Lui & Lei
Senza chiedere scusa
09.02.2026 |
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""Guardate come questa checca spompina bene, " rideva, mentre mi usavano a turno come un oggetto inanimato..."
Il sudore mi incolla il lenzuolo alla schiena, un velo freddo che stride con il calore soffocante di questa stanza. Il buio è tagliato solo da una lama di luce che filtra dalle tapparelle, illuminando il corpo di Jessica sotto di me. È una bella donna, curata, la classica madre di famiglia che ha deciso di deragliare.Spingo l’ultima volta con una ferocia che lei scambia per passione. Un fiotto caldo mi svuota i lombi, ma non la testa. Lei cerca un’intimità che non le appartiene. Le bacio il collo, affondando la bocca nella carne morbida fino a lasciarle un marchio violaceo, un ematoma che domani sarà impossibile da nascondere.
Più tardi, mentre lei è sotto la doccia, cammino nudo per il suo corridoio. Mi fermo davanti a una fila di cornici d'argento sulla madia. C'è un uomo che sorride in vacanza, una mano sulla spalla di una bambina, Jessica radiosa accanto a loro. La finta famiglia felice. Prendo la foto, fisso il volto di quell'uomo e sento un vuoto gelido nello stomaco. Un sorriso beffardo si disegna sul mio viso rimettendo la cornice esattamente dove l'ho trovata. Sono due mesi che entro in questa casa come un ladro e ne esco come un padrone.
Tutto era iniziato in una stanza molto diversa. Avevo sedici anni. Ero impacciato, timido, perdutamente innamorato di Ilaria. Quel pomeriggio eravamo soli a casa sua. "Guardiamo questo," mi aveva sussurrato lei con un sorriso complice, infilando una videocassetta nel lettore. "Così impariamo come si fa." Erano immagini sgranate, corpi che si intrecciavano in modo meccanico sul vecchio televisore. Eravamo eccitati, goffi, i cuori che martellavano nel petto per il timore e il desiderio.
Poi, un rumore improvviso sulle scale ci interruppe. Il panico ci gelò il sangue. Spegnemmo tutto in un secondo. Ilaria corse in cucina per darsi un contegno. Io mi avviai verso il bagno per svuotarmi e spegnere l’erezione, sperando di non incrociare nessuno, ma non arrivai mai alla porta. Un ragazzo mi afferrò e mi scaraventò contro il muro; mi prese di spalle, non vidi subito chi fosse, ma poi lo riconobbi. Mi spinse dentro il bagno e chiuse la porta a chiave. Era Dario, il fratello maggiore di Ilaria. Aveva gli occhi lucidi di una cattiveria primordiale.
"Ho visto che schifezze guardavate, ragazzino," sibilò, schiacciandomi col suo peso. "Dario, io... stavamo solo..." "Zitto. Ti eccitavi a guardare quei cazzi, eh? Ti piacevano i piselli grossi che entravano in quelle troie, dì la verità. Sei un piccolo finocchio che non ha il coraggio di ammetterlo."
Si sbottonò i jeans con una lentezza cerimoniale, tirando fuori il suo cazzo durissimo, la cappella tirata e violacea che sembrava dovesse scoppiare da un momento all’altro. "Adesso fammi vedere quanto ti piace," ringhiò. "In ginocchio. Se non lo fai, stasera dico ai miei che ti sei portato i porno in casa per traviare la loro bambina. Ti rovino, sfigato."
Ero terrorizzato. Mi inginocchiai sul pavimento freddo mentre guidava la mia testa verso di lui. Mentre lo facevo, premeva con forza e sibilava: "Dillo. Dì che sei gay. Dì che ti piace il cazzo mentre lo mandi giù, checca." Ero costretto a biascicare quelle parole con la gola piena, umiliato nel profondo.
Per due anni quella casa fu il mio inferno. "Vieni qui, frocio," mi sussurrava ogni volta che mi intercettava. A volte portava con sé degli amici. "Guardate come questa checca spompina bene," rideva, mentre mi usavano a turno come un oggetto inanimato. Dovevo ingoiare tutto, ogni singola volta, mentre mi ripetevano che quello era l'unico posto che mi spettava. Il culmine arrivò quando un giorno mi fece inginocchiare sul pavimento del bagno, mi premette la faccia contro il tappeto e mi inculò, mettendomi le mani davanti alla bocca per soffocare le mie grida. "Sei il mio sborratoio," sussurrava. "Non scoperai mai mia sorella, perché ormai appartieni a me."
Riapro gli occhi. Sono ancora in quella camera da letto. Jessica ritorna nuda dalla doccia e si butta tra le mie gambe. Mi sta lavorando con una dedizione quasi devota, la sua testa bionda si muove ritmicamente. Sento il metallo della sua collana picchiettare contro la mia coscia. Un pendente dorato brilla alla luce soffusa: una J. Un ghigno di pura, gelida soddisfazione mi deforma il viso.
Sento il piacere salire, ma non penso alla carne. Penso all'uomo che stasera tornerà a casa. Penso a quando lui, stanco, la bacerà su quelle stesse labbra che ora mi stanno accogliendo. Penso a quando cercherà calore in un corpo che io ho appena segnato e svuotato. La afferro per i capelli, non con dolcezza, ma con lo stesso possesso che ho subito per anni. Le spingo la testa giù, riprendendomi ogni grammo di dignità che mi era stato sottratto. Sborro con un impeto quasi violento, riempiendole la bocca fino a farla soffocare leggermente. Lei si pulisce le labbra, si riveste in fretta e mi lancia un ultimo sguardo complice prima di chiedermi di andarmene, perché deve risistemare la camera e far uscire l’odore del sesso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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