bdsm
Doppia vita
01.02.2026 |
897 |
0
""Voglio che il metallo mi ricordi il mio peso e l'inchiostro mi ricordi il mio nome..."
Le luci al neon del magazzino ronzavano come insetti moribondi. Guardavo il monitor nel mio ufficio all'ultimo piano: Elena, matricola 402. Tuta blu troppo larga e uno sguardo che non c’entrava nulla con i bancali di legno. Carina, bel fisico ma piuttosto insignificante. L’avevo beccata su quel forum criptato, "The Chain", dove gente annoiata cerca qualcuno che gli tolga il peso della libertà. Cercava un Master. Non sapeva che il suo padrone le pagava già i contributi.La feci salire. Quando entrò, l’aria condizionata sembrò farsi più fredda.
"Siediti," dissi, senza alzare gli occhi dai documenti. Girai il portatile verso di lei. Sullo schermo, il suo annuncio. Il suo nickname: Elena99. Senza neanche un minimo di fantasia. Il silenzio durò un’eternità. Poi, la sua voce tremò: "Come... come lo ha trovato?" "Non deve interessarti come l’ho trovato, Elena. Da oggi, oltre al tuo contratto di lavoro, possiedo anche i tuoi segreti. Chiamami Padrone."
Fu un ordine secco, come un colpo di frusta. Lei deglutì, le nocche bianche sulla sedia di pelle. "Sì... Padrone."
Adesso voglio capire fino a dove vuoi e puoi spingerti. Metre dicevo questo mi ero avvicinato a lei così tanto che i nostri nasi si sfioravano. Le aprii la tuta da lavoro, mi insinuai dentro di lei e con sue dita le stimolavo e stringevo il clitoride. Non la feci venire, la lasciai un attimo prima. Mi disse “la prego vada avanti…..padrone”. “Non sei tu che comandi ma io, e se io dico che ho finito allora ho finito. E adesso inginocchiati e fammi un pompino”
Senza farselo ripetere mi tirò fuori il cazzo dai pantaloni e si mise a succhiare fino a che le trattenni la testa piantata sul mio pube e le scaricai tutta la sborra che avevo dentro.
“Adesso rivestiti e vai via, mi farò sentire io”
Il gioco si fece duro nei giorni seguenti. Non mi serviva il suo corpo, volevo la sua volontà. Il potere è più dolce quando è invisibile.
Lunedì, ore 08:00: Un messaggio sul suo telefono. "Oggi lavorerai senza biancheria. Voglio sentirti camminare tra gli scaffali sapendo che solo io conosco il tuo segreto." La guardavo dalle telecamere: ogni passo era un tormento elettrizzante.
Mercoledì, ore 14:00: Le feci trovare un pacco nell'armadietto. Un vibratore remoto e plug anale, pesante. "Indossali. Ora. Mandami una foto dal bagno per conferma. Se qualcuno ti scopre, sei licenziata. E ogni mattina dovrai indossarli" Venerdì, la prova del fuoco: In sala mensa, mentre mangiava circondata dai colleghi, attivai il comando remoto dal mio smartphone. Vidi la sua forchetta fermarsi a mezz'aria. Il viso le divenne scarlatto, le nocche si serrarono sul tavolo di plastica. Doveva restare composta mentre il piacere la stava demolendo davanti a tutti. Misi la vibrazione al massimo, vedevo la sua espressione cercare di rimanere calma, le sue parole si fecero balbettanti e le guance rosse. Disse ai colleghi che stava bene. Superò la prova.
"Sali in ufficio," le scrissi. Era finita l'epoca dei giochetti.
Quando entrò, era sfinita ma i suoi occhi brillavano di una luce fanatica. Sul tavolo non c'erano fiori, ma un Contratto di Sottomissione Totale. Clausole che avrebbero fatto impallidire un avvocato del diavolo.
"Se firmi, Elena, non sarai più una magazziniera. Sarai la mia troia. La mia proprietà. Farai cose che la legge non prevede e che la morale proibisce."
Prese la penna. La sua mano non tremava più. Mentre firmava quel patto scellerato, la afferrai per la nuca, costringendola a guardare il panorama della città che ai nostri piedi sembrava minuscola. La spogliai, il mio cazzo già duro puntato al suo culo, La infilai come uno spiedo con un colpo secco e continuai a stantuffarla fino a scaricarmi dentro di lei. In quel momento, tra l'odore di inchiostro, sesso e quello del potere puro, capì che la sua vecchia vita era bruciata per sempre.
Il giorno dopo l’ufficio era immerso nella penombra, illuminato solo dai monitor della sorveglianza che proiettavano un riflesso bluastro sul viso di Elena. Indossava ancora la tuta da lavoro, ma il modo in cui stava in piedi — dritta, immobile, con lo sguardo fisso al suolo — diceva che la magazziniera era morta. Restava solo la mia Proprietà.
"Inginocchiati," ordinai, mentre sorseggiavo un bourbon torbato che graffiava la gola.
Obbedì all'istante. Il suono delle sue ginocchia che battevano sul marmo fu musica per le mie orecchie. Presi dalla scrivania una busta nera sigillata e un paio di forbici d’acciaio.
"Dentro questa busta c'è l'unica cosa che ti lega ancora al mondo esterno, Elena. Una foto, un ricordo, un contatto. Non importa cosa sia. Non ti deve interessare. Voglio che tu la distrugga senza guardarla. Se i tuoi occhi incrociano il contenuto, hai fallito. Se esiti, hai fallito."
Le porsi le forbici. La sua mano si tese, pronta.
"Ma non basta," continuai, girando intorno a lei come un predatore. "Mentre lo fai, dovrai ripetere a te stessa chi sei. Voglio sentire la tua voce sovrastare il rumore della pioggia."
Iniziai a far scattare un accendino Zippo vicino al suo orecchio. Clack. Fiammella. Clack. Un ritmo ipnotico, snervante.
"Taglia," ringhiai.
Lei iniziò a colpire alla cieca dentro la busta. Brandelli di carta cadevano sul pavimento. "Io non sono nulla," sussurrò lei, la voce ferma nonostante la pressione. "Io sono uno strumento nelle mani del Padrone."
"Più forte!"
"Io non ho passato! Non ho volontà!" la sua voce salì di tono, quasi un grido di liberazione. "Ogni mio respiro appartiene a quest'ufficio! Ogni mio pensiero è un ordine ricevuto!" “Sono la sua troia mio padrone, sono si sua proprietà”
Le feci poggiare la fronte contro il bordo gelido della mia scrivania d'acciaio. Presi il timbro a cera lacca dell'azienda, scaldai il sigillo rosso e lo accostai pericolosamente alla sua pelle, solo per farle sentire il calore. Non si mosse di un millimetro. La sua sottomissione era diventata la sua armatura.
"Brava ragazza," dissi a bassa voce, passandole una mano tra i capelli con una dolcezza crudele. "Ora sei cenere. E sulla cenere, io posso costruire un impero."
Venerdì sera, prima della fine del turno, le inviai un messaggio “fatti trovare al centro del magazzino alle 20.30” Arrivai con il passo pesante di chi non ammette repliche. Lei non alzò lo sguardo, restando immobile sotto l'unica lampada alogena accesa.
"Hai dimenticato hai dimenticato il plug e il vibratore, Elena," dissi, la voce che rimbombava nel vuoto industriale. "E se la tua mente vaga e non si ricorda ancora cosa deve fare, il tuo corpo deve essere ancorato."
Tirai fuori dalla tasca un telecomando industriale, collegato al sistema di movimentazione automatizzata dei carichi. Con un clic, un braccio meccanico calò dall'alto, fermandosi a pochi centimetri dal suo viso.
"Spogliati. La tuta da lavoro è per chi produce. Tu stasera sei solo un pezzo difettoso da riprogrammare."
Mentre i suoi vestiti cadevano sul cemento freddo, le ordinai di posizionarsi sulla pedana di carico. Azionai i sensori laser: se si fosse mossa più di tre centimetri, un allarme avrebbe squarciato il silenzio, allertando la vigilanza esterna. Doveva restare perfettamente immobile, nuda e vulnerabile, mentre i bracci robotici le danzavano intorno simulando operazioni di imballaggio. Il terrore di essere scoperta dai guardiani notturni la faceva tremare, ma il mio sguardo la teneva inchiodata al suolo meglio di qualsiasi catena.
Dopo un'ora di quel supplizio psicologico, la feci scendere. Era sfinita, la pelle d'oca e gli occhi lucidi di una devozione che rasentava la follia.
"La punizione è finita. Ora passiamo alla protezione. Voglio che chiunque ti guardi, anche se sei vestita, sappia che c'è qualcosa di mio su di te."
La condussi nel mio ufficio privato dietro il reparto spedizioni. Sul tavolo, accanto a un calice di vino rosso sangue, brillava un piccolo oggetto d'acciaio chirurgico e un kit da tatuatore pneumatico.
"Scegli," dissi con un sorriso gelido. "Il collare d'acciaio con la chiusura a vite, che porterai sotto la tuta ogni giorno, o questo marchio sulla nuca, il logo della mia holding, inciso per sempre nella tua pelle."
Elena guardò la pistola per tatuaggi, poi guardò me. Non c’era paura, solo una fame cieca di appartenenza.
"Voglio entrambi, Padrone," sussurrò. "Voglio che il metallo mi ricordi il mio peso e l'inchiostro mi ricordi il mio nome. Il Suo nome."
“Ora sdraiati che ti scopo mentre il mio amico tatuatore ti marchia”
Si spogliò davanti a me e lui, si sdraiò a pancia in giù e si fece scopare mentre il ronzio dell'ago iniziava a mordere la sua pelle e il collare veniva serrato definitivamente attorno al suo collo; capii che il gioco era appena salito di livello. Non era più una semplice dipendente. Era un'estensione della mia autorità.
La portai nel mio attico quando l'alba stava già iniziando a sporcare di rosa il cielo sopra la città. Elena era esausta, ma restava in piedi, aspettando l'ultimo ordine della notte.
Mi sedetti sulla poltrona di pelle, osservando come la luce mattutina metteva a nudo la sua fragilità. Era il momento del salto definitivo.
"Hai superato ogni prova, Elena. Hai servito tra i bulloni del magazzino e tra i diamanti dei corridoi del potere. Ma ora siamo a un bivio."
Tirai fuori un faldone medico. Progetti di chirurgia estetica estrema, protocolli di deprivazione sensoriale, disegni per trasformare un corpo vivo in un simulacro di perfezione inanimata. Una sexy doll in carne, ossa e silicone, modellata secondo i miei desideri più oscuri.
"Questa è la mia ultima offerta. Se rifiuti, domani mattina rassegnerai le dimissioni. Ti darò una liquidazione che ti permetterà di sparire e non mi vedrai mai più. Sarai libera, ma sarai sola con la tua insignificante umanità."
Mi alzai, camminando lentamente intorno a lei, facendole sentire il peso del mio sguardo per l'ultima volta.
"Se accetti, invece, smetterai di essere Elena. Diventerai la mia bambola personale. Non dovrai più pensare, né scegliere, né soffrire. Sarai l'oggetto del mio piacere infinito, trasformata chirurgicamente per essere eterna, immobile, mia. Un capolavoro di sottomissione senza ritorno."
Le porsi la penna, la stessa con cui aveva firmato il primo contratto. Le feci scivolare a terra il vestito, era nuda. Inarcò la schiena per cercare il contatto con la mia mano, avevo già capito le sue intenzioni, il mio cazzo iniziò a pulsare quando sentii sulle mie dita, infilate nella sua figa, che era lubrificata per bene. Così iniziai a scoparla con forza, le mie dita che stingevano i suoi fianchi lasciavano dei segni rossi sulla sua pelle bianca, i suoi gemiti animaleschi si fecero sempre più intensi e dopo un tempo indefinito mi scaricai dentro di lei senza neanche chiederle il permesso.
"La libertà è un peso terribile, Elena. Sei pronta a lasciarlo cadere per sempre?"
Lei guardò la penna, poi il riflesso della sua immagine nello specchio, e infine i miei occhi. Un sorriso sottile, quasi impercettibile, le increspò le labbra mentre la sua mano si protendeva verso il foglio.
dominazione master_slave ufficio sorveglianza vibrazione remota marcatura tattoo controllo psicologico
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Doppia vita:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
