lungotevere Arnaldo da Brescia, numero 9. L’attico con vista sul Tevere, terrazza d'angolo con esposizione sud, vista su Castel Sant’Angelo e sul Cuppolone, con la luce del tramonto a tingere tutto di rame fuso. Federico e Chiara abitavano lì, in uno degli edifici costruiti secondo l’architettura razionalista dei primi anni ’40. La portineria era sobria, decorata con piastrelle esagonali bianche e nere, pulita come una caserma.
Ci aprirono assieme. Chiara indossava un abito attillato bianco, senza spalline, che abbracciava ogni curva con decisione e un pizzico di sfida. Labbra vinaccia, sandali dorati con tacco 10. Sotto, nulla che lasciasse spazio all’immaginazione. Federico, invece, camicia in lino blu notte e pantaloni sabbia, il suo ormai caratteristico Toscano tra le dita e lo sguardo sornione.
"Benvenuti! Era ora."
Francesca tese a Chiara un piccolo rotolo: "Un mio disegno. Per voi."
Chiara lo aprì con delicatezza. Raffigurava un edificio immaginario, in verticale, ispirato al Palazzo della Civiltà Italiana ma intrecciato con geometrie alla Depero. Colori netti, struttura decisa.
"È meraviglioso. Un mix di Boccioni e Terragni! Posso incorniciarlo e metterlo in studio?"
Francesca sorrise: "Sarebbe un onore."
L'ingresso era dominato da una credenza in legno laccato nero, stile telefoni bianchi. Su di essa, troneggiava un vecchio telefono a disco combinatorio anni ’30, in bachelite nera lucida, con rifiniture in rame tirato a specchio.
"Funziona?" chiesi a Federico, indicandolo.
"Ovviamente."
Sulle pareti, litografie in stile Belle Époque con soggetti femminili. L’intero appartamento era un compendio di stile eclettico, ma coerente: tavolo da pranzo ovale in noce lucido, sedie imbottite in velluto rosso. Soggiorno con abat-jour velate da foulard di seta color crema e ametista. Sofà curvi in stile art nouveau. Il tutto profumava di legno antico e incenso leggero.
Federico ci guidò verso la terrazza ove ci accomodammo su comodi divani disposti ad angolo e su due chaise longue in legno di palissandro e teak, che delimitavano uno spazio occupato da una sorta di predella, anch’essa in tavole di legno di teak e palissandro alternate nei colori come le chaise lounge. Agli angoli, tavolinetti uguali con due lumi con abatjour anni ’50. Un basso tavolino da salone, nelle stesse essenze e medesimo schema cromatico, completava l’arredamento di questo salotto all’aperto.
Vista mozzafiato su San Pietro, luci accese su Castel Sant’Angelo.
Il Tevere sembrava olio nero.
"Comandante!" disse salutandomi militarmente con tono scherzoso.
"Piantala, Federico! Non mi far ricordare quei periodi: in certi giorni mi toccavano anche i turni di ispezione, e dovevo fare pure la notte..." replicai. "Ma almeno avevamo il bar sempre aperto."
"Tu non eri di leva, vero?" intervenne Chiara.
"Sì, prima ero ufficiale di complemento come lui" risposi indicando il mio ex collega. "Poi mi hanno fatto una proposta che non potevo rifiutare, passare al Ruolo Speciale e diventare uno dei punti focali del progetto di automazione delle Direzioni di Commissariato" spiegai.
"Le MARICOMMI, no?" interloquì Federico.
"Si, quelle. Il Capo mi voleva a tutti costi ad occuparmi del progetto. Roma era la Direzione pilota."
"Il capo? Chi, scusa?" mi chiese.
"Scusa, l'Ammiraglio M., il nostro Capo di Corpo all'epoca, ricordi?" risposi.
Federico rise. "Ah, certo, come no. Io, invece, me ne sono scappato col congedo in tasca al termine del servizio di leva. Provarono a trattenermi, ma non ci riuscirono. Considera che avevo lo studio di commercialista di famiglia già avviato." spiegò.
Chiara servì del prosecco ghiacciato nei calici che erano disposti su uno dei tavolinetti bassi. Il ghiaccio nella glacette sfrigolava appena.
La musica? Jazz lento: Baker, Einaudi, qualche brano dei Gotan Project in sottofondo.
«Vi capita mai di sentirvi osservati… e di volerlo?» domandò Chiara, accennando un sorriso ambiguo mentre incrociava le gambe, facendo tintinnare il bracciale rigido Cartier.
Francesca sollevò un sopracciglio. «Non solo capita… A volte lo cerco.»
Federico ridacchiò con voce bassa. «Dillo a Chiara. Una volta, in Corsica, abbiamo fatto una passeggiata completamente nudi fino a una caletta dove c’erano solo due pescatori… e lei ha fatto finta di cercare qualcosa nella borsa per dieci minuti, piegata in avanti.»
«Non fingevo!» Chiara replicò ridendo. «Avevo perso la custodia degli occhiali.» Poi si rivolse a Francesca: «Sai com’è, certe posture allungano la ricerca.»
Francesca rise, e il suo sguardo si spostò su di me. Io, pur trattenendo un sorriso, non potei fare a meno di sentire una punta di gelosia e desiderio insieme.
«Nudismo come linguaggio del corpo…» intervenni, cercando di riportare la conversazione in equilibrio, «non è solo mostrare. È accettare lo sguardo dell’altro.»
«O provocarlo.» aggiunse Chiara. «Il gioco è lì. Poi ognuno decide se restare a guardare… o partecipare.»
«Come con certi oggetti che sembrano innocui finché non li accendi.» disse Federico, sollevando il calice. «Una volta uno dei nostri amici ha portato… be’, lasciamo stare. Diciamo solo che c’era una scatola nera che nessuno voleva aprire. Poi l’abbiamo aperta. Non abbiamo più smesso di giocarci.»
Ridevano.
La notte stava per cominciare.
Parte 3 – La cena: sapori, voci, corpi
Chiara si era allontanata per riapparire con un carrello ricolmo di piccole ciotole e contenitori di finger food, cibo già porzionato, da mangiare con le mani, senza necessità di posate.
Spiedini di mozzarella di bufala, melone e prosciutto crudo, crostini con pomodorini, involtini di salmone e mousse di salmone, ricotta e mascarpone, polpettine di lesso fritte, spiedini di cocomero a cubetti, tanto ottimo cibo da mangiare sdraiati o comodamente seduto sui soffici divani e sulle comodissime chaise lounge, sorseggiando dell’ottimo vino.
Le signore si alzarono per portare in cucina gli avanzi di cibo rimasti. Rimasero lontane dai nostri sguardi per una buona decina di minuti, mentre Federico ed io parlavamo delle nostre attuali attività, conversazioni decisamente tediose rispetto allo stimolante interesse degli argomenti trattati.
Le nostre compagne riapparvero in terrazza.
“Chiara mi ha mostrato la casa mentre mi accompagnava alla toilette. Un sogno, una dimora fantastica, tutta arredata secondo un filo logico dagli anni 20 agli anni 50, proprio come piace a me!” raccontò Francesca mentre spingeva il carrello sopra al quale c’erano varie bottiglie di whiskey, una di prosecco nella sua glacette, una sambuca ed un amaro.
Sul ripiano inferiore del carrello c’era una valigetta nera di medie dimensioni, un po’ più grande di una ventiquattr’ore, simile a quelle usate per stipare le macchine fotografiche e gli obiettivi.
Si risedettero accanto a noi.
Francesca accese una sigaretta, Federico un toscano. Io annusai il whisky Nikka appena versato nei bicchieri bassi. "Lo assaggiai a Yokohama. Un Oban orientale, con una punta di prugna."
Chiara sorseggiò: "Una geisha con l’accento di Edimburgo, direbbe Paolo."
Guardai con curiosità la compagna del mio amico che si alzava per prendere la valigetta, che poggiò al centro del tavolino basso. Francesca ed io ci scrutammo con fare interrogativo, ma entrambi scuotemmo la testa, non sapendo di cosa si trattasse.
Chiara aprì la chiusura della valigetta nera con un “clic” che sembrò rimbalzare tra i cuscini e le lampade. «Il contenuto di questa scatola non è nulla, se non ci sono corpi disposti a raccontarsi» disse con un tono serioso, quasi mistico.
Poi sorrise, e con quella leggerezza che la contraddistingueva, aggiunse: «E poi… ho un debole per le storie. E i vostri corpi ne raccontano parecchie.»
Francesca non si era mai considerata esibizionista, eppure in quel contesto, tra candele e sguardi complici, sembrava fiorire in una nuova versione di sé. Il modo in cui accavallava le gambe, il modo in cui giocava con il bicchiere lasciando scivolare il dito lungo il bordo, erano gesti che sapeva osservati. E li modulava con precisione chirurgica, come un’attrice consapevole del suo primo piano.
Federico, seduto di traverso sul divano, la osservava con un sorriso rispettoso ma affamato. La studiava, e lei lo sapeva. Sembrava godere di quell’attenzione come di un riflesso nel quale specchiarsi. Ma non era narcisismo: era esplorazione. Di sé e dell’altro.
A un certo punto, Chiara si alzò e si portò accanto al piccolo impianto stereo da cui provenivano le note sensuali di Tango Santa Maria di Gotan Project. Senza interrompere la musica, aumentò appena il volume.
«Mi piace che il ritmo accompagni i respiri. È come danzare, anche quando non ci si muove.»
«Come quando si fa l’amore» sussurrò Francesca, quasi a se stessa.
Chiara tornò a sedersi, incrociando le gambe con lentezza, lasciando intravedere — forse per errore, forse no — una fugace ombra del suo sesso liscio e teso sotto la luce fioca. Francesca deglutì appena, e poi, come se quella visione l’avesse ipnotizzata, si alzò e le si avvicinò.
«Tu giochi per provocare o per capire?» le chiese.
«Per entrambi. Ma soprattutto per vedere fin dove puoi arrivare tu, se ti togli la paura. E l’intimo.»
Il gioco, ormai, non era più tra noi quattro. Era tra le nostre resistenze e la voglia di disfarsene.
Fu allora che Chiara, con studiata lentezza, prese un piccolo plug nero dalla valigetta. Lo osservò come se fosse una reliquia, e lo porse a Francesca. «Vuoi iniziare tu, o preferisci che te lo metta io?»
Il gelo di quella domanda in mezzo a tanta morbidezza fu come una scossa. Non era una provocazione. Era un’offerta. Un gesto di fiducia. O di dominio, se accettato.
Francesca prese in mano delicatamente il plug, ma lo posò accanto a sé. «Non ancora» disse. Ma il suo sguardo diceva già sì.
Il ghiaccio nel secchiello si stava sciogliendo. Le luci erano diventate meno nitide. E il gioco era solo all’inizio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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