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Vicini di casa - parte 1
25.09.2025 |
7.022 |
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"Apparve Micaela, ora con una sorta di vestaglietta corta allacciata in vita, recando in mano quanto richiesto..."
I vicini di casaUn altro racconto di Paolo Sforza Cesarani
Cap.1 - Micaela
Era la fine degli anni 80.
Mia moglie ed io, sposati da poco, abitavamo in un centro residenziale, in un condominio di numerosi mono, bi e trilocali abitati per lo più da giovani coppie, alcune con figli, altre appena sposate come noi. La palazzina in cui era il nostro appartamento non differiva dalle altre: tre appartamenti per piano, tre piani. Sei o sette coppie giovani, una coppia di anziani che venivano di rado, una signora straniera di mezza età che parlava pochissimo l’italiano e che non si faceva mai vedere.
La piscina condominiale era il luogo deputato alla socializzazione di quella sorta di mini alveare umano. Frequentata soprattutto nei fine settimana e durante i caldissimi luglio e agosto romani, era aperta dalla mattina al tramonto.
Mia moglie Francesca non lavorava. In attesa di completare la scuola di specializzazione, passava gran parte del suo tempo tra istituto e studi ma, appena arrivata a casa, si infilava uno dei suoi minuscoli costumi e si recava in piscina a prendere il sole e a rinfrescarsi. Poi risaliva in casa e si rimetteva a studiare. Talvolta si tratteneva un po’ di più con qualche libro e provava a studiare lì, ma ammetteva di non riuscire a concentrarsi più di tanto.
Con una trentina di condòmini riuscimmo a convocare un’assemblea straordinaria e riuscimmo ad ottenere che per due giorni a settimana, il venerdì ed il sabato, la piscina riaprisse dalle nove di sera a mezzanotte, limitatamente al mese di luglio ed agosto, ma con il divieto assoluto di produrre musica, gridare, parlare ad alta voce, per non turbare la quiete dei condomini ed inquilini che avevano la fortuna/sfortuna di affacciarsi sulla struttura.
Fu durante una di quelle sere che facemmo conoscenza con i nostri vicini, Franco e Micaela.
Anche loro si erano trasferiti da poco, abitavano proprio sopra di noi. Franco era di un paio di anni più grande di me, Micaela invece era molto più giovane, ai tempi aveva da poco compiuto ventiquattro anni: Una dozzina in meno del marito.
Franco era un musicista professionista, suonava il sassofono come suo strumento di elezione, ma era comunque in grado di suonare tutti gli strumenti ad ancia oltre al pianoforte. Formatosi in conservatorio a Lecce, la sua città di origine, si era trasferito a Roma per diplomarsi a Via Vittoria e qui era rimasto.
Micaela invece era una ragazzetta bionda.
Si, bionda, intesa non solo come colore dei capelli, ma come caratteristiche intellettive.
“Sapete come si fa ad annegare una bionda? Facile, basta incollare uno specchio in fondo ad una piscina!!!”.Ci conoscemmo per caso, in piscina, quando lei andò a chiedere a Francesca dove poteva trovare i teli asciugamano da mettere sui lettini.
Francesca sbarrò gli occhi, scosse la testa cercando di capire e poi, sorridendo con compiacimento le rispose “Cara, qui ognuno si porta i propri teli da casa!”
“Ah, ora capisco perché sono tutti diversi!” rispose lei, seria.
Io sbottai a ridere, ma mi trattenni dal farlo di fronte a lei.
“Dovete scusare mia moglie, certe volte ancora mi domando se c’è o ci fa” intervenne un barbuto e capelluto giovane quasi mio coetaneo.
Tese la mano e si presentò. “Sono Franco, abito al piano sopra di voi, e lei è mia moglie Micaela.
Non ci fate caso, non è sempre così, per fortuna!” disse ridacchiando.
Ricambiai la stretta di mano e presentai mia moglie, dopodiché mi voltai verso Micaela e feci altrettanto. Lei ricambiò la stretta e poi abbracciò e baciò mia moglie “Sei bellissima! Hai un corpo da favola! Ma come fai?”
Francesca si ritrasse un po’ e rispose con falsa modestia “Sapessi: ore e ore a studiare sui libri ed in istituto, tutti i giorni…certe volte mi dimentico di mangiare”.
“Ah, che bello, cosa studi?”
“Sono al secondo anno della scuola di specializzazione di chirurgia estetica. Sono un medico chirurgo”.
“Ah, bellissimo, allora chiedo a te per rifarmi le tette. Che ne pensi?” e si scostò il reggiseno del bikini mostrando a tutti la sua terza misura, provocando imbarazzo a tutti noi e catturando l’attenzione del bagnino che fischiò per bloccare ulteriori esibizioni, proibitissime dal rigidissimo regolamento di condominio, stilato da qualche bacchettone a cavallo delle guerre di Indipendenza.
Franco la prese per un gomito e le disse “Micaela, ma ti sembrano cose da fare, queste?”
“Perché, che ho fatto? Le ho solo fatto vedere le tette per capire se posso tenerle così o è meglio rifarle!” rispose con biondesco candore.
Francesca si rivolse a me sussurrando con fare interrogatorio “Ma questa ci sta con la testa?”
Allargai le braccia e scossi la testa in un muto diniego.
Terminammo le presentazioni e Franco ed io ci sedemmo sui lettini, uno di fronte all’altro, e ci scambiammo informazioni sulla nostra professione, studi, interessi, hobby, aspettative, insomma, normale conversazione tra adulti responsabili.
Francesca, invece, forse per staccarsi da Micaela, si gettò in acqua e fece qualche bracciata per allontanarsi da noi e si attaccò al bordo al lato opposto. Micaela, invece, si sdraiò sul lettino accanto a Franco e prese a carezzarlo sulle braccia e sulla schiena con fare gattesco.
“Micaela, sto parlando! Mi distrai!”
“Mi sto annoiando, Franco, andiamo su?” rispose miagolando.
Guardai l’orologio: erano quasi le dieci e mezza ed il gran caldo iniziava a mollare la presa. Tempo di ritirarsi.
Raccolsi asciugamani e tutto ciò che avevamo portato e mi accinsi a raggiungere Francesca dall’altra parte della piscina, dove pigramente oziava attaccata al bordo, intenta a parlare con l’altra vicina, moglie straniera di uno steward sempre in volo all’estero.
“Noi ci ritiriamo, è stato un piacere. Ci sentiamo presto!” dissi rivolto a entrambi.
Franco si alzò per salutare scrollandosi di dosso Micaela.
“Tesoro, lasciami salutare, per favore”
“Amore, perché non li invitiamo a cena domani?” disse la ragazza.
“Grazie Micaela, ma domani abbiamo già un impegno, saremo fuori e rientriamo domenica sera sul tardi.” Risposi con gentilezza, ma risoluto nel rifiutare una compagnia che prometteva solo vuote conversazioni e chiacchiericcio privo di stimoli, o almeno così credevo.
Franco annuì un po’ deluso e sussurrò un “Capisco” che racchiudeva delusione e dispiacere.
“Dai, ci organizziamo magari in settimana, hai visto mai che troviamo tutti un po’ di tempo” concluse Franco, speranzoso.
“Senz’altro, ci si sente. Tanto basta che ci citofoniamo, oppure scendete e suonate alla porta…” e ci salutammo.
Francesca ed io parlammo quella sera della ocaggine di Micaela.
“Certo che per essere stupida è proprio stupida forte…” disse sospirando.
“Poveraccio Franco, secondo me sopporta questa situazione ma di certo lei deve avere grandi numeri altrove, non credi?” risposi.
“In che senso?”
“Nel senso che …deve essere brava in qualcos’altro. Visto che è stupida, io dico che o è brava in cucina, o è brava a letto. O magari in tutte e due le attività” affermai seriamente.
“Voi uomini: siete sempre uguali, pensate solo a magna’ e a scopa’” rispose piccata mia moglie, presa da un rigurgito di femminismo.
Passarono una decina di giorni durante i quali non avemmo modo di vederci con la coppia vuoi per nostra indisponibilità che per loro problemi. Ci incontrammo spesso per le scale, una volta offrii a Franco un aperitivo mentre aspettavamo entrambi il rientro delle nostre mogli ed in quell’occasione egli si lamentò della mancanza di impegno domestico da parte di Micaela, tutta presa nel suo nuovo lavoro di “vendeuse” di case, visto che il concetto di agente mal le si adattava.
Era di fatto l’accompagnatrice del proprietario dell’agenzia, un essere unto e viscido come il gel con il quale si impomatava la folta e lunga chioma, che tracimava dalla nuca andando ad impiastrare il colletto delle camicie e delle giacche. Aggiungendo uno sgradevole puzzo di sudato rancido e la camicia sempre stazzonata e con enormi aloni di sudore, era evidente che aveva assoluta necessità di una bella presenza, ancorché stupida, per annullare la sgradevolezza della sua orrida essenza.
Francesca aveva avuto qualche occasione in più di incontro con Micaela, un po’ di compagnia mentre stirava, un aiuto a farsi i piedi, un misterioso supporto per una cosa da donne (immaginai la ceretta intima, visto che potei gustare del suo sesso liscio e vellutato privo di peli, come piaceva a me) e negli ultimi giorni, durante le nostre conversazioni, “la stupida” era diventata “la poveretta”, il marito Franco da vittima era passato al ruolo di dittatore schiavista.
Ma uno dei giorni successivi Francesca mi chiamò in ufficio avvertendomi che stava salendo “dalla poverina che aveva avuto dei problemi con uno di voi bastardi”. Alle mie rimostranze ed alla richiesta di approfondire l’argomento Francesca mi rispose evasivamente.
“Lasciami fare, quando torni a casa ti spiego”.
Capii che era successo qualcosa e che mia moglie non poteva parlare al momento.
Tornai un po’ prima del solito, passai a casa per cambiarmi d’abito ed infilare un paio di calzoncini comodi – come al solito senza mutande – ed una t-shirt pulita.
Stavo uscendo dal bagno quando sentii uno strillo ed un forte colpo provenire dall’appartamento di sopra, seguito da ciò che sembrava un pianto.
Salii di corsa al piano di sopra e suonai alla porta. Continuavo a sentire ciò che sembrava un pianto e mi appoggiai alla porta con l’orecchio cercando di capire meglio, quando questa si aprì. Non era stata chiusa.
Mi diressi velocemente verso il bagno e mi resi conto che ciò che credevo un pianto era una risata isterica di Micaela.
Bussai alla porta del bagno socchiusa e mi aprì Francesca, anche lei a terra, piegata dal ridere.
Erano entrambe fradice, grondanti d’acqua. Micaela era nuda e si copriva il seno con un braccio, Francesca indossava il solito magliettone scollato e con il giro maniche scavato, senza reggiseno.
“Che è successo?” chiesi a entrambe.
Mi rispose Francesca.
“Micaela è stata oggetto di un tentativo di abuso. Il suo capo ha cercato di farselo succhiare per festeggiare la vendita di un appartamento” disse riguadagnando un tono normale.
“E ?” risposi.
“E niente, lei si è rifiutata!”
“Si, mi sono rifiutata e quel bastardo mi ha licenziata dicendo che non sono capace di fare altro e che sono buona solo per mostrare le tette e il culo” intervenne Micaela.
“E allora?” insistei.
“E allora sono venuta a casa e ho chiamato Francesca per raccontarle di quel bastardo”, lei è salita e abbiamo bevuto un bicchiere di vino per dimenticare” intervenne Micaela con voce un po’ alticcia.
Mi girai per osservare mia moglie, che fece una smorfia con il viso e con le spalle come per dire “Si, ma era una cosa così, senza esagerare”.
“Poi “, continuò, “visto che mi sentivo sporca e mi sentivo addosso ancora la puzza di quel porco, ho deciso di farmi una doccia e ho chiesto a Francesca di farmi compagnia.”
“È entrata in doccia, si è lavata e poi quando è stato il momento di riaprire l’acqua per sciacquarsi si è rotto il tubo che ha schizzato tutto attorno” intervenne Francesca.
“Sii…si è rotto il tubo ed io sono scivolata, ho perso l’equilibrio e sono caduta nella vasca e ho sbattuto qui il popo’” continuò la nostra vicina con voce sempre più incerta, indicando il fianco ed il gluteo scoperti.
“Io mi sono avvicinata per prendere il tubo e chiudere l’acqua, sembrava un serpente impazzito, e mi sono fradiciata anch’io” disse mia moglie mostrando la canotta appiccicata al suo corpo che ne evidenziava la nudità, protetta solo da un risicato perizoma.
“E per spostarmi, sono scivolata ed ho sbattuto anch’io la chiappa.” concluse ridendo con la mano davanti alla bocca.
“Va bene, vi aiuto. Dove si è rotto il tubo?” chiesi a Micaela mentre porgevo il braccio a Francesca per aiutarla a risollevarsi da terra.
“Qui, guarda!” mi rispose indicando il mozzicone di tubo della doccia staccato e penzolante. Nel contempo aprì il rubinetto dell’acqua ed il tubo, di nuovo impazzito, iniziò a spruzzare tutto attorno fradiciando completamente anche me. Mi spostai istintivamente verso il lato ma misi anch’io il piede su bagnato, scivolai e mi ritrovai a terra, accanto a mia moglie che rideva come una pazza mentre il tubo le aveva rigettato addosso altri litri d’acqua.
Situazione comica, da commedia dei fratelli Marx.
Micaela rideva, mezza sbronza, seduta nella vasca, apriva e chiudeva il rubinetto della doccia rotta e inondava me, Francesca e tutto il bagno.
Francesca tentava di risollevarsi, ma scivolava e si appoggiava a me che ero disteso per terra, completamente zuppo, cercando di intervenire per metter fine a quel casino. Provai a rialzarmi attaccandomi al lavandino, Micaela riaprì il tubo e mi bagnò i pantaloni, diventati pressoché trasparenti, evidenziando ahimè il mio membro in tutti i suoi dettagli.
Riuscii ad uscire dal bagno allagato, tolsi le scarpe, non volevo rovinare il parquet. Tolsi anche la maglietta che mi si era appiccicata addosso e restai a torso nudo, i calzoncini quasi incollati al resto del mio corpo, inutili a coprire alcunché.
Anche Francesca uscì dal bagno sfilandosi la canotta e rimanendo a seno nudo e con quel piccolo perizoma che, anziché coprire, rivelava tutto.
Da ultima la seguì Micaela, completamente nuda, una mano a coprirsi il seno e l’altra il pube.
Le due ragazze andarono in camera e si buttarono sul letto.
Io rientrai in bagno e con molta attenzione mi sporsi a chiudere il rubinetto rimasto aperto. C’erano almeno cinque centimetri d’acqua, su quel pavimento.
Cercai un qualcosa per asciugarmi almeno mani e viso e trovai un telo da bagno appeso dietro l’armadio del bagno, protetto dall’acqua. Lo portai al naso e sentii l’odore del profumo di mia moglie, una particolare essenza che le avevo regalato il mese prima comprandola in una boutique specializzata di Costanza sull’omonimo lago.
Strano, come mai su quel telo?
All’improvviso realizzai che il pavimento del bagno coincideva con il soffitto del mio bagno, e mi allarmai. Tutta quell’acqua, se si fosse infilata sotto al pavimento, sarebbe scesa giù e avrebbe provocato un disastro.
“FRANCESCA, MICAELA, DI CORSA!!! SECCHIO, STRACCI E SCOPETTONE. E ANCHE IL RACCATTAIMMONDIZIA” urlai dal bagno.
“Perché urli?” si affacciò mia moglie appoggiata allo stipite. Mi girai, la sua figura era stagliata in controluce nel vano della porta, praticamente nuda, ed il mio membro risentì di quella visione, gonfiandosi quasi istantaneamente.
“Perché tutta quest’acqua se scende giù fa un casino che non ti dico. Ricordati che qui pareti e soffitto sono tutti in cartongesso! Se si bagnano cadono a pezzi!” le dissi, ricordando un piccolo guasto d’acqua in cucina che aveva richiesto la sostituzione di un intero pannello della parete.
Apparve Micaela, ora con una sorta di vestaglietta corta allacciata in vita, recando in mano quanto richiesto.
Mi misi all’opera con decisione ed in meno di una decina di minuti l’acqua sul pavimento era stata tutta raccolta da una catena umana con io che passavo lo straccio a mano, Micaela che lo strizzava e Francesca che svuotava il secchio.
Ancora bagnati uscimmo dal bagno e ci recammo in soggiorno.
“Paolo, togliti i pantaloni che sono fradici e asciugati” mi disse Micaela tendendomi un telo asciutto.
“Ma sono nudo!”
“E secondo te, fradici ed attillati come sono, fino ad esso come credi di esser stato?”
Francesca annuì come per dire “lo sai che se vai senza mutande poi ti si vede tutto!”.
L’atmosfera era frizzante.
Poi, per un attimo calò il silenzio. Le risate si spensero e lasciarono spazio a un’aria sospesa. Micaela abbassò lo sguardo, stringendosi la vestaglia addosso. Francesca le si avvicinò e le passò una mano sulla spalla, quasi a rassicurarla.
“Stai bene?” chiese mia moglie con dolcezza.
Micaela annuì piano, ma la sua voce era rotta: “È che… mi sento ancora addosso quella sensazione sporca, dopo quello che è successo al lavoro. Quando lui…” Non finì la frase.
Francesca le prese il viso tra le mani e le asciugò le guance umide, non si capiva se di lacrime o d’acqua. “Non pensarci. Sei qui con noi, adesso.”
“No, è che mi monta il ricordo dello schifo di puzza che si portava addosso, e che mi faceva star male… pensa a quanto gli poteva puzzare! E poi, con quella pancia, sai che fatica per trovarlo!” aggiunse.
Francesca ed io ci guardammo negli occhi: non era la reazione per uno scampato pericolo di violenza, era solo lo schifo generato dalla bruttezza della persona. Micaela era sempre più impersonata nel suo essere bionda fino al midollo.
Poi mia moglie l’abbracciò e la baciò teneramente sulla guancia. La conoscevo bene, sapevo che in quel momento era amareggiata per la stupidità della nostra vicina, rendendosi conto che sarebbe sempre stata vittima di un qualsiasi maschio predatore che le si fosse avvicinato, e questo la faceva star male e scatenava la sua indole protettiva.
Io rimasi a guardarle, colpito dalla tenerezza del gesto. Quell’abbraccio, nato come conforto, si prolungò. Le due donne rimasero strette, pelle contro pelle, respirando l’una nell’altra.
Quando Micaela sollevò gli occhi, i loro sguardi si incontrarono da vicino. Bastò un attimo: Francesca le sfiorò le labbra con le sue, quasi per sbaglio, ma Micaela non si ritrasse. Il bacio divenne più deciso, carico di una complicità improvvisa, di un desiderio che sembrava sgorgato da quell’intimità magicamente trovata.
Io, ancora bagnato e incredulo, sentii crescere dentro di me un misto di sorpresa e attrazione. Non era più solo una scena comica: davanti a me stava nascendo qualcosa di nuovo, totalmente differente e, sinceramente, inaspettato.
Micaela si sciolse la vestaglietta scoprendo il suo corpo che peraltro conoscevo già avendolo ammirato in piscina. Era una bionda molto carina, ma molto… bionda.
Prese per mano Francesca ed assieme entrarono nella stanza da letto, lasciandomi da solo, in piedi.
La porta della camera era stata volutamente lasciata aperta, concedendomi una piena vista sull’armadio in fondo al letto, ricoperto di specchi.
Le immagini riflesse delle due donne, completamente nude, una, Micaela, distesa sul letto, l’altra, Francesca, accanto a lei che la carezzava dolcemente, mi balzarono agli occhi e mi colpirono come uno schiaffo in viso.
Non fui capace di ritrarmi e rimasi quasi inebetito, rapito da quella visione.
Micaela aprì gli occhi e alzò la testa a baciare Francesca, forse un gesto d’affetto destinato a poggiare le labbra sulla guancia; Francesca invece chinò la testa e le due bocche si incontrarono.
Fu questione di un istante, e le due donne si baciarono prima timidamente, poi appassionatamente. Si abbracciarono, e non era più un affettuoso gesto, ma un lussurioso amplesso in cui seno contro seno, coscia contro coscia, pube contro pube si strusciavano lubricamente.
Rimasi sorpreso sull’uscio, inerme e furiosamente eccitato.
L’immagine di Francesca tra le braccia di un’altra donna non mi era nuova, altre volte mi era capitato di assistere e partecipare alle sue evoluzioni con la sua intima amica Dede, ma non credevo che si sarebbe lasciata andare in questo modo, così, con la nostra vicina.
Indeciso sul da farsi, da un lato eccitato all’idea di assistere a quell’incontro, dall’altro sorpreso ed in apprensione al pensiero che potessero accorgersi di essere spiate, mi spostai fuori vista, in modo da non poter essere osservato riflesso nello specchio ma nel contempo vicino ed a portata di orecchio.
Bisbigli e mugolii accompagnarono rumori di lenzuola spostate, letti che cigolavano, sciacquettii di anfratti bagnati.
Preso da una sorta di rabbia per essere stato momentaneamente escluso, decisi di entrare in stanza.
Non sapevo se intervenire o restare spettatore, ma fu Francesca a sciogliere il dubbio: distolse le labbra da quelle di Micaela, mi fissò negli occhi e allungò una mano verso di me.
Il gesto era chiaro: non un’esclusione, ma un invito. Mi avvicinai lentamente, sentendo il cuore martellarmi nelle tempie. Mi sedetti sul bordo del letto, prendendo la mano di mia moglie. Lei sorrise, e senza parole guidò la mia verso Micaela, che chiuse gli occhi quando le sfiorai la pelle calda del fianco.
Non ci fu resistenza. La ragazza sospirò, come se stesse aspettando da tempo quel contatto. Francesca approfittò di quel momento per scivolare verso il basso, baciandole il collo, poi il seno, fino a fermarsi all’ombelico. Micaela gemette piano, e il suo corpo si arcuò d’istinto.
Io non resistetti oltre. Mi chinai su di lei e le baciai le labbra, assaggiando un misto di vino, acqua e desiderio. Lei ricambiò senza esitazione, le mani che mi afferravano le spalle con forza.
Francesca intanto si era spinta più giù, il suo volto ormai tra le cosce di Micaela. Sentii il respiro della ragazza farsi irregolare contro la mia bocca, un crescendo di ansia e piacere che sembrava scioglierle ogni resistenza.
La scena mi travolse. La mia erezione premeva dolorosamente contro il tessuto bagnato dei pantaloncini, che in pochi secondi abbandonai sul pavimento. Francesca mi lanciò uno sguardo rapido, pieno di complicità, come se tutto fosse già deciso: quella sarebbe stata la sera di tutti e tre.
Mi posizionai dietro di lei, mentre continuava a prendersi cura di Micaela. Le accarezzai i fianchi, le baciai la schiena, e infine la presi con decisione. Francesca gemette contro la pelle dell’altra, che a sua volta gridò di piacere.
In quel momento non c’era più imbarazzo né esitazione. Eravamo tre corpi intrecciati nello stesso ritmo, tre respiri che si inseguivano, tre desideri che si confondevano fino a diventare un unico ansimo, un singolo anelito di passione.
“Fra, girati!” le dissi. Volevo prenderla davanti, averla tutta per me, dimostrare a Micaela che mia moglie era mia, cercando di esercitare un diritto che credevo mi volessero negare.
Il groviglio si sciolse, formando una teoria di corpi, Francesca in mezzo a prendere e a dare.
Iniziai la percussione. Lo sbattere dei miei fianchi sulle sue cosce era accompagnato dal caratteristico rumore di sessi umidi ed eccitati. Il suo clitoride svettava tra le piccole labbra ed andava ad accomodarsi perfettamente sulla fossetta alla base del pene. Lo potevo sentire farsi via via sempre più turgido mentre aumentavo il ritmo e l’intensità dei colpi.
“Amore, vengo!” urlò Francesca.
“Francesca, SIIII” urlo Micaela.
“AUGH!” urlai io.
Fu un’apoteosi di passione condivisa.
Ci sdraiammo sul letto, Francesca in mezzo a noi a voler invece ribadire la sua salomonica decisione di donare a entrambi.
Stemmo così per qualche decina di secondi, muti in attesa che qualcuno rompesse il gelo dell’imbarazzo post coito.
“Scusatemi” dissi.
“E di che, scusa?” chiese Micaela. “Alla fine hai solo fatto sesso con tua moglie, mica con me. Anche se con quel cazzone, non mi dispiacerebbe farci un giretto” aggiunse facendomi l’occhiolino e provocando una finta reazione di stizza (ma non so quanto finta!) da parte di mia moglie.
Lasciai cadere la battuta nel vuoto, mentre Francesca mi stringeva forte la mano, quasi a ribadire “tu sei mio”, salvo poi dovermi far convivere con le sue intemperanze sessuali con l’altro sesso.
Sembrava che certe volte la prendesse un demone, che l’avere tra le mani il sesso di un’altra donna da carezzare, toccare, leccare, baciare, strizzare e penetrare fosse un’ossessione fino a renderla necessaria, vitale.
Poi, trascorrevamo periodi in cui il sesso era bandito, sostituito da coccole e dalla voglia solo di fare l’amore (cosa ben diversa dal sesso, almeno con lei!), almeno fino a quando la Dede di turno risvegliava il suo demone momentaneamente sopito.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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