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Lui & Lei

I vicini di casa - parte 2


di PaoloSC
02.10.2025    |    2.039    |    3 9.3
"Detti un’occhiata in giro, era la prima volta che entravo in casa di Giancarla e, al di là di quanto avevo visto andando in cucina, notai che la casa era arredata in rigoroso stile zen..."
Cap. 2 Giancarla

Premessa: questo racconto non è propriamente a sfondo erotico, ma visto che si tratta di un piacevole ricordo, ho deciso comunque di condividerlo con voi.

Giancarla era la compagna del fratello di un mio ex collega che avevo conosciuto durante uno stage in un’importante azienda.
Era un’insegnante di educazione fisica alla vicina scuola media che, nel tempo libero, si era riciclata come insegnante di yoga in una locale palestra e, appassionata di filosofia orientale, come massaggiatrice ayurvedica, con tanto di attestati e di diplomi.

Nel mese di luglio, in attesa delle ferie del suo compagno, ingegnere di volo sul lungo raggio Alitalia, organizzava sul prato antistante la piscina, all’ombra di due grandi cedri del libano e di un gruppo di pini marittimi dalla grande chioma, delle sedute di ginnastica dolce e di yoga per le donne del condominio (il nostro era un condominio di mono e bilocali abitati per lo più da single o da giovani coppie).
Non chiedeva nulla se non un contributo una tantum per l’acquisto di un certo numero di stuoie da mettere a disposizione di chi ne fosse sprovvisto.
Alternava le sedute di ginnastica dolce, che avevano grande seguito, frequentate dalle più anziane e da un paio di gay un po’ patetici ma innocui, a quelle di yoga, meno frequentate ma molto più intense e partecipate.

Francesca si lasciò convincere a seguire il corso yoga che stava per iniziare, anche lei in attesa delle mie ferie per poter partire e andare al mare.
Ci recammo assieme in un magazzino di articoli sportivi a via Fracassini a Roma ove fece shopping: stuoia gommata, scarpette sottili per non camminare a piedi nudi sull’erba (“mi fa schifo, ci passano gli animali che ci cacano e pisciano, che schifo!”) ed una serie di completini di lycra attillati come seconde pelli, sia corti che lunghi, unitamente ad una serie di crop top alla Flashdance.
Inutile narrare le estenuanti prove in camerino “Come mi sta questo? Non ti pare che questo sia meglio? E questo, non ti pare che mi segni troppo al cavallo?”
“Fra, se insisti a comprare la 38 quando porti la 40 o la 42, e pretendi che indossati senza intimo non rivelino nulla, beh…, ci sei o ci fai?” sarebbe stata la corretta risposta ma preferii assecondarla, convincendola per il meglio.
Cercai di impuntarmi solo per un pezzo, un completino pantaloncino e top di maglia così sottile, rimasto solo in taglia XS, che stendendosi mostrava addirittura la pelle d’oca attorno all’areola e sul pube generata dal getto di aria gelida all’interno del cubicolo, ma non ci fu nulla da fare. Lo volle prendere a tutti i costi.

Qualche giorno dopo, pur essendo giorno lavorativo, rimasi a casa a recuperare un po’ delle fatiche spese la notte precedente per la chiusura di una gara d’appalto.
“Le gare, si sa, sono come un gas: occupano tutto lo spazio disponibile” Spiegavo così l’effetto delle proroghe: dieci giorni in più significano sempre una notte in bianco alla vigilia della consegna.
Ero tornato a casa alle 5 di mattina, dopo aver controllato minuziosamente tutti i plichi degli elaborati, fotocopiati e rilegati in quintupla copia, assieme alla marea di documenti richiesti dalle Amministrazioni.
Secondo alcuni, il progetto era valutato a peso o a metri lineari. «Più è alta la colonna dei documenti, maggiore sarà il punteggio» era il mantra che girava a quei tempi.
Regole minuziose di impaginazione trasformavano ogni progetto in pile interminabili di carta. Ogni volta, disboscavamo una foresta intera tra bozze, revisioni e copie finali.

Comunque, tornai a casa, mi spogliai, mi buttai dentro la doccia e, dopo essermi asciugato alle meno peggio, mi distesi sul letto, abbracciando con lo sguardo il corpo di Francesca coperto solo da una maglietta dispettosamente arrotolatasi sotto al seno lasciandola totalmente nuda sotto. Se mi fossi avvicinato, me lo avrebbe staccato a morsi per poi somministrarmelo a pranzo, bollito ed accompagnato da salsa barbecue e senape.

Mi risvegliai alle undici del mattino, la camera ancora in penombra con le serrande parzialmente abbassate.
Andai in cucina a litigare con la macchina del caffè espresso che non ero mai riuscito a far funzionare decentemente da quando ci era stata regalata in occasione del nostro matrimonio.
Questa volta, dopo attenta e minuziosa regolazione della macinatura, della quantità di polvere, della pressione con il pressino (ovvero con un colpo di culo inimmaginabile) riuscii a tirar fuori un caffè degno del miglior bar di Roma, o quasi. Insomma: bevibile.

Non capacitandomi di essere ancora nudo, uscii in balcone che affacciava sul parco condominiale e sentendo del chiacchiericcio di sotto, mi affacciai.
A pochi metri da me un gruppo di una dozzina di ragazze e signore tra i venticinque ed i quarantacinque anni stava facendo la lezione di yoga.
Diamine, a me sembrava più una sfilata campionaria di budelli per salsicce, vista la quantità di cosce, chiappe e tette strizzate in quelle guaine contenitive di tutti i colori fluo…
Giancarla guidava il gruppo di donne tra le quali spiccavano Micaela e Francesca, oltre all’altra nostra vicina, Ingrid, una ex-hostess delle linee aeree israeliane sposata ad un pilota Alitalia, che abitava nell’appartamento accanto al nostro e con il quale condividevamo il muro della camera da letto.
Francesca indossava uno dei suoi completi, non il più sexy ma di certo non lasciava nulla all’immaginazione.
Micaela, come al solito, era al limite dello scandalo con un top tagliato portato senza reggiseno ed un paio di calzoncini cortissimi indossati a pelle. Ingrid, la più sobria, un pantaloncino da ginnastica ed una canottiera.
Mi sporsi un poco per poter ammirare lo spettacolo di tutti quei culi e così facendo, misi in mostra la mia mercanzia. Solo Giancarla se ne accorse, perché le altre erano girate verso di lei dandomi le spalle. Gesticolò per richiamare la mia attenzione ed avvisarmi della mia condizione, ma così facendo mise sull’avviso anche mia moglie che si girò per vedere verso casa e mi fece un gestaccio, al che capii e mi coprii all’istante, ritraendomi all’interno di casa.

Indossai anch’io un pantaloncino ed una maglietta e riuscii in balcone a finire di sorseggiare il caffè.
Mi sedetti su una delle sedie, accesi una sigaretta con il mio Dupont e detti una boccata, la prima della mattinata, concentrato sull’analisi del panorama sottostante.
Soddisfatto, dopo poco mi alzai per andarmi a lavare e preparare per scendere in piscina.

Attesi che mia moglie finisse la lezione e risalisse a casa. Quando sentii il portone chiudersi, aprii la porta e mi trovai davanti a Francesca e Giancarla che salivano l’ultima rampa di scale che conducevano al pianerottolo. L’istruttrice abitava nell’appartamento diametralmente opposto e non mi capitava di incontrarla spesso: era più frequente che incrociassi il marito con il quale avevo buoni rapporti e con cui avevo bevuto qualche birra assieme in occasione di una delle tante feste che ogni tanto venivano improvvisate nel nostro condominio.
“Paolo, tu conosci Giancarla, vero?” mi chiese Francesca.
“Beh, si, ci siamo incrociati qualche volta. È che abbiamo orari differenti, mentre con tuo marito Riccardo ci siamo visti un po’ più di frequente.
Le tesi la mano per stringere la sua e quando le nostre dita si toccarono sentii una scarica elettrica e mi ritrassi. Analogamente fece Giancarla.
“Sarà l’elettricità statica, ogni tanto succede quando l’aria è secca, con tutta questa moquette capita spesso…” buttai lì poco convinto.
“Si, succede anche a me” rispose la vicina quasi cercando di placare un fastidio.
“Strano però, di solito succede quando sono con le scarpe con la suola in cuoio, ora ho delle ciabatte in gomma, dovrei essere isolato da terra, e pure tu, vedo” dissi indicando i suoi piedi, peraltro curatissimi, che indossavano un paio di ciabatte flip-flop.
Tesi un’altra volta la mano per prendere la sua e provare a vedere se fosse stato un caso, ma anche questa volta entrambi sentimmo una sorta di scossa elettrica.
“Ma per caso hai capacità praniche?” mi chiese.
Annuii, guardandola negli occhi e cercando di studiarla meglio.

Giancarla non era una donna che ti saresti girato a guardare. Dotata di indubbia fisicità, un seno prosperoso, figura a clessidra, un fisico curato in palestra con evidente massa muscolare, armonioso nel suo complesso, tuttavia non ispirava di certo cattivi pensieri, come se la sua aura confinasse la sua bellezza all’interno, nel contempo isolandola dall’esterno.
Aveva uno sguardo profondo, indagatore, che scandagliava l’animo dei suoi interlocutori. Di fronte a lei, facevo fatica a guardarla negli occhi e, soprattutto, a mentire.
Capivo il perché la sua compagnia non fosse particolarmente ricercata e non legasse molto con le altre persone; eppure era, a detta di mia moglie, una persona estremamente empatica.

Anche il suo aspetto esteriore non invitava alla socializzazione.
Giancarla difficilmente vestiva gonne e abiti, preferendo pantaloni, jeans e tute da ginnastica o, raramente, fuseaux attillati.
Sembrava nascondersi, mantenersi schiva, dissimulata sullo sfondo della vita di tutti i giorni assieme alla moltitudine che ci circonda e dei quali non conosciamo nemmeno l’esistenza.
Perché?
Ero destinato a scoprirlo presto.

Qualche giorno dopo incrociai Giancarla che stava spostando alcuni cartoni d’acqua minerale dall’ascensore a casa; i movimenti erano lenti e ogni sollevamento era accompagnato da un grugnito e da una smorfia di dolore.
“Aspetta che ti aiuto io… che hai fatto?” le chiesi mentre prendevo il resto della spesa dall’ascensore e glielo mettevo in casa.
“Non so, probabilmente una contrattura, comunque qualcosa alla schiena. Mi fa un male cane, è tutto il giorno che soffro” rispose con voce che faceva trapelare il dolore mentre si toccava dietro all’altezza delle vertebre lombari.
Mi venne un’illuminazione.
“Vuoi che proviamo un’applicazione di pranoterapia?” le buttai lì. “So che ci credi, abbiamo già incrociato le nostre mani e sappiamo entrambi che abbiamo il Dono” continuai guardandola negli occhi.
Lei annuì, ricambiando lo sguardo.
“Vogliano provare?” insistetti.
“Ok, proviamo. Dammi un quarto d’ora, il tempo di mettere a posto le cose e farmi una doccia, sono fradicia e puzzolente di sudore” rispose.
“Vuoi che ti mando Francesca per darti una mano?” le proposi.
“No, non serve, almeno credo” e si chinò per prendere la borsa della spesa che stava vicino alla porta. Una fitta di dolore le trasfigurò il viso, facendola sbiancare.
“Ferma! Aspetta, ci penso io!” e presi al volo sacche e sacchetti e le portai in cucina appoggiandole sul tavolo.
“Mettiti comoda, anzi, aspetta che chiamo Francesca che ti dia una mano a spogliarti e a farti la doccia” le dissi con tono fermo che non ammetteva repliche.
“Ok, grazie” rispose annuendo, lo sguardo spento dalla sofferenza.

Andai a casa e chiamai Francesca.
“Giancarla ha un problema alla schiena, le puoi dare una mano a farsi una doccia? Provo a farle un’applicazione di pranoterapia” le spiegai.
“PRANOTERAPIA… tsè” rispose mia moglie. Da medico, non poteva accettare qualcosa che assomigliava alle pratiche dei guaritori.

Un piccolo chiarimento.
La pranoterapia esiste e molti ciarlatani la praticano a scopo di lucro, spesso senza ottenere alcun risultato, confidando più nella creduloneria delle persone e nella loro influenzabilità che nelle loro capacità-
Poche persone (ed io ne ho conosciute più di una) hanno scelto di estendere agli altri i benefici del Dono a titolo gratuito, senza richiedere nulla, e chi come me reputa che il Dono non mi abbia reso un guaritore, ma che mi dia la possibilità di lenire dolori e sofferenza senza l’ausilio degli antidolorifici ed antiinfiammatori. Insomma, un Aulin per via magnetica. D’altronde, alcuni dolori a legamenti ed articolazioni venivano curati con la magnetoterapia, una quarantina di anni fa, ed oggi si usa spesso la TECAR terapia. Per me la pranoterapia è una forma di magnetismo naturale: riequilibra le cellule, attenua l’infiammazione e porta calore dove c’è dolore.
I miei lettori perdoneranno questa banalizzazione, ma non è certo questo il luogo ed il momento deputati ad un seminario sulla pranoterapia.

In tutto ciò, Francesca era sempre stata scettica anche se qualche doloretto ogni tanto glielo avevo fatto passare, tipo i dolori mestruali, ma lei aveva sempre rifiutato di accettare la possibilità che potesse esistere una cura senza alcun farmaco per lenire il dolore. Se ne sarebbe ricreduta con Sophia, quando durante l’allattamento, soffrendo di forti coliche addominali, piangeva disperata e si placava quando la massaggiavo e la “curavo” con la pranoterapia con evidenti risultati quasi immediati.
Nello specifico, accettò di dare una mano a Giancarla più per solidarietà femminile che per altro.
“Guarda che mi farebbe piacere che tu restassi a vedere. Anzi, vorrei che lo facessi, visto che dovrei chiederle di spogliarsi per trattarla e la tua presenza la tranquillizzerebbe” aggiunsi.
Mia moglie fece spallucce, prese le chiavi di casa e uscì entrando dalla nostra dirimpettaia.
“Io mi faccio una doccia e mi cambio, chiamami quando è pronta” le dissi prima che si richiudesse la porta alle spalle.
Una volta lavato mi rivestii con un pantaloncino da ginnastica comodo ed una t-shirt bianca.
Appena terminato Francesca aprì la porta e mi chiamò.
“Paolo, Giancarla ha fatto, è pronta” mi disse.
“Arrivo” le urlai dalla camera da letto, prendendo a mia volta le chiavi di casa.
Chiusi la porta alle spalle ed entrai in casa della mia vicina.

Trovai entrambe in piedi in soggiorno, Giancarla indossava una vestaglietta corta a metà coscia allacciata stretta ed accollata.
“Dove vogliamo metterci?” le chiesi.
“Guarda, se vuoi io ho un lettino da massaggio aperto in cameretta, quello che uso normalmente, altrimenti in camera da letto sul letto, ma io uso un tatami con il futon, per cui staremmo molto bassi” mi rispose.
Detti un’occhiata in giro, era la prima volta che entravo in casa di Giancarla e, al di là di quanto avevo visto andando in cucina, notai che la casa era arredata in rigoroso stile zen.
“Io credo che il lettino vada benissimo, Giancarla. Ce la fai a salire a pancia sotto?” le chiesi.
“Credo di sì” rispose incerta, appoggiandosi prima con il bacino, poi con il reso del tronco e quindi sollevando una gamba alla volta.
“Aspetta che ti aiuto” le dissi prendendole l’altra gamba e sollevandola per poggiarla sul piano, già coperto da un foglio di carta usa e getta.
“Mi devo spogliare?” mi chiese.
“Beh, devo avere accesso alla schiena nella zona lombo-sacrale, credo che averla libera sia più opportuno” risposi.
Facendosi aiutare da mia moglie Giancarla si sollevò sui gomiti, si slacciò la vestaglietta e se la sfilò, mostrando in parte il seno nudo ed un tanga che le lasciava scoperti parte dei glutei e tutta la zona lombare.
Ammirai il suo corpo. Seppure non fosse la prima volta che la vedevo senza vestiti, tra piscina e yoga, averla così vicino mi istigò un lieve senso di eccitazione che scacciai immediatamente dalla mia testa. Ci tenevo ad essere professionale, tanto più che Francesca era presente e si sarebbe dispiaciuta non poco, per non dire altro, se avessi osato fare il cretino di fronte a lei.

Iniziai il “trattamento” prima cercando la massima concentrazione ed il raggiungimento del “respiro sottile”, poi iniziai a far volare le mani sulla schiena ad un paio di dita di distanza dalla pelle della ragazza, alla ricerca dei punti di massimo dolore. Avrei dovuto sentire qualcosa tipo pizzicore sul palmo o sulle punte delle dita in presenza di un risentimento, tanto più intenso quanto più forte era il fastidio o il dolore.
Riuscii a circoscrivere l’area attorno alle vertebre lombari: da poco sotto metà schiena al sacro, con maggiore concentrazione del dolore tra L3 ed L4 e L4 ed L5, dove l’estroflessione dell’arco è massima.
“Ti fa male qui, giusto?” le chiesi mentre circoscrivevo tracciando con un dito sulla pelle l’area che sentivo più dolente.
“SIII, esattamente lì, bravissimo!” rispose con convinzione.
Iniziai a trattare la parte continuando il volo delle mani in modalità “radiativa”, ovvero con emissione di energia da parte mia verso la zona affetta.
Normalmente ciò provoca un locale aumento della temperatura accompagnato da formicolio più o meno intenso. Nel caso di Giancarla, dopo qualche secondo lei emise un lamento forte.
“Ahi, mi stai bruciando. Spingi di meno, per favore!”
“Guarda che non ti sto toccando, Giancarla!” le risposi.
“E allora, stai un po’ più distante, per favore…” ribatté. “Sprigioni veramente tanta energia!” aggiunse.
Adeguai le mani alle sue richieste cercando di “modulare” meglio il flusso verso di lei.
Ad un certo punto, sentii come se qualcosa mi stesse svuotando da dentro attraverso le mani, mi prese un forte capogiro ed un senso di vuoto dietro alla nuca.
Appoggiai le mani sulla schiena di Giancarla per tenermi dritto e fu come se rimanessimo entrambi fulminati da una scarica elettrica.

Mi sedetti sfiancato sulla sedia dietro di me, ripresi fiato e chiesi a Giancarla se potevo andare in bagno. “Devo assolutamente mettere i polsi e le mani sotto l’acqua corrente” le spiegai.
Giancarla annuì ed uscii dallo stanzino con incedere incerto, come un marinaio che sbarca a terra dopo aver passato giorni nel mare in tempesta. Per fortuna mia moglie mi seguì e mi sorresse, altrimenti sarei potuto cadere a terra tanto erano forti i capogiri.
Dopo un paio di minuti abbondanti ed essermi rinfrescato anche le tempie, ritornai da Giancarla e da Francesca.
La mia vicina era seduta, il braccio a sostenere un pezzo della vestaglietta a coprire il seno.
Scese dal lettino e si mise in piedi. Provò a fare un paio di passi nella paura di sentire dolore, poi accennò ad un lieve movimento in avanti del torso, una rotazione delle spalle a destra e a sinistra e quindi, provò a chinarsi verso terra portando lentamente il busto parallelo al terreno.
Si risollevò di scatto e lasciò cadere la vestaglietta a terra, rimanendo con il seno scoperto, portandosi la mano alla bocca dalla sorpresa.
“NON CI POSSO CREDERE!” quasi urlò.
“Non sento più dolore, nulla!” disse mentre continuava a compiere movimenti di articolazione della schiena.
“Paolo, sei fantastico!” e mi abbracciò e baciò sulla guancia, stringendomi a sé.
Poi si rivolse a Francesca e le disse: “Grazie anche a te di avermi aiutato. Mi sdebiterò con entrambi, facendovi un massaggio ayurvedico!” disse.
“Mi piacerebbe molto, Giancarla, lo faremo quando sarai ristabilita” le rispose Francesca, ancora incredula dell’efficacia del mio trattamento.
“Fammi sentire come sto e poi vi dico. Ci sentiamo più tardi” ci rispose accompagnandoci alla porta e ancora ringraziandomi.
“Non ci posso credere! Se non avessi visto con i miei occhi come stava prima e come stava dopo, e non fossi certa che non l’hai nemmeno sfiorata, non ci avrei mai creduto!” mi disse con ammirazione, ancora incredula ma convinta della mia buona “Dote”, mentre rientravamo in casa.

“Hanno suonato alla porta, vai tu?” mi disse Francesca dal bagno mentre ero in camera da letto a preparami per la serata davanti alla TV: pantaloncino largo senza mutande e t-shirt larga.
“Chi è?” chiesi guardando dallo spioncino.
“Sono Giancarla” rispose.
Aprii la porta e mi apparve la nostra vicina, in maglietta e fuseaux, capelli ancora bagnati ed accompagnata da un gradevole profumo di bagno schiuma al patchouli.
“Che fate, venite? Su, così sei perfetto, meno roba da toglierti. Francesca?” chiese buttando un occhio in soggiorno. Francesca si palesò avvolta in un telo da bagno mentre si passava l’asciugamano su capelli ancora bagnati.
“Ecco, perfetta anche tu. Prendete le chiavi di casa e seguitemi, dai!” mi disse prendendomi per mano e accompagnandomi verso la sua porta di casa lasciata socchiusa.

Mi fece uscire dalla porta, rientrò per prendere mia moglie che armeggiava sullo svuota tasche.
Entrammo in casa sua. Era in quasi al buio, rischiarata dalla luce tremula di alcune candele a terra lungo il corridoio fino in camera da letto.
Il futon era ricoperto da un lenzuolo a motivi cashmere, il tatami circondato da candele a terra.
“Toglietevi le ciabatte ed i vestiti prima di entrare in camera. Questo è un tempio che ho purificato per voi” ci ordinò.
“Ma io sono nudo, sotto!” risposi con un po’ di ritrosia nella voce.
“E come pensi di fare il massaggio? Con il cappotto?” ribatté. “Anche tu, Franci, via tutto. Tanto, se è come immagino, so già che non hai niente sotto, giusto?” disse rivolta a mia moglie mentre le slacciava il telo da bagno allacciato sul seno.
Mi sfilai t-shirt e calzoncini, tolsi le ciabatte ed entrai in camera, una mano davanti al sesso per coprirmi e salvare il mio pudore. Analogamente Francesca, con una mano a coprire il pube ed il braccio opposto a coprire alla bell’e meglio il seno.
“Perché vi coprite? Non c’è nulla di cui vergognarsi. Il vostro corpo è un tempio, il tempio dell’amore, e noi lo venereremo stasera, dedicandogli cure e meditazione.” concluse facendoci distendere sul duro futon.

Poi si stese ai nostri piedi. Prese la ciotola d’olio caldo accanto al tatami, vi infilò le mani ed iniziò un massaggio alle gambe, alternando me e Francesca, per poi salire sulle cosce, e così via.
Fu talmente rilassante che letteralmente mi addormentai. Mi risvegliai dopo un po’ quando Giancarla, scrollandomi il braccio, mi chiese di girarmi a pancia in su.
Vorrei raccontarvi di un massaggio erotico, di tanto sesso a tre, ma la cosa più stimolante che provai fu il massaggio del colon che mi provocò una repentina riattivazione della peristalsi e che mi portò, da lì a poco, a correre in bagno.
Analogamente Francesca, che rientrò in casa qualche minuto dopo di me, corse anche lei in bagno e, visto che era ancora occupato da me, si sedette sul bidet e fece una lunga, lunghissima pipì che terminò con un intenso brivido.
“Giancarla ha stimolato anche me, o meglio, la mia vescica… ero piena, e si che ero andata in bagno prima di fare la doccia e ne avevo fatta tanta…” mi spiegò mentre si asciugava con la carta.
“Fammela buttare nel water, e sbrigati. Ti aspetto a letto. Ho voglia di fare l’amore, anzi, no, ho voglia di scopare, stasera…”
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