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Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 6a p.


di adderapap
08.09.2026    |    750    |    1 10.0
"Poi, a un certo punto, vede il borsone del viaggio ancora appoggiato vicino alla camera..."
# CAPITOLO 6

Il viaggio di ritorno è completamente diverso da quello dell'andata.
All'andata eravamo partiti nel cuore della notte senza sapere se Carlo sarebbe sopravvissuto.
Adesso Carlo è seduto sul sedile posteriore della mia macchina e passa buona parte del tempo a lamentarsi.
Il che, considerando le alternative, è un enorme passo avanti.

— Piano.
— Sto andando piano.
— Hai preso quella buca apposta.

Lo guardo dallo specchietto.

— Carlo, siamo in autostrada.
— Era una buca.
— Era un giunto.
— Mi ha fatto male.

Roberta si gira verso di lui.

— Vuoi che guidi io?
— No.
— Perché?
— Perché guidi peggio.
— Carlo...
— Sto bene.
— Hai appena passato dieci minuti a rompere i coglioni ad Andrea perché ha preso una buca che non esiste.
— Quindi sto tornando alla normalità.

Questa volta rido.

— Effettivamente è un buon segno.

Roberta guarda prima lui, poi me.

— Sarà un viaggio lunghissimo.

Lo è. Dobbiamo fermarci spesso perché Carlo non può rimanere troppo tempo nella stessa posizione. Cammina ancora con difficoltà e ogni movimento gli costa fatica.
Ma più ci avviciniamo all'Italia, più lo vedo cambiare.
Controlla continuamente il telefono. Quello nuovo. Il vecchio, con il vetro crepato, è spento dentro la borsa di Roberta.

— Quante volte hai già chiesto una foto di Marco? — gli domando durante una sosta.
— Fatti i cazzi tuoi.
— Almeno sette.
— Otto — precisa Roberta.

Carlo la guarda.

— È mio figlio.
— Lo so.
— Non lo vedo da settimane.

Questa volta nessuno scherza.

Quando arriviamo davanti al palazzo è ormai sera e troviamo i genitori di Roberta ad aspettarci.
Non fanno nemmeno in tempo a parcheggiare bene la loro macchina che Roberta apre la portiera.
Sua madre scende con Marco in braccio.
Carlo lo vede. E si blocca.
Non avevo mai visto quell'espressione sul suo viso.
Nemmeno in ospedale.

— Piano — gli dice Roberta.

Lui apre la portiera.

— Lo so.

Scende con una fatica enorme.
Marco vede suo padre.
Per qualche secondo lo guarda.
Probabilmente le fasciature e il modo strano in cui cammina lo confondono.
Poi lo riconosce. Sorride. Carlo non aspetta altro. Allunga le braccia.
La madre di Roberta gli porta il bambino.

— Attento, Carlo.
— Sì.

Lo prende. O almeno ci prova. Il dolore gli attraversa il volto.
Istintivamente faccio un passo avanti.
Poi mi fermo. Quello non è il mio momento.
Roberta invece gli si mette accanto e sostiene Marco insieme a lui.
Carlo affonda il viso contro la testa di suo figlio.

— Ciao, piccolo...

La voce gli si spezza.
Marco gli prende una guancia.
Carlo chiude gli occhi.
Nessuno parla.
Io mi giro verso il bagagliaio. Non perché ci sia qualcosa da fare. Semplicemente perché certe cose non hanno bisogno di spettatori.

Portiamo tutto al piano.
Quando entro nell'appartamento di Carlo e Roberta provo una sensazione strana.
Ci sono stato decine di volte. Forse centinaia. Ma quasi sempre Carlo non c'era.
Quella casa era diventata, senza che nessuno lo decidesse, uno dei luoghi della mia relazione con Roberta.
Adesso lui è qui.
E io improvvisamente mi sento un intruso. Appoggio il borsone vicino al divano.

— Questo è tutto.
— Grazie — dice Roberta.
— Figurati.

Carlo è seduto con Marco accanto.
Mi guarda.

— Andrea.
— Dimmi.
— Grazie.
— Me l'hai già detto in Germania. Non esagerare che poi mi abituo.
— Non per la Germania.

Guarda Marco. Capisco.

— Non devi ringraziarmi nemmeno per quello.
— Invece sì.

Roberta ci osserva. Io infilo le mani nelle tasche.

— Va bene. Però smettila perché questa versione sentimentale di te mi mette a disagio.
— Vaffanculo.
— Ecco. Molto meglio.

Sorride. Poco. Ma sorride.

I genitori di Roberta rimangono per cena. Io no, ma non perché qualcuno me lo chieda. Sono io a decidere che è il momento di andarmene. Roberta mi accompagna alla porta.

— Dove vai?

La domanda mi sorprende.

— A casa.
— Perché?

Guardo verso il soggiorno.

— Perché questa sera dovete stare voi.
— "Noi" chi?
— Tu, Carlo e Marco.

Roberta abbassa la voce.

— Andrea...
— Non sto facendo il martire.
— Non ho detto questo.
— Carlo non vede suo figlio da settimane. È appena tornato da un ospedale tedesco. Voi due dovete parlare. I tuoi genitori sono qui. Io abito a dieci metri.
— Otto.
— Cosa?
— La tua porta è a otto metri.
— Vedi? Ancora meglio.

Mi guarda.

— Vieni domani?
— Se vuoi.
— Voglio.

Mi avvicino. Per un istante entrambi sembriamo sul punto di baciarci.
Poi sentiamo la voce di Carlo dal soggiorno.

— Se avete intenzione di limonare almeno chiudete la porta.

Roberta spalanca gli occhi. Io cerco di non ridere.

— Ha davvero detto quello che penso?

Carlo alza la voce.

— Sì!

Roberta si gira.

— Ma sei scemo?
— Non sono ancora sordo.

La guardo.

— Direi che è tornato.

Lei scuote la testa. Mi dà un bacio veloce.

— Vai.
— Buonanotte.
— Buonanotte.

Dal soggiorno:

— Buonanotte, Andrea.
— Buonanotte, Carlo.

Poi aggiungo:
— Cornuto.

Silenzio. Roberta mi guarda terrorizzata. Dal soggiorno arriva la risposta.

— Guarda che il pugno è ancora valido.

Scoppio a ridere e chiudo la porta.

Entrare nel mio appartamento dopo tutti quei giorni mi fa uno strano effetto.
Silenzio.
Il frigorifero quasi vuoto. La posta dietro la porta. Una pianta che evidentemente ha deciso di approfittare della mia assenza per tentare il suicidio.
La prima cosa che faccio è chiamare mia figlia. Quando risponde mi racconta almeno quindici cose contemporaneamente. La ascolto. Mi mancava. Le prometto che appena possibile passeremo una giornata insieme, solo noi due.
Poi faccio una doccia.
Mi infilo una tuta.
Apro il frigorifero.
Lo richiudo.
Ordino una pizza.
Finalmente qualcosa di normale.
O almeno ci provo.
Perché continuo a guardare la parete che divide il mio appartamento dal loro.
Dietro quella parete c'è Roberta.
C'è Carlo.
C'è Marco.
E io non ho la minima idea di quale forma avrà la nostra vita da domani mattina.

La risposta comincia ad arrivare due giorni dopo.
Carlo deve continuare la fisioterapia e sottoporsi a diversi controlli.
Per qualche settimana avrà bisogno di aiuto praticamente per tutto.
Roberta si occupa di lui. Io mi occupo di quello che posso. Spesa. Farmacia. Qualche commissione. Marco. Soprattutto Marco.
La situazione, vista dall'esterno, deve sembrare completamente folle: l'amante della moglie che porta le medicine al marito. Il marito che gli passa il figlio perché deve andare in bagno. La moglie che prepara il pranzo per entrambi.
Una mattina arrivo con una busta della farmacia.
Carlo è sul divano.

— Antibiotico, antidolorifico e quella crema che volevi.
— Quanto ti devo?
— Niente.
— Andrea.
— Carlo.
— Quanto?
— Ventisette e qualcosa.

Prende il portafoglio.

— Lascia perdere.
— Non voglio essere mantenuto dall'uomo che si scopa mia moglie.

Roberta compare dalla cucina.

— Potreste evitare questa frase almeno quando le finestre sono aperte?

Carlo mi porge trenta euro.
— Vedi? Tua moglie ha ragione.

Io prendo i soldi.

— Tieni il resto.
— Grazie. Con tre euro mi rifaccio una vita.
— Magari lontano da qui.
— Non sperarci.

Roberta torna in cucina scuotendo la testa. Carlo mi guarda. Poi sorride.
La cosa più strana è che stiamo imparando a parlarci.
Non siamo amici.
Assolutamente no.
Ma ormai sappiamo troppe cose l'uno dell'altro per continuare a fingere di essere semplicemente vicini di casa.

Il confronto vero tra Carlo e Roberta avviene qualche giorno dopo.
Io non sono presente. E non voglio esserlo.
So soltanto che i genitori di Roberta prendono Marco per il pomeriggio e che quando torno dal lavoro trovo Roberta seduta sui gradini davanti al palazzo.
Mi fermo.

— Ciao.
— Ciao.

Mi siedo accanto a lei.

— È successo?

Annuisce.

— Abbiamo deciso di separarci.

Nonostante tutto, sentirlo mi provoca qualcosa.

— Definitivamente?
— Sì.
— Come stai?

Ci pensa.

— Non lo so.

Appoggia la testa sulla mia spalla.

— Male. Bene. In colpa. Sollevata. Incazzata. Triste.
— Praticamente benissimo.

Mi dà una piccola spinta.

— Idiota.
— Cerco sempre di essere utile.

Rimane in silenzio.

— Non abbiamo litigato.
— Meglio.
— Forse sarebbe stato più facile.
— Probabile.
— Carlo ha detto che il nostro matrimonio era finito da tempo e che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di ammetterlo.
— Non ha tutti i torti.
— Gli ho detto che ti amo.

Questa volta mi giro verso di lei.

— Ah.
— "Ah"?
— Cosa dovrei dire?
— Non lo so. Qualcosa di intelligente.
— Hai scelto la persona sbagliata.

Sorride.

— E lui?
— Ha detto che lo sapeva.
— Naturalmente.
— Poi ha detto una cosa.
— Cosa?

Roberta alza la testa.

— Che non vuole che Marco perda suo padre perché io ho trovato un altro uomo.
— Non succederà.
— Lo so.
— E tu cosa gli hai risposto?
— Che non voglio sostituire suo padre.
— Bene.
— E che tu non vuoi sostituirlo.

La guardo.

— Questo magari potevi lasciarlo dire a me.
— Ho sbagliato?
— No.

Pausa.

— Ma è vero.

Roberta mi prende la mano.

— C'è un'altra cosa.
— Dimmi.
— Carlo vuole trasferirsi.
— Dove?
— Non lo sa ancora. Ma vicino.
— Quanto vicino?
— Ha detto dieci minuti, quindici al massimo.

Annuisco.

— Mi sembra giusto.
— Anche a me.
— Marco deve poter stare con suo padre quando vuole.

Roberta mi osserva.

— Sei davvero strano.
— Perché?
— Perché stai organizzando la nuova casa di mio marito.
— Del tuo futuro ex marito.
— Peggio ancora.
— Se vuoi posso diventare geloso e possessivo.
— Non ti riuscirebbe.
— Posso allenarmi.
— Lascia perdere.

Mi bacia. Questa volta senza nascondersi. Siamo davanti al palazzo e chiunque potrebbe vederci.
La cosa mi colpisce perché per mesi ogni nostro gesto è stato clandestino. Adesso, per la prima volta, non dobbiamo controllare chi passa.
Quando ci stacchiamo, Roberta sorride.

— È strano.
— Cosa?
— Baciarti qui.
— Preferisci il pianerottolo?
— Scemo.

Quella sera Carlo rimane solo. Roberta porta Marco dai suoi genitori e poi viene da me.
Non so cosa faccia Carlo nelle ore successive.
Lo scoprirò soltanto dopo.
So che mangia poco.
Che prende gli antidolorifici.
Che guarda per quasi un'ora la televisione senza seguire nulla.
Poi, a un certo punto, vede il borsone del viaggio ancora appoggiato vicino alla camera.
Dentro ci sono le ultime cose della Germania.
Lo svuota.
Vestiti.
Documenti.
Farmaci.
Il vecchio telefono.
E la scatola che Katharina gli aveva consegnato in ospedale.
Quella scatola è rimasta chiusa dal giorno in cui l'ha ricevuta. Carlo la appoggia sul tavolo e la apre.
Dentro ci sono alcune cose che aveva lasciato a casa di Elena. Una camicia. Un caricabatterie. Un paio di occhiali da sole. Un libro. Piccoli oggetti senza importanza che improvvisamente ne hanno moltissima. Poi trova alcune fotografie. Lui ed Elena. Una davanti a un lago. Una in un ristorante. Una sul divano di casa di lei. Carlo rimane a guardarle.
Sotto le fotografie c'è una busta. Bianca. Chiusa. Per un istante pensa che sia per lui. Poi la gira. Sul davanti c'è scritto un nome.

**Roberta.**

Nient'altro. Carlo rimane immobile e non la apre. Potrebbe, nessuno saprebbe mai che l'ha fatto, ma non lo fa. La appoggia sul tavolo.
Rimane lì per parecchio tempo a guardarla.
Poi prende il telefono. Esita. Alla fine scrive un messaggio.
Non a Roberta.
A me.
Il mio cellulare vibra mentre sono sul divano.
Roberta è appoggiata contro di me.
Guardo lo schermo.

**Carlo.**

— È lui? — chiede.
— Sì.
— Che vuole?

Apro il messaggio.
Lo leggo una volta.
Poi una seconda.

**Domani, quando puoi, vieni da solo. Ho trovato una cosa che credo debba avere Roberta.**

Lei cerca di guardare il telefono.
Io lo spengo.

— Cosa dice?

La guardo.

— Vuole parlarmi.
— Di cosa?
— Non lo so.

Ed è la verità. In quel momento non lo so davvero. Ma la mattina dopo scoprirò che Elena Keller, anche da morta, ha ancora qualcosa da dire.
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