trio
Relazioni pericolose (p.8)
02.09.2025 |
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"All’improvviso, Francesca si trasformò in Daniela che in effetti, mi aveva preso in bocca e mi succhiava..."
Orgia con l’uomo neroLo ammetto: avrei dovuto essere più guardingo e lungimirante nella scelta.
L’uomo nero presto divenne quasi insostituibile compagno di avventure e condomino del talamo. Francesca amava essere presa da me e da lui: la doppia penetrazione era divenuta una pietanza frequente del nostro menù.
La cosa non mi riempiva di gioia, causando fastidi alla mia autostima, vista l’evidente differenza di centimetri, il color carbone e la sua inarrivabile persistenza.
Non avevo proprio pensato, però, che sarebbe divenuto il compagno di orge tra lei e Daniela.
Già, Daniela.
La mia ex-segretaria, divenuta ora l’interfaccia pubblica della struttura Progetti speciali da me diretta, era divenuta la compagnia di giochi preferiti di Francesca, avendo sostituito anche la sua intima amica Dede.
Più di una volta me la trovai in casa, a cena e poi, dopo cena, a condividere il letto con Francesca relegando me al divano in studio.
“Ti prego, lasciaci stare tranquille!” mi chiedeva Francesca.
“Si dai, lasciala in pace, poverina. Non vedi quanto è stanca e quanto soffre per la pancia?”
“Ma se si vede appena! Non è ancora nemmeno al quinto mese!”
“Ma che ne sapete voi uomini delle donne? Fate presto, voi: ci trattate come generatrici del vostro piacere, ci scopate, ci mettete incinte e poi pretendete che noi siamo lì, ai vostri comodi, a portare le vostre illusioni di eternità in grembo e nel contempo a chiederci di soddisfare le vostre voglie!” concionò Daniela, coperta da un impalpabile négligé lasciato aperto davanti, mentre abbracciava da dietro Francesca baciandole l’orecchio.
“Ma non vi pare di esagerare, ora?” dissi, un po’ sull’incazzato.
“No no. Stasera dormi sul divano. Via! Via! Sciò!” mi rispose alzandosi dal letto, mi prese per mano e mi accompagnò alla porta della camera.
Inutile, protestare non avrebbe portato a nulla.
Presi il mio cuscino, pigiama, vestaglia e pantofole e mestamente mi ritirai in studio, conscio di dovermi adattare ad usare il divano. Per fortuna, non era troppo scomodo, alla fine.
Presi un libro e mi coricai, sperando che la levità del titolo (“L’uso del limes romano come strumento di controllo strategico del territorio”, una cosetta leggera leggera!) e la stanchezza comunque accumulata mi facessero addormentare presto.
Invece, il libro si rivelò più interessante ed affascinante del previsto e, purtroppo, mugolii di piacere e gridolini provenienti dalla stanza a fianco superarono la parete della libreria provocando il risveglio totale mio e del fratellone in mezzo alle gambe.
Mi alzai quindi dal divano, infilai le pantofole e coperto dalla sola t-shirt mi avvicinai verso la porta della mia camera da letto, desideroso di dare risposte alla mia eccitata curiosità.
La porta era socchiusa. Dall’apertura potevo osservare lo specchio sul comò che rifletteva quanto avveniva sul letto ove Francesca, stesa sulla schiena a gambe raccolte e aperte, accoglieva il dildo nero che la mano di Daniela stava infilandole nella vagina, oscenamente gonfia e divaricata. Chinata carponi su mia moglie, Daniela a sua volta mostrava il suo sesso lucido e enfio, come al solito totalmente depilato.
Spalancai la porta ed entrai, evidenziando una rabbiosa erezione. Salii in ginocchio sul letto dietro le terga di Daniela e borbottando approfittai di lei ed entrai con un colpo secco dentro il suo sesso.
“Oh si, che bello!” sospirò con forza.
“Paolo, però così non vale! Questa sera era solo per noi!” proruppe Francesca mentre con un dito stimolava energicamente il clitoride continuando ad offrirsi alla penetrazione con l’uomo nero.
“Dovevate fare più piano. Mi avete svegliato? Ora pagate…” risposi prendendo con foga Daniela, il mio pene che si infilava prepotente tra le sue grandi labbra. Poi, in un attimo di eccessiva foga, penetrai non volendo ma con violenza il suo sfintere.
“Ahia!” urlò Daniela ritraendosi e liberando il suo ano dal mio membro. Si mise a sedere piagnucolando dal dolore. “Mi hai fatto male! Perché? Che ti ho fatto?” disse credendo che avessi voluto punirla.
“A parte che non avevo nessuna intenzione di farti del male, diciamo che mi è scappato un colpo… e poi meriteresti di peggio, visto che ti sei intromessa tra me e mia moglie…e se permetti, sono anche un po’ incazzato, per questo” ribattei con stizza.
In effetti, era stato l’istinto a guidarmi dentro di lei, di certo non un’azione ragionata.
“A te sembra normale che io debba chiederti il permesso per dormire con mia moglie e che debba ritirarmi in studio per permettere a te e a lei di lesbicare?” continuai con tono secco, che denotava la rabbia che stava montando.
“E dei miei desideri non se ne fa carico nessuno, scusa? Mi hai chiesto forse se preferisco stare con te o con Daniela, stanotte? Non credi che la mia opinione dovrebbe essere la più importante considerate le mie condizioni?” intervenne Francesca, anche lei seccata della mia intromissione nel loro ménage a due.
“Fra, non mi sembra che sia tutto normale in questa situazione, non credi?” ribattei.
“Non pensi che ci sia qualcosa da chiarire tra noi, che io debba avere qualche spiegazione?” continuai.
“Posso capire che tu abbia voglia di sesso, so che negli ultimi tempi ne abbiamo fatto poco, ma nelle tue condizioni …”
“LE MIE CONDIZIONI? E DA QUANDO ESSERE INCINTA È UNA CONDIZIONE? CHE C’ENTRA CON IL SESSO?” mi urlò addosso interrompendomi. “SE VOGLIO FARMI SCOPARE DA DANIELA, NON SONO AFFARI TUOI. E SE MI VA, MI FACCIO SCOPARE DAL PRIMO CHE CAPITA, E VEDIAMO SE LUI PENSA CHE NELLE MIE CONDIZIONI NON POSSA SCOPARE” continuò accalorandosi.
Mi ritirai in buon ordine. Avevo già capito l’antifona. Continuare avrebbe portato ad una lite violenta, stato a cui non volevo assolutamente arrivare. Con il pisello moscio come il mio ego, tornai in studio e mi ridistesi. Dormire era impossibile, la tensione era troppa.
Mi rialzai, aprii la bottiglia di Oban e me ne versai due dita abbondanti che bevvi con gusto.
Dopo qualche minuto, cercavo di fare mente locale alla situazione e tentavo di trovare dei razionali che mi permettessero di definire un piano, un comportamento, insomma, che mi permettessero di affrontare con un po’ di serenità il casino in cui ero precipitato.
L’Oban fece però il suo effetto, annebbiandomi la mente ed ottundendomi i sensi, e caddi in un sonno pesante sulla poltrona in cui mi ero seduto.
Sognai, o meglio, ebbi un incubo. Vedevo Francesca che si avvicinava a me con un coltello sussurrando “Te lo taglio, così non potrai più scoparmi!”; puntava al mio pene eretto e con voce melliflua mi diceva “Tranquillo, non ti farò male. Sono un chirurgo estetico, i punti non si vedranno nemmeno!”. Poi apriva la bocca e ingoiava il mio pene eretto come fosse stata una banana.
Urlai nel sonno, cercando di scacciarla, di allontanarla. All’improvviso, Francesca si trasformò in Daniela che in effetti, mi aveva preso in bocca e mi succhiava.
“Uhm buono… sai ancora di me. Dai, continuiamo dove abbiamo lasciato, vieni!” mi sussurrò prendendomi per mano e riportandomi verso il divano-letto.
“Ma non ti è bastato quello che è successo prima?” le chiesi, ancora stordito per essere stato svegliato così.
“Dai, mi devo far perdonare. Ma non mettermelo nel culo, mi fa ancora male. Vediamo se riesco a prendervi tutti e due assieme!” bisbigliò con tono lascivo.
“Tutti e due chi?” chiesi incuriosito ed al contempo preoccupato.
“C’è qualcun altro in casa mia?” dissi.
“Si, si… c’è l’uomo nero!” rispose brandendo il dildo di Francesca, ancora lucido delle secrezioni di chissà quale delle due.
“E cosa ci vuoi fare? Hai detto che nel culo ti fa male!” replicai.
“Mica esiste solo il culo. Vediamo se mi entrano tutti e due assieme…” e si rigettò sul mio pene di nuovo eretto mentre l’uomo nero spariva dentro le sue carni, avvolto dalle altre labbra.
“Dai, sei pronto” disse risollevandosi e asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
“Entra dentro di me” e mi salì sopra, accogliendomi dentro di sè.
“A me sembra una follia!” risposi.
Mi riscossi e cercai di liberarmi dall’amplesso facendola smontare da cavallo.
“Daniela, è tutto sbagliato. Francesca è di là, così mi sembra di tradirla. Non posso. Ti prego, rientrate in voi. Non vi rendete conto come tutto questo sia assurdo, irreale?” dissi con tono affranto.
“Taci e scopami!” rispose mentre mi rispingeva con le spalle indietro e riprendeva in mano il mio membro per infilarlo di nuovo dentro di lei. Quindi afferrò il dildo e cercò di farsi strada dilatando le pareti vaginali.
“Ma dai! BASTA!” le dissi con tono secco, sfilandomi di nuovo ed allontanandola da me.
La guardai con aria stizzita e con uno sguardo pregno di rimprovero.
“Daniela, adesso basta. Non ti rendi conto dell’assurdità della situazione che stai cercando di creare? Sei qui in casa mia, entri in camera dopo aver finito di scopare con mia moglie. Non contenta, mi monti sopra e vuoi non solo scopare di nuovo, ma pretendi di infilarti anche un altro cazzo in fica. Ma sei scema o che? Cosa ti ha preso?” questa volta con un tono preoccupato.
“Non so Paolo, non so cosa mi prenda. Ogni tanto ho veramente bisogno di sesso estremo, maschi, femmine, vibratori, cazzi finti… anche ortaggi, se serve. Basta che mi senta piena” mi rispose come se stesse parlando della necessità di bere un po’ d’acqua ogni tanto.
Rabbrividii.
In altre situazioni, avrei approfittato della cosa e mi sarei goduto il momento ma allora ebbi veramente paura. Daniela stava corrompendo Francesca in misura deteriore rispetto a quanto già aveva fatto Dede.
Domitilla tutto sommato era “normale” nella sua bisessualità conclamata, non amava lo scandalo anche se la sua vena esibizionista ogni tanto le faceva superare i limiti della decenza.
Daniela no. Non aveva limiti. Aveva ottenuto di poter usufruire dei miei servizi sessuali “a gratis”, un free pass per il mio cazzo con la benedizione di mia moglie, della quale era divenuta la mefistofelica compagna.
Rimasi immobile, con la sensazione che qualcosa si fosse rotto definitivamente tra me e Francesca. Il suo sguardo era lontano, come se mi vedesse solo di riflesso. Non mi aveva detto nulla, ma non serviva. Lo sentivo nel corpo, nella pelle. Daniela, con la bocca ancora umida, si era sistemata in fretta. Mi lanciò uno sguardo di complicità, che io non ricambiai. Avevo solo voglia di tornare a casa, fingere che tutto fosse normale, anche se nulla lo era più.
Tornammo in silenzio. Francesca guidava. Io fissavo i fari delle auto che ci superavano. Pensavo a quando tutto era semplice. A quando Francesca arrossiva per un complimento. Ora era una donna diversa. Bellissima, libera, inaccessibile.
Mi chiesi se avevo mai davvero capito chi fosse. O se avessi solo amato un’idea di lei.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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