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Relazioni pericolose (finale)


di PaoloSC
26.09.2025    |    1.472    |    3 6.6
"«Fai come cazzo ti pare» disse con voce piatta, gelida, ferma, «ma non te lo succhio..."
L’ultimo Tavolo 12
Il messaggio era arrivato sul telefono aziendale in forma anonima: "Tavolo 12. Ore 21. Puntualità. Porta tua moglie." Nessun altro dettaglio. Nessuna firma. Ma il significato era chiaro. Sapevo che "Tavolo 12" non era un semplice incontro. Era un richiamo. Un giudizio. Una prova.
Con mano tremante poggiai il telefono sul tavolo basso del salone e mi gettai sullo schienale del divano, un rivolo di sudore freddo che scendeva dalla fronte in mezzo alle sopracciglia.
Francesca entrò nella stanza e vide la mia prostrazione, la mia agitazione.
“Paolo, che è successo?”
Balbettai qualche sillaba, la bocca secca ed il fiato corto. Il cuore mi batteva talmente forte che credetti di avere un colpo a breve.
Presi il telefono, aprii i messaggi e glielo feci leggere. Francesca mi guardò con aria interrogativa, non capendo.
“Che vuol dire? Cosa è il tavolo 12?” mi chiese.
Già, lei non sapeva. Non glielo avevo mai spiegato.
E nemmeno Daniela, a quanto pareva.
Stavo cercando le parole per spiegarle la situazione, quando il telefono che tenevo in mano squillò.
“Daniela!” esclamai, mentre rispondevo alla chiamata.
Misi in viva voce.
“Hai ricevuto anche tu, il messaggio?” chiese la mia segretaria.
“Si” risposi.
“Mi spiegate cosa significa, per favore?” si intromise Francesca, con voce seccata ed impaziente.
Daniela spiegò.
Francesca fu la prima a prepararsi. Indossò un abito nero lungo, senza reggiseno. La schiena scoperta, lo spacco vertiginoso fino all’anca. Si truccò con cura, con un'eleganza ostinata, come se volesse affermare un ultimo brandello di dignità. Io... io indossai la divisa aziendale: pantalone grigio, cravatta regimental, camicia bianca, giacca che sapeva di sconfitta.
Incontrammo Daniela all’ingresso della Svizzerotta.
Stavolta sembrava più fragile. Tacchi troppo alti per le sue gambe esitanti, un abito corto, rosso, troppo provocante. Il rossetto un po’ sbavato tradiva mani tremanti.
Ci fecero attendere davanti a quella porta che immetteva in quel corridoio.
Il maitre ci raggiunse immediatamente e ci accompagnò nella stanza a sinistra, diversa da quella in qui ero entrato la prima volta con Daniela.
Era tappezzata di velluto grigio scuro, con un lungo tavolo al centro, illuminata da luci soffuse. Due divani, uno di fronte all’altro, lungo i lati del tavolo, quasi a rimirare uno spettacolo in passerella. In fondo, dalla parte opposta all’ingresso della stanza, un paravento.
Uno sbuffo di fumo e l’odore forte, pungente di un sigaro toscano si palesarono dietro di esso: era il sigaro del Boss.
Uscì da dietro al paravento e rimase lì, in piedi, immobile. in smoking.
Gli occhi freddi come vetro rotto.
Nessuna parola di benvenuto.
«Bene,» disse infine. «Avete giocato tra voi, ora giocate per me. Vediamo quanto ci tenete ai vostri ruoli.»
Ci ordinò di spogliarci. Nessuno si mosse subito. Daniela fu la prima a cedere. Sfilò il vestito con un movimento lento, quasi doloroso. Si coprì il seno con le mani, poi abbassò lo sguardo. Francesca lo fece con più decisione, come chi ha già deciso di non concedere nulla, nemmeno la paura. Rimase nuda, diritta, fiera. Io esitai, poi tolsi tutto. Il gelo dell’umiliazione mi salì lungo la schiena.
Il Boss si sedette, incrociò le mani. «Tu,» disse rivolto a me, «comincia. Scopala.»
Indicava Daniela. Lei mi si avvicinò. Non mi guardava. Posò una mano sul mio petto, poi scivolò verso il basso. Il suo tocco era meccanico, distante. Mi baciò, ma fu un gesto vuoto. Non c'era desiderio. Solo obbedienza. Mi guidò verso il centro della stanza. Francesca ci osservava. In piedi. Le braccia conserte. Gli occhi duri, opachi.
Mi distesi sul divano.
“No, sul tavolo!” mi ordinò.
Mi distesi con le spalle sul ripiano, le gambe appena fuori, a penzoloni, mentre la mia segretaria saliva sopra di me
Si chinò con il bacino su di me, prese il mio membro con la mano e si infilzò, una smorfia di dolore accompagnò il gesto. Era secca, assolutamente non lubrificata, così come era la mia bocca con la salivazione azzerata.
Il suo corpo non rispondeva, era una danza finta, stanca.
Il Boss si alzò e si avvicinò alle nostre spalle. Allungò una mano, afferrò i fianchi di Daniela, la costrinse a piegarsi. La penetrò da dietro, brutalmente. Lei emise un grido, poi un gemito, poi più nulla. Io ero ancora dentro di lei. La doppia penetrazione fu uno choc. Il mio corpo reagiva, ma la mia mente si frantumava.
«Brava, puttana,» sussurrava lui. «Così si fa carriera.»
Daniela trasalì, soffrendo per l’improvviso dolore.
“Mi. Fai. Male!” disse quasi urlando.
“È quel che meriti!” rispose il boss, un ghigno satanico gli ripiegava il labbro superiore, stretto su quello inferiore mentre lo sforzo per mantenersi dentro lo sfintere di Daniela lo faceva ansimare.
Poi si sfilò, dette due forti schiaffi sulle natiche di Daniela e si girò a prendere mia moglie.
Francesca fu trascinata al centro del divano. Le afferrò la testa, spingendola verso il suo sesso ora sporco della violenza a Daniela.
“Prendimelo in bocca, succhialo e puliscimelo per bene!”
Lei si ritrasse con uno scatto.
«Fai come cazzo ti pare» disse con voce piatta, gelida, ferma, «ma non te lo succhio.»
Il Boss la fissò, per un attimo colpito da quel rifiuto. Poi rise. Una risata fredda, secca. «Allora tuo marito farà bene a cercarsi un altro lavoro.»
La scena finì in silenzio. Nessuno parlava. Nessuno respirava.
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Epilogo
Mi dimisi la settimana seguente. Nessuna trattativa. Nessuna lettera. Solo un’uscita rapida, in silenzio, con gli sguardi di colleghi complici e pietosi insieme. Non ci fu festa di saluto. Solo un badge restituito e una porta che si chiuse.
Per fortuna, ricevetti una proposta per andare a dirigere un gruppo di sviluppo software in una multinazionale giapponese con sedi in tutto il mondo. Accettai, pronto a trasferirmi in capo al mondo pur di cambiare aria, amicizie, dimenticare tutto.
Daniela morì due mesi dopo. Stava attraversando la strada, all’uscita di un bar. Una Mercedes nera senza targa la travolse a tutta velocità. Morì sul colpo. La polizia trovò il veicolo abbandonato in provincia di Reggio Calabria. Dentro c’erano cocaina, guanti e una pistola. L’inchiesta fu archiviata in fretta: incidente con omissione di soccorso.
Ma nessuno ci credette davvero.
Francesca partorì in primavera. Una bambina. Sophia. Aveva occhi azzurri e la pelle chiara come il latte. Era bellissima.
Però, ogni volta che la prendevo in braccio, pensavo a quella stanza, a quel tavolo. E al silenzio di Francesca.
«Paolo, io ti voglio bene. Ma non ti basto e tu non basti a me. Abbiamo bisogno di altro. Di esperienze, di libertà. Di non mentirci.»
Rimasi in silenzio. E accettai. Per paura di perderla del tutto? Per codardia? Forse.
Da allora, la nostra relazione fu un’altalena. Ci furono momenti di passione intensa, giorni di freddezza, settimane di silenzio. Partecipammo a un paio di incontri con altre coppie, in cui vidi Francesca godere tra le braccia di altre donne. Una sera mi confessò di aver passato un weekend con una collega. Non chiesi dettagli. Non volevo sapere. O forse sì, ma non avevo il coraggio di sentirmeli dire.
Poi arrivò Luca. Il nostro secondo figlio. Non era previsto, ma nemmeno evitato. Era nato da una delle poche notti in cui ci eravamo cercati davvero.
Credevo che forse avrebbe potuto essere la motivazione a ricominciare il nostro rapporto di coppia, la nostra storia da vivere normalmente, come tutti.
Ma durò poco. Francesca cambiò ancora. Era inquieta. Cercava qualcosa che non trovava. Finché un giorno, tornando da una conferenza a Milano, mi parlò di Andrea. Una donna. Una certa Andrea conosciuta per caso in una galleria d’arte. Bella, carismatica, magnetica.
Ne parlava con una luce nuova negli occhi. Una luce che non vedevo da anni.
Non mi disse subito che se ne sarebbe andata. Ma lo capii. Lo capii da come cominciò a vestirsi. Da come usciva senza dire dove. Dai messaggi criptici sul telefono. Era iniziato qualcosa. E io, per la prima volta, sentii che non sarei stato in grado di competere.
Seppi che stava per iniziare un nuovo capitolo, un’altra storia.
Forse un altro Tavolo 12, ma con protagonisti diversi.
Un’altra prova.
Un’altra resa dei conti.
E forse, in quel nuovo racconto, avrei scoperto chi fosse davvero Andrea.
E chi, finalmente, fosse Francesca.

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E con questo ultimo capitolo si chiude "Relazioni pericolose", racconto romanzato a sfondo autobiografico.
Ho in testa (e in parte su carta) il seguito, che dovrebbe narrare di come la mia prima moglie conobbe Andrea, la sua attuale compagna, la donna per la quale mi lasciò.
Non so se riuscirò a narrare, il ricordo mi provoca ancora dolore.
Ma prima o poi ci riuscirò.
Grazie a tutti coloro che mi hanno supportato leggendo e commentando.

Paolo Sforza Cesarani
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