tradimenti
Trasferta 2 - Finale
30.01.2026 |
1.930 |
1
"Mi siedo al buio, mi sbottono i pantaloni e ritorno a essere quel guardone disperato, schiavo di un amore che potevo vivere solo attraverso uno schermo sporco..."
Quella sensazione di consumo interno divenne presto un bisogno fisiologico, una fame chimica che non riuscivo a placare con i pasti normali della nostra vita coniugale. Non era più amore, e non era più nemmeno solo sesso; era una tossicodipendenza psichica. Ogni volta che tornavo a casa e la vedevo apparecchiare la tavola con la sua grazia composta, provavo un brivido di disgusto misto a un’eccitazione insostenibile. Immaginavo il sapore di quel liquido estraneo ancora caldo dentro di lei mentre mi porgeva il pane.Nel buio della mia camera di hotel mentre mi masturbavo e l’adrenalina mi annebbiava il cervello, spingevo l’asticella sempre più in alto. Le mie richieste in chat erano diventate torture psicologiche camuffate da lussuria. Volevo vederla degradata, voleva che si offrisse a più uomini contemporaneamente, che si facesse usare nei modi più sporchi che la mia mente malata potesse concepire. E lei lo faceva. Con una fame, una ferocia che mi confermava quanto la "moglie perfetta" fosse solo una maschera di gesso pronta a sgretolarsi sotto i colpi di un cazzo sconosciuto.
Una sera, dopo un meeting finito tardi, mi ritrovai in un bar con Jessica, una collega del marketing. Era l'opposto di mia moglie: trasparente, solare, priva di quelle zone d'ombra che mi stavano soffocando. Dopo il terzo gin tonic, la diga crollò. Lei mi disse che era danni che ci provava con me ma io non la guardavo neanche, preso com’ero dalla mia moglie perfetta.
"Mia moglie è una camgirl," sputai fuori, senza filtri. "E io sono il suo miglior cliente. La guardo farsi scopare da sconosciuti e mi vengo sulle mani in una stanza d’hotel."
Jessica non indietreggiò. Mi guardò con una pietà così nuda che mi fece male più di uno schiaffo. Mi prese la mano e mi portò nel suo appartamento. Quella notte non ci fu regia, non ci furono schermi, non ci fu sporcizia. Fu carne, respiro e una tenerezza che mi fece piangere mentre venivo dentro di lei. Dopo la prima volta ci guardammo negli occhi come due innamorati. Capii in quel momento che la "donna" è colei che ti guarda negli occhi mentre l'anima è nuda, non quella che recita per un pubblico di guardoni. La portai con me dentro la doccia, feci scendere l’acqua calda e mi tuffai tra le sue gambe, poi la girai, puntai il mio cazzo dentro di lei e la scopai così ferocemente che a guardarci da fuori sembravamo due animali in calore.
La tensione erotica con Jessica fu un lento avvelenamento fatto di sguardi rubati tra i corridoi dell’ufficio. Cominciò con la scusa di un report da finire tardi. Eravamo soli, la luce della scrivania tagliava il buio del piano come una lama. Mentre le spiegavo un grafico, la sua mano sfiorò la mia. Non la ritrasse. Anzi, la sua gamba si premette contro la mia sotto il tavolo. Sentivo il calore attraverso i pantaloni.
“Sei teso,” sussurrò, e la sua voce era un invito. Mi portò la mano sulla coscia, risalendo lentamente verso l’inguine. In quel momento, nel silenzio dell’ufficio deserto, la baciai con una fame disperata, spingendola contro lo schedario metallico. Le alzai la gonna, sentendo la seta dei suoi slip, ma quella volta non arrivammo fino in fondo. Il brivido del proibito, la paura che la sorveglianza ci vedesse, rendeva tutto elettrico. Era il mio rifugio, ma il demone mi chiamava altrove.
Poi arrivò la trasferta di un mese a Berlino. Trenta giorni di solitudine in una stanza d’hotel che puzzava di moquette e disperazione. Mi collegai ogni notte. Una sera, la sorpresa: nella stanza non era sola con il solito sconosciuto. C’erano due uomini. Uno era di spalle, l’altro lo riconobbi all’istante: era Alberto, un suo collega d’ufficio, un tipo viscido che avevo sempre detestato.
Vederlo toccare mia moglie mi scatenò una furia erotica senza precedenti. Invece di chiudere, digitai freneticamente: — Prendetela insieme. Non fermatevi.
Alberto guardò verso la camera, come se potesse vedermi, e sorrise. La fecero girare, mettendola a quattro zampe. Alberto la prendeva da dietro, mentre l’altro le riempiva la bocca. Era un’immagine brutale, pornografica, eppure non riuscivo a staccare gli occhi. — Venitele dentro! Entrambi! — scrissi, con la mano che si muoveva furiosa. Vidi Alberto scaricarsi dentro di lei con una violenza animale, seguito subito dopo dall’altro. Lei urlava, i capelli sudati incollati al viso, un’espressione di puro abbandono che con me non aveva mai avuto. Mi sborrai addosso, tremando, odiandola e amandola più che mai.
Quando tornai a casa dopo un mese, lei mi corse incontro sulla porta. Aveva una luce diversa negli occhi. “Sono incinta!” esclamò, saltandomi al collo, le gambe intrecciate alla mia vita. “Finalmente avremo una famiglia!”
La tenni stretta, sentendo il calore del suo corpo che sapevo essere stato violato da altri solo poche ore prima. La portai in camera da letto, la buttai sul materasso senza dire una parola. La spogliai con una foga che la lasciò senza fiato. Non fu fare l’amore. Fu un atto di possesso, brutale, primordiale. La presi con rabbia, colpendola con affondi profondi che le mozzavano il respiro. Le stringevo i polsi sopra la testa, guardandola negli occhi per cercare traccia di Alberto o di quegli altri.
“Dio, sì... così! Finalmente mi scopi come si deve!” gridò lei, inarcando la schiena, mentre raggiungeva un orgasmo violento.
Quando tutto finì, mentre il respiro tornava regolare ma l’aria era ancora densa di sesso, mi scostai da lei. “So tutto,” dissi, con una voce che sembrava venire da un’altra stanza. “Le cam, Alberto, la doppia vita. Ho visto tutto, ogni singola notte a Berlino”. Ero io che ti comandavo, che ti incitavo a farti scopare da tutti e due. E tu godevi e non dicevi mai di no.
Il suo sorriso si congelò. Il silenzio che seguì fu più assordante di qualsiasi urlo. “Ti perdono perché ho capito quanto siamo rotti entrambi,” continuai, alzandomi per vestirmi. “Ma non posso restare. Voglio il divorzio. Di chiunque sia quel figlio non sarà mio.”
Due anni dopo. La vita con Jessica è perfetta. I gemelli sono la mia ancora di salvezza, il mio legame con il mondo reale. Ma ogni tanto, quando la casa è immersa nel silenzio e il peso della normalità diventa un macigno, torno nel mio studio. Lei forse sa ma non dice niente.
Apro quel sito. Cerco quel tatuaggio. E quando la trovo in un’orgia confusa, mentre si fa usare da uomini che non conoscono nemmeno il suo nome, sento quel vecchio brivido risalire la schiena. Mi siedo al buio, mi sbottono i pantaloni e ritorno a essere quel guardone disperato, schiavo di un amore che potevo vivere solo attraverso uno schermo sporco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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