tradimenti
La famiglia perfetta
16.02.2026 |
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"Succhiava con una voracità che lo fece tremare, finché Davide, con un grugnito strozzato, si svuotò con ondate violente nella sua gola..."
Davide ripiegò il giornale con una precisione metodica, la stessa con cui un tempo firmava i licenziamenti o i contratti di acquisizione. Dalla sua veranda, la villetta di Pietro e Lucia sembrava un modellino architettonico, perfetto e fragile.Cinque anni di vedovanza gli avevano insegnato il silenzio, ma non lo avevano preparato a quell’iperestesia dei sensi. Sentiva tutto: il rumore metallico del cancello che scorreva, le grida acute della piccola Elena, il motore della monovolume di Lucia che tossiva prima di spegnersi. Lei scese dall'auto carica di buste della spesa. Aveva i capelli raccolti in fretta, qualche ciocca ribelle che le accarezzava il collo sudato. Davide rimase immobile nell'ombra della sua tettoia. Non voleva sembrare il vecchio pensionato che spia i vicini, eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.
Pietro arrivò sulla porta in camicia, parlando al telefono; un gesto vago della mano per salutare la moglie, senza nemmeno aiutarla con una borsa. Fu in quel momento che accadde. Lucia sollevò lo sguardo verso la villetta di fianco. Non cercava suo marito, cercava lui. I loro occhi si incrociarono attraverso la rete di recinzione, oltre la siepe di bosso che Davide teneva maniacalmente potata bassa. Non fu un saluto. Fu un riconoscimento.
Davide avvertì una scossa sorda, un richiamo muscolare che la ragione avrebbe dovuto soffocare. Lucia non sorrise, ma sostenne lo sguardo un secondo di troppo per essere solo cortesia. In quel secondo c’era tutto: la stanchezza di lei, il peso di una routine che la schiacciava e la consapevolezza elettrica che l'unico a vederla davvero, in quella casa, era l'uomo che non avrebbe dovuto farlo.
«Papà! Papà, ci sei?» urlò Pietro, finalmente chiudendo la chiamata e notando la sagoma del padre. «Vieni a cena? Lucia ha preso il branzino.»
Davide si alzò lentamente. Sentiva il battito regolare, ma pesante. «Arrivo, Pietro. Datemi dieci minuti.»
Si diresse verso il bagno per sciacquarsi il viso. Allo specchio vide un uomo di 62 anni con i capelli grigi e lo sguardo ancora troppo vivo. Si sistemò il colletto della polo. Sapeva che quella sera, a tavola, ogni volta che le loro dita si fossero sfiorate passando il sale o il pane, l'aria sarebbe diventata irrespirabile. Non era la solitudine a spingerlo verso di lei. Era quella strana, pericolosa complicità di chi ha capito che la felicità degli altri è costruita su fondamenta di cartapesta.
Il branzino era perfetto, ma Davide ne sentiva a malapena il sapore. La cucina era moderna, dominata da una grande isola centrale in marmo scuro che fungeva da piano di lavoro. Davide osservava il figlio: Pietro mangiava con la fretta di chi ha ancora la testa alle mail della giornata, parlando di un fornitore che non rispondeva. Era un rumore di fondo, rassicurante e monotono.
Lucia, seduta di fronte a Davide, non diceva nulla. Beveva piccoli sorsi di vino bianco, tenendo il calice con la punta delle dita. Ogni volta che sollevava il bicchiere, lo sguardo di Davide scivolava sulla linea del suo polso, poi risaliva fino ai suoi occhi. E ogni volta, la trovava lì. Non fuggiva.
«Papà, mi ascolti?» chiese Pietro. «Dicevo che domani devo andare in cantiere a Milano molto presto. Ti dispiace portare tu i bambini a scuola?»
«Ci penso io e magari posso accompagnare Lucia in ufficio. Tanto non ho nulla da fare», rispose Davide con la voce appena più roca del solito.
Lucia abbassò il capo, un piccolo movimento della spalla che fece scivolare la spallina della canotta sotto la vestaglia aperta, rivelando la pelle chiara evidenziata dal segno dell'abbronzatura che stava scomparendo. Davide sentì il sangue pulsare nelle tempie.
Dopo cena, la casa si svuotò. Pietro salì al piano di sopra per il rituale della nanna. Davide e Lucia rimasero soli. Lucia si alzò per caricare la lavastoviglie, muovendosi con una lentezza studiata attorno all'isola centrale. Si fermò davanti al lavello, dando le spalle a Davide. Lui si alzò e si avvicinò finché non fu a un passo da lei.
«In queste sere Elena non vuole dormire», sussurrò lei, la voce sporca di un desiderio che non cercava più di nascondere. Davide fece l’ultimo passo, la sua ombra avvolse quella di lei sulla parete. «Quella piccolina è vispa come la madre», rispose lui, la bocca così vicina ai suoi capelli da farle tremare il respiro.
Lei si voltò lentamente. Davide le prese il mento con dita dure. «Siamo in un territorio pericoloso, Lucia.»
«Lo siamo da mesi», rispose lei, annullando lo spazio.
Davide la sollevò di peso e la fece sedere sul marmo freddo dell'isola centrale. Con un gesto deciso le aprì la vestaglia e le abbassò la canotta, liberando i seni colmi. Lucia restò lì, seduta nuda sul marmo, le gambe aperte per accogliere l'uomo che la divorava con gli occhi. «Dio, Lucia… ti ho vista spogliarti ogni sera per me.»
«Volevo che vedessi quanto mi rendi bagnata», ansimò lei.
Mentre Davide la tormentava con i pollici, Lucia scivolò giù dal marmo, ma solo per mettersi in ginocchio tra le sue gambe. Lo liberò dai pantaloni con una fretta febbrile. La sua verga era enorme e pulsante. Senza esitare lo prese in bocca, spingendo a fondo mentre Davide le afferrava i capelli per guidare quel ritmo brutale. Succhiava con una voracità che lo fece tremare, finché Davide, con un grugnito strozzato, si svuotò con ondate violente nella sua gola. Lucia bevve ogni goccia del suo seme denso, ripulendolo con un’ultima, lenta leccata prima di rialzarsi.
CLACK.
Il rumore della porta al piano di sopra fu il segnale. Lucia si chiuse la vestaglia con un gesto fulmineo e tornò a sedersi sull'isola di marmo per darsi un contegno, proprio nel punto dove era stata nuda un istante prima. Davide fece due passi rapidi verso il lavello, dando le spalle alla stanza e fingendo di sciacquare un calice di vino.
Pietro apparve in cima alle scale. «Finalmente si sono addormentati. Ho dovuto leggerle I tre porcellini per tre volte di fila.»
Pietro scese in cucina e si avvicinò alla moglie. Lucia, con il sapore salato del suocero ancora vivo sulle labbra, gli sorrise e lo baciò profondamente. Pietro ricambiò il bacio con passione, ignaro che quel calore che sentiva sulla lingua fosse il seme di suo padre.
«Tutto bene, papà? Mi sembri stanco», disse Pietro, appoggiandosi con entrambi i palmi all'isola di marmo, proprio dove Lucia era rimasta seduta nuda e bagnata fino a pochi secondi prima. Davide si voltò lentamente, la maschera del patriarca di nuovo al suo posto.
«No, Pietro. Ti ho detto che ci penso io domani. Tu vai in cantiere a Milano. Io e Lucia ci occuperemo di tutto quello che serve qui. Vero, Lucia?»
Lei annuì, le labbra gonfie e il sapore del peccato ancora in gola, fissando lo sguardo in quello del suocero. Un patto di sangue e seme era stato siglato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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