tradimenti
La famiglia perfetta 2
20.02.2026 |
2.242 |
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"Il notaio a Bologna mi riceve domani alle otto in punto per quei maledetti documenti sulla sicurezza..."
Il sedile posteriore della monovolume era un groviglio di voci infantili e zainetti colorati. Elena cantilenava una canzoncina imparata all'asilo, mentre il fratello più grande controllava svogliatamente l'astuccio. Davanti, il silenzio tra Davide e Lucia era una colla densa, interrotta solo dal ticchettio ritmico del cursore della freccia.Davide guidava con una mano sola, lo sguardo fisso sulla strada, ma ogni fibra del suo corpo era rivolta a destra, verso il profilo di lei. Lucia guardava fuori dal finestrino, i riflessi dei palazzi che le danzavano sul viso stanco.
«Grazie ancora, papà... cioè, Davide», si correggesse lei con un soffio di voce, consapevole che i bambini ascoltavano. «Pietro era davvero stressato per quel cantiere.»
«Pietro è sempre stressato per qualcosa che non può controllare», rispose lui, la voce ferma. «Io controllo quello che serve. Lo sai.»
Una volta lasciati i bambini davanti al cancello della scuola — un rito di baci frettolosi e raccomandazioni — l'auto divenne improvvisamente troppo piccola. Davide ripartì verso il centro, ma non prese la via più breve. Allungò verso la zona industriale, dove il traffico era più rado e i viali alberati offrivano una penombra complice.
«Ti ricordi il primo anno dopo che Beatrice se n’era andata?», chiese lui all'improvviso.
Lucia si voltò a guardarlo. «Certo che me lo ricordo. Entravo in casa tua con la scusa di portarti una torta o di chiederti se funzionava la caldaia. Ti trovavo seduto in poltrona, al buio. Mi facevi paura, Davide. Sembravi un uomo che aspettava solo che il cuore smettesse di dargli fastidio.»
«Eri l'unica che non mi guardava con pietà», continuò lui, fermandosi a un semaforo rosso che sembrava eterno. «Pietro mi trattava come un vecchio mobile da restaurare. Tu invece... tu mi portavi il rumore della vita. La tua vicinanza è stata l'unica cosa che ha messo a tacere il silenzio di Beatrice.»
«Non volevo solo aiutarti», confessò lei, la voce che scendeva di un'ottava. «Cercavo in te quella solidità che in Pietro stava svanendo. Lui diventava un'ombra del lavoro, tu diventavi il mio punto fermo. Poi, un giorno, mentre mi aiutavi a potare quelle rose... le tue mani hanno sfiorato le mie e ho capito che la mia compassione era diventata fame.»
Davide accostò in una via laterale, sotto l'ombra pesante di un platano, a pochi isolati dall'ufficio di lei. Spense il motore. Il calore dell'abitacolo salì istantaneamente.
«Siamo arrivati», disse lui, ma non fece cenno di sbloccare le portiere.
Lucia non si mosse. Il respiro le sollevava il petto sotto la camicetta di seta. Davide allungò il braccio destro, non verso il cambio, ma verso di lei. La sua mano, grande e nodosa, scivolò sotto l'orlo della gonna, trovando immediatamente il calore della pelle nuda.
Risalì con una lentezza metodica, una carezza che non chiedeva permesso. Lucia schiuse le labbra, un gemito soffocato che morì contro il vetro del finestrino. Le dita di Davide proseguirono la loro scalata lungo l'interno coscia, decise, finché non incontrarono il pizzo sottile delle mutandine, già inumidite dal desiderio che si portavano dietro dalla sera prima.
«Davide... qui no... qualcuno potrebbe...», mormorò lei, ma le sue gambe si aprirono spontaneamente per offrire più spazio a quella mano che la stava marchiando.
«Nessuno ci vede, Lucia. Siamo invisibili per il resto del mondo. Proprio come lo siamo stati per anni.»
Lui si sporse verso di lei, afferrandole la nuca con l'altra mano, le dita intrecciate tra i capelli ribelli. La baciò con una ferocia che non aveva nulla di senile. Fu un bacio profondo, una "limonata" cruda, carnale, che sapeva di possesso e di anni di repressione. Lucia rispose con la stessa urgenza, aggrappandosi alle sue spalle, le lingue che si cercavano in una danza che annullava ogni legame di parentela.
Quando si staccarono, entrambi avevano il respiro corto. Davide non ritirò la mano; restò lì, premendo il pollice contro il centro del suo piacere attraverso il tessuto.
«Vai in ufficio ora», ordinò lui con un sorriso d'ombra. «Ma tieni addosso il mio odore per tutto il giorno. Ci vediamo stasera.»
Lucia si sistemò la gonna con le mani tremanti, lo sguardo lucido. Uscì dall'auto senza dire una parola, ma prima di chiudere la portiera, si voltò a guardarlo, un tacito accordo scritto negli occhi.
Quella sera, il telefono di Lucia vibrò sul tavolo di marmo della cucina. Sul display apparve il volto di Pietro. Lei rispose subito, cercando di mantenere il respiro regolare, mentre Davide, in piedi dietro di lei, fece scivolare una mano sotto la gonna con una naturalezza che la terrorizzava.
«Amore, scusami», gracchiò la voce di Pietro in vivavoce. «C’è stato un cambio di programma dell’ultimo minuto. Il notaio a Bologna mi riceve domani alle otto in punto per quei maledetti documenti sulla sicurezza. Se parto domattina non ce la faccio con la nebbia. Vado diretto adesso, dormo in un hotel vicino allo studio. Mi dispiace per la cena.»
Lucia chiuse gli occhi. Sentì le dita di Davide scostare il pizzo delle mutandine e affondare nella sua umidità già calda. Un dito entrò deciso, mentre trovava il punto esatto del suo piacere.
«Capisco, caro. È importante per il cantiere», riuscì a dire lei, con la voce che vibrava leggermente. «Stai attento in autostrada. Ci sentiamo domani.»
«Papà è lì? Passamelo un secondo.»
Davide non interruppe il movimento della mano sotto la gonna. Si chinò verso il telefono, parlando con la voce ferma di chi non ha nulla da nascondere. «Dimmi, Pietro.»
«Papà, scusa il disturbo. Resta tu con loro stasera, mi sento più tranquillo se Lucia non è sola con i piccoli. Conto su di te.»
«Non preoccuparti, figlio mio. Mi occuperò io di tutto. Buona serata.»
Appena la chiamata si interruppe, il silenzio della cucina fu rotto solo dal riverbero della TV in soggiorno, dove i bambini stavano guardando un cartone animato. Davide continuò a muovere le dita dentro di lei con un ritmo spietato, finché Lucia non dovette mordersi il labbro per non gridare.
«Mamma! Ho fame! Quando si mangia?» la voce di Edoardo dal soggiorno spezzò il momento.
Davide ritirò la mano lentamente. Lucia era appoggiata al lavello, ansimante. Prima di allontanarsi, lui le portò le dita bagnate davanti al viso.
«Odora», sussurrò con un tono che non ammetteva repliche.
Lucia sentì il profumo muschiato e dolce del proprio desiderio mescolato alla pelle dell'uomo. Davide, fissandola dritta negli occhi con una sfida silenziosa, si portò le dita alle labbra e le ripulì con una lentezza metodica, assaporandola.
«Ora vai a dar da mangiare ai tuoi figli, Lucia. Io preparo il vino.»
Dopo la cena, consumata in un clima di surreale normalità, Lucia mise a letto i bambini. La casa sprofondò in quel silenzio denso che precede i temporali. Davide non se n'era andato; la aspettava nel corridoio, appoggiato allo stipite della camera padronale — la stanza che suo figlio aveva arredato con tanta cura.
Quando lei lo raggiunse, lui la prese per un fianco e la sospinse dentro, chiudendo la porta con un clic metallico che risuonò come una sentenza. Sotto la luce calda delle lampade, non ci fu la fretta brutale del pomeriggio. Davide iniziò a spogliarla come se stesse svelando un segreto prezioso, pezzo dopo pezzo.
«Voglio vederti», mormorò, facendola sdraiare sul grande letto matrimoniale. «Voglio vedere ogni centimetro del tuo magnifico corpo, quello che tu mi fai vedere da lontano dalla finestra.»
Si inginocchiò tra le sue gambe, aprendole con delicatezza. Iniziò a esplorarla con la bocca, risalendo lentamente dalle caviglie fino all'incavo delle cosce, assaggiando la sua pelle con una devozione che Lucia non aveva mai provato. Ogni bacio era una promessa, ogni carezza della lingua era una scoperta. Lucia inarcò la schiena, affondando le dita nei capelli grigi di lui, gemendo piano nel sentire quell'uomo così maturo e sicuro prendersi cura di ogni sua sensazione.
«È da quando è morta Beatrice che non ho in bocca un sapore così buono». Una scarica di adrenalina fece inarcare la schiena di Lucia
Quando Davide si rialzò per entrare in lei, lo fece con una lentezza cerimoniale. Non era il sesso distratto di chi ha fretta di finire; era un atto di possesso totale, un dialogo tra due corpi che si erano osservati da lontano per troppo tempo.
«Guardami, Lucia», sussurrò Davide, tenendole i polsi fermi sopra la testa. «Senti come ti riempio? Senti la differenza?»
Lucia rispose avvolgendogli le gambe attorno alla vita, spingendo il bacino contro il suo in un ritmo perfetto e profondo. In quel letto, che avrebbe dovuto essere un tempio della fedeltà, Davide stava reclamando il suo posto, e Lucia stava finalmente scoprendo cosa significasse essere guardata, toccata e posseduta da un uomo che non aveva paura della propria oscurità.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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