Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 9a p.
Tengo gli occhi socchiusi.
— Sei sveglio?
— No.
— Peccato.
— Perché?
— Avevo un'idea.
Apro un occhio.
Roberta è appoggiata su un gomito. Nuda.
I capelli spettinati.
Nessun trucco.
Il lenzuolo appena tirato addosso.
Bellissima.
— Che idea?
— Adesso dormi.
Richiudo l'occhio.
— Buonanotte.
Aspetta.
— Sei insopportabile.
— Sto rispettando le tue indicazioni.
Continua a baciarmi il pene.
— Adesso?
— Sto iniziando a svegliarmi.
Altro bacio.
— Adesso?
— Diciamo cinquanta per cento.
Si avvicina ancora.
— E adesso?
Apro gli occhi.
— Completamente operativo.
Scoppia a ridere.
— Scemo.
La tiro verso di me.
Quello che comincia come un gioco cambia rapidamente tono.
C'è qualcosa di diverso nel desiderarsi appena svegli.
Nessuna preparazione.
Nessuna attesa.
Nessun vestito elegante.
Solo pelle calda, capelli spettinati, occhi ancora assonnati e quella familiarità che rende tutto naturale.
Quando ci fermiamo, Roberta guarda l'orologio.
— Abbiamo perso la colazione.
— Ne è valsa la pena.
— Non lo so. C'erano le brioche.
— Ti porto a mangiare.
— Dopo.
— SPA?
— Dopo.
— Quindi cosa facciamo?
Si rannicchia contro di me.
— Niente.
— Mi piace questo programma.
— Anche a me.
Arriviamo alla SPA quando le persone normali probabilmente stanno già pensando al pranzo.
Sauna. Bagno turco. Docce emozionali. Zona relax. Una piscina interna affacciata sulle colline.
Roberta esce dallo spogliatoio in costume.
La guardo.
— Cosa?
— Niente.
— Andrea.
— È un bel costume.
— Grazie.
— Molto.
— Smettila.
— Ho solo fatto un complimento.
Mi passa accanto.
— Ti conosco.
La seguo.
— Questa frase sta diventando discriminatoria.
— Comportati bene.
— Sempre.
La promessa dura circa dodici minuti. Nel bagno turco siamo soli. La nebbia rende tutto indistinto. Roberta è seduta accanto a me. Una goccia d'acqua le scende lungo il collo. La seguo con gli occhi. Lei se ne accorge.
— No.
— Non ho fatto niente.
— Lo stai pensando.
— Non puoi vietarmi di pensare.
— Posso provarci.
Le sfioro un ginocchio.
— Andrea.
— Cosa?
— Siamo in una SPA.
— Lo so.
— Pubblica.
— In questo momento siamo soli.
— In questo momento.
Mi avvicino. Lei non si sposta.
— Se entra qualcuno ti uccido.
— Ricevuto.
La bacio.
Per qualche secondo dimentichiamo completamente dove siamo.
Poi si sente una porta aprirsi da qualche parte.
Roberta si stacca di colpo.
Mi guarda.
Io guardo lei.
— Camera — dice.
— Subito.
Usciamo dal bagno turco con una dignità decisamente inferiore a quella con cui eravamo entrati.
Percorriamo il corridoio cercando di sembrare due adulti assolutamente normali.
Funziona malissimo.
Appena la porta della camera si chiude, Roberta si gira verso di me.
— È colpa tua.
— Mi hai baciato tu.
— Mi hai provocata.
— Obiezione respinta.
— Vieni qui.
Non c'è più la lentezza della sera precedente.
Gli accappatoi finiscono a terra.
Ridiamo quando quasi inciampo nel mio.
— Molto sexy.
— Taci.
— Hai rischiato di morire contro un comodino.
— Roberta.
— Cosa?
La raggiungo.
— Adesso ridi meno.
E infatti smette.
La tensione che abbiamo trattenuto nella SPA esplode tutta insieme.
Baci.
Mani che si cercano.
Respiri sempre più brevi.
Qualche parola sussurrata che in qualunque altro momento probabilmente ci farebbe ridere e che invece lì funziona perfettamente.
Molto dopo Roberta è distesa sul letto.
— Ho sete.
— C'è l'acqua.
— Non riesco ad alzarmi.
— Problema tuo.
Mi dà un calcio leggero.
— Sei tu il responsabile.
— Credevo fosse colpa mia soltanto nella SPA.
— Adesso è ufficialmente colpa tua di tutto.
Mi alzo.
Le porto il bicchiere.
— Servizio impeccabile.
Beve.
— Cinque stelle.
— Grazie.
— Però manca qualcosa.
— Cosa?
Posa il bicchiere. Mi guarda.
— Torna qui.
Evidentemente la recensione non era ancora completa.
Il pomeriggio dormiamo.
Davvero.
Quando mi sveglio Roberta è sul balcone avvolta nell'accappatoio.
Due bicchieri sul tavolino.
— Hai ordinato vino?
— Degustazione privata.
— Sono le quattro.
— Siamo nell'Astigiano.
— Argomentazione inattaccabile.
Mi siedo davanti a lei.
Fuori ci sono soltanto colline, vigneti e silenzio.
— Andrea?
— Dimmi.
— Da quanto tempo non facevi una cosa così?
— Un weekend?
— Sì.
Ci penso.
— Anni.
— Anch'io.
Beve un sorso.
— Con Carlo viaggiavamo molto all'inizio.
Non provo fastidio.
È la sua vita.
— Poi?
— Poi i viaggi sono diventati suoi.
Silenzio.
— Mi ero dimenticata cosa significasse partire con qualcuno.
— Tecnicamente siamo a un'ora da casa.
— Non rovinare tutto.
— Scusa.
Sorride.
— E tu?
— Io cosa?
— Con tua moglie?
— All'inizio sì.
— Poi?
— Poi abbiamo iniziato a pensare che ci sarebbe stato sempre tempo.
Roberta mi guarda.
— E non c'era?
— Evidentemente no.
Rimaniamo in silenzio.
— Facciamo una promessa? — dice.
— Dipende.
— Se noi diventiamo una di quelle coppie che continuano a rimandare tutto...
— Sì?
— Uno dei due prende l'altro e lo porta via.
— Tre notti?
— Anche una.
— Vasca privata obbligatoria?
— Preferibile.
Allungo il bicchiere.
— Affare fatto.
Fa toccare il suo contro il mio.
— Affare fatto.
La sera usciamo dal resort.
Troviamo un piccolo ristorante in un paese poco distante.
Tajarin.
Carne.
Altro vino.
Il vino a cena non aiuta.
O forse aiuta moltissimo.
Durante il viaggio di ritorno Roberta tiene una mano sulla mia gamba.
— Mi distrai.
— Sto ferma.
— Non abbastanza.
— Guarda la strada.
— Sto cercando.
La sua mano si sposta appena.
— Roberta.
— Mmh?
— Vuoi arrivare vivi?
— Sì.
— Allora basta.
La ritira.
— Va bene.
Passano dieci secondi.
— Offeso?
— Molto.
— Poverino.
Quando parcheggio, si slaccia la cintura.
— Adesso puoi smettere di fare il responsabile.
— Grazie.
In ascensore siamo soli.
Lei si appoggia alla parete.
— Secondo piano?
— Sì.
— Troppo vicino.
— Per cosa?
Mi guarda.
Le porte si aprono.
— Niente.
Esce.
— Vigliacca.
— Lento.
La raggiungo davanti alla camera.
Appena entriamo, la porta si chiude alle nostre spalle.
Non arriviamo subito al letto.
E per qualche minuto dimentichiamo perfino che esiste.
A un certo punto Roberta mi guarda e ride.
— Cosa?
— Domani non bevo.
— Perché?
— Perché mi vengono idee.
— Mi piacciono le tue idee.
— L'avevo capito.
— Continua ad averne.
Lo fa.
La domenica è diversa.
Non c'è fretta.
Forse perché sappiamo che è l'ultimo giorno.
Forse perché in quarantotto ore abbiamo finalmente smesso di comportarci come se qualcuno potesse interromperci.
Nel pomeriggio Roberta legge sul letto.
Io rispondo a una mail.
— Avevamo detto niente lavoro.
— Due minuti.
— Uno.
— Due.
— Uno e mezzo.
— Affare fatto.
Invio.
Chiudo il computer.
— Un minuto e cinquantadue.
— Hai sforato.
— Ventidue secondi.
— Penale.
— Quanto?
Chiude il libro.
— Vieni qui.
Mi sdraio accanto a lei.
— Pago subito?
— Vediamo.
Mi bacia lentamente.
Quella volta non c'è nessuna provocazione.
Nessuna corsa.
Le accarezzo il viso.
Roberta appoggia la fronte alla mia.
— Mi piace quando fai così.
— Così come?
— Piano.
Sorrido.
— Prendo nota.
— Non rovinare tutto parlando.
— Prendo nota anche di questo.
Mi bacia per farmi tacere.
Ci prendiamo tempo.
Molto.
Ci fermiamo per guardarci.
Riprendiamo.
Ci diciamo cose che non hanno nessuna importanza e altre che probabilmente ne hanno troppa.
A un certo punto Roberta mi stringe più forte.
Non dice niente.
Nemmeno io.
Non serve.
Quando dopo rimaniamo abbracciati, non ho la sensazione che sia finito qualcosa.
È quasi il contrario.
Sento che stiamo imparando un modo diverso di stare insieme.
Più tardi siamo di nuovo nella vasca.
Roberta è appoggiata contro di me.
Le mie braccia intorno a lei.
La sua testa sulla mia spalla.
— Non voglio tornare.
— Nemmeno io.
— Domani alle nove dobbiamo lasciare la camera.
— Possiamo sequestrare Paolo.
— Potrebbe funzionare.
— Chiedo uno sconto sul riscatto. È cliente.
Ride.
Poi torna seria.
— Grazie.
— Per cosa?
— Per aver organizzato tutto.
— Volevo stare con te.
— Stai già con me praticamente tutti i giorni.
— Non è la stessa cosa.
— No.
Si gira appena.
— Qui non sono la mamma di Marco.
— Lo sei.
— Lo so. Ma capisci cosa intendo.
— Sì.
— Non sono l'ex moglie di Carlo. Non sono quella che ha tradito suo marito. Non sono quella che deve organizzare una separazione. Non sono quella che deve pensare a tutto.
Pausa.
— Sono solo Roberta.
La stringo.
— A me piace parecchio solo Roberta.
— Anche a me.
Poi mi guarda.
— E tu non sei il padre separato.
— Lo sono.
— Lo so.
— Non sono l'agente di commercio.
— Finalmente.
— Non sono il vicino di casa.
— Per fortuna.
— Non sono l'amante.
Sorride.
— Quello un po' sì.
— Ah.
— Nel senso buono.
Mi bacia.
— Sei solo Andrea.
— Ti piace?
— Abbastanza.
— Solo abbastanza?
— Molto.
— Meglio.
L'ultima notte è quella che ricorderò meglio.
Non perché sia la più impetuosa.
È esattamente il contrario.
Roberta esce dal bagno.
Io sono seduto sul letto.
Si ferma davanti a me.
— Che c'è?
— Niente.
— Mi stai guardando di nuovo.
— È vietato?
— No.
— Allora approfitto.
Si avvicina.
Le prendo una mano.
— Sei bellissima.
— Sei diventato sentimentale.
— Domani torniamo a casa. Mi passerà.
— Stronzo.
Sorride.
Poi si siede sulle mie gambe.
— Dimmi un'altra cosa sentimentale.
— Ti amo.
Il sorriso cambia.
— Questa vale.
— Ne ho altre.
— Dopo.
Mi bacia.
Quella notte non abbiamo niente da recuperare.
Niente da rubare.
Niente da dimostrare.
Per la prima volta da quando ci conosciamo, possiamo permetterci persino di rallentare.
Roberta sa come farmi perdere il filo di quello che sto dicendo.
Io ormai conosco il punto preciso in cui il suo sorriso scompare e lascia spazio a quell'espressione che mi fa dimenticare qualunque battuta stessi per fare.
Ci cerchiamo senza fretta.
Ci fermiamo quando vogliamo fermarci.
Riprendiamo quando nessuno dei due ha più voglia di stare fermo.
Ci sono momenti in cui ridiamo.
Altri in cui non c'è niente da ridere.
Solo occhi negli occhi, respiro contro respiro e quella sensazione quasi assurda di poter finalmente essere esattamente dove vogliamo essere.
Dopo Roberta rimane distesa contro di me.
Un dito si muove lentamente sul mio petto.
— Cosa scrivi?
— Niente.
— Una parola?
— Forse.
— Quale?
— Fatti gli affari tuoi.
— È lunga.
Ride.
Poi ricomincia.
Cerco di seguire il movimento.
— Una A?
— Forse.
— Andrea?
— Egocentrico.
— Amore?
Il dito si ferma.
Alza la testa.
— Forse.
— Ti amo anch'io.
— Non te l'avevo detto.
— L'hai scritto.
— Non sai leggere.
— Sono bravissimo.
Mi bacia.
Poi torna ad appoggiare la testa sul mio petto.
Passano alcuni secondi.
— Andrea?
— Sì?
— Domani torniamo davvero?
— Purtroppo.
— A che ora?
— Check-out alle nove.
— Quindi abbiamo ancora...
Guardo l'orologio.
— Parecchie ore.
Si solleva lentamente.
— Bene.
Riconosco immediatamente quello sguardo.
— Cosa?
— Niente.
— Roberta.
— Avevi detto che avevamo tempo da recuperare.
— Mi sembra che ci siamo impegnati parecchio.
— Non abbastanza.
— Sei esigente.
— Molto.
Mi tira verso di lei.
E ricominciamo.
Naturalmente arriva il mattino.
Alle otto e mezza siamo davanti alle valigie.
— Non voglio andare.
— Lo hai già detto.
— Lo ripeto.
— Possiamo trasferirci qui.
— E i bambini?
— Dettagli.
— Carlo?
— Gli lasciamo Marco.
— Tua figlia?
— Viene nei weekend.
— Il lavoro?
— Paolo mi assume.
— A fare cosa?
— Collaudatore di vasche.
Roberta ride.
— Hai trovato la tua vocazione.
Chiudo il trolley.
Lei si guarda intorno.
— È stato bello.
— Molto.
— Lo rifacciamo?
— Sì.
— Quando?
— Non lo so.
Mi punta un dito contro.
— No.
— Cosa?
— La promessa.
Ricordo.
Prendo il telefono.
Apro il calendario.
— Andrea, cosa fai?
— Prenoto.
— Adesso?
— Adesso.
— Dove?
— Non ne ho idea.
— Quando?
— Nemmeno.
— Quindi cosa stai prenotando?
Scrivo un promemoria tra tre mesi.
**PORTARE VIA ROBERTA ❤️**
Le mostro lo schermo.
— Soddisfatta?
— Quasi.
— Cosa manca?
Guarda la vasca.
Poi guarda l'orologio.
— Venticinque minuti.
— Roberta...
— Cosa?
— Paolo ormai ha capito tutto.
— Allora non abbiamo più niente da perdere.
— Argomentazione interessante.
Lasciamo il resort alle nove e trentadue.
Paolo ci guarda dalla reception.
Poi guarda l'orologio.
— Tutto bene?
— Benissimo — rispondo.
Roberta gli sorride.
— Torneremo.
— Mi fa piacere.
Poi Paolo guarda me.
— La camera è piaciuta?
Prima che possa rispondere lo fa Roberta.
— Moltissimo.
— La vasca?
Chiudo gli occhi.
Roberta invece mantiene una serietà perfetta.
— Anche quella.
Prendo le valigie.
— Noi andremmo.
Paolo ride.
— Buon viaggio.
Metto i trolley nel bagagliaio.
Roberta sale.
Prima di accendere la macchina la guardo.
— Pronta?
— No.
— Nemmeno io.
— Dobbiamo andare.
— Sì.
Non partiamo.
Mi prende la mano.
— Però sono contenta di tornare.
— Pensavo non volessi.
— Non volevo.
— Hai cambiato idea in trenta secondi?
— Voglio rivedere Marco.
— Questo era prevedibile.
— E tu vuoi vedere tua figlia.
— Molto.
Sorride.
— Quindi forse è questo il bello.
— Di cosa?
— Avere voglia di partire insieme e avere anche qualcosa per cui valga la pena tornare.
Questa volta non faccio battute.
Le bacio la mano.
Poi metto in moto.
Mentre lasciamo il resort guardo nello specchietto le colline che si allontanano.
Per tre giorni non abbiamo risolto niente.
Non abbiamo organizzato la nostra vita.
Non abbiamo parlato del futuro.
Non abbiamo deciso dove saremo tra un anno.
Abbiamo mangiato.
Bevuto.
Dormito.
Riso.
Ci siamo desiderati senza dover guardare l'orologio e cercati senza doverci nascondere.
Ma soprattutto siamo semplicemente stati insieme.
Andrea e Roberta.
Solo noi.
E forse era esattamente quello di cui avevamo bisogno.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 9a p.:

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