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tradimenti

Nuova Casa, Nuova Vita, Nuova Vicina. 8a p.


di adderapap
09.09.2026    |    539    |    0 9.7
"Piatti piemontesi, poche cose fatte bene e una bottiglia di Barbera che probabilmente avremmo dovuto dividere in quattro e invece dividiamo in due..."
# CAPITOLO 8

L'idea mi viene durante un appuntamento di lavoro.
Il che, considerato come vanno normalmente i miei appuntamenti di lavoro, è già abbastanza sorprendente.
Il cliente si chiama Paolo.
Lo conosco da anni e, oltre all'attività per cui ci vediamo abitualmente, qualche tempo prima ha rilevato con la moglie un piccolo resort nell'Astigiano.
Una decina di camere.
Ristorante.
Piscina esterna.
Una piccola SPA.
Niente di enorme.
Uno di quei posti ricavati da un vecchio cascinale piemontese dove pietra, legno e colline fanno metà del lavoro e il resto lo fanno una buona cucina e la capacità di non rovinare tutto con arredamenti improbabili.
Stiamo parlando di tutt'altro quando Paolo mi dice:

— Devi venire a provarlo.
— Il resort?
— No, il trattore del vicino. Certo che il resort.
— Prima o poi.
— Lo dici da due anni.
— Sono un uomo impegnato.
— Sei un agente di commercio. È diverso.
— Grazie per la considerazione.

Ride.

— Portati la fidanzata.

Mi fermo. Fidanzata. Non amante. Non vicina. Non moglie di qualcun altro. Fidanzata.
È curioso quanto una parola normalissima possa suonare nuova.

— Ho anche una camera che secondo me ti piacerebbe.
— Perché?
— Vasca idromassaggio privata.
— Quanto privata?

Mi guarda.

— Andrea, è dentro la camera. Più privata di così devo murarvi dentro.
— Interessante.
— Venerdì è libera.
— Questo venerdì?
— Sì.

Prendo il telefono.

— E lunedì mattina?
— Cosa lunedì mattina?
— Quando dobbiamo andarcene?

Mi guarda.

— Tu vuoi stare tre notti?
— Sto valutando seriamente di diventare un ottimo cliente.

Non dico niente a Roberta.
Organizzo tutto.
Con mia figlia è semplice: quel fine settimana è con sua madre.
Con Marco un po' meno.
Ma quando espongo il problema a Carlo, lui mi guarda come se fossi un idiota.

— Quale sarebbe esattamente il problema?
— Marco.
— È mio figlio.
— Lo so.
— Posso occuparmi di mio figlio per un fine settimana.
— Da venerdì a lunedì mattina.
— So contare.
— Sicuro?
— Andrea.
— Cosa?
— Dove la porti?
— Non sono cazzi tuoi.
— Allora perché sei qui?
— Per organizzarmi per Marco.
— Organizzato.
— Tutto qui?
— Tutto qui.

Lo guardo sospettoso.

— Nessuna battuta?
— Divertiti.
— Carlo.
— Cosa?
— Mi inquieti.

Sorride.

— Se preferisci posso ricordarti che stai portando via per un weekend romantico mia moglie.
— Tecnicamente vi state separando.
— E tecnicamente non abbiamo ancora completato le pratiche.
— Allora evitiamo la parte tecnica.
— Ottima idea.

Sto per andarmene.

— Andrea.

Mi volto.

— Dimmi.
— Spegnete i telefoni.
— Cosa?
— Se volete stare da soli, state da soli davvero. Se succede qualcosa a Marco ti chiamo io al resort.

Lo guardo.

— Questo consiglio intelligente mi mette ancora più a disagio della battuta su tua moglie.
— Vattene.

Venerdì pomeriggio mando un messaggio a Roberta.
**Alle sei fatti trovare pronta.**
La risposta arriva immediatamente.
**Per cosa? **

**Partiamo…**

**Dove? **

**Sorpresa…**

**Quanto devo portare? **

**Tre notti. **

Questa volta il telefono squilla.

— Tre notti?
— Ciao anche a te.
— Andrea, dove cazzo andiamo per tre notti?
— Buonasera, amore. Ho avuto una giornata molto piacevole, grazie per averlo chiesto.
— Dove andiamo?
— Ti passo a prendere alle sei.
— Marco?
— Con Carlo.

Silenzio.

— Hai già organizzato tutto?
— Sì.
— Tua figlia?
— Con sua madre.

Altro silenzio.

— Quindi...
— Quindi? — La voce cambia. — Siamo soli?

Sorrido.

— Da venerdì sera a lunedì mattina.
— Completamente soli?
— Roberta, non so in quale altro modo dirtelo.
— Alle sei sono pronta.
— Porta il costume.
— Solo il costume?
— Anche qualcosa per andare a cena.
— Peccato.

Riattacca.
Guardo il telefono.
Il fine settimana promette bene.

Alle sei meno cinque suona alla mia porta.
Quando apro ha un piccolo trolley.

— Sei in anticipo.
— Cinque minuti.
— Sei tu?
— Spiritoso.

Prendo il trolley.

— Possiamo andare.
— Prima dimmi dove.
— No.
— Almeno quanto viaggio?
— Un'ora e qualcosa.
— Mare?
— In un'ora?
— Se guidi tu magari.
— Simpatica.

Scendiamo.
Appena sale in macchina comincia l'interrogatorio.
Dopo venti minuti rinuncia.
Dopo quaranta ricomincia.
Quando lasciamo la strada principale e iniziano le colline, guarda fuori dal finestrino.

— Astigiano?
— Forse.
— Vino?
— Sicuramente.
— Agriturismo?
— Quasi.

Quando arriviamo, il sole sta scendendo dietro le colline.
Roberta guarda il cascinale illuminato.
Poi me.

— Andrea...
— Mmh?
— Questo posto sembra bellissimo.
— Aspetta di vedere la camera.
— Perché?
— Niente.
— Andrea.
— Scendi.

Paolo è alla reception.
Mi vede e sorride.

— Finalmente.
— Te l'avevo promesso.

Mi stringe la mano.
Poi guarda Roberta.

— Lei dev'essere la famosa fidanzata.

Roberta si gira lentamente verso di me.

— Famosa?
— Non credere a una parola di quello che dice.

Paolo ride.

— Roberta, vero?
— Sì.

Si presentano.

— Andrea mi ha chiesto la nostra camera più tranquilla.
— Davvero?
— E con la vasca grande.

Chiudo gli occhi.
Grazie, Paolo.
Roberta mi guarda.

— Vasca?

Paolo capisce finalmente che forse doveva stare zitto.
— Vi accompagno.

La camera è al piano superiore.
Travi a vista.
Un letto enorme.
Una finestra che guarda direttamente sulle colline.
Un piccolo balcone.
E, separata dal resto soltanto da una parete bassa, una grande vasca idromassaggio.
Roberta entra.
Appoggia la borsa.
Guarda la vasca.
Guarda me.
Di nuovo la vasca.

— Ah.
— Cosa "ah"?
— Adesso capisco.
— Cosa?
— Perché hai scelto questa camera.
— Per il panorama.
— Certo.
— Hai visto che colline?
— Bellissime.

Si avvicina.

— Specialmente quelle dentro la vasca.
— Sono un uomo sensibile alla natura.

Mi prende per la camicia e mi tira verso di lei.

— Bugiardo.

Mi bacia.
Il primo bacio è quasi una battuta.
Il secondo decisamente meno.
Al terzo mi sono già dimenticato che Paolo è ancora nella stanza.
Roberta no.
Se ne ricorda nel momento esatto in cui le mie mani le scivolano lungo la schiena e mi ferma mordendomi con un sorriso.
Guardo verso la porta.
Paolo è immobile.

— Io... vi lascerei la chiave.

Roberta scoppia a ridere.
Io vorrei morire.

— Grazie, Paolo.
— La cena è dalle sette e mezza.
— Perfetto.
— La SPA domani apre alle nove.
— Grazie.
— E...
— Paolo.
— Sì?
— Vai.
— Certo.

La porta si chiude alle spalle di Paolo.
Aspetto due secondi.

— Secondo te se n'è andato davvero?

Roberta mi mette un dito sulle labbra.

— Non mi interessa.

Questa volta non c'è più niente di scherzoso.
La stringo per la vita e lei aderisce immediatamente a me, come se avessimo aspettato quel momento per tutto il viaggio. Le mie mani risalgono la sua schiena mentre le sue cercano i bottoni della mia camicia.
Il primo lo apre.
Il secondo anche.
Al terzo perde la pazienza.

— Stai fermo.
— Sono fermissimo.
— No, continui a baciarmi.
— Mi sembrava una cosa gradita.
— Molto. Ma non collabori.

Rido contro le sue labbra.

— Problema serio.
— Gravissimo.

La aiuto.
La camicia finisce sul pavimento.
Roberta fa un passo indietro e mi guarda.
Poi abbassa lentamente gli occhi.
Quando torna a fissarmi, il sorriso è cambiato.

— Tre notti.
— Tre.
— Abbiamo mai avuto tre notti?

Ci penso.

— No.
— Nemmeno due.
— No.
— Una intera?
— Raramente.

Si avvicina di nuovo.

— Allora abbiamo parecchio tempo da recuperare.

Stavolta sono io a spogliarla.
Lentamente.
Molto più lentamente di quanto lei abbia fatto con me.
Quando provo ad accelerare, mi ferma la mano.

— No.
— Prima avevi fretta.
— Ho cambiato idea.
— Naturalmente.
— Mi hai portata qui per tre giorni. Adesso non correre.

E ha ragione.
Mi fermo a guardarla.
Nuda davanti a me, senza la necessità di rivestirsi in fretta dopo, senza una casa dall'altra parte del pianerottolo in cui tornare facendo finta di niente.
Roberta se ne accorge.

— Perché mi guardi così?
— Perché posso.

Sorride.

— Bella risposta.

Le accarezzo una spalla, poi il fianco.
Lei chiude gli occhi per un istante.

— Anche questa non è male.

Mi prende la mano.
Mi porta verso il letto.
E lì sparisce definitivamente ogni residuo della giornata.
Ci baciamo, ci cerchiamo, ci provochiamo. Ogni volta che penso di conoscere perfettamente il suo modo di reagire, Roberta trova qualcosa con cui sorprendermi.
A un certo punto ride.

— Cosa c'è?
— Niente.
— Stai ridendo di me?
— No.
— Roberta.

Mi prende il viso tra le mani.

— Stavo pensando alla prima volta.
— A casa tua?
— Sì.
— Romanticissima.
— Ero incinta di mio marito e ho sedotto il vicino.
— Quando la racconti così perdiamo qualche punto.
— Qualche punto?
— Parecchi.

Ride ancora.
Poi torna seria.

— Avevo una voglia tremenda di te.
— Me n'ero accorto.
— Non così tanta come adesso.

Quella frase elimina definitivamente la conversazione. I nostri corpi ci cercano, le nostre mani accarezzano il corpo dell’altro, respiriamo nelle nostre bocche. Il tutto è un tornato di passione come le nostre lingue che sembrano non smettere di intrecciarsi.
Con la bocca e la lingua voglio gustarmi ogni centimetro del suo corpo, le cerca di fare altrettanto con me. Quando arrivo nella sua intimità è un lago, mi gusto i suoi umori. Mi ferma.

— Fammi tua, voglio fare l’amore con te.
— Finalmente lo facciamo come coppia.
— Esatto Amore. Adesso posso chiamarti così. Facciamo l’amore come una coppia e non come due amanti.

La faccio mia nella più classica delle posizioni.
Poi mi chiede si stendermi e inizia a cavalcarmi. La guardo è bellissima. Aumenta il ritmo fino a quando la sento vibrare e sento il mio pene inondato dal suo orgasmo. Le dico che sto per venire anche io. Continua a cavalcarmi fino a quando esplodo la mia passione dentro di lei.
Si accascia su di me. Mi bacia. I nostri respiri iniziano a sincronizzarsi e a rallentare.
Scivolo lentamente fuori da lei seguito da un rigolo di sperma.

— Ti amo. — le dico — Ti amo come mai ho amato in vita mia.
— Ti amo anche io.

Molto tempo dopo siamo ancora sul letto.
Non so quanto.
Roberta ha una gamba intrecciata alle mie e la testa sulla mia spalla.

— Andrea?
— Mmh?
— Che ore sono?

Allungo una mano verso il telefono.

— Sette e ventidue.

Silenzio.

— Cena alle otto.
— Sì.

Nessuno si muove.

— Dovremmo farci una doccia.
— Sì.

Ancora nessun movimento.
Roberta alza la testa.

— Oppure...

La guardo.

— Oppure?

Sorride.

— Abbiamo trentotto minuti.
— Trentasei.
— Perché?
— Due li hai appena sprecati parlando.

Mi colpisce con il cuscino.
Poi torna sopra di me.
La cena può aspettare.

Alle otto e cinquanta siamo ancora in camera.

— Siamo delle persone orribili — dice Roberta davanti allo specchio mentre cerca di sistemarsi i capelli.
— Perché?
— Paolo ci aveva prenotato il tavolo alle otto.
— Gli diremo che ci siamo addormentati.

Mi guarda attraverso lo specchio.

— Certo.
— Dopo il viaggio.
— Certo.
— Eravamo stanchi.
— Andrea.
— Cosa?
— Hai ancora il segno dei miei denti sulla spalla.

Guardo.

— Effettivamente potrebbe compromettere la versione.

Ride.

— Vestiti.

Paolo ci ha tenuto il tavolo.
Naturalmente quando arriviamo guarda l'orologio.
Poi me.
Poi Roberta.

— Traffico? — dico.

Roberta abbassa la testa per non ridere.
Paolo annuisce con una serietà ammirevole.

— Terribile da queste parti.
— Hai visto?

Roberta mi dà una gomitata.
La cena è ottima.
Piatti piemontesi, poche cose fatte bene e una bottiglia di Barbera che probabilmente avremmo dovuto dividere in quattro e invece dividiamo in due.
Parliamo. Davvero. Non di Carlo. Non di Elena. Non della separazione. Non di Marco. Non di mia figlia. Parliamo di noi. Di viaggi mai fatti. Di posti che vorremmo vedere. Di cose stupide.
Scopro che Roberta vorrebbe andare in Islanda.
Lei scopre che io non amo volare.

— Tu fai migliaia di chilometri in macchina e hai paura dell'aereo?
— Non ho paura.
— Hai appena detto che non lo ami.
— È diverso.
— Hai paura.
— Non posso fermarmi in autogrill se ho bisogno di un caffè.
— Certo. È quello il problema.
— Esattamente.

Ride.
Poi mi guarda.

— Mi piace.
— L'Islanda?
— Questo.
— Il vino?
— Anche.

Mi prende la mano sopra il tavolo.

— Noi due.

La stringo.

— Anche a me.

Quando torniamo in camera, la vasca sembra quasi una provocazione.
Roberta si toglie le scarpe.

— Costume?
— Se vuoi.

Mi guarda.

— Seriamente?
— Cercavo di essere un gentiluomo.
— Hai smesso di esserlo prima di cena.
— Posso recuperare.
— Non voglio che recuperi.

Apre l'acqua.
Poi comincia a spogliarsi.
Con calma.
Troppa calma.
Io rimango appoggiato al mobile a guardarla.

— Lo fai apposta.
— Cosa?
— Sai benissimo cosa.
— Mi sto preparando per entrare nella vasca.
— Da circa cinque minuti.

Sorride senza guardarmi.

— Abbiamo fretta?

Colpito.
Quando entra nell'acqua, la raggiungo.
Le bolle riempiono quasi subito la superficie.
Roberta si sistema tra le mie braccia e appoggia la schiena contro il mio petto.
Per qualche minuto restiamo davvero così.
Acqua calda.
Silenzio.
Il rumore dell'idromassaggio.
Le bacio una spalla.
Poi un'altra volta, più vicino al collo.
Lei inclina leggermente la testa.

— Doveva essere rilassante.
— Ti stai lamentando?
— Non ancora.

Le mie mani le accarezzano lentamente i fianchi.
Il suo respiro cambia.
Poco.
Ma abbastanza perché me ne accorga.

— Andrea...
— Dimmi.
— Sai benissimo cosa stai facendo.
— Ti sto facendo rilassare.
— Bugiardo.

Si gira.
Ora siamo uno davanti all'altra.
Mi passa le braccia intorno al collo.

— Però continua.

La bacio.
L'acqua rende ogni movimento diverso, più lento, quasi sospeso.
Ci fermiamo soltanto quando ridiamo perché una quantità decisamente eccessiva d'acqua finisce oltre il bordo.

— Paolo ci farà pagare i danni.
— Mettili sul conto della camera.
— Sei tu l'agente di commercio. Tratta.
— In questo momento ho altro da fare.
— Finalmente una priorità corretta.

Mi bacia di nuovo.
Il pavimento può aspettare. Fare l’amore nella vasca idromassaggio è un’esperienza bellissima, siamo inebriati dal profumo delle essenze che Roberta ha messo nell’acqua. Ci estraniamo dal mondo ed è fantastico.


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