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La famiglia perfetta 3


di jonny76
25.02.2026    |    2.396    |    0 9.8
"«Che giornata, Lucia! Bologna è un inferno di traffico, ma abbiamo chiuso l'accordo..."
La luce del mattino filtrava cruda attraverso le tapparelle orientabili della camera da letto, disegnando strisce dorate sul lenzuolo sgualcito. Lucia si svegliò con una sensazione di peso sul petto: non era angoscia, era il braccio di Davide che la cingeva con un possesso calmo, quasi naturale.
Lui era già sveglio. La osservava dormire con la stessa intensità con cui un tempo analizzava i bilanci aziendali.
«Dobbiamo muoverci», sussurrò Davide, la voce resa ancora più profonda dal sonno. «I bambini si sveglieranno tra quindici minuti.»
Lucia scivolò fuori dal letto nuda, sentendo i muscoli delle cosce protestare per lo sforzo della notte. Si infilò la vestaglia di seta, la stessa che poche ore prima Davide aveva aperto con tanta decisione. Si guardò allo specchio: i capelli erano un disastro, le labbra gonfie, ma negli occhi aveva una luce che non vedeva da anni. Una vitalità pericolosa.
Davide si alzò con una compostezza invidiabile. Si rivestì in silenzio, rimboccandosi la camicia nei pantaloni con gesti precisi. Non c’era imbarazzo in lui, solo una soddisfazione predatrice.
«Pietro chiamerà tra poco per sapere come hanno dormito i bambini», disse lui, avvicinandosi a lei mentre si spazzolava i capelli. Le posò le mani sulle spalle, guardando il riflesso di entrambi nello specchio. «Sii convincente, Lucia. Ma ricorda: il sapore che hai in bocca è mio, non suo.»
In cucina, il rito della colazione procedeva con una precisione cinematografica. I bambini mangiavano i loro cereali, ridendo per un video sul tablet. Davide sedeva a capotavola, il posto che solitamente spettava a Pietro, sorseggiando il caffè nero e leggendo le notizie sul telefono.
Proprio in quel momento, lo smartphone di Lucia vibrò sul piano di marmo. Videochiamata: Pietro.
Lucia sentì un brivido freddo lungo la schiena. Guardò Davide. Lui non distolse lo sguardo dal telefono, ma allungò una mano sotto il tavolo, afferrando con forza il ginocchio di lei, un monito silenzioso a mantenere il controllo.
Lei rispose. Il volto di Pietro apparve sullo schermo, stanco, con le occhiaie di chi ha dormito poco in un hotel di provincia.
«Ehi, buongiorno famiglia! Ce l'ho fatta, il notaio ha firmato tutto. Tra due ore mi metto in viaggio.»
«Ottimo, caro», rispose Lucia, la voce appena incrinata. «I bambini sono quasi pronti per la scuola.»
«C'è papà?», chiese Pietro, cercando di inquadrare la stanza.
Lucia girò il telefono. Davide alzò lo sguardo e sorrise con una benevolenza agghiacciante. «Buongiorno, Pietro. Tutto sotto controllo qui. Lucia è stata... impeccabile. Abbiamo gestito i bambini senza problemi, è una mamma perfetta.»
Pietro sorrise, sinceramente sollevato. «Grazie papà. Non so cosa farei senza di te. Lucia, ci vediamo per cena? Ho voglia di un po' di normalità.»
«Certo, Pietro. Ti aspettiamo», concluse lei, chiudendo la chiamata non appena possibile.
Rimasti soli dopo aver accompagnato i bambini, Davide non tornò alla sua villetta. Seguì Lucia fin dentro il soggiorno. Lei si voltò, pronta a salutarlo, ma lui la bloccò contro la parete, proprio accanto alla foto del matrimonio di lei e Pietro.
«Quando lo farete stasera…», disse Davide, la voce bassa e tagliente «So che sentirai la differenza.»
«Davide, è mio marito...», mormorò lei, quasi come una supplica.
«Lui è un bravo ragazzo che gioca a fare l'uomo», la interruppe lui, facendola sussultare. «Io sono l'uomo che ti ha svegliata. Stasera, quando sarete a letto e lui si avvicinerà, io sarò nella casa accanto. Sentirai il mio silenzio attraverso il muro. E ogni volta che lui ti sfiorerà, tu penserai a quello che abbiamo fatto su quel tavolo. Penserai a come tremavi tra le mie braccia.»
Le prese il viso tra le mani, baciandola con una ferocia che sapeva di addio e di minaccia al tempo stesso. La spinse verso il muro, proprio di fianco alla grande fotografia del loro matrimonio dove sorridevano felici e innamorati, e ora Lucia era lì di fianco con il cazzo del suocero che la pompava dentro. Le spinte si fecero sempre più feroci, i gemiti erano diventati urla di godimento, Lucia per soffocarle si attaccò con la bocca al petto di Davide succhiandolo avidamente, mentre lui chinato su di lei le leccava il collo. Le gambe di Lucia iniziarono a cedere, così la prese in braccio sempre rimanendo dentro di lei l’adagiò sul divano. Il movimento ritmico era così forte che il divano si spostò andando a sbattere sul tavolino dove era appoggiata una foto di tutta la famiglia sorridente al mare. Davide diede le ultime spinte e si scaricò dentro di lei. Rimasero abbracciati e sudati per qualche minuto prima di riprendere coscienza di dove fossero e di cosa avevano appena finito di fare. I due si guardarono in faccia poi Davide disse «Vai in ufficio, voglio che tu mi tenga dentro di te tutto il giorno.» Poi la baciò e uscì dalla casa con il passo fermo di chi sa di aver lasciato un incendio alle proprie spalle. Lucia rimase lì, nel silenzio della sua casa perfetta, sentendo l'odore del profumo di Davide che impregnava le tende, i divani, la sua stessa pelle. Sapeva che, da quel momento in poi, ogni bacio di Pietro sarebbe stato un promemoria di ciò che le mancava.
Il ritorno di Pietro, in serata, fu annunciato dal rombo familiare della monovolume e dal rumore metallico del cancello. Per Lucia, quel suono non era più il segnale di un porto sicuro, ma l’inizio di una recita estenuante.
Pietro entrò in casa trafelato, gettando le chiavi sul piano di marmo della cucina, e si sdraiò sul divano, lo stesso che poche ore prima aveva accolto la nuda urgenza del padre.
«Che giornata, Lucia! Bologna è un inferno di traffico, ma abbiamo chiuso l'accordo.» Pietro si alzò e le si avvicinò, cingendole la vita. La baciò sul collo, proprio dove il segno dei denti di Davide era appena svanito sotto un velo di correttore. «Mi sei mancata. Papà è stato bravo con i piccoli?»
«Sì... è stato di grande aiuto», rispose lei, irrigidendo la schiena. Attraverso la finestra della cucina, vide la sagoma di Davide sulla veranda accanto. Era seduto nella penombra, un bicchiere di whisky in mano.
La cena fu un supplizio di normalità. Pietro parlava di fatturati e permessi edilizi, mentre Lucia sentiva il fluido di Davide, che lui le aveva ordinato di non lavare via subito, farsi denso e appiccicoso tra le cosce, un sigillo invisibile che la separava dal marito.
Quando finalmente salirono in camera, l'aria divenne elettrica. Pietro si spogliò con la stanchezza di chi cerca solo conforto, ma Lucia sentiva lo sguardo di Davide attraversare le pareti.
«Vieni qui», mormorò Pietro, attirandola a sé sotto le lenzuola. Iniziò a baciarla con la solita tenerezza metodica, una mano che cercava il suo seno.
In quel momento, Lucia chiuse gli occhi e la profezia di Davide si avverò. Ogni carezza di Pietro le sembrava superficiale, quasi infantile, rispetto alla ferocia sapiente del suocero. Mentre il marito si muoveva sopra di lei, Lucia fissava la parete che confinava con la villa di Davide. Poteva immaginarlo lì, a pochi metri, in piedi nel buio, in ascolto di ogni respiro, di ogni gemito soffocato.
"Senti la differenza?" la voce di Davide le rimbombava nel cranio, sovrapponendosi all'affanno di Pietro.
Lucia inarcò la schiena, ma non per il piacere che le dava il marito. Lo fece per cercare quel dolore sordo, quel senso di invasione totale che solo Davide le aveva dato. Quando Pietro raggiunse l'orgasmo con un sospiro grato, Lucia rimase immobile, lo sguardo perso nel vuoto.
Pietro si addormentò quasi subito, il braccio pesante abbandonato sul fianco di lei. Lucia aspettò che il respiro del marito diventasse regolare, poi scivolò fuori dal letto. Si infilò la vestaglia e uscì sul balcone, rinfrescando la pelle accaldata nel gelo della notte.
Dalla veranda accanto, una luce si accese e vide la sua sagoma in controluce.
Senza riflettere, mossa da una fame che annullava la colpa, Lucia scese le scale in silenzio. Uscì dalla porta sul retro e attraversò il varco nella siepe di bosso, quella barriera che Davide teneva bassa apposta per vederla.
Lui era lì, appoggiato alla colonna del porticato, ancora vestito. L'odore di whisky e dopobarba la investì prima ancora che lui parlasse.
«È stato bravo?» chiese Davide, la voce che era una lama di ghiaccio. «Ti ha toccata come volevi?»
Lucia non rispose. Si avventò su di lui, cercando la sua bocca con una disperazione che rasentava la violenza. Davide la afferrò per la nuca, costringendola a guardarlo. «Lui dorme tranquillo, ha fatto il suo dovere di marito, Lucia. Ma tu... tu perché sei qui?»
La trascinò dentro casa sua, in quel salotto che sapeva di vedovanza e polvere, e la spinse contro la vecchia poltrona di Beatrice. Non ci furono preamboli. Davide la prese da dietro, sollevandole la vestaglia, mentre lei affondava il viso nel velluto logoro per non urlare.
Il contrasto era insopportabile e sublime: il calore stantio della casa di un vecchio e la vitalità brutale di un uomo che stava rinascendo attraverso la profanazione della sua stessa stirpe.
«Domani», ansimò Davide contro il suo orecchio mentre la possedeva con colpi sordi e profondi, «accompagneremo di nuovo i bambini a scuola. E Pietro ci ringrazierà ancora. Ci ringrazierà per quanto siamo stati... presenti.»
Lucia si lasciò andare, piangendo e godendo allo stesso tempo, consapevole che la sua vita perfetta era ormai un guscio vuoto, e che l'unico modo per sentirsi viva era bruciare in quell'incendio che Davide aveva appiccato e che nessuno dei due voleva spegnere.
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