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tradimenti

Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 4a p.


di adderapap
07.09.2026    |    2.341    |    3 9.8
"Carlo racconta di essere rientrato prima da una trasferta e di averci visti al parco..."
# CAPITOLO 4

Il viaggio verso la Germania è uno dei più strani che abbia mai fatto.
Sono abituato a guidare per ore. Il mio lavoro di agente di commercio mi porta spesso da una parte all'altra, macino chilometri quasi senza accorgermene, ma questa volta è diverso.
Roberta è seduta accanto a me e da quando siamo partiti avrà pronunciato sì e no venti parole.
Tiene il cellulare tra le mani come se da quell'oggetto dovesse dipendere la vita di Carlo. In effetti, in questo momento, è proprio così.
Ogni volta che lo schermo si illumina lei sobbalza.
Io guido.
Non so cosa dirle. E soprattutto non so quale sia il mio posto in questa situazione: sono il vicino di casa? L'amico? L'amante? L'uomo con cui tradisce suo marito? Oppure quello che negli ultimi mesi è rimasto con lei e Marco mentre Carlo trascorreva sempre più tempo lontano da casa?
Probabilmente sono tutte queste cose insieme.
E nessuna mi autorizza a essere seduto qui.

Dopo quasi due ore di silenzio le appoggio una mano sulla gamba.
Lei mette la sua sopra la mia.

— Secondo te ce la farà?
— Sì.
— Come fai a saperlo?
— Non lo so.

Mi guarda.

— Allora perché me lo dici?
— Perché se ti dicessi che non lo so mi manderesti affanculo.

Per la prima volta da quando siamo partiti accenna un sorriso.

— Probabile.

Le stringo la mano.
Dopo qualche secondo torna seria.

— Chi cazzo era quella donna?

Eccola.

La domanda che viaggia con noi da quando abbiamo lasciato casa.

— Non lo so.
— Un collega ti telefona e ti dice che tuo marito è in ospedale dopo un'esplosione e che era a cena con una donna. Una donna che è morta. Tu cosa penseresti?

So perfettamente cosa penserei.
Ma dirglielo sarebbe troppo facile.

— Potrebbe essere una collega.
— Certo.
— Roberta...
— Carlo non mi ha mai parlato di una cena di lavoro.
— Non ti racconta ogni cena che fa quando è via.
— Ultimamente non mi racconta quasi più niente.

Questa volta non ho una risposta.
Dopo qualche chilometro dice:

— Sarebbe quasi divertente.
— Cosa?
— Se scoprissi che mi tradisce.

La guardo per un istante e torno immediatamente alla strada.

— Non vedo molto da ridere.
— Io sì.

Fa una risata nervosa.

— La moglie che corre in Germania perché il marito ha avuto un incidente mentre era con l'amante. Accompagnata dal proprio amante.
— Detta così...
— È una merda.
— Stavo per dire complicata.
— No. È una merda.

Ha ragione.
Passano altri chilometri.
Poi mi chiede:

— Se Carlo muore, tu cosa fai?

Questa volta la guardo davvero.

— Non dirlo.
— Ti ho fatto una domanda.
— E io non voglio rispondere.
— Perché?
— Perché Carlo non è morto.
— Ma potrebbe morire.
— Roberta.
— Potrebbe.

Accosto alla prima area di servizio che incontro.
Spengo il motore.
Lei mi guarda.

— Perché ti sei fermato?
— Perché questa conversazione non la faccio guidando a centotrenta all'ora.

Mi slaccio la cintura e mi giro verso di lei.

— Ascoltami. Non so cosa succederà. Non so chi fosse quella donna e non so cosa troveremo quando arriveremo. Ma una cosa la so: qualunque cosa succeda, tu non sei sola.

I suoi occhi diventano lucidi.

— Non dirmelo adesso.
— Cosa?
— Le cose belle.
— Perché?
— Perché poi piango.

La abbraccio.
E piange comunque.

Arriviamo in Germania che è quasi mattina. Siamo distrutti.
L'ospedale è enorme e io capisco immediatamente che il mio tedesco, che fino a quel momento consideravo dignitoso perché riesco a ordinare una birra e capire le indicazioni stradali, serve praticamente a un cazzo.
Fortunatamente troviamo qualcuno che parla inglese.
Roberta fornisce il nome di Carlo. L'infermiera controlla il computer. Poi cambia espressione. Non mi piace. Parla lentamente.

Carlo è vivo. È stato operato durante la notte. Ha ustioni, alcune fratture e soprattutto un trauma importante provocato dall'esplosione. Le condizioni sono serie. Ma è stabile.

Stabile.

In quel momento è la parola più bella del mondo.
Roberta si appoggia al bancone.

— Posso vederlo?
— Non ancora. — risponde l'infermiera — È in terapia intensiva.

Dobbiamo aspettare.
Ci sediamo in una sala d'attesa.
Sono quasi le sei del mattino.
Roberta appoggia la testa sulla mia spalla.

— Dovresti dormire.
— Anche tu.
— Non ci riesco.
— Nemmeno io.

Dopo qualche minuto vedo arrivare un uomo.
Avrà poco più di quarant'anni. Camicia stropicciata, giacca in mano, faccia di uno che non dorme da parecchie ore.
Guarda Roberta. Si ferma.

— Roberta?

Lei alza immediatamente la testa.

— Sì.

L'uomo si avvicina.

— Sono Thomas. Lavoro con Carlo.

Roberta si alza.

— Sei tu che mi hai telefonato?
— Sì.

Si stringono la mano.
Io rimango qualche passo indietro.
Thomas mi guarda.
Roberta esita appena.

— Lui è Andrea. Un nostro... amico.

Un nostro amico. Non posso certo lamentarmi della definizione. Thomas mi stringe la mano.

— Mi dispiace molto.

Poi torna a guardare Roberta.

— Carlo è stato fortunato.
— Fortunato?
— Era abbastanza lontano dal punto dell'esplosione.

Roberta deglutisce.

— E la donna?

Thomas si immobilizza.
Solo per un secondo.
Ma lo vedo.
E lo vede anche Roberta.

— Come si chiamava?

Thomas guarda me. Poi lei.

— Elena.
— Elena cosa?
— Elena Keller.
— Era una vostra collega?

Silenzio.
Troppo lungo.
Roberta incrocia le braccia.

— Thomas, ti ho fatto una domanda.
— Non esattamente.
— Cosa significa "non esattamente"?

L'uomo sembra cercare disperatamente una risposta che non esiste.

— Collaborava con noi su alcuni progetti.
— Quindi era una collega.
— Sì. Cioè... professionalmente sì.

Roberta lo fissa.

— E non professionalmente?

Thomas abbassa gli occhi.
E in quell'istante capisco tutto.
Credo lo capisca anche lei.

— Da quanto?

Thomas scuote la testa.

— Roberta, forse dovresti parlarne con Carlo.
— Carlo è in terapia intensiva.
— Lo so.
— E potrebbe morire.

Thomas non risponde.
Roberta fa un passo verso di lui.

— Da quanto tempo mio marito si scopava Elena?

La domanda arriva secca.
Senza giri di parole.
Thomas mi guarda nuovamente. Io faccio un piccolo cenno. Ormai non ha senso mentire.

— Più di due anni.

Roberta resta immobile. Due anni. Marco non esisteva ancora. Io non esistevo ancora, almeno non nella loro vita.

— Due anni?
— Forse qualcosa di più.

Roberta si siede.
Io mi metto accanto a lei.
Lei non piange.
Non dice niente.
Poi improvvisamente ride.
Una risata breve, nervosa.

— Fantastico.
— Roberta...
— No, aspetta.

Mi guarda.

— Questa è bellissima.

Thomas evidentemente non capisce. Io invece sì.

— Io mi sentivo una merda perché tradivo mio marito.

Si porta una mano alla fronte.

— E mio marito aveva un'amante prima ancora che io conoscessi il mio.

Thomas mi guarda. Questa volta con un'espressione completamente diversa.

— Tu sei...
— Sì.

Rispondo io.

— Sono quello.

Roberta mi dà una gomitata.

— Andrea!
— Ormai...

Thomas ci osserva come se improvvisamente preferisse essere tornato nel ristorante durante l'esplosione.

— Io forse...
— Siediti. — gli dice Roberta — Credo che tu abbia ancora parecchie cose da raccontarmi.

Thomas obbedisce.

La storia arriva a pezzi: Carlo aveva conosciuto Elena durante una trasferta, all'inizio qualche cena. Poi l'inizio di una relazione divenne un passo semplice: Elena era divorziata e viveva sola.

Quando Roberta era rimasta incinta, Carlo aveva provato a chiudere. Per alcuni mesi non si erano praticamente visti.

Poi, dopo la nascita di Marco, avevano ricominciato.

— Perché? — chiede Roberta.

Thomas scuote la testa.

— Questo dovresti chiederlo a lui.
— Tu eri suo amico.
— Lo sono.
— Quindi lo sai.

Thomas esita.

— Carlo non stava bene.

Roberta quasi esplode.

— Lui non stava bene?
— Non intendevo...
— Io ero a casa incinta mentre lui scopava un'altra e quello che non stava bene era lui?

Intervengo.

— Roberta.

Si volta verso di me.

— Non difenderlo.
— Non lo sto difendendo.

Thomas prende fiato.

— Carlo era confuso. Diceva di amare te. Ma diceva anche di amare Elena.

Quelle parole la colpiscono molto più del sesso.

Lo vedo.

— La amava?
— Sì.

Silenzio. Poi Roberta domanda:

— E lei?
— Anche.
— Allora perché non mi ha lasciata?

Thomas guarda il pavimento.

— Per Marco.

Roberta chiude gli occhi. Non dice niente per parecchio tempo.
Poi:

— E ieri sera?
— Cosa?
— Perché erano insieme?

Thomas esita di nuovo.

— Dovevano parlare.
— Di cosa?
— Non lo so esattamente.

Non gli credo. Ma non insisto. Perché in quel momento arriva un medico: Carlo si è svegliato.

Roberta può entrare. Io naturalmente no, devo rimanere fuori.
Passano venti minuti. Poi trenta.
Quaranta.

Quando Roberta esce ha gli occhi rossi.

Mi alzo.

— Come sta?
— Male.
— Ma è cosciente?
— Sì.

Si siede.

— Mi ha chiesto di Marco.
— Normale.
— Gli ho detto che è dai miei.

Pausa.

— Poi mi ha chiesto chi mi ha accompagnata.

Sento qualcosa stringermi lo stomaco.

— E tu?
— Gli ho detto la verità.
— Cioè?
— Che sei qui.

Aspetto.

— E?

Roberta mi guarda.

— Ha sorriso.
— Sorriso?
— Sì.
— Perché?
— Non lo so.

Poi aggiunge:

— E ha detto: "Immaginavo."

Resto in silenzio.

— Cosa cazzo significa "immaginavo"?
— È quello che gli ho chiesto.
— E lui?

Roberta scuote la testa.

— Non ha risposto.

Passa quasi un'ora. Poi un'infermiera esce dalla terapia intensiva. Dice qualcosa a Roberta.
Lei mi guarda.

— Carlo vuole vederti.
— Me?
— Sì.
— Perché?
— Non ne ho idea.

Questa volta sono io a non muovermi. Guardo la porta della terapia intensiva. L'uomo che ho tradito per mesi è dall'altra parte. Ha appena rischiato di morire. Ha perso la donna che, a quanto pare, amava.
E forse sa qualcosa di me.

— Andrea.

Roberta mi prende la mano.

— Vai.

Mi alzo. Mentre l'infermiera mi accompagna lungo il corridoio, penso che nella vita esistano conversazioni alle quali puoi prepararti e questa non è una di quelle.
Carlo è disteso nel letto.
Ha il volto segnato, una fasciatura sulla spalla, tubi e fili dappertutto. Ma è sveglio.
Quando entro gira lentamente la testa verso di me e mi riconosce.

— Andrea.
— Carlo.

Fa una pausa per respirare. Poi mi sorprende.

— Da quanto tempo ti scopi mia moglie?

Rimango immobile. Non c'è più niente da nascondere.

— Da prima che nascesse Marco.

Carlo chiude gli occhi.

Annuisce appena.

— Lo sapevo.

Quelle due parole mi gelano.

— Da quanto?

Riapre gli occhi.

— Cinque mesi.
— Cinque mesi?
— Più o meno.
— E non hai detto niente?

Fa una smorfia che forse vorrebbe essere un sorriso.

— Detto da te... è quasi divertente.

Non posso dargli torto.

— Come l'hai scoperto?

Carlo rimane qualche secondo in silenzio.

— Una foto.
— Quale foto?
— Tu. Roberta. Marco.

Respira.

— E tua figlia.

Il cuore mi accelera.

— Dove?
— Al parco.

Ricordo immediatamente quella giornata. Carlo doveva rientrare dalla Germania la sera. Era tornato prima.
Noi eravamo usciti con i bambini.

— Sembravate una famiglia.

Non so cosa rispondere. Carlo mi guarda, io lo osservo ma non vedo rabbia. Quasi preferirei vederla.

— Pensavi che fossi arrabbiato perché andavi a letto con lei?
— Mi sembrerebbe comprensibile.
— Sarebbe stato ipocrita.

Elena.
Abbasso lo sguardo.

— Roberta sa di Elena?

La domanda mi sorprende.

— Thomas le ha raccontato qualcosa.

Carlo chiude gli occhi.

— Quanto?
— Abbastanza.

Annuisce lentamente.

— Perché non hai detto niente?

Carlo prende fiato.

— Perché non riuscivo a capire con chi fossi più incazzato.
— Con me immagino.

Scuote lentamente la testa.

— Con me.

Silenzio. Poi mi guarda di nuovo.

— Tu la ami?

Questa volta non posso nascondermi dietro una battuta.

— Sì.
— Da quanto?
— Non lo so.

È la risposta più sincera che posso dargli.

— All'inizio era sesso.
— Lo immaginavo.
— Poi è cambiato.

Carlo chiude gli occhi per qualche secondo.

— Marco ti vuole bene.

Non è una domanda.

— Anch'io gliene voglio.

Riapre gli occhi.

— Bene.

Poi aggiunge:

— Ma ricordati una cosa.
— Quale?
— Io sono suo padre.
— Lo so.
— Non voglio che paghi per le nostre stronzate.
— Non succederà.

Mi guarda a lungo.

— Non puoi promettermelo.
— Posso prometterti che farò tutto quello che posso.

Rimane in silenzio. Poi dice qualcosa che non mi aspetto.

— Elena è morta.
— Lo so.

Il suo volto cambia e per la prima volta vedo il dolore. Quello vero.

— La amavo.
— Thomas ce l'ha detto.
— Dovevo lasciare Roberta.

Non so se ho capito bene.

— Cosa?
— Avevo deciso.
— Quando?
— Adesso.

Fa una pausa.

— Quando fossi tornato.
— E la cena con Elena?

Una lacrima gli scende lungo la tempia.

— Doveva essere l'ultima.

Non aggiunge altro e io non so cosa dire: l'uomo davanti a me ha tradito sua moglie e io sono l'uomo con cui sua moglie tradisce lui.
Eppure in quel momento non siamo rivali.
Siamo soltanto due uomini seduti dentro le conseguenze delle proprie scelte.
Carlo apre nuovamente gli occhi.

— Andrea.
— Dimmi.
— Se non dovessi farcela...
— Non cominciare.
— Fammi parlare.

Sto zitto.

— Non lasciarla sola.

Deglutisco.

— Carlo...
— Lei e Marco.
— Tu ce la farai.
— Probabile.

Sorride appena.

— Sono troppo stronzo per morire.

Sorrido anch'io.

— Su questo siamo d'accordo.

Poi torna serio.

— Ma se succede...
— Non succederà.
— Se succede.

Mi guarda negli occhi.

— Resta.

Non riesco a rispondere subito.

Poi annuisco.

— Sì.

Carlo chiude gli occhi.
Credo che la conversazione sia finita, di conseguenza sto per andarmene quando sento nuovamente la sua voce.

— Andrea.

Mi volto.

— Quando esco da qui...

Pausa.

— Un pugno te lo do comunque.

Lo guardo.

— Uno solo?
— Se sopravvivo bene, due.

Sorrido.

— Affare fatto.

Non c'è altro da aggiungere. Almeno per il momento.
Sto per chiedergli qualcosa quando entra un'infermiera che mi fa capire che devo uscire.

— Ci vediamo dopo.

Carlo annuisce. Sto già raggiungendo la porta quando sento la sua voce.

— Andrea.

Mi volto.

— Grazie per averla portata qui.

Rimango spiazzato.

— Non devi ringraziarmi.
— Invece sì.

Poi chiude gli occhi.
Esco.

Roberta mi aspetta nel corridoio.

— Allora?
— Mi ha chiesto se sai di Elena.
— Tutto qui?
— Praticamente.
— Strano.
— Cosa?
— Pensavo ti avrebbe preso a pugni.
— Nelle sue condizioni credo che avrei avuto qualche possibilità.

Mi guarda malissimo.

— Sei un cretino.
— Cerco di alleggerire.
— Non ci riesci.
— Me ne sono accorto.

Ci sediamo.
Passano forse venti minuti quando vediamo arrivare due uomini. Non sono medici: uno dei due mostra un tesserino e parla con un'infermiera.
Poco dopo vengono verso di noi.
Uno parla un inglese abbastanza buono.

— Signora...?

Pronuncia il cognome di Carlo.
Roberta si alza.

— Sono sua moglie.

L'uomo si presenta come un agente della polizia. Ci spiega che stanno raccogliendo informazioni sull'esplosione.
Non sanno ancora con certezza cosa sia successo. L'ipotesi principale è un incidente nella cucina del ristorante, probabilmente una fuga di gas, ma devono ancora completare gli accertamenti.

— Dobbiamo farle alcune domande.

Roberta annuisce. Io mi alzo.

— Ti aspetto qui.

Sto per allontanarmi quando lei mi prende il braccio.

— Resta.

Il poliziotto mi guarda.

— Lei è un familiare?

Esito.

Roberta risponde prima di me.

— È un amico di famiglia.

Ormai quella definizione sta diventando la mia qualifica ufficiale. Il poliziotto annuisce.
Ci fanno accomodare in una piccola stanza. Le domande sono abbastanza semplici.
Da quanto tempo Carlo si trovava in Germania.
Per quale azienda lavora.
Dove alloggiava.
Se Roberta conosceva il motivo della cena.
Se conosceva Elena Keller.
A quella domanda Roberta rimane in silenzio qualche secondo.

— No.
— Non l'aveva mai sentita nominare?
— Mai.

L'agente prende nota.

— Suo marito e la signora Keller si conoscevano?

Roberta mi guarda appena.

— A quanto pare sì.

Il poliziotto solleva gli occhi.

— In che modo?
— Questo dovreste chiederlo a mio marito.

La risposta è sufficientemente chiara da convincerlo a non insistere. Continuano ancora per qualche minuto.
Poi uno degli agenti appoggia sul tavolo una busta trasparente.

— Questi sono alcuni effetti personali recuperati sul posto.

Roberta la guarda.
Dentro vedo un portafoglio. Delle chiavi. Un orologio. Un portabadge. E un cellulare.

Il vetro è crepato in più punti.

— Il telefono funziona?

chiede Roberta.

— Non lo sappiamo. Non è stato necessario trattenerlo per le indagini. Se dovessimo averne bisogno vi contatteremo.

Roberta firma un modulo. L'agente le consegna la busta.

— Altri effetti personali sono rimasti in ospedale. Verranno consegnati quando suo marito sarà trasferito dal reparto intensivo.

— Grazie.

I due uomini se ne vanno e noi due rimaniamo soli.
Roberta continua a guardare la busta.
In particolare il telefono.

— Non farlo.

Mi guarda.

— Non ho fatto niente.
— Lo stai pensando.
— Cosa?
— Di accenderlo.
— È il telefono di mio marito.
— Appunto.
— E quella donna era la sua amante da più di due anni.
— Anche questo è vero.

Roberta prende il cellulare.
Il vetro è crepato ma lo schermo sembra integro.
Preme il pulsante laterale.
Niente.

— È morto.
— Dagli almeno il beneficio del caricabatterie.

Mi guarda.

— Hai un caricatore?
— Se è USB-C sì.
— In macchina?
— Probabilmente.

Roberta rimette il telefono nella busta.

— Andiamo.
— Dove?
— Alla macchina.
— Carlo?
— È in terapia intensiva e non possiamo entrare per almeno un'altra ora.

Conosco abbastanza Roberta da sapere che discutere sarebbe inutile.

Collego il telefono alla presa dell'auto e per qualche secondo non succede niente.
Poi sullo schermo compare il simbolo della batteria.
Roberta mi guarda.

— Funziona.
— Pare di sì.

Aspettiamo.
Dopo qualche minuto prova ad accenderlo.
Il display si illumina.
Una ragnatela di crepe attraversa lo schermo, ma si vede ancora tutto.
Compare la schermata di blocco.
Codice.
Roberta sospira.

— Merda.
— Non conosci il PIN?
— Conoscevo quello vecchio.
— Prova.

Digita quattro numeri.
Errore.

— No.
— Lascia perdere.
— Certo.

La conosco. Quando dice "certo" con quel tono significa esattamente il contrario.
Rimaniamo qualche secondo in silenzio.
Poi lo schermo si illumina da solo.
Una notifica di WhatsApp.
Il messaggio è in tedesco.
Il nome invece non ha bisogno di traduzione.

**Elena.**

Roberta smette quasi di respirare.

— Andrea.
— Ho visto.

Sul display compare solo l'anteprima di poche parole.

Il messaggio è vecchio, probabilmente arrivato prima dell'esplosione e rimasto tra le notifiche.

Roberta prende il telefono.

— Voglio sapere.
— Sei sicura?
— No.

La guardo.

— Allora aspetta.
— Aspettare cosa? Che Carlo si riprenda e mi racconti la versione che preferisce?
— Non sappiamo nemmeno il codice.
— Lo troverò.
— Roberta...

Si gira verso di me.

— Tu hai scopato con me per mesi nel letto di mio marito e adesso vuoi farmi una lezione sulla privacy?

Colpito.

— Messa così, effettivamente, la mia posizione morale è abbastanza debole.

Nonostante tutto le scappa mezzo sorriso. Poi guarda nuovamente il telefono.

— Due anni, Andrea.

Non rispondo.

— Mentre cercavamo di avere Marco, lui conosceva già lei.
— Non sappiamo com'era la loro relazione all'inizio.
— E cambia qualcosa?
— Probabilmente no.

Appoggia la testa contro il sedile.

— Io pensavo che il nostro matrimonio fosse andato a puttane dopo la nascita di Marco.

Mi guarda.

— Invece forse era già finito e io non me n'ero accorta.
— Non puoi saperlo da un telefono.
— No.

Solleva il cellulare.

— Ma magari questo può aiutarmi a capirlo.

Il codice lo scopre quasi per caso.
Durante il pomeriggio Carlo viene sottoposto ad altri esami.
Noi torniamo nella sala d'attesa.
Roberta continua a pensare al telefono.

A un certo punto dice:

— Provo un'ultima cosa.
— Hai già detto "un'ultima cosa" tre tentativi fa.
— Taci.

Digita quattro cifre.

Il telefono si sblocca.

Mi guarda.

— Come hai fatto?

Roberta non sembra soddisfatta.
Anzi.

— La data di nascita di Marco.

Quella risposta mi mette addosso una strana sensazione.
Il telefono di Carlo si apre.
Sfondo: una fotografia di Marco.
Roberta rimane immobile.
Poi entra in WhatsApp.

— Roberta...
— Devo sapere.

Non la fermo.
Scorre le conversazioni.
Elena non è tra le prime.

— Strano.
— Cercala.

Mi guarda.

— Adesso collabori?
— Ormai siamo all'inferno. Tanto vale vedere com'è arredato.

Digita il nome.
Compare una conversazione archiviata.

**Elena K.**

Roberta la apre.
Ci sono anni di messaggi.
Non li leggiamo tutti.
Sarebbe impossibile.
E forse sarebbe anche troppo.

Ma bastano pochi minuti per capire che Thomas non aveva mentito.
Non era una storia occasionale.
Non erano due persone che si vedevano soltanto durante qualche trasferta.
C'erano fotografie.
Cene.
Messaggi del buongiorno.
Discussioni.
Riconciliazioni.
Progetti.
E parole che fanno molto più male di qualsiasi fotografia.
Roberta scorre in silenzio.
Poi si ferma.

— Guarda.

Mi porge il telefono.

Un messaggio di Carlo risale a diversi mesi prima.
Parla di lei.
Di me.
Sento lo stomaco stringersi.

— Leggilo.
— Roberta...
— Leggilo.

Lo faccio.

Carlo scrive a Elena che ormai è sicuro che Roberta ha qualcuno.
Elena gli chiede come faccia a saperlo.

La risposta di Carlo è semplice: **L'ho visto.**

Seguono altri messaggi.
Carlo racconta di essere rientrato prima da una trasferta e di averci visti al parco.

Io.
Roberta.
Marco.
Mia figlia.

Leggo più lentamente.
Elena gli domanda se abbia intenzione di affrontarla.
Carlo risponde di no.
Non ancora.

Poi c'è un altro messaggio.
Roberta me lo indica.

— Questo.

Leggo.

Carlo scrive:
**Non sono arrabbiato perché va a letto con lei. Sarebbe ipocrita, considerando noi due.**

Mi fermo.
Sotto ce n'è un altro.

**Sono arrabbiato perché quando io non ci sono lui c'è.**

E ancora:

**Marco lo conosce. Si fida di lui. Lei si fida di lui.**

Roberta si copre la bocca con una mano.
Io continuo.

Elena gli domanda:

**Lo odi?**

Passano diversi minuti prima della risposta di Carlo.

**È questo il problema. Non riesco nemmeno a odiarlo.**

Mi fermo.
Roberta prende il telefono dalle mie mani.

— Continua.

Scorre.
Poi trova un messaggio più recente.
Molto più recente.
Di pochi giorni prima dell'esplosione.
Questa volta è Elena a scrivere.

**Non possiamo continuare così.**

Carlo risponde dopo quasi un'ora.

**Lo so.**
**Devi tornare a casa e decidere cosa vuoi davvero.**

Altra pausa. Poi Carlo:

**Credo di averlo già deciso.**

Roberta smette di scorrere.

— Cosa aveva deciso?
— Non lo sappiamo.
— Di lasciarmi?
— Forse.
— Di lasciare lei?
— Forse.
— Ottima capacità di analisi.
— Sono un agente di commercio, non un indovino.

Mi guarda. Poi torna al telefono.
L'ultimo messaggio di Elena è del pomeriggio precedente.
Poche ore prima dell'esplosione.

**Stasera parliamo. Basta rimandare.**

Carlo aveva risposto:

**Sì. Stasera chiudiamo tutto.**

Roberta legge quella frase diverse volte.

— "Chiudiamo tutto."
— Già.
— Che cazzo significa?

Non lo so. E questa volta non provo neppure a inventare una risposta.
Perché la sola persona che può dircelo è qualche piano sopra di noi, in un letto di terapia intensiva.
E la donna che potrebbe darci l'altra metà della risposta è morta.

Roberta spegne lo schermo. Rimaniamo seduti uno accanto all'altra.
Poi dice:

— Andrea?
— Sì?
— Carlo sapeva di noi.
— Sì.
— Da mesi.
— Sì.
— E non ha mai detto niente.
— A quanto pare.

Mi guarda.

— Perché?

Guardo il telefono crepato tra le sue mani.

— Credo che dovremo aspettare che sia lui a spiegarcelo.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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