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incesto

L'innocenza della perversione 2


di jonny76
06.02.2026    |    1.603    |    1 9.6
"Adesso mi darai tutto quello che lei ha scritto in queste pagine, e molto di più..."
Dopo quella notte sul divano, il silenzio era tornato nella villa, ma era un silenzio elettrico, carico di una tensione che faceva vibrare l'aria. Per dodici mesi abbiamo vissuto come due estranei che si studiano attraverso il mirino di un fucile.
Una sera il fumo della sigaretta di Elena disegnava spire lente nell'aria ferma della camera. Mentre lei era seduta sul divano io mi assopii e la mia mente scivolò indietro, in un tempo in cui la luce non proiettava ombre così luride.
Avevo ventidue anni e il cuore pieno di una spavalderia che solo l'ignoranza può dare. Lei era dietro il bancone del Blue Star, un bar di periferia che profumava di caffè bruciato e sogni stantii. Aveva trent'anni, otto più di me, e un modo di asciugare i calici che sembrava una promessa di peccato. Mi ci vollero settimane di caffè bevuti a vuoto, di battute lasciate a metà e di sguardi lanciati sopra il bordo del giornale prima che accettasse di uscire con me.
«Sei troppo giovane per una come me,» diceva ridendo, ma i suoi occhi dicevano il contrario.
La passione esplose come un incendio in una segheria. Ricordo ancora l’adrenalina del sesso consumato nel bagno del bar durante il suo turno, con il rumore della macchina del caffè e il chiacchiericcio dei clienti che facevano da colonna sonora ai nostri gemiti soffocati contro le piastrelle fredde. Era una fame insaziabile che ci portò, dopo pochi mesi, a vivere insieme.
E poi c’era Elena. Aveva dieci anni, le treccine e lo stesso sguardo tagliente che oggi mi tiene in scacco. Si era affezionata a me quasi subito, un’ombra silenziosa che mi seguiva per casa cercando la mia approvazione. Ma c’era una regola non scritta: non mi chiamava mai "papà". Ero sempre e solo per nome, un confine che non avevamo mai varcato, come se sapesse già allora che il mio ruolo nella sua vita sarebbe stato un altro.
Poi, la discesa. Due anni fa la rapida malattia di sua madre era stata un mostro vorace. In pochi mesi, la donna che dominava il bancone del bar si era trasformata in un fantasma di pelle e ossa. Ed Elena era cresciuta in quelle settimane più di quanto avrebbe dovuto fare. La vedevo osservare la madre morire con una freddezza che mi spaventava, assorbendo ogni suo respiro, ogni suo ultimo segreto, come se si stesse preparando per un lungo viaggio.
Un colpo secco di tosse di Elena mi riportò al presente, si alzò e algida e fredda, fece cadere la vestaglia davanti a me così nuda si girò e se ne andò nella sua stanza.
Elena aveva iniziato a popolare la casa di presenze estranee. Ragazzi poco più che ventenni, con la sfrontatezza di chi non ha nulla da perdere, che lei portava in camera sua ridendo troppo forte, assicurandosi che io sentissi ogni gemito, ogni urto contro la parete che divideva le nostre stanze. Al mattino, la trovavo in cucina a piedi nudi, alcune volte con indosso solo una camicia di quegli sconosciuti, altre volte addirittura sfacciatamente nuda a prepararmi il caffè con un sorriso angelico.
«Ti dà fastidio, papà?» mi chiedeva, mentre le sue dita dalle unghie rosso fuoco picchiettavano sul marmo del bancone.
Io rispondevo con la stessa moneta. Iniziai a frequentare donne incontrate su Tinder, corpi intercambiabili che portavo proprio lì, nella nostra casa, assaporando il gusto amaro della sua gelosia quando incrociava i miei sguardi di trionfo mentre uscivo con una sconosciuta sottobraccio.
«Era brava?» mi sibilò una sera, bloccandomi il passo nel corridoio buio. Odorava di fumo e di un profumo che non le apparteneva. «Abbastanza per farmi dimenticare dove mi trovo» risposi io, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.
La resa dei conti arrivò una sera di pioggia torrenziale. Elena era a casa da sola, stranamente silenziosa. Mi aspettava in salotto, la solita sigaretta accesa, ma questa volta non c’era sfida nel suo sguardo, solo una strana, lucida determinazione.
Una donna della quale non ricordavo neanche il nome mi aveva lasciato di fronte a casa dopo aver fatto sesso appartati in parcheggio buio. Elena si avvicinò a me e mi tirò uno schiaffo, e poi disse «Pensi davvero di potermi battere a questo gioco?» disse, tirando fuori dalla vestaglia, volutamente lasciata aperta per fami ammirare il suo corpo nudo, il primo diario, quello nero. «Pensi che le tue donne contino qualcosa? Io so perché le scegli. So perché cerchi quelle movenze, quel modo di fumare, quello smalto.»
Mi lanciò il quaderno. Il mio cuore perse un battito quando riconobbi la grafia di mia moglie. «Era della mamma, l’ho trovato due anni fa dopo il suo funerale, L’ho letto tutto, lo conosco a memoria…. Ti conosco a memoria. Ho passato ogni singolo momento da quel giorno a diventare esattamente ciò che lei descriveva. Ogni mio gesto, ogni sigaretta soffiata sul tuo viso... era scritto qui. Non mi hai desiderata perché sono Elena. Mi hai desiderata perché sono il tuo manuale di istruzioni vivente, la tua donna ideale.»
Mentre leggevo con stupore le confessioni di mia moglie sulle mie perversioni, Elena si avvicinò sempre di più e mi infilò la mano nei boxer e mi massaggiò il cazzo che piano piano prendeva vigore. Ma non si fermò. Estrasse un secondo diario, quello gonfio e rovinato.
«Ma c’è qualcosa che nemmeno tu sapevi,» sussurrò, aprendo le pagine che descrivevano i tradimenti della madre, le gangbang, il disprezzo che provava per la mia "purezza". «Lei ti scherniva mentre ti amava. Ti tradiva con gli stessi uomini a cui stringevi la mano, solo per sentirsi più sporca. Per lei, eri solo l'ancora di salvezza che le permetteva di affondare nel fango senza annegare.»
Mi sentii svuotare. L'immagine della donna che avevo venerato per anni non era stata solo sporcata, era stata polverizzata.
«Ora siamo soli,» continuò lei, prendendomi il mento e costringendomi a guardare il rosso delle sue unghie, identico a quello descritto nei diari. «Senza più maschere. Non sei un vedovo affranto e io non sono una povera orfana. Siamo due persone che devono conoscersi. E adesso...» mi tirò per il cazzo verso la camera da letto, «...adesso mi darai tutto quello che lei ha scritto in queste pagine, e molto di più. Perché io non ho intenzione di tradirti, voglio averti solo per me. Voglio che ogni tua fibra risponda a me, come se fossi stata io a crearti, non lei.»
Quello che seguì furono quarantotto ore di eclissi dal mondo. La villa divenne un organismo unico, dove il tempo era scandito solo dal rumore dell'accendino di Elena, dal contatto della nostra pelle e dai nostri gemiti. Ci perdemmo in una spirale di istinti che i diari avevano solo accennato. La fame di lei era insaziabile: voleva essere posseduta in ogni angolo della casa, sopra i diari aperti, quasi a voler cancellare l'inchiostro di sua madre con i nostri umori. Mentre lo stavamo facendo nella mia camera da letto, in quel letto matrimoniale che fino a due anni prima era il letto di sua madre, poco prima di sborrarle nel culo per l’ennesima volta, mi fece uscire da lei, andò a prendere la foto della madre che tenevo sul comodino, la guardò e sputandole sopra mi disse «Sborra in faccia alla tua puttana, non l’ha mai preso in faccia da te, c’è scritto nel diario, fallo e sarò tua per sempre». Mi avvicinai come un automa con il cazzo duro in mano, lucido degli umori di Elena, e menandomelo forte spruzzai le ultime gocce di sperma che mi rimanevano.
Non c’era più vergogna, solo una fame animale. Quando finalmente la luce del terzo giorno filtrò dalle persiane, eravamo distrutti, svuotati, ma legati da un segreto che ci rendeva invincibili e, allo stesso tempo, dannati. Ci guardammo lungamente in negli occhi, accarezzai i suoi capelli sporchi di sperma e sudore, seguii i tratti del viso con il dito e poi presi a farle il solletico come quando giocavamo quando lei era una bambina, solo che adesso non eravamo nella sua cameretta, ma eravamo nudi e la stanza puzzava di fumo e sesso.
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