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tradimenti

Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 5a p.


di adderapap
08.09.2026    |    961    |    0 9.7
"O forse ha semplicemente capito che davanti alla morte certe emozioni diventano improvvisamente ridicole..."
# CAPITOLO 5

— Credo che dovremo aspettare che sia lui a spiegarcelo.
Roberta continua a tenere il cellulare di Carlo tra le mani e non mi risponde.

Lo schermo ormai è spento, ma ho l'impressione che lei continui a vedere quelle frasi anche attraverso il vetro nero e crepato.

**Non sono arrabbiato perché va a letto con lei. Sarebbe ipocrita, considerando noi due.**

**Sono arrabbiato perché quando io non ci sono lui c'è.**

E soprattutto:

**Stasera chiudiamo tutto.**

Tre parole che possono voler dire qualsiasi cosa oppure niente.

— Torniamo dentro? — le chiedo.

Annuisce.
Durante il tragitto verso l'ingresso dell'ospedale non parliamo. Prima di entrare, però, Roberta si ferma.

— Andrea.
— Dimmi.
— Non diciamogli del telefono.
— Adesso?
— Adesso.
— Prima o poi dovremo farlo.
— Lo so.

Guarda la busta con gli effetti personali di Carlo.

— Ma non mentre è in terapia intensiva.
— Su questo sono d'accordo.
— Voglio che mi racconti lui cosa stava succedendo.
— E se ti raccontasse una cosa diversa da quella che abbiamo letto?

Mi guarda.

— Allora saprò che mi sta mentendo.

Non aggiungo altro.

Passiamo praticamente tutta la giornata in ospedale.
Carlo viene sottoposto ad altri esami e noi scopriamo una caratteristica universale degli ospedali: il tempo smette di funzionare normalmente: puoi trascorrere tre ore aspettando una notizia e avere l'impressione che ne siano passate dieci. Poi un medico arriva, ti parla per cinque minuti e improvvisamente tutto accelera.
La notizia, comunque, è buona: Carlo rimane grave, ma i parametri sono stabili e gli esami non mostrano nuovi problemi. Se continuerà così, ci spiegano, nelle prossime quarantotto ore potrebbero trasferirlo dalla terapia intensiva.

Roberta chiama i suoi genitori per aggiornarli e soprattutto perché vuole sentire Marco.
Io mi allontano per lasciarle un po' di privacy.
La vedo trasformarsi nel momento stesso in cui sente la voce di suo figlio: fino a pochi secondi prima era una donna che aveva appena scoperto che il marito aveva un'amante da più di due anni.
Adesso è semplicemente una mamma.

— Ciao amore della mamma...

Sorride.
Poi piange.
Poi sorride di nuovo.
Io vado a prendermi un caffè.
Quando torno ha già chiuso.

— Tutto bene?
— Mia madre dice che Marco è tranquillissimo.
— Meglio.
— Ha dormito tutta la notte.
— Ottimo.

Mi guarda male.

— Cosa?
— A casa con me si sveglia tre volte.
— Magari tua madre gli mette qualcosa nel latte.
— Scemo.

Almeno riesco a farla sorridere. È diventata una specie di missione personale.

Considerato che non possiamo dormire in sala d’attesa per giorni, decidiamo di cercare un albergo vicino all'ospedale. Grazie a l’aiuto di Thomas riusciamo a trovare una sistemazione a poche centinaia di metri dal nosocomio.
Quando arriviamo alla reception scopriamo che c'è un problema.

— One room? — chiede la ragazza.

Io e Roberta ci guardiamo.

— Two — rispondo.

La ragazza controlla e fa una smorfia.

— I'm sorry. Only one room available.

Naturalmente.
Perché evidentemente la nostra situazione non è ancora abbastanza assurda. Roberta sospira. E risponde:
— One is fine.

La guardo.

— Sicura?
— Andrea, abbiamo fatto cose decisamente più compromettenti che dormire nello stesso albergo.

La receptionist non capisce l'italiano. Per fortuna.

— One Room — confermo.

Quando entriamo scopriamo che almeno ci sono due letti singoli.

— Il destino sta perdendo colpi — commento.

Roberta appoggia la borsa.

— Non pensarci nemmeno.
— Non ho detto niente.
— Ti conosco.
— In realtà stavo pensando di dormire.
— Certo.

Si toglie le scarpe e si siede sul letto. Per la prima volta da quando siamo partiti la guardo davvero.
È distrutta. Non solo fisicamente.
Mi siedo accanto a lei.

— Vieni qui.

Roberta si lascia abbracciare.
Niente sesso.
Niente provocazioni.
Niente amante e amante.
Solo due persone stanche che cercano di capire come sia possibile che nel giro di ventiquattro ore sia cambiato tutto.

— Andrea?
— Mmh?
— Quando Carlo ti ha detto che sapeva di noi... cosa hai provato?

Ci penso.

— Paura.
— Di lui?
— Anche.
— E poi?
— Vergogna.
— Davvero?
— Roberta, stavo parlando con tuo marito in terapia intensiva dopo essermi scopato sua moglie per mesi. Non era esattamente il momento nel quale mi sentivo un esempio di virtù.

Lei rimane in silenzio.

— E quando ti ha detto che non riusciva a odiarti?
— Quello l'abbiamo letto dopo.
— Giusto.

Pausa.

— Ti ha chiesto se mi ami.

La guardo.

— Sì.
— E tu?

Non rispondo. Roberta si stacca appena da me.

— Cosa gli hai detto?

Ormai non ha senso nasconderlo.

— Che sì. Ti amo.

Rimane immobile. Forse per la prima volta da quando ci conosciamo sono riuscito a lasciarla senza parole.

— Gliel'hai detto?
— Me l'ha chiesto.
— A lui.
— Sì.
— Prima di dirlo a me.

Ecco. Vista così effettivamente non è il massimo.

— Tecnicamente...
— Non provare a salvarla con "tecnicamente".
— Va bene.

Mi guarda.

— Sei un coglione.
— Probabile.

Poi abbassa gli occhi.

— Dimmelo adesso.

Questa volta non scherzo.

— Ti amo.

Roberta alza gli occhi verso di me.
Non c'è malizia.
Non c'è il sorriso provocatorio con cui è iniziato tutto.
Mi accarezza il viso.

— Anch'io.

La bacio. Un bacio lento. Dolce.
Poi appoggia la fronte contro la mia.

— Che momento del cazzo abbiamo scelto per dircelo.
— In effetti il romanticismo non è mai stato il nostro forte.

Ride piano.

— Dormiamo.
— Dormiamo.

Quella notte ci addormentiamo nello stesso letto. Vestiti. Abbracciati.
Ed è probabilmente una delle notti più intime che abbiamo mai passato insieme.

Il mattino dopo arriviamo presto in ospedale.
Le condizioni di Carlo continuano lentamente a migliorare.
Nel pomeriggio riescono a ridurre alcuni farmaci.
Il giorno successivo arriva finalmente la notizia che aspettavamo: Carlo può lasciare la terapia intensiva. Non significa che stia bene. Significa semplicemente che non rischia più di morire da un momento all'altro.
Ma per noi è sufficiente.
Quando entriamo nella stanza del nuovo reparto, Carlo sembra ancora uno che è stato investito da un camion.
Mi guarda.

— Sei ancora qui?
— Anch'io sono contento di vederti.
— Speravo fossi tornato in Italia.
— Ho pensato che magari volevi anticipare quel pugno.

Accenna un sorriso.

— Non riuscirei nemmeno ad alzare il braccio.
— È per quello che sono entrato.

Roberta scuote la testa.

— Siete due deficienti.

Carlo la guarda. Il sorriso scompare. Io capisco immediatamente che devo uscire.

— Vado a prendere un caffè.

Roberta mi guarda. Sa perfettamente cosa sto facendo. Carlo pure. Chiudo la porta.

Non so cosa si dicano.
E questa volta non cerco di immaginarlo.
Rimango al distributore automatico con un caffè che sa vagamente di plastica bruciata.
Passano venti minuti.
Poi quaranta.
Quasi un'ora.
Quando Roberta esce dalla stanza non sta piangendo: è quasi peggio.

— Tutto bene?
— No.
— Vuoi parlarne?
— Non adesso.

Annuisco.

— Vuoi stare sola?
— No.

Mi prende la mano.

— Voglio stare con te. Ma non voglio parlare.
— Va bene.

Ci sediamo.
Dopo qualche minuto è lei a rompere il silenzio.

— Mi ha raccontato tutto.
— Tutto?
— Almeno credo.

Aspetto.

— Gli ho chiesto di Elena.
— E?
— Mi ha detto che la amava.

Questo già lo sappiamo. Ma sentirlo direttamente da Carlo deve essere un'altra cosa.

— Gli ho chiesto perché non mi avesse lasciata due anni fa.
— Cosa ti ha risposto?
— Che era un codardo.

Non me l'aspettavo.

— Testuali parole?
— Testuali.

Roberta guarda davanti a sé.

— Dice che ogni volta trovava una ragione per rimandare. Prima il lavoro. Poi la gravidanza. Poi Marco appena nato. Poi la paura di perderlo.
— Capisco.
— Io no.

Si gira verso di me.

— O forse sì. Ed è proprio questo che mi fa incazzare.

Non dico niente.

— Poi gli ho chiesto dell’altra sera.

Questa è la parte che aspettavo.

— E "chiudiamo tutto"?

Roberta annuisce.

— Elena voleva lasciarlo.

Rimango sorpreso.

— Sicura?
— Carlo dice di sì.
— Perché?
— Perché aveva capito che non potevano continuare in quel modo. E soprattutto perché Carlo le aveva raccontato di noi.

Questa volta sono io a rimanere in silenzio.

— Elena sapeva che Carlo ci aveva visti al parco. Sapeva di Marco. Sapeva di mia figlia?
— Di tua figlia sì. Carlo le aveva raccontato tutto.
— E cosa c'entra con la decisione di lasciarlo?

Roberta inspira lentamente.

— A quanto pare Elena gli ha detto che doveva smetterla di nascondersi dietro di lei.
— Non capisco.
— Neanch'io all'inizio.

Mi guarda.

— Carlo le aveva detto che voleva lasciare me per stare con lei.
— Questo me l'aveva detto.
— Elena invece non voleva più essere il motivo per cui mi lasciava.
— Curioso tempismo dopo due anni.
— L'ho pensato anch'io.

Roberta continua.

— Gli ha detto che doveva tornare a casa e decidere cosa voleva della propria vita. Non scegliere tra me e lei. Capire cosa voleva lui.

Adesso quei messaggi assumono un significato diverso.

**Devi tornare a casa e decidere cosa vuoi davvero.**
**Credo di averlo già deciso.**

— E Carlo cosa aveva deciso?

Roberta mi guarda.

— Di lasciarmi comunque.

Silenzio.

— Ma non per Elena.
— No.
— E quella sera?
— Dovevano chiudere la loro relazione.

Eccolo il significato di quelle tre parole.

**Stasera chiudiamo tutto.**

— Poi è esploso il ristorante.

Roberta lo dice con una freddezza che mi fa quasi male.

— Già.
— Sai qual è la cosa assurda?
— Dimmi.
— Che se non fosse successo niente, Carlo sarebbe tornato in Italia e probabilmente ci saremmo lasciati.

Mi guarda.

— E magari dopo qualche mese avremmo scoperto che entrambi avevamo già qualcun altro.
— Una separazione sorprendentemente civile.
— Invece siamo dovuti venire fino in Germania per scoprire che il nostro matrimonio era finito da entrambe le parti.

Non so cosa risponderle. Allora le stringo semplicemente la mano.

I giorni successivi passano lentamente.
Carlo migliora: poco alla volta ricomincia a mangiare normalmente, riesce a stare seduto più a lungo e inizia la fisioterapia.

Io nel frattempo devo anche ricordarmi di avere una vita in Italia. Telefono in ufficio. Sposto appuntamenti. Invento spiegazioni abbastanza credibili ai clienti.
Parlo con mia figlia ogni sera: le dico semplicemente che sono fuori per aiutare degli amici che hanno avuto un problema.
Non serve raccontarle altro.
Marco invece diventa protagonista delle videochiamate con Carlo.
La prima volta che Carlo riesce a parlargli, Roberta mi fa cenno di uscire dalla stanza.
Lo faccio senza problemi.
Quello è un momento loro.

Una mattina, circa una settimana dopo l'incidente, arrivo in ospedale e trovo una donna seduta fuori dalla stanza di Carlo.
Non l'ho mai vista.
Avrà una quarantina d'anni.
Capelli chiari raccolti, cappotto scuro.
Tiene sulle ginocchia una borsa e una piccola scatola.
Quando mi vede si alza.
Dice qualcosa in tedesco.

— Sorry, English?
— Yes.

Mi guarda.

— I'm looking for Carlo.
— He's inside.

Esita.

— Are you family?

Quella domanda ormai mi perseguita.

— A friend.

Lei annuisce.

— I'm Katharina.

Pausa.

— Elena's sister.

Sento immediatamente cambiare qualcosa dentro di me.

— I'm Andrea.

Mi stringe la mano.
In quel momento arriva Roberta che vede la donna. Poi vede la scatola. Poi guarda me.

— Chi è?

Non faccio in tempo a rispondere.
Katharina ha capito chi è.

— Roberta?

Roberta si ferma.

— Yes.

La sorella di Elena la guarda per qualche secondo. Non c'è ostilità. C'è qualcosa di molto più difficile da sostenere. Imbarazzo. Dolore. Forse vergogna.

— I'm sorry.

Roberta annuisce.

— Me too.

Due parole. Nient'altro. Eppure dentro quelle due parole c'è tutto. Katharina indica la stanza.

— I need to give Carlo some things.

Roberta si sposta.

— Of course.

La donna entra.
Io e Roberta rimaniamo fuori.

— Cosa c'è nella scatola?
— Non ne ho idea.
— Elena era sua sorella?
— Sì.

Roberta si siede. Questa volta non mostra gelosia.
Forse dopo tutto quello che abbiamo scoperto non ne è rimasta.
O forse ha semplicemente capito che davanti alla morte certe emozioni diventano improvvisamente ridicole.
Katharina rimane con Carlo quasi mezz'ora.
Quando esce ha gli occhi lucidi.
Saluta Roberta.
Poi me.
Prima di andarsene si volta ancora verso di lei.

— Elena knew about you.

Roberta impallidisce leggermente.

— I know.

Katharina sembra sorpresa.
Poi annuisce.
— She was sorry.

Roberta non risponde. La donna se ne va e noi entriamo nella stanza.
La scatola è sul comodino.
Carlo la guarda.

— Sua sorella?

chiede Roberta.

— Sì.
— Cosa ti ha portato?

Carlo indica la scatola.

— Alcune mie cose che erano rimaste a casa di Elena. E altre cose che Katharina pensava dovessi avere io.

Roberta guarda la scatola.
Poi Carlo.

— Vuoi aprirla?

Carlo scuote la testa.

— Non adesso.

Nessuno insiste.


Passano altri giorni.
I medici finalmente iniziano a parlare di rientro: Carlo non può ancora viaggiare da solo e dovrà continuare le cure e la fisioterapia in Italia, ma le sue condizioni consentono il trasferimento.
Quando glielo comunicano, per la prima volta lo vedo davvero felice.

— Voglio vedere mio figlio.

Roberta sorride.

— Anche lui vuole vedere te.

Io mi appoggio alla parete.

— E io finalmente potrò tornare a lavorare prima che i miei clienti decidano di rivolgersi alla concorrenza.

Carlo mi guarda.

— Pensavo facessi questa vita perché eri ricco.
— Sono agente di commercio. Se fossi ricco non farei l'agente di commercio.
— Effettivamente.

Roberta alza gli occhi al cielo.

— Una settimana in ospedale e siete già diventati amici?

Io e Carlo rispondiamo contemporaneamente.

— No.

Ci guardiamo.

— Assolutamente no — aggiunge lui.
— Mi sta pure sul cazzo — confermo.

Roberta scoppia a ridere. Ed è una risata vera. Una di quelle che non sentivo da quando eravamo partiti.

Il giorno del rientro aiutiamo Carlo a raccogliere le sue cose. Non sono molte. Vestiti. Documenti. Farmaci. Gli effetti personali restituiti dall'ospedale. La busta della polizia. E la scatola consegnata da Katharina.
Carlo la prende. La guarda per qualche secondo. Poi la mette dentro il borsone senza aprirla.
Io lo osservo. Non faccio domande e Roberta nemmeno.
Ci sono cose che devono aspettare.
Scendiamo lentamente verso l'uscita dell'ospedale.
Carlo cammina con difficoltà e per alcuni tratti ha bisogno della sedia a rotelle.
Quando le porte automatiche si aprono, l'aria fredda ci investe.
Carlo si ferma.
Respira profondamente.

— Finalmente fuori da questo cazzo di posto.
— Romantico — commento.
— Fatti esplodere tu e poi vediamo quanto diventi poetico.
— Passo.

Roberta scuote la testa.

— Possiamo arrivare in Italia senza che vi ammazziate?

Carlo mi guarda.

— Dipende da lui.
— Certo. Quello che ha promesso di prendermi a pugni sei tu.

Roberta si gira di scatto.

— Cosa?

Io guardo Carlo.
Carlo guarda me.

— Non gliel'avevi detto?
— Mi era sfuggito.

Roberta punta un dito verso suo marito.

— Tu non prendi a pugni nessuno.

Carlo sospira.

— Posso almeno pensarci?
— Quello sì.
— Grazie.

Ci avviamo verso la macchina. Carichiamo i bagagli. Per ultimo prendo il borsone di Carlo.
La scatola di Elena è lì dentro. Chiusa. Silenziosa. Nessuno di noi sa esattamente cosa contenga.
E, per il momento, nessuno sembra avere voglia di scoprirlo.

Abbiamo soltanto voglia di tornare a casa.
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